9 dicembre forconi

sabato 11 giugno 2016

FED , Federal Reserve System: ecco perché non c’è più da fidarsi

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La Fed è la prima responsabile del benessere economico mondiale ma ha troppi poteri e un interesse non direttamente rivolto ai cittadini. Capiamo il perché.

La Fed, ovvero la Federal Reserve System, nasce come un sistema, non una banca, incaricata di salvaguardare lo stato dell’economia degli Stati Uniti.
Nota l’importanza economica che ricoprono al giorno d’oggi gli USA, le decisioni intraprese dalla Fed arrivano così, in un senso più generico, a condizionare se non determinare le sorti di tutta l’economia mondiale.
I creatori della Fed furono ben attenti a non chiamarla “banca” proprio perché non doveva in alcun modo rappresentare il ruolo che ricoprono le altre banche con i loro interessi privati.
Lo scorso lunedì Janet Yellen, la presidente in carica della Fed, ha tenuto un discorso nel quale ha cercato di convincere il mercato che la situazione è sotto controllo, che bisogna essere ottimisti e che la Fed è lì pronta a risolvere i problemi.

Secondo un analista della testata MoneyMorning le cose non stanno così e la Fed rappresenta un falso profeta, con troppi poteri e che i problemi, piuttosto che risolverli, tende a crearli.

Federal Reserve System e finalità operative

Con il Federal Reserve Act del 1913 il Congresso americano cedette il compito di creazione della moneta alla Federal Reserve, un sistema imprenditoriale privato costituito da banchieri e politici sulla Jekyll Island, in Georgia, tre anni prima.
Il Tesoro americano da quel momento stampa i dollari USA ma questi non sono né emessi né sono di proprietà dello Stato a stelle e strisce ma della Fed.
Il giornalista della testa MoneyMorning Shah Gilani si schiera contro la banca centrale americana proprio in virtù della sua natura e dei principi che la dovrebbero guidare: la Fed è una banca centrale privata sancita dal governo e in quanto tale non ha a cuore le sorti dei cittadini americani, finendone col pregiudicare il benessere sociale.
Le ragioni alla base di queste affermazioni non si fermano ovviamente qui.
Il potere nelle mani di una banca centrale, sia essa un organo governativo o un ente privato, è quello di immettere nel sistema una quantità di denaro virtualmente infinita.
Il denaro da loro fornito non arriva però direttamente ai cittadini ma passa dalle banche. Nel momento in cui queste incontrano difficoltà nella raccolta delle risorse, siano esse depositi, capitale, debito o prestiti da altre banche, è la banca centrale a correre in loro soccorso.
Al fine di prevenire eventuali default di attori di mercato dalla consistenza rilevante, la banca centrale può correre in aiuto delle banche con problemi di liquidità e fornire loro nuovo credito, creato dal nulla.
Questo potere, definito dal giornalista “divino”, di creare dal nulla salvagenti per le grandi banche che arrivano a vivere situazioni irrecuperabili, è il primo motivo per il quale nacque questo accordo tra banchieri e politici, così da garantire la sopravvivenza del sistema.
Ma sopravvivenza non vuol dire benessere.

La Fed e le crisi finanziarie: l’importanza dei tassi di interesse

Il discorso della Yellen di pochi giorni fa era molto atteso dai mercati soprattutto in vista di possibili chiarimenti su un rialzo dei tassi di interesse, non arrivati.
Tramite l’applicazione di un regime di tassi di interesse bassi la Fed si è posta in prima persona tra le cause della scorsa crisi finanziaria.
I celebri mutui subprime, in un regime di tassi di interesse attraverso il quale la Fed li teneva artificialmente bassi, hanno consentito a molti cittadini americani di sottoscrivere mutui a costi molto bassi, finanziamenti che poi non furono in grado di ripagare.
Sempre i tassi di interesse bassi hanno portato le banche americane a cercare modi alternativi di realizzare profitto, avendo le vie tradizionali prive di un margine sufficiente al loro fabbisogno.

Da qui sono partiti gli investimenti in asset dal rischio sempre maggiore, tutti quei prodotti finanziari costruiti sulla base degli stessi mutui subprime che potessero foraggiare le banche di quel denaro che con la normale operatività, a causa dei tassi di interesse bassi, non era possibile ottenere.

Lo scoppio della bolla immobiliare ha portato molte banche a situazioni prossime al default, con la Fed pronta ad intervenire per migliorare il loro stato, del quale essa stessa era stata la causa.

A quel punto tutte le manovre di Quantitative Easing hanno tenuto in vita queste banche e fornito loro le risorse che le politiche monetarie tenute in piedi non erano in grado di offrire.

Risalgono a poche settimane fa le notizie che le maggiori banche americane hanno chiuso il loro primo trimestre 2016 con un calo nei ricavi nell’ordine del -40%.
Le attuali politiche monetarie non permettono loro di generare profitti con gli attuali tassi di interesse e la Fed, di nuovo dopo il 2008, si ritrova ad avere il potere di decidere della loro salute e di quella di tutti i cittadini americani, e non solo.

Le decisioni adottate fino ad oggi, come detto, non hanno condotto a nessuna soluzione efficace. C’è ancora modo di fidarsi?

Fonte: qui

Lavoratori di tutto il mondo, sottomettetevi!


Il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo

Fino a 2 anni fa, a Milano, sorgeva in Viale Sarca uno stabilimento della Marcegaglia Buildtech, deputato alla produzione di profilati e manufatti in acciaio destinati al settore edile. Poi accade che l’area in cui ricade lo stabilimento, “Grande Milano Bicocca”, comincia ad apprezzarsi dal punto di vista fondiario, e la dirigenza di Marcegaglia decide di puntare sulla speculazione immobiliare delocalizzando la produzione e “negoziando” al ribasso con gli operai.
Ad Aprile del 2014 viene comunicata l’intenzione di chiudere lo stabilimento e delocalizzare la produzione a Pozzolo Formigaro, vincolando il destino dei 165 operai in produzione all’accettazione di un accordo interno. Tale accordo, siglato nel Giugno successivo, prevedeva per gli operai tre alternative.
La prima, accettare la delocalizzazione a Pozzolo, con trasporto aziendale da/per Milano e incentivo mensile lordo di 150€, che sale a 250€ lordi nel caso in cui lo spostamento avvenga con mezzi propri.
La seconda, accettare l’uscita volontaria a fronte di una compensazione di 30.000€ lordi.
La terza, entrare in CIGS e “Entro il termine di validità della CIGS l’azienda si impegna ad offrire a tutti i dipendenti eventualmente ancora in forza la ricollocazione presso altri stabilimenti del gruppo, in funzione delle esigenze tecnico produttive e a partire dagli stabilimenti più vicini all’area di residenza”
I nodi vengono al pettine, tuttavia, nel momento in cui sette di questi operai decidono di accettare la CIGS e attendere, come previsto dall’accordo, una ricollocazione nell’hinterland, non potendo per motivi di salute e familiari né spostarsi da Milano e tantomeno perdere il lavoro accettando l’esodo volontario.
Il loro problema è solo uno: il sindacato di cui fanno parte, la FIOM, non ha sottoscritto quell’accordo (firmato invece da FIM Cisl e UILM Uil), e dunque vanno colpiti con tutta la violenza possibile.
A Giugno 2015 viene loro comunicato che non si tenterà neanche di aprire il secondo anno di CIGS e che, se non vogliono essere licenziati, devono accettare il trasferimento a Pozzolo.
Dopo avere occupato il tetto dello stabilimento di Viale Sarca per sei giorni, ottengono un tavolo di confronto in Prefettura, a seguito del quale viene sbloccato il secondo dei due anni di CIGS e fatto presente all’azienda di rispettare il terzo punto dell’accordo, ricercando soluzioni di inserimento in uno dei quattro stabilimenti dell’area milanese. Nel frattempo, la Marcegaglia ci riprova, offrendo ai sette una compensazione di 29.000€ lordi per l’esodo volontario. Loro rifiutano nuovamente, e fanno rilevare come nei quattro stabilimenti di Lainate, Lomagna, Corsico e Boltiere si faccia ricorso a centinaia di ore di straordinario per sopperire alla evidente carenza di organico. Ma, ancora una volta, per i sette operai non arrivano soluzioni, se non quella di accettare lo spostamento a Pozzolo, stavolta senza alcuna agevolazione, o, in alternativa, licenziamento.
Siamo a Maggio 2016 e i sette, in un tentativo disperato e a pochi mesi dalla scadenza del secondo ed ultimo anno di CIGS, si incatenano ai cancelli della sede legale di Marcegaglia Buildtech, in via della Casa 12, a Milano. Ottengono un nuovo tavolo in Prefettura, il 7 Giugno 2016, il cui risultato è più grottesco che altro. In sostanza, ai sette operai viene detto, chiaramente, che ormai non hanno diritto a nulla. A questo punto, la loro ricollocazione o l’esodo volontario dietro compensazione sarebbero “un’offesa per quei lavoratori che precedentemente avevano accettato una delle due soluzioni alternative alla CIGS” (testuali parole pronunciate davanti al funzionario prefettizio) e nel loro futuro esiste solo una prospettiva: il licenziamento. Non viene neanche presa in considerazione la loro contro-proposta, ragionevole in un’ottica distensiva, ovvero il loro reintegro in produzione con contratti part-time invece che a tempo pieno, in maniera tale da “dividere” tre posti e mezzo di lavoro per sette persone.
Da tutta questa storia, una storiaccia come tante ne esistono in questo paese del capitalismo straccione, emerge una morale chiara: chi sfida il potere, semplicemente anteponendo la propria dignità al ragionamento puramente economicistico, costituisce un pericolo. Rivendicare il diritto al lavoro, rifiutando un accordo capestro, è un comportamento intollerabile da parte di una dirigenza che pretende dai propri sottoposti fedeltà, abnegazione e servilismo. Un po’ come ha predicato Starace in una sua “illuminata” (nel senso di massonica) lectio alla Luiss di Roma, riferendosi alla necessità di spargere il terrore tra i lavoratori per tenerli soggiogati. Il lavoratore, oggi più che mai, è uno strumento al servizio del capitale. Nel momento in cui si azzarda a comportarsi da essere umano, viene subito schiacciato con la testa nel fango, da uomini in colletto bianco che hanno imparato molto bene cosa sia la lotta di classe e come si eserciti. L’atteggiamento di Marcegaglia nei confronti di Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio dimostra chiaramente che ciò che si vuole ottenere non è l’efficienza dei rapporti di produzione, ma la trasformazione del lavoro in schiavitù dissimulata. L’atteggiamento di Marcegaglia svela una verità che troppo spesso si vuole nascondere, e cioè che il neo-liberismo ha un suo manifesto politico i cui valori fondanti sono l’avidità, la cupidigia e lo schiavismo. 

Da questo punto di vista, sarebbe interessante chiedere al Governo Renzi quali prospettive si profilano per i 16.000 lavoratori dell’Ilva di Taranto, dal momento che la Marcegaglia, in cordata con Arcelor-Mittal, si è candidata a rilevare la gestione dello stabilimento. 
Massimiliano, Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Roberto e Sergio un’idea ce l’hanno.
P.S.: Martedì 14 Giugno, alla Prefettura di Milano si svolgerà un altro incontro, durante il quale i vertici della Marcegaglia comunicheranno le loro decisioni finali. E’ convocato per le 14:00 un presidio in solidarietà.

Fonte: qui

Europa, la Soluzione Finale - La sporca guerra dell’élite contro di noi

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Questa Europa è un lager.

Perfino il “Corriere della Sera” ha pubblicato giorni fa uno studio dove si evidenzia come negli ultimi anni sia esploso anche in Italia il numero dei bambini poveri;

dei bambini che, cioè, nel cuore dell’Occidente “opulento” e “libero”, vivono in condizioni paragonabili a quelle che scandiscono la vita delle famigerate favelas brasiliane.

Il “Corriere della Sera”, al pari dei boss mafiosi che mandano una corona di fiori per onorare il funerale di quelli che hanno appena finito di scannare, è parte del progetto genocida in atto. Un progetto che espleta i suoi velenosi effetti senza ricorrere a metodi formalmente cruenti.

Perché uccidere, quando si può indurre al suicidio? Perché depredare con la forza ciò che può essere estorto con la carta bollata? Devo ammettere che i nazisti tecnocratici che comandano il globo, appena riunitisi in Giappone per pianificare nuovi stermini e rappresaglie contro una umanità che considerano inferiore e bestiale, sono davvero scaltri.

Uno dei miti più in voga che dà forza alla narrazione luciferina prevalente che tende a legittimare un modello di governo fondato sulla menzogna, sul sopruso e sull’imbroglio riguarda il tema della guerra.

«Chi di voi ha nostalgia delle brutture del Novecento, Napolitanoquando le guerre lasciavano sul campo milioni di morti sacrificati sull’altare di un nazionalismo anacronistico e aggressivo? Se oggi domina la pace, anzi, se da settanta anni gli europei vivono in armonia, il merito è del processo di unificazione avviato all’indomani del secondo conflitto mondiale. Nessuno ha il diritto di buttare a mare un patrimonio così nobile nato con Spinelli sull’isola di Ventotene». Non è forse questo il ritornello che i servi del regime massonico-mondialista ripetono di continuo come pappagalli ammaestrati?

Siete poveri, disoccupati, disperati, ammalati e non curati?

Non lamentatevi, dal momento che vi abbiamo perlomeno lasciato la libertà di ammazzarvi da soli, rispondono tra le righe i padroni del vapore. Ebbene, sappiate che il ricatto della “pace” è falso come una banconota da tre euro.

Intanto quelli che si  gloriano di avere condotto l’umanità sulla via della tolleranza e del progresso sono gli stessi che fomentano, finanziano, pianificano e realizzano di continuo stragi in Medio Oriente. Basta studiare en passant il profilo di una Hillary Clinton, appoggiata discretamente pure dal clan Bush nella corsa alle presidenziali americane, per rendersene conto. In secondo luogo non è vero che la guerra è stata bandita  nel “mondo libero”, avendo semmai assunto forme asimmetriche, ipocrite e dissimulate.
La guerra, è vero, non si combatte più “orizzontalmente” tra eserciti regolari. La guerra moderna, che è in atto ed è altrettanto sanguinaria e spietata, la combattono trasversalmente i pochi potenti – ovunque dislocati nell’orbe terracqueo – contro i tanti poveracci che brulicano senza sosta in cerca di sicurezze che mai troveranno.

Detta in termini più chiari ed espliciti: Obama, Merkel, Hollande, Abe, Cameron e compagnia non si combattono tra di loro perché già impegnati nel combattere insieme una guerra sporca contro tutti noi; i rappresentanti politici delle élite economiche e finanziarie dei rispettivi Hillary Clintonpaesi colpiscono come un sol uomo gli esclusi e i deboli in quanto tali, senza cioè farsi condizionare da questioni di razza, sesso o religione, fattori da essi stessi marxianamente considerati poco più che “sovrastruttura”.

In questo modo le élite colpiscono nell’ombra e non rischiano quasi nulla. Immaginate come sarebbe oggi il mondo se Hilter e Stalin, anziché sfidarsi mortalmente, avessero trovato all’epoca un accordo tra di loro sulle pelle delle classi subordinate tanto russe quanto tedesche.

La “pace” di cui oggi “godiamo” è frutto di uno scellerato patto che “blinda” soltanto i vertici della Piramide.

Per cui non bisogna lasciarsi impaurire dalle letture distorte e interessate veicolate da figuri come Giorgio Napolitano, pericolosissimo elemento che ha lavorato e lavora come pochi per disintegrare il benessere materiale e spirituale dell’Italia. Chi governa sulla paura è ontologicamente un farabutto.

Chi propone di accettare una scelta dolorosa, non Blairper convinzione ma per evitare guai peggiori, è certamente un delinquente da segnare con matita rossa per poi colpire (politicamente s’intende) con intensità e cinismo nel momento più opportuno. Fretta e isteria sono sempre cattive consigliere.

Per Tony Blair, ad esempio, macellaio che falsificò documenti per giustificare una scellerata guerra in Iraq, il momento delle “spiegazioni” è quasi arrivato. Il 6 luglio verrà infatti pubblicato un report all’interno del quale saranno messe in evidenza le tante porcherie commesse dall’ex premier inglese. Solo chi insegua la “giustizia” prima o poi rischia di trovarla.

Il “sistema” eretto dai massoni mondialisti e nazisti tecnocratici, che punta finalisticamente alla creazione di un mondo reso omogeneo dalla divinizzazione dei “diritti cosmetici” (a scapito di quelli sostanziali, economici e sociali), da realizzare per mezzo di endemici shock sapientemente cadenzati nel tempo, comincia a scricchiolare.

In Austria hanno dovuto ricorrere all’utilizzo di pacchiani brogli elettorali per insediare al potere l’ennesimo personaggio “tegolato” e “ammaestrato”. In Francia il premier Valls ha già dato il via a rastrellamenti in stile Petain. Insomma la resa dei conti è già iniziata e i nemici della verità, della libertà e della democrazia sono spietati e pronti a tutto. I loro effimeri troni, a breve, verranno definitivamente spazzati.

(Francesco Maria Toscano, “I nazisti tecnocratici pianificano la Soluzione Finale in danno delle classi subalterne”, dal blog “Il Moralista” del 27 maggio 2016).

Coop il prestito non è garantito

d17_bNon erano bastati i numerosi crac di coop edili, con relativa perdita parziale o totale dei prestiti soci, a far muovere la Banca d’Italia.

Quando il fenomeno ha toccato le coop di consumo, con la messa in liquidazione delle friulane Coop Operaie Trieste e Coop Carnica, con oltre 20000 soci prestatori, da via Nazionale hanno drizzato le orecchie ed emanato una direttiva più stringente, anche perché ancora manca il previsto,schema di garanzia dei prestiti sociali, da costituirsi in ambito cooperativo.
Insomma, per i prestatori sociali non è prevista alcuna garanzia, né informazione, come quella che le banche devono dare sul bail in, visto che gli obblighi di trasparenza informativa e contrattuale, per i prestiti sociali introdotti nel ’94, sono stati rimossi dal Comitato per il Credito ed il Risparmio nel 2006.
Da allora le coop sono esentate dagli obblighi e dai controlli a cui sono sottoposti banche e operatori finanziari, sebbene le prime 9 coop, con 11 miliardi di prestito, rientrino tra le prime 25 banche.

Banca d’Italia precisa che l’ammontare dei prestiti non deve superare di tre volte il netto consolidato e non il civilistico.

Vediamo di che numeri si tratta: i prestatori sono 1,3 milioni, il prestito complessivo è di 15 miliardi.
La soglia di tre volte è superata da Unicoop Tirreno 6,22, con un patrimonio di 191 milioni e un prestito di 1miliardo 189 milioni, con 123000 soci prestatori. Situazione come si vede, delicata. Si avvicinano alla soglia, Coop Centro Italia, 2,98 con 582 mln e Coop Lombardia, 2,68 con 1 miliardo 150 milioni.
Come stanno le coop emiliane di cui è in corso la fusione?
Coop Adriatica è al 2,07 con 255.000 soci e un prestito di 2 mld 284 milioni, poi Coop Nordest, 1,59 con 117.000 soci e un prestito 1 mld 500 milioni, infine Coop Estense, 1,22 con 84500 soci e 831 milioni di prestito.
Come si vede, anche le emiliane hanno un consistente prestito soci di 4 miliardi e mezzo, a cui vanno aggiunti i debiti verso terzi, banche comprese. Il prestito soci non sempre è amministrato bene, a parte le società messe in liquidazione, il patrimonio è investito spesso in attività finanziarie che non sempre danno soddisfazione, Coop Firenze ha ad esempio perso 400 mln investiti nel Monte Paschi, le emiliane e quelle del nord, controllano Finsoe, che controlla il gruppo Unipol-Sai, un gruppo importante, ma molto “nazionale” e che potrebbe in futuro necessitare di ricapitalizzazioni pesanti, insomma molte uova in uno stesso paniere.
Certamente il prestito serve alle Coop di consumo, che negli ultimi cinque anni con la rendita finanziaria hanno guadagnato 900 milioni, mentre con l’attività industriale 250.

Il patrimonio netto complessivo è di circa 2 miliardi 700 milioni, poco più della metà del prestito soci.

Dati rassicuranti?

Ognuno può farsi una opinione. Di sicuro c’è che la Banca d’Italia detta regole, ma non ha l’attività di controllo, che è in capo al ministero dell’Economia, che la appalta alle cooperative medesime.
Di certo le coop sono esentate dal costituire un fondo di garanzia a tutela dei depositi, ai quali il prestito soci può essere equiparato e invece ha meno garanzie di una obbligazione subordinata tier 1. E’ difficile anche spiegare perché le Coop di consumo guadagnino poco, probabilmente scontano una bassa efficienza, un esubero di personale, soprattutto nei ruoli impiegatizi e dirigenziali, conseguenza del legame con la politica, ma anche il disperdere energie a sostegno del Pd, attraverso sponsorizzazioni a feste, a giornali locali e attraverso il possesso di televisioni locali, che non solo producono perdite, ma divorano pubblicità, senza che vi sia un corrispettivo aumento delle vendite.
Fonte: qui

venerdì 10 giugno 2016

Il ritorno dei subprime (e della recessione)

Non si intravvedono buone notizie dal mondo finanziario, dove le manovre delle  rischiano di creare pericolose conseguenze(recessione)

Era il 1 luglio del 2005 quando il numero uno del Council of Economic Advisors dell'allora presidente, George W. Bush, parlò in questi termini alla Cnbc: «Non abbiamo mai vissuto un calo dei prezzi immobiliari su base nazionale. Quindi, io penso che i prezzi rallenteranno, forse si stabilizzeranno e potrebbero far rallentare un po' la spesa per consumi. Ma non penso che scosterà troppo il cammino dell'economia verso la piena occupazione».
L'uomo che pronunciò queste parole era Ben Bernanke, divenuto l'anno successivo presidente della Federal Reserve. Ovviamente, non aveva capito nulla e nell'arco di due anni il mercato immobiliare Usa si schiantò letteralmente e trascinò con sé l'intera economia, tanto che la gestione di Bernanke della Banca centrale Usa fu interamente dedicata a fare i conti con le conseguenze di quel crollo. 
Una delle ragioni base dell'accaduto fu l'esplosione della bolla subprime, dopo che le banche avevano passato anni a garantire mutui anche oltre il valore dell'immobile a cani e porci, inclusi appunto i clienti subprime, di fatto insolventi fin da principio.
Così facendo, ovvero offrendo mutui al 103-105% del valore dell'immobile, il mutuatario subprime di fatto veniva pagato per ottenere soldi: detto fatto, nel 2008 l'intero castello crollò miseramente. 
Bene, i subprime sono tornati. E non parlo dei prestiti legati al credito al consumo per l'acquisto di automobili o ai mutui scolastici, bensì della vera, grande bolla: i prestiti con tassi di interessi negativi fatti verso i governi sovrani.
Come vi pare possibile che il Giappone, la cui ratio debito/Pil è del 220%, sia anch'esso entrato a far parte del club di quei Paesi che possono indebitarsi a tassi negativi?
Parliamo di una nazione dove il servizio del debito drena ogni anno il 41% delle entrate del governo!
E vogliamo parlare della nostra Italia con il 133% di rapporto tra debito e crescita?
Anche noi, su alcune scadenze della curva obbligazionaria, piazziamo debito con tassi negativi. Insomma, i governi vengono pagati per prendere a prestito denaro, proprio come i mutuatari pre-2008 negli Usa: quando il bond va a maturazione, chi ha prestato soldi al governo di turno, riceve meno di quanto investito.  
Cosa lega le due cose?
Le certezze mal riposte. Nel primo caso di un mercato immobiliare i cui prezzi sarebbero continuati a salire, nel secondo l'assunto risk-free in base al quale gli Stati non falliscono e ripagano sempre i propri obbligazionisti. C'è però una differenza chiave: al picco della bolla immobiliare, dieci anni fa, si raggiunse un controvalore di mutui subprime nel sistema finanziario pari a 1,3 triliardi di dollari e quella cifra fu sufficiente a far collassare il sistema a livello globale e far fallire parecchie banche, Lehman in testa.

Sapete invece qual è il controvalore attuale della bolla sui prestiti a tassi negativi? 10,4 triliardi di dollari, otto volte tanto! Quella cifra mostruosa rappresenta il controvalore in circolazione di bond governativi con tassi di interessi sotto zero. 

E la cosa ancora più inquietante è la velocità con cui questa bolla è cresciuta e sta ancora crescendo: a gennaio di quest'anno il totale era di 5,5 triliardi, mentre solo un mese dopo si era arrivati a 7 triliardi e a maggio il controvalore nozionale era di 9,9 miliardi. Oggi siamo a 10,4. Praticamente raddoppiata da inizio anno, una bolla di dimensioni spaventose.

Questo cosa significa, che il sistema finanziario crollerà domani o tra un mese? No, soltanto che siamo nel medesimo trend che ha portato al 2008, ma con proporzioni di otto volte tanto e in continuo aumento, viste le scelte sia della Bce che della Bank of Japan. 
E la Fed? Il pessimo dato sull'occupazione di maggio reso noto venerdì ha tolto dal tavolo l'ipotesi di rialzo dei tassi alla prossima riunione del Fomc e, a parere di molti, occorrerà aspettare l'autunno perché se ne riparli. Lunedì la stessa Janet Yellen ha affermato che un numero «considerevole e inevitabile di incertezze potrebbe intaccare l'economia Usa e la strada intrapresa dalla Banca centrale statunitense». Tra queste, la debole crescita globale, gli scarsi investimenti societari, la bassa produttività negli Stati Uniti e le attese sull'inflazione. La Yellen ha quindi rimarcato che le scelte di politica monetaria non sono predeterminate, ma dipendono dai dati, aggiungendo che si «focalizzano sugli sviluppi economici di medio e lungo termine e sottolineando di essere pronta ad affrontare i rischi alla stabilità». Stando alla numero uno della Fed, inoltre, il Brexit avrebbe «ripercussioni notevoli sull'economia» e potrebbe cambiare in modo repentino il punto di vista degli investitori. Come dire, alla riunione del 15 giugno è escluso il rialzo dei tassi d'interesse. 

Porta aperta all'ipotesi di luglio? Nemmeno a parlarne. E sapete perché? Guardate il grafico sottostante, il quale ci mostra come negli Usa il totale del debito in circolazione non abbia precedenti. Il valore facciale totale di tutti i bond statunitensi, inclusi Treasuries, debito delle agenzie federali, mutui, debito corporate, municipale e Abs è pari a 40 triliardi di dollari stando a dati della Securities Industry and Financial Markets Association, mentre per Barclays quella cifra è inferiore, esattamente 17 triliardi, visto che il suo indice US non include alcune categorie di debito come i money markets con una bassa durata. 

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In termine di dollari reali, il debito Usa in circolazione è aumentato del 60% dal 2000 a oggi, ma utilizziamo per la nostra simulazione il dato conservativo di Barclays, ovvero i 17 triliardi. Ma non è solo l'ammontare nozionale di quel debito a contare, bensì anche la sua durata: la maturity media del debito corporate Usa emesso nel 2015 e nel 2016 è di oltre 16 anni, contro la media di 8,6 anni del periodo 1995-2005 e questo vale anche per i Treasuries, ancorché con prolungamenti meno accentuati. Nel 1994, lo yield medio sul bond index era del 5,6% contro l'attuale 2,2% e questo ci dice una cosa semplice: coupon obbligazionari più bassi significano che proporzionalmente sempre più cash-flow di quei bond proviene dal principale, il quale tende a essere distribuito verso la fine della durata dell'obbligazione. 
Bene, sapete in un contesto del genere cosa significherebbe un aumento dei tassi del Fed di un punto percentuale? Combinando la durata stimata del bond medio di 5,6 anni e un'esposizione nozionale di 17 triliardi di dollari, come nel calcolo di Barclays e l'attuale prezzo del bond in dollari di 105,6, abbiamo che uno scostamento di 100 punti basi sui tassi di interesse si sostanzierebbe in perdita di valore di mercato pari a 1 triliardo di dollari. Ma, come vi ho detto, questo usando la cifra conservativa di Barclays. Se usiamo il controvalore inclusivo di tutte le categorie di debito Usa, ovvero 40 triliardi, la perdita stimata di valore di mercato sarebbe di 2,4 triliardi di dollari.
E guardate che anche la perdita più bassa, quella da 1 triliardo di dollari, farebbe un danno notevole al mercato, visto che sarebbe il doppio della perdita di valore di mercato patita durante la sell-off obbligazionari del 1994, aggiustando ovviamente il dato all'inflazione. 
Capito perché, miracolosamente, il dato occupazionale di maggio negli Usa, dopo mesi consecutivi di record infranti, è stato così deludente? Serviva un alibi credibile per calciare ancora un po' in avanti il barattolo, tanto più che da questa settimana la Bce comincerà ad acquistare debito corporate in seno al programma del Qe e quindi molti emittenti statunitensi in euro potranno piazzare altri bond alla Banca centrale, la quale opera front-load sul mercato e acquista pressoché tutto ciò che non è finanziario. 
Ma c'è un rischio insito anche in questa dinamica e ce lo mostra il grafico più sotto, il quale ci fa vedere come, in base a calcoli di Deutsche Bank, il debito corporate non finanziario sia aumentato di 2 triliardi di dollari tra il quarto trimestre del 2010 e lo stesso periodo del 2015: bene, il grafico mostra come la ratio tra debito corporate non finanziario e Pil nominale sia oggi al livello più alto dal secondo trimestre del 2009, quando l'economia era in recessione e la produzione nominale era sostanzialmente depressa. Ecco la seconda ragione per cui la Fed deve essere tremendamente cauta sul rialzo dei tassi, nonostante i proclami pubblici: il ciclo del business si sta esaurendo con un'esposizione debitoria corporate ai massimi, mentre in contemporanea cresce la bolla dei tassi di interessi negativi sul debito sovrano. Un combinato devastante che fa dire a Deutsche Bank, al termine del suo report, quanto segue:  «Questa dinamica implica che l'economia potrebbe entrare in recessione già nella seconda metà di quest'anno». Auguroni. 
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8 giugno 2016
Mauro Bottarelli
Fonte: qui

giovedì 9 giugno 2016

Su cosa è basato l'attuale sistema economico?

È risaputo che la crisi economia è iniziata a dicembre 2007 negli Stati Uniti, quando il mercato mobiliare americano prima, e quello finanziario poi, scoppiò sotto il peso della speculazione finanziaria. Alcuni economisti hanno teorizzato l’inizio della speculazione finanziaria il 15 agosto 1971.

Almeno una volta si è sentito parlare degli accordi Bretton Woods, che si tennero nel New Hampshire tra l’1 e il 22 Luglio 1944. Lo scopo dell’accordo di Bretton Woods, era quello di stabilizzare i cambi ed evitare fluttuazioni di capitali, in sostanza prevenire ciò che accadde nella depressione del 29; per questo si decise di legare tutti i cambi al dollaro, che a sua volta dipendeva dall’oro. Vi parteciparono molti paesi, tra cui anche l’URSS e tutti quei paesi che erano già sviluppati, ma anche quelli più poveri e in via di sviluppo.
Qui fu progettato anche il Fondo Monetario Internazionale, che divenne operativo il 27 Dicembre 1945 quando 29 paesi decisero di aderirvi. Inoltre fu durante gli accordi di Bretton Woods che venne deciso di fissare il prezzo delle materie prime e i relativi scambi commerciali, solo in dollari. In poche parole gli accordi di Bretton Woods dovevano fungere da strumento anti crisi per prevenire ciò che accadde durante la grande depressione del 1929, e gli U.S.A. hanno fatto di tutto per porsi come punto nevralgico, in modo da poter controllare l’economia mondiale.Purtroppo non tutti sanno che questi accordi furono stralciati il già citato 15 agosto 1971, giorno in cui Richard Nixon decise di annullare gli accordi di Bretton Woods.
Ma perché l’allora presidente degli Stati Uniti decise, in maniera unilaterale, di porre fine a tale accordo? Il motivo fu semplice, gli accordi di Bretton Woods prevedevano che la moneta fosse stampata non a proprio piacimento, ma solo in proporzione alla quantità di oro che ogni nazione ha nelle sue casseforti, e questo andò a genio agli Stati Uniti fino a quando un gruppo di contadini asiatici dimostrò che le forze militari americane non erano poi così invincibili. Per finanziare la guerra in Vietnam, gli Stati Uniti spesero circa 12000 tonnellate d’oro, e le riserve auree statunitensi si assottigliarono così tanto che appunto Nixon fu costretto a recidere gli accordi di Bretton Woods.
Da quel famoso 15 agosto 1971, non c’è un reale accordo fra paesi, quindi da quel momento il mercato finanziario ha iniziato un nuovo periodo senza regole sostanziali, con le valute che hanno potuto e possono anche tutt’ora fluttuare più liberamente; tutta questa libertà ha dato il via anche alle speculazioni finanziarie, che a poco a poco hanno iniziato a diventare sempre più grandi fino a quando nel 2007 il sistema finanziario, malato fino all’osso, ha fatto crac, e ciò che più preoccupa è che nonostante tutto la quantità di prodotti finanziari, derivati e via dicendo ha ripreso vertiginosamente a crescere, c’è addirittura chi sostiene che il livello speculativo nell’economia, oggi sia più alto di quello del 2008, quando anche l’Italia entrò in piena crisi.Se oggi gli U.S.A. continuano a vantare una posizione economica forte, rappresentata prima di tutto dal dollaro, è solo perché molti dei suoi alleati politici ancora glielo permettono. Di fatto è risaputo che gli U.S.A. hanno svuotato i loro caveau d’oro, e l’esempio più tangibile inizia proprio nel 2007, quando la Germania chiese alla FED la restituzione di 54000 lingotti d’oro che quest’ultima consegnò 50 anni prima agli americani, ovviamente la Germania non fu la sola a trasportare le sue riserve auree negli States, tra queste c’è pure l’Italia… Fatto sta che dopo anni ti tentennamenti la FED ha concordato nel 2013 una restituzione graduale spalmata in sette anni, ossia fino al 2020. Il perché mi sembra abbastanza chiaro,  basti pensare che solamente nel 2011, fu permesso agli ispettori tedesco di poter entrare in uno dei 9 caveau dove era custodito l’oro tedesco, e sotto espressa richiesta della FED i risultati della pesatura dei lingotti d’oro venne tenuta segreta..
Il dollaro continua a restare forte solo perché, come concordato negli accordi Bretton Woods, per prassi molti accordi internazionali, e non solo di materie prime, continuano ad essere effettuati in dollari, il fatto è che molti stati hanno capito che le basi su cui regge il dollaro non sono poi così forti come molti vogliono far credere, per questo ad esempio, molti scambi che avvengono fra economie emergenti, oggi vengono regolati tramite le loro rispettive monete nazionali, Russia e Cina in primis, consci della debolezza intrinseca del dollaro.
Bandiera USA
Il biglietto verde continua a sopravvivere grazie alla fiducia che i partner europei continuano a riporre in esso, che cosa succederebbe al dollaro se domani tutti i paesi europei decidono di chiedere indietro tutto l’oro dato in custodia 50 anni fa? Inizierebbe una svalutazione che andrebbe ad incidere pesantemente sulle sorti del debito pubblico americano. Anche per questa ragione, Cina e Russia, anche se alle prese con la crisi economica, stanno continuando ad incrementare le loro riserve auree, perché hanno capito che questo sistema economico senza regole, che rasenta l’anarchia, prima o poi imploderà definitivamente, ed allora bisognerà ritornare al “gold standard” o in ogni caso a regole che stabilizzano il mercato internazionale. Se si guarda alla situazione economica attuale, sembra chiaro che il giorno in cui dovranno essere rinegoziati degli accordi sulla falsa riga di Bretton Woods non è poi così lontano.. così come gli attori chiavi non
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giovedì 26 maggio 2016

UNA VORAGINE SQUARCIA IL GIGLIO MAGICO DI MATTEO RENZI

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CHI EBBE IL SUO PRIMO INCARICO NEL CDA DI PUBLIACQUA, CHE GESTISCE I TUBI SCOPPIATI A FIRENZE? MARIA ELENA BOSCHI!

IL PRESIDENTE ERA ERASMO D'ANGELIS, DALL''UNITÀ' A PALAZZO CHIGI. L'AD? IRACE, CHE MARINO IMPOSE ALL'ACEA - ORA LA GUIDA FILIPPO VANNONI, CONSULENTE DEL GOVERNO E MARITO DI LUCIA DE SIERVO, EX CAPO DI GABINETTO DI RENZI, SORELLA DEL RENZIANO LUIGI. ECC ECC.

Nardella: “Publiacqua deve spiegazioni a me e ai cittadini". Basta che alza il telefono o si guarda intorno a cena: l'azienda è da sempre inzeppata di renzianissimi della prima, seconda e ultima ora...

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NARDELLA BOSCHI
"Bollette care e rete idrica dissestata”. A poche ore dall’apertura della voragine sul Lungarno a Firenze provocata da un guasto a due tubature dell’acquedotto, sotto accusa è finita la partecipata comunale Publiacqua. “Gestione criminale”, ha attaccato la deputata M5s Federica Daga. L’azienda, a cui anche il sindaco PD Dario Nardella ha chiesto spiegazioni, ha detto di aver registrato due allarmi, uno dopo mezzanotte e uno alle 6.15 di questa mattina e di essere intervenuta tempestivamente: “Le cause della rottura possono essere diverse, stiamo facendo tutte le verifiche necessarie”, hanno fatto sapere.
firenze lungarno
FIRENZE LUNGARNO

Nella società per il 60 per cento pubblica negli ultimi anni sono passati, anche per volontà del presidente del Consiglio (ex sindaco di Firenze ed ex presidente della Provincia), alcuni dei personaggi più noti della galassia renziana: il primo incarico dell’attuale ministra per le Riforme Maria Elena Boschi è stato proprio nel cda di Publiacqua; il presidente dal 2009 al 2012 è stato Erasmo D’Angelis, poi sottosegretario alle Infrastrutture a Palazzo Chigi nel governo Letta e per un periodo direttore de l’Unità; alla guida attualmente c’è Filippo Vannoni, consulente del governo per le politiche economiche, ma anche marito dell’ex dirigente del comune di Firenze ed ex capo di gabinetto di Renzi sindaco Lucia De Siervo.

Ma non solo: l’ex amministratore delegato è Alberto Irace, manager che il leader Pd già aveva voluto nel consiglio d’amministrazione della romana Acea; l’attuale ad è invece Alessandro Carfì, marito ai Alessandra Cattoi che fu portavoce del sindaco di Roma Ignazio Marino ed ex assessore alla scuola della stessa giunta.

firenze lungarno
FIRENZE LUNGARNO
M5s: “Perdite riscontrate da tempo. Gestione criminale”
Ad attaccare la gestione renziana sono ora i 5 stelle: “Il crollo di Lungarno”, ha continuato Daga, “alza il sipario sulla criminale gestione della risorsa idrica a Firenze di cui Renzi si è fatto promotore e che Nardella sta proseguendo. Publiacqua ha sempre giustificato il costo esorbitante delle bollette dell’acqua (402 euro a famiglia nel 2015, l’ottava città più cara d’Italia) con l’enorme mole di investimenti sulla rete (50 euro a utente l’anno, contro una media nazionale di 27 euro).

filippo vannoni
FILIPPO VANNONI

Le bugie hanno le gambe corte. E le voragini. Il danno per Firenze è incalcolabile”.

Il collega grillino Alfonso Bonafede ha concluso: “Non ci venissero a raccontare che questo disastro è frutto di una rottura notturna della tubazione. Le perdite erano riscontrate da tempo. In attesa di conoscere le responsabilità, sottolineiamo però che vogliamo sapere come sono stati investiti i soldi del gestore è un colabrodo”. A Firenze, hanno spiegato infine Daga e Bonafede, “c’è un reticolo idrico fatto da 225 km di tubi in amianto, mentre quelli che non sono in amianto determinano perdite d’acqua fino al 51%. Acqua che i cittadini pagano lo stesso ma che poi finisce per erodere il terreno e determinare, come in questo caso, crolli e cedimenti un po’ su tutto il territorio”.
alberto irace erasmo d angelis matteo renzi
ALBERTO IRACE, ERASMO D'ANGELIS E MATTEO RENZI IN "QUI SI MANGIA!!!"
Nardella: “Publiacqua deve spiegazioni a me e ai cittadini” - Intanto il primo cittadino dem Nardella, intervista dal Tgr della Toscana si è rivolto proprio a Publiacqua e ai suoi tecnici per avere “risposte” su cosa sia accaduto tra il primo e il secondo guasto alle tubature dell’acquedotto. “Non solo aspettano i cittadini ma aspetto io come sindaco informazioni che Publiacqua deve dare”, ha detto.
Nardella rispondendo a una domanda sull’allagamento verificatosi intorno a mezzanotte e mezzo, e alle lamentele di alcuni cittadini su mancati interventi il sindaco ha detto che i “soccorsi sono stati tempestivi”, che la segnalazione è arrivata per prima alla centrale del 113 che poi ha allertato vigili fuoco e polizia municipale, intervenuti sul posto. La strada, ha spiegato ancora il sindaco, è stata chiusa e sono state spostate anche 12 auto. Da capire, ha aggiunto, cosa sia successo tra il primo e il secondo guasto dell’acquedotto, e su questo Publiacqua deve “dare risposte”.
lucia de siervo
LUCIA DE SIERVO

Il sindaco ha poi definito “doverosi gli accertamenti della magistratura”, che sulla voragine ha aperto un’inchiesta. Ancora, alla domanda se teme possibili ripercussioni per l’economia della città, li ha esclusi spiegando che il danno riguarda un’area circoscritta. Di sicuro però, ha aggiunto, “la rete idrica va tenuta sotto controllo e va ricostruita la dinamica di quanto accaduto”.
Publiacqua: “Rotti due tubi, sotto esame le cause del crollo” - Sono due i tubi dell’acqua che si sono rotti, il primo dei quali ha provocato l’allagamento ripreso anche in video girati da passanti dopo la mezzanotte, il secondo che ha interessato quella che viene definita la ‘dorsale’ della riva sinistra dell’Arno. Ma su quale sia stata la causa che ha determinato poi la voragine sono in corso verifiche.
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RENZI NARDELLA
E’ quanto ha spiegato Alessandro Carfì, ad di Publiacqua. “Per capire meglio dobbiamo verificare le condizioni dell’asfalto e della tubatura. In questo momento possiamo solo dire che le cause possibili possono essere diverse. Potrebbe essere anche un flusso d’acqua arrivato da un canale”.

Carfì ha anche spiegato che il tubo principale che si è rotto “aveva 60 anni circa e rientrava tra quelli già inseriti nel piano di sostituzione programmati dalla società”.

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FIRENZE LUNGARNO
Su quanto accaduto stanotte, Publiacqua ha specificato di aver registrato a mezzanotte e mezzo “un calo di pressione grazie a un meccanismo di monitoraggio telemetrico”, che “interessava il tubo passante: le squadre di Publiacqua sono intervenute dopo la rilevazione. Nello stesso momento cittadini hanno informato sulla fuoriuscita di acqua il 113, che ha avvertito le altre forze dell’ordine. Dopo l’intervento non è stato registrato alcun calo di pressione. Alle 6.15 è scattato un secondo allarme” con conseguente nuovo intervento, tuttora in corso. Publiacqua in precedenza aveva anche spiegato che dopo la perdita d’acqua intorno a mezzanotte e mezzo, è stata eseguita “tra le 1 e le 4″ la chiusura della tubazione interessata.

Fonte: qui