9 dicembre forconi

venerdì 1 giugno 2018

EUROPA A PEZZI: ANCHE IL GOVERNO SPAGNOLO È AL CAPOLINEA

AL VIA IL DIBATTITO SULLA SFIDUCIA A RAJOY, CHE ACCUSA IL SOCIALISTA SANCHEZ: “VUOLE DIVENTARE PREMIER A QUALSIASI COSTO, CON L’APPOGGIO DI CHIUNQUE”

Roberto Pellegrino per il Giornale
mariano rajoy 1MARIANO RAJOY 

Non ha alcuna intenzione di cedere, ma sa che entro le prossime 48 ore, si deciderà il suo futuro di premier, iniziato il 21 dicembre del 2011, quando la crisi economica aveva costretto la Spagna alla sudditanza verso i parametri della Troika.

Lui, il grigio politico formatosi con caparbietà nelle file dei Popolari galiziani, aspettava dal 2004 il suo momento, rimandato per ben due volte, in sette anni dai progressisti di Zapatero.

Non era molto amato da José María Aznar, la grande eminenza della destra iberica, e non era conosciuto dagli spagnoli, ma in quel momento storico, Mariano Rajoy era il meno peggio tra tutti i politici cui affidare il Paese a rischio default.
mariano rajoy 2MARIANO RAJOY 2

A distanza di sette anni, quando tutti davano le colpe ai Socialisti per quei 6 milioni di disoccupati (su un popolazione di 44 milioni) e per non avere protetto la Spagna dalla bufera finanziaria, ora è lui il presidente del Governo arrivato al capolinea, benché tutte le sue ragioni del mondo.

Come il collega socialista che lo ha preceduto, forse non riuscirà a portare a termine due mandati consecutivi. Il 2020 sembra troppo lontano, anche se Rajoy ripete che non vuole lasciare.
pedro sanchez mariano rajoyPEDRO SANCHEZ MARIANO RAJOY

«La mozione di sfiducia dei Socialisti (contro di lui, segretario del PP decimato dagli arresti del caso di corruzione Gürtel, ndr) è cattiva per la Spagna, perché va contro la stabilità del Paese e serve solo a Pedro Sánchez.

PEDRO SANCHEZPEDRO SANCHEZ
Lui vuole diventare premier a qualunque costo, con l' appoggio di chiunque, compresi i partiti separatisti». Lo ripete da giorni, mentre intravede i lunghi coltelli dei Socialisti e il volta spalle degli ex alleati di Ciudadanos che, invece che salvarlo, chiedono a gran voce lo scioglimento delle Camera per andare al voto: per gli spagnoli sarebbe la terza volta in meno di due anni.
ALBERT RIVERAALBERT RIVERA

«Per quanto dipende da me, tutte le legislature durano quattro anni, sciogliere le Camere è una mia esclusiva prerogativa». Così Rajoy risponde, a muso duro, agli arancioni di Albert Rivera, resuscitati dai sondaggi favorevoli e prossimo exploit politico, dopo le regionali in Catalogna, a livello nazionale, ma sicuramente contrari alla mozione di sfiducia che Sánchez sta febbrilmente legittimando tra le forze politiche al Congreso.

irene montero pablo iglesiasIRENE MONTERO PABLO IGLESIAS
Ieri, il Partito Nazionalista basco (PNV) gli ha detto di no. Mariano ripete all' emiciclo che lo vuole decaduto: «State creando l' instabilità che la Spagna», ora che ha ripreso a crescere il Pil «non può permettersi». E ora che lo scoglio dell' approvazione della manovra fiscale per il 2019 è passata, con l' appoggio determinante di Ciudadanos. Venerdì pomeriggio si sapranno le sorti di Rajoy.

Intanto, i nazionalisti catalani sono pronti a stappare lo champagne, se Mariano salta.
E non sanno che, anche con l' eventuale apertura della loro causa a un governo socialista, creerà attorno a loro ulteriori gravi tensioni e dissensi, risvegliando le voglie indipendentiste dei baschi, dei navarri e dei galiziani.

RAJOYRAJOY
E se si andasse alle urne prima del 2020, giungerebbero guai peggiori: i sondaggi danno un trittico finale di pareggio: Il PP, il PSOE e Ciudadanos tutti al venticinque per cento, quindi uno stallo politico in cui la chiave dell' alleanza sarà in mano a Rivera, che, al contrario, questa volta, punterà da solista alla Moncloa. E Podemos? Iglesias non riuscirà a ripetere i successi passati, avrà meno del 15%, un numero inutile per allearsi.

Fonte: qui

RAJOY SFIDUCIATO, IL SOCIALISTA SANCHEZ PER 10 VOTI SU 350 GLI SOFFIA IL POSTO. E PER PRIMA COSA GARANTISCE ‘IL RISPETTO DEGLI IMPEGNI CON L’EUROPA’, CASOMAI AI MERCATI VENISSE IN MENTE UNA BELLA SHITSTORM PURE SU MADRID 

LO SCONFITTO: IL VOSTRO È UN GOVERNO PERICOLOSO, FRANKENSTEIN. 

IN EFFETTI SANCHEZ HA SOLO 85 DEPUTATI, GLI ALTRI LO HANNO VOTATO SOLO PER LO SCANDALO CORRUZIONE DEL PARTIDO POPULAR

SPAGNA: RAJOY SFIDUCIATO, SANCHEZ NUOVO PREMIER

 (ANSA) - Il Congresso dei deputati spagnolo ha sfiduciato il premier conservatore Mariano Rajoy, raggiungendo i 176 voti necessari su 350, secondo il conteggio in diretta della tv pubblica Tve. Il leader socialista Pedro Sanchez diventa automaticamente il nuovo capo del governo di Madrid.

La presidente del Congresso Ana Pastor ha annunciato che la mozione di sfiducia ha ottenuto 180 voti a favore, 169 contrari e 1 astensione. Pastor ha detto che comunicherà a re Felipe VI il risultato del voto e che "il candidato Pedro Sanchez ha ottenuto l'investitura della fiducia della camera".

SPAGNA: SUBITO DOPO VOTO RAJOY STRINGE MANO A SANCHEZ

pedro sanchezPEDRO SANCHEZ
 (ANSA) - Subito dopo l'annuncio del risultato del voto sulla mozione si sfiducia, il premier spagnolo uscente Mariano Rajoy si è avvicinato nell'aula del Congresso al suo successore Pedro Sanchez stringendogli la mano e congratulandosi. Rajoy subito dopo ha lasciato l'aula senza fare dichiarazioni.

SPAGNA: RAJOY SI CONGRATULA CON SANCHEZ

 (ANSA) - Il premier uscente spagnolo Mariano Rajoy in un breve intervento dalla tribuna del Congresso poco prima del voto della sfiducia si è congratulato con il leader socialista Pedro Sanchez, che diventerà il nuovo capo del governo: "da democratico accetterò il risultato del voto". Rajoy ha detto che "è stato un onore essere presidente del governo, e avere lasciato una Spagna migliore".

pedro sanchez pablo iglesiasPEDRO SANCHEZ PABLO IGLESIAS
SPAGNA: SANCHEZ,GARANTISCO RISPETTO IMPEGNI CON EUROPA

(ANSA) - Il leader socialista Pedro Sanchez, che dopo l'imminente voto di sfiducia a Mariano Rajoy diventerà il nuovo capo del governo spagnolo, ha detto davanti al Congresso che il suo esecutivo garantirà il rispetto degli impegni presi con l'Europa e la stabilità.

SPAGNA: LEADER PSOE,GOVERNO SANCHEZ SEGUIRÀ MODELLO ZAPATERO

(ANSA) - Il nuovo governo spagnolo che formerà il leader socialista Pedro Sanchez seguirà "il modello di quello di José Luis Zapatero": lo ha affermato aprendo l'ultima parte del dibattito sulla mozione di sfiducia al premier conservatore Mariano Rajoy la capogruppo socialista Margarita Robles. Robles ha denunciato l'assenza in aula di Rajoy, che ha accusato di "mancare di rispetto" al parlamento.

RIBALTONE A MADRID, FINISCE L’ERA RAJOY OGGI AL VOTO LA MOZIONE SOCIALISTA, IL LEADER SANCHEZ SARÀ PREMIER. LO SCONFITTO: IL VOSTRO È UN GOVERNO PERICOLOSO

Francesco Olivo per la Stampa

stretta di mano rajoy sanchezSTRETTA DI MANO RAJOY SANCHEZ
Mariano Rajoy ha scoperto ieri cosa significa governare in minoranza: le opposizioni si mettono insieme per un solo giorno e cambiano in un attimo il premier. Al congresso dei deputati di Madrid si vota stamattina e l’esito appare scontato: il capo socialista Pedro Sanchez diventerà capo del governo, con il via libera, abbastanza clamoroso, degli indipendentisti catalani, che tornano a fare politica a Madrid. La Spagna si ritrova così all’improvviso con una situazione di instabilità (Sanchez ha solo 85 deputati su 350) che preoccupa, va da sé, i mercati. La mozione di censura contro uno dei leader più longevi d’Europa ha raccolto tutti gli appoggi necessari e Rajoy a mezzogiorno e mezza potrebbe ritrovarsi capo dell’opposizione.

La proverbiale arte di Don Mariano, la resistenza infinita, stavolta sembra non aver pagato. A farlo cadere è stata una sentenza (di primo grado): il Partito popolare è stato finanziato per anni da un’organizzazione corrotta che si aggiudicava appalti a Madrid e Valencia e in cambio versava milioni nelle casse del Pp. Il tesoriere Barcenas si è preso 33 anni di carcere, ma è lo stesso partito a esser stato condannato dai giudici.
pedro sanchez mariano rajoyPEDRO SANCHEZ MARIANO RAJOY

Grazie ai soldi della «trama Gurtel» i dirigenti popolari si sarebbero assegnati uno stipendio parallelo. Insomma, l’affare va al di là delle ruberie nelle gare d’appalto in Comuni di provincia e l’opposizione ne ha approfittato per assediare la Moncloa: «Siamo governati da delinquenti», ha dichiarato il leader di Podemos Pablo Iglesias. L’analisi di Rajoy è stata in pieno stile «Mariano»: zero autocritica e spalle larghe. Ma la parola d’ordine di sempre, «casi isolati», stavolta non è bastata.

La bomba atomica

pedro sanchez al marePEDRO SANCHEZ AL MARE
Pedro Sanchez, il segretario socialista, ha taciuto per un giorno, «aspettavo di sentire le sue scuse al Paese», ha dichiarato ieri, e poi ha sganciato la bomba atomica: mozione di censura. Per riuscirci serviva mettere d’accordo partiti diversissimi tra loro, dagli indipendentisti catalani, gli autonomisti baschi e i post indignados di Podemos, «una coalizione Frankenstein», ha ironizzato Rajoy, che però ieri è diventata una coalizione che ha consentito un inedito ribaltone (pienamente costituzionale).

pedro sanchez al marePEDRO SANCHEZ AL MARE
Il primo tempo del dibattito parlamentare è andato in scena ieri. Rajoy si è presentato con lo stile del deputato navigato di sempre, puntuto, a tratti ironico, finto rilassato («Per me è una seduta molto piacevole»). I colpi di Sanchez non lo hanno demolito nella dialettica, ma hanno convinto i pochi indecisi a dargli la spallata definitiva. Il ruolo più complicato è toccato al Partito nazionalista basco, una formazione moderata, che solo una settimana fa aveva consentito a Rajoy l’approvazione della Finanziaria.
irene montero pablo iglesiasIRENE MONTERO PABLO IGLESIAS

I cinque deputati autonomisti non se la sono sentita di tornare nella patria basca con la medaglia scomoda di salvatori di una destra poco amata (eufemismo) da quelle parti e oggi diranno sì a Sanchez. C’è ancora un modo per fermare il ribaltone iberico: le dimissioni di Rajoy. Ieri l’hanno chiesto tutti, a partire da Sanchez: «Si dimetta e fermiamo la mozione». Il leader di Ciudadanos, la formazione liberale, diventata nazionalista, ha proposto un patto al premier: «Lei convochi subito elezioni e si dimetta, così si eviterebbe di far decidere Puigdemont».
pablo iglesias e irene monteroPABLO IGLESIAS E IRENE MONTERO

Lui non ha ceduto e va alla conta: «Quello del Psoe sarà un governo pericoloso». I suoi dicono che non vede l’ora di fare il capo dell’opposizione a Frankenstein. In pochi, nei corridoi del Congresso, ci credono.

Fonte: qui

IL PROBLEMA DELL’ITALIA CON LE SANZIONI ALL’IRAN

A GENNAIO IL MEF AVEVA INCARICATO INVITALIA DI ATTRARRE FINANZIAMENTI DA TEHERAN, SENZA TENER CONTO DELLE SANZIONI 

TUTTO FERMO, SI ASPETTA DI SAPERE CHE NE PENSA BRUXELLES (E IL NUOVO GOVERNO)

Michele Arnese per www.startmag.it

GENTILONI PADOANGENTILONI PADOAN
Fatti e indiscrezioni su una recente riunione al ministero degli Esteri sul dossier Iran

È fermo il progetto dell’Italia, architettato dal governo Gentiloni, per sostenere imprese e banche italiane in Iran.

È quanto la constatazione che hanno avuto manager, capi azienda e banchieri che hanno partecipato nei giorni scorsi a una riunione sul tema al ministero degli Esteri, secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine.

Si deve attendere, in altri termini, una posizione comune dell’Unione europea sull’Iran viste le sanzioni Usa annunciate da Donald Trump contro il regime iraniano e accolte con favore da Israele.

Anche se da ambienti diplomatici italiani − è stata l’impressione avuta da alcuni dirigenti di azienda presenti alla riunione − filtra il timore che la Francia possa riuscire ad avere esenzioni ad hoc grazie a un’azione di moral suasion di Macron con la Casa Bianca.
TRUMP IRAN SANZIONITRUMP IRAN SANZIONI

A gennaio, il ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, aveva controfirmato al Tesoro un accordo quadro di finanziamento fra Invitalia Global Investment e due banche iraniane, proprio a sostegno degli investimenti italiani.

Una decisione presa vista la riluttanza di Sace e Cassa depositi e prestiti (Cdp) sul dossier iraniano per non irritare gli Stati Uniti, è stata l’interpretazione pressocché unanime di addetti ai lavori e osservatori.

paolo gentiloniPAOLO GENTILONI
C’è stato poi un decreto che ha attuato un articolo della legge di Stabilità 2018 sulla garanzia statale di 5 miliardi per le imprese che investono in Iran.

Ecco il progetto architettato dal Tesoro: creare una società per azioni controllata da Invitalia, l’agenzia statale per attirare investimenti stranieri, chiamata Invitalia Global Investment.

Fin dall’articolo 1 del decreto è chiaro che il governo è consapevole che ci potranno essere problemi con le sanzioni”, ha scritto settimane fa Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano.

Infatti nel decreto è specificato che “in considerazione dello specifico ambito in cui opera e dei diversi rischi legati all’esercizio delle funzioni a essa assegnate, Invitalia Global Investment opera quale entità indipendente e separata”. “Ma non è certo separata dallo Stato, visto che è autorizzata a rilasciare garanzie che sono il sogno di ogni imprenditore”, ha chiosato il Fatto.

Jeroen Dijsselbloem Piercarlo PadoanJEROEN DIJSSELBLOEM PIERCARLO PADOAN
La garanzia pubblica, infatti, copre “qualsiasi inadempimento da parte del debitore principale e/o di terzi co-obbligati e/o di terzi garanti, quale ne sia la ragione o la causa”.

Ma il progetto di Gentiloni e Padoan di fatto resta al palo. In attesa di una posizione della Commissione europea, più che del nuovo governo in Italia, è stata la conclusione della riunione a porte chiuse nei giorni scorsi alla Farnesina tra diplomatici, dirigenti ministeriali, esponenti istituzionali e capi delle aziende italiane pronte a investire in Iran anche sulla base di un accordo degli ultimi due governi italiani.

Fonte: qui

IL PIANO B DEL PRESIDE DELLA FACOLTA' DI ECONOMIA DI TOR VERGATA CHE POTREBBE ESSERE IL NUOVO MINISTRO DEL TESORO: NEL 2016 SI DICEVA D’ACCORDO CON SAVONA E PARLAVA DI “COMPETIZIONE TRUCCATA IN EUROPA CHE FAVORISCE LA GERMANIA”

PERCHÉ DI MAIO E SALVINI DEVONO CONCENTRARSI SULLA POLITICA INDUSTRIALE. L’OPINIONE DI TRIA
Giovanni Tria per http://formiche.net/ (14 maggio 2018)

GIOVANNI TRIAGIOVANNI TRIA
Un programma di governo sul quale costruire un’alleanza politica in grado di ottenere la fiducia parlamentare è qualcosa di diverso da un programma elettorale, ma non di molto.

Si indicano le direzioni di marcia, i provvedimenti chiave, le priorità. Così sembra essere il programma economico, di cui si conoscono ancora solo le indiscrezioni al momento di scrivere, contenuto nel “contratto alla tedesca” che il Movimento Cinquestelle e la Lega si apprestano a sottoscrivere per formare un governo.

Un giudizio preliminare si dovrebbe quindi limitare a valutarne la coerenza strategica più che la cosiddetta compatibilità con i mezzi di bilancio a disposizione. Non perché essi non siano limitati, ma per due motivi fondamentali.

Il primo è che il costo delle riforme, o più modestamente dei provvedimenti annunciati, dipende dalla loro specifica configurazione una volta che l’annuncio si dovrà tradurre in norme.

Con tutto il rispetto per le competenze riunite intorno al tavolo politico delle trattative, poi le norme attuative dei propositi si dovranno scrivere con le competenze istituzionali in grado di misurare effetti di bilancio e coerenze legislative di sistema.

E in genere la realtà delle cifre ridimensiona spesso la visione. Il secondo è che fino ad oggi non è emerso un accordo chiaro su quali siano i paletti di bilancio che si vorranno rispettare. In altri termini, se le compatibilità di bilancio del programma dipenderanno da un improbabile mutamento delle regole europee (abbiamo già avuto un governo che è partito con il proposito di battere i pugni sul tavolo a Bruxelles) o se queste regole saranno forzate.

SALVINI DI MAIOSALVINI DI MAIO
Se andiamo quindi alla coerenza strategica, la prima questione sollevata dalla maggioranza dei commentatori è il contrasto potenziale tra l’obiettivo del reddito di cittadinanza e quello della flat tax, i due provvedimenti simbolo dei partiti che si accingono a firmare il contratto di governo.

Essi rispondono, si dice, a due visioni diverse del modo in cui si dovrebbe uscire dalla crisi di bassa crescita dell’Italia. In realtà anche qui è il particolare e specifico mix dei due che determinerà il risultato.

Non sappiamo ancora cosa sarà questo reddito di cittadinanza e, quindi, le risorse richieste e l’ampiezza del pubblico dei beneficiari. Esso sembra oscillare tra una indennità di disoccupazione un poco rafforzata, (e tale da avvicinarla a sistemi già presenti in altri paesi europei, come ad esempio in Francia, certamente più generosa dell’Italia con chi perde il lavoro) e magari estesa a chi è in cerca di primo impiego, e un provvedimento, improbabile, tale da configurare una società in cui una parte della popolazione produce e l’altra consuma.

paola savona villa borghesePAOLA SAVONA VILLA BORGHESE
Poiché l’oscillazione di cui parliamo è solo nel dibattito politico-filosofico, mentre la realtà, se il governo si farà, ci offrirà una versione prossima alla prima ipotizzata, non si vede un contrasto pregiudiziale con una politica orientata alla crescita e alla sfida della globalizzazione. D’altra parte, ristrutturazioni e innovazione tecnologica richiedono transizioni da sostenere sul piano sociale.

Più interessante è l’obiettivo della flat tax, che coincide con l’obiettivo di riduzione della pressione fiscale come condizione di una politica di crescita, soprattutto se si vede questo obiettivo non tanto come un modo per aumentare il reddito spendibile di famiglie e imprese, e quindi sostenere la domanda interna, ma come un modo per aumentare il rendimento dei fattori produttivi, lavoro e capitale, e quindi anche degli investimenti.

Naturalmente, conterà anche in questo caso la sua declinazione specifica per valutarne la sostenibilità. Si parla di partire con una doppia aliquota. La questione è tecnicamente complessa ma ciò che conta è avviare il processo di semplificazione del sistema e la sua sostenibilità dipende non tanto dall’aliquota unica o le due aliquote, ma dal livello delle aliquote.

La scommessa, secondo i sostenitori della riforma, è che essa porti ad effetti benefici sulla crescita e quindi generi quel gettito fiscale aggiuntivo che dovrebbe compensare, almeno in parte, anche il costo iniziale della riduzione delle aliquote.

Sarebbe preferibile, tuttavia, contare meno sulle scommesse e far partire la riforma con un livello di aliquota, o di aliquote, che consenta in via transitoria di minimizzare la perdita di gettito, per poi ridurle una volta assicurati gli effetti sulla crescita. Inoltre, non si vede perché non si debba far scattare le clausole di salvaguardia di aumento dell’IVA per finanziare parte consistente dell’operazione.

Vi è la “vulgata”, molto sostenuta anche a livello istituzionale, che serva subito un governo per impedire che queste clausole di aumento dell’IVA vengano attivate, perché ciò sarebbe recessivo.

La tesi non mi sembra sostenibile a meno che si pensi di impedire l’aumento delle aliquote IVA creando altro deficit. Poiché non è questa, credo, l’intenzione di chi sostiene questa “vulgata”, impedire l’aumento dell’Iva recuperando risorse da un’altra parte, con tagli di spesa o aumenti di altre tasse, non muta di certo il presunto effetto recessivo.

Al contrario, come ho sostenuto da oltre un decennio e non da solo, ritengo che in Italia si debba riequilibrare il peso relativo delle imposte dirette e di quelle indirette spostando gettito dalle prime alle seconde.

Si tratta di una scelta di policy sostenuta da molto tempo anche dalle raccomandazioni europee e dell’Ocse perché favorevole alla crescita e non si capisce perché non si possa approfittare dell’introduzione di un sistema di flat tax per attuare un’operazione vantaggiosa nel suo complesso.

Per tornare ad altri punti del programma, vi è l’intenzione della “correzione” della riforma Fornero. Allo stato attuale, una stima del costo mi sembra ancora velleitaria se non si chiarisce il meccanismo, anche perché l’abitudine di denunciarne l’impatto cumulandone il costo per un lungo periodo di tempo non contribuisce alla chiarezza in termini di impatto che è importante quanto il lungo periodo.

GIOVANNI TRIAGIOVANNI TRIA
Più preoccupante il fatto che non sia affatto chiaro quale sarebbe l’indirizzo del governo di coalizione che si sta formando sui temi di politica industriale (vedi l’imbarazzante caso Ilva) e sul sistema di controlli giudiziari e para-giudiziari che assieme al codice degli appalti stanno paralizzando ogni velleità di attivazione degli investimenti pubblici, pur da tutti auspicati. Si tratta di temi altrettanto cruciali, se non di più, rispetto a quelli più commentati.


VI SPIEGO LA COMPETIZIONE TRUCCATA IN EUROPA CHE FAVORISCE LA GERMANIA
Giovanni Tria per http://formiche.net/

Il 27 dicembre, Giorgio La Malfa e Paolo Savona hanno pubblicato sul Corriere della Sera un articolo di commento a una intervista di Fubini all’economista tedesco Clemens Fuest (Corriere della Sera del 16 dicembre) che sosteneva l’ineluttabilità dell’uscita dell’Italia dall’euro.

La Malfa e Savona sostanzialmente rispondono che il governo italiano dovrebbe reagire sostenendo che è la Germania che dovrebbe uscire dall’euro perché il suo surplus della bilancia commerciale non è compatibile con il regime di cambi fissi che vige nell’eurozona, o perlomeno accettare un passaggio ad un regime di cambi fissi aggiustabili.

Quel che mi ha colpito è che un’analisi economica seria, non si tratta di una battuta di politici anti-euro, ma di due eminenti economisti con i quali peraltro concordo in pieno, non abbia ricevuto fino a oggi commenti rilevanti, in accordo o in disaccordo, (ma qualcosa mi può certamente essere sfuggito) sulla stampa.

Tuttavia, ho ascoltato, e letto perplesso in vari blog, molti commenti critici di amici che sembrano non aver colto l’essenza del problema, o almeno che continuano a sfuggirlo.

La reazione tipica che ho ascoltato è quella di chi sostiene che la svalutazione è una droga che non permette di recuperare vera competitività attraverso innovazione e aumento di produttività, e che è quindi dannosa.

Non si può tornare, sostengono questi critici, al periodo in cui l’Italia si manteneva competitiva con continue svalutazioni e con alta inflazione, perché da quel periodo nascono le debolezze italiane.

Non mi interessa entrare in una discussione di storia economica, ma ritengo che vi sia una incomprensione di fondo del problema, il cui superamento richiede purtroppo almeno alcuni elementi di base di economia.

Una svalutazione può certo essere manovrata per “imbrogliare i nemici” tramite politiche monetarie ad hoc, ma il tasso di cambio è essenzialmente un prezzo e come tale può determinarsi sul mercato o distorto, come qualsiasi altro prezzo, impedendo al mercato di funzionare.
Ma come ogni altro prezzo è un mezzo di riequilibrio se determinato almeno in parte dal mercato. Se un paese come la Germania mantiene per anni un surplus tra il 6 e l’8 per cento del Pil senza che la sua valuta si apprezzi rispetto a quella di paesi in deficit significa che questo strumento di riequilibrio economico di mercato è stato eliminato, e non che si è eliminata una policy sbagliata.

Sostanzialmente questa è la situazione all’interno dell’eurozona. Non si discute quindi di ripescare una possibile politica furbesca dei paesi in deficit, ma del fatto che questo mezzo di riequilibrio di mercato oggi non c’è.

Ma se questo “prezzo” non è in funzione, per un intervento di policy, perché tale è la decisione della moneta unica, dovrebbe potersi usare qualche altro strumento di riequilibrio non di mercato, ad esempio la politica fiscale. Ma anche questa ci è attualmente interdetta, anch’essa è vista in ogni circostanza come droga, e i contribuenti tedeschi non accettano una solidarietà fiscale.

A mio avviso, non si tratta di dividersi tra liberisti e keynesiani, tra fautori delle virtù del mercato e fautori dell’intervento dello stato. Il nodo è che il libero mercato qui non c’entra niente.

Se con cambi fissi si rinuncia ad un meccanismo di riequilibrio allora devono esserci altri meccanismi in un sistema coerente, i mercati non funzionano a metà. E non c’entrano neppure le maggiori o minori virtù italiche rispetto a quelle germaniche.

Se saremo meno bravi saremo più poveri, ma la competizione non può essere truccata, il mercato non può essere distorto solo per la parte che conviene ad alcuni paesi e invocato per il resto.

Peraltro, dal 2008 ci dicono che la risposta dovrebbe essere la deflazione interna, ma è evidente che questa c’è stata ma non ha funzionato, anche perché promuovere la deflazione in paesi con alto debito, e non parliamo solo dell’Italia, è un evidente suicidio.

Forse è ora di abbandonare molti tabù che hanno impedito, come rilevano La Malfa e Savona, almeno di analizzare i problemi e prepararsi a soluzioni alternative. Fonte: qui

Italia: dilemma per la Bce. Ma basta allarmismo: per Morgan Stanley alert Soros è ridicolo

"LA FESTA E' FINITA!"
L’FT afferma che “un altro dilemma per la Bce sarebbe come reagire nel caso in cui gli eventi politici di Roma scatenassero maggiori preoccupazioni tra gli investitori: soprattutto, nel caso …

L’Italia si conferma vero e proprio dilemma per la Bce. Non per niente continuano a circolare le indiscrezioni sulla telefonata con cui il numero uno Mario Draghi avrebbe avvertito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul ‘pericolo’ Paolo Savona, azzerando così ogni speranza per l’economista di andare a Via XX settembre. A queste voci, e a quelle che potrebbero essere le prossime mosse della banca centrale, il Financial Times dedica un articolo.
Si parla di un dilemma, per la Bce, “reso ancora più complicato dalla nazionalità del presidente“.
Mario Draghi, si sa, è italiano, e, essendo stato “numero uno di Bankitalia prima della sua nomina alla Bce, conosce meglio di chiunque altro l’importanza che il suo paese riveste nel suo mandato, che è quello di assicurare la stabilità dell’ Eurozona”.
“Proprio i timori degli investitori sul futuro dell’Italia, continua l’FT, hanno fatto la storia del suo mandato, fino a costringerlo a promettere di fare il possibile per salvare la moneta unica. (la famosa espressione whatever it takes). Ora, le paure sulla stabilità politica dell’Italia stanno facendo scattare di nuovo i mercati, con gli investitori che tornano a valutare la probabilità di una coalizione di governo formata da populisti, a Roma, o un ritorno alle urne che finirebbe per trasformarsi in un referendum sull’euro“.

In questo contesto, il quotidiano britannico rileva come una complicazione sia rappresentata dal fatto che Draghi viene attentamente monitorato “per ogni qualsiasi effetto che la politica monetaria della Bce potrebbe avere su Roma, in modo non appropriato“.

Di conseguenza, un’eventuale decisione della banca centrale di tornare sui propri passi e magari di non staccare più la spina del QE come aveva detto di voler fare (sebbene le stesse dichiarazioni dei suoi esponenti, va detto, siano contraddittorie sui tempi e sui modi) potrebbe essere interpretata, soprattutto dai tedeschi, come un nuovo salvagente lanciato per non fare affogare l’Italia nell’uragano dei suoi problemi.

In teoria e fino a oggi,  l’agenda della Bce prevederebbe un rialzo dei tassi l’anno prossimo, seguendo le orme della Fed e della Bank of England. Ma i mercati temono che, nel caos politico in cui l’Italia ha finito per invischiarsi, una qualsiasi stretta monetaria potrebbe confermarsi fatale per il paese e per l’intera Eurozona.

La domanda, tuttavia, è la seguente: in generale la situazione in cui versa l’Europa, è davvero tanto drammatica?
Di certo, tra i vari lanciati nelle ultime settimane sul fato dell’Italia e sull’esistenza dello stesso euro, non sono state di buon auspicio le dichiarazioni dell’investitore miliardario George Soros, che ha parlato di una “crisi esistenziale” che potrebbe portare l’Unione europea anche alla sua fine. I suoi commenti sono arrivati nelle stesse ore in cui gli avvoltoi della finanza si avventavano sull’Italia, attaccando i BTP e provocando una forte impennata dei tassi e dello spread.

Nell’ultimo decennio, tutto quello che poteva andare storto è andato storto”, ha detto Soros qualche giorno fa. Una frase forte, che però non trova d’accordo diversi esperti del mondo dell’alta finanza. Tra questi, il ceo di Morgan Stanley, James Gorman.

Una crisi esistenziale dell’Unione europea che finisca con lo scatenare una crisi globale? “Ridicolo”, ha tagliato corto Gorman, secondo cui, nello specifico dell’Eurozona, non ci sono affatto grandi pericoli. Ovvio, rischi di instabilità politica sono presenti,  e a tal proposito per il dirigente della banca Usa “l’Italia è una manifestazione di questi rischi”.
Ma, intervistato da Bloomberg, il ceo parla di una “crescita sincronizzata globale straordinaria”, tanto da prevedere che entro la fine dell’anno i tassi sui Treasuries si attesteranno tra il 3% e il 4%.

Dilemma Bce: Draghi ha un piano contro la speculazione?

L’Italia, insomma, e l’intera euro, non fa paura a tutti. Detto questo, a parte la vena di ottimismo di Morgan Stanley, l’FT afferma che “un altro dilemma per la Bce sarebbe come reagire nel caso in cui gli eventi politici di Roma scatenassero maggiori preoccupazioni tra gli investitori: soprattutto, nel caso in cui le speculazioni su una uscita dell’Italia dall’area euro fossero talmente forti, da provocare una fuga dai depositi (e dunque una corsa agli sportelli) . In questo caso, molte banche italiane navigherebbero in cattive acque”.

E’ vero che, “a quel punto, la Bce potrebbe ricorrere al suo potere di acquistare una quantità illimitata di bond, ricorrendo al programma Outright Monetary Transactions, volto a frenare la fuga dai depositi. Ma questo sarebbe possibile soltanto se Roma decidesse di accettare un eventuale road map di aggiustamento fiscale che venisse lanciato da Bruxelles…qualcosa che sarebbe quasi sicuramente un anatema per il governo del M5S e della Lega”.

Dunque? Dunque diverse sono le incognite sul futuro dell’Eurozona e della stessa Bce.
Il Financial Times ricorda che, da quando ha lanciato il piano di QE nel marzo del 2015, la Bce ha acquistato bond italiani per un valore di 341 miliardi di euro. Tuttora acquista una quantità di BTP per 4 miliardi di euro circa al mese.

A questo punto, cruciale sarà il prossimo meeting dell’istituto, in calendario tra due settimane a Riga, Lettonia, giovedì 14 giugno. Così commenta Carsten Brzeski, economista presso ING-Diba, all’FT:
“Mancano ancora due settimane a Riga ma, fissando una data per la fine del QE in questo momento, è come se la Bce decidesse di gettare la zappa sui piedi dell’Italia”.
I problemi che hanno scioccato i mercati finanziari italiani, secondo l’economista, sono infatti tali da dare ragione non tanto ai falchi, che vorrebbero decretare la fine del piano di Quantitative easing, ma alle colombe, note per essere a favore di manovre di politica monetaria espansiva.

Di conseguenza, secondo ING, “la Bce dovrebbe mantenere aperte le sue opzioni e anche chiarire che il QE sarà esteso almeno fino a dicembre (e non fino a settembre, mese ‘ufficiale’ della sua scadenza)”. Per ora sembra che Mario Draghi & Co abbiano voltato le spalle all’Italia. Fonti dell’Eurotower hanno riferito infatti che la banca centrale non ha intenzione di intervenire, al momento. Ma Draghi, come dimostra anche la telefonata a Mattarella,  continua ad agire da dietro le quinte.

Fonte: qui

Fca si scalda in Borsa: le ipotesi per il nuovo piano, da Jeep al polo Alfa-Maserati. Domani possibili spunti per nuovi massimi storici


Piazza Affari apprezza le anticipazioni stampa sul nuovo piano di Fca: il futuro passa per Jeep, obbiettivo raddoppio vendite brand?
Meno di 24 ore e si conosceranno i dettagli del nuovo piano industriale al 2022 diFiat Chrysler Automobiles (Fca). Il business plan, l’ultimo firmato da Sergio Marchionne che rimarrà alla guida del gruppo fino ad aprile, verrà illustrato a Balocco dall’amministratore delegato che spiegherà le principali linee strategiche ed operative dei prossimi anni. E nell’attesa della presentazione, con l’evento che inizierà alle 10, sin da ieri sono iniziate a circolare le prime indiscrezioni sul futuro industriale del gruppo italo-statunitense: un futuro che sembra passare per lo sviluppo dei Suv Jeep e per Maserati, con un ridimensionamento delle auto di massa.
Ieri Piazza Affari ha accolto positivamente i primi rumors che sono arrivati sull’ultimo piano targato Sergio Marchionne, tanto che il titolo Fca ha chiuso la seduta infrasettimanale in forte rialzo (+4,01%), con un’accelerazione che è avvenuta nel pomeriggio. Anche oggi il titolo si posiziona tra i migliori del listino milanese grazie a un guadagno di quasi il l’1,8% a 19,35 euro (da inizio anno Fca ha guadagnato quasi il 30 per cento.

A snocciolare le prime anticipazioni è stata l’agenzia Bloomberg, secondo la quale oltre allo sviluppo dei Suv Jeep e di Maserati, Fca starebbe valutando di uscire da alcuni mercati, terminando le vendite di auto a brand Fiat in Nord America e Cina nei prossimi anni, e “confinando” Chrysler solo negli Stati Uniti. E ancora, come anticipato da Marchionne nei mesi scorsi, il gruppo si concentrerà soprattutto su Jeep, con l’obiettivo di raddoppiare i volumi entro il 2022. Tra le novità del piano 2022 c’è la questione del polo del lusso. “Fca punta sul progressivo disimpegno dalla produzione di massa a vantaggio di una concentrazione sul segmento premium trainato dai volumi di Jeep”, pone l’accento anche “Il Sole 24 Ore” in edicola oggi, rimarcando che la Borsa sembra scommettere sullo spin off, magari non immediato, del blocco Alfa Romeo e Maserati che sono destinati a finire in un’unica divisione. Il quotidiano precisa tuttavia che rimarrebbero due società distaccate ma verrebbero considerate insieme dal punto di vista dei report finanziari.
Anticipazioni attendibili“. Così gli analisti di Equita giudicano le indiscrezioni giunte ieri sul nuovo piano industriale di Fca. “Il focus su Jeep con l’obiettivo di raddoppiare i volumi entro il 2022 (ovvero da circa 1,4 milioni nel 2017 a circa 2,8 milioni nel 2022). La decisione di sviluppare il brand col maggior potenziale di espansione internazionale e capace di generare un effetto mix positivo è in linea con le attese – sottolineano da Equita -. La crescita dei volumi dipenderà però dall’andamento dei mercati sottostanti e dal successo dei nuovi modelli (da verificare nel tempo). Nel precedente business plan i volumi avrebbero dovuto raggiungere 2 milioni nel 2018”.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, ossia l’uscita dal mercato Usa e cinese con le auto a marchio Fiat (e vendita delle auto a marchio Chrysler solo in Usa), gli esperti della sim lo definiscono “ragionevole in quanto i volumi generati da auto Fiat in questi due mercati valgono poco e richiedono enormi sforzi per aumentare la penetrazione a fronte di margini (mai comunicati) che immaginiamo bassissimi”. Un altro punto ruota attorno alla creazione di un’entità unica per Maserati-Alfa Romeo. Questa mossa porta a pensare alla creazione di un polo del lusso che in futuro possa essere portato avanti uno spin-off, uno scenario già ipotizzato in passato. “Riteniamo sia una mossa ragionevole, ma ipotizzabile solo quando Alfa tornerà redditizia (l’obiettivo di tornare a break-even nel quarto trimestre 2017 è stato mancato e non sono più stati forniti nuovi target), quindi solamente nel medio-lungo termine”.

Sul fronte M&A Equita si attende “la conferma dello spin-off di Magneti Marelli e probabilmente un deal per Comau. Ogni altro annuncio rappresenterebbe una sorpresa”. Tra gli spunti possibili Equita, che conferma la raccomandazione Hold su Fca, indica anche riorganizzazione della capacità produttiva, strategia in EV, driverless e ibride, capex, priorità nell’utilizzo del cash, rilancio Alfa, e potenziale impatto dazi.

Spunti per rompere massimo storico?
(Analisi tecnica a cura di Michele Fanigliulo)
Da un punto di vista tecnico FCA ha mantenuto nelle ultime settimane maggior forza relativa rispetto all’indice Ftse Mib, mantenendosi infatti in prossimità dei massimi storici. In particolare il titolo dopo una lieve correzione a 18 euro e tentativo fallito di bucare tale livello di supporto, ha avviato il rimbalzo in attesa del piano industriale di Fca, che sarà pubblicato domani. Inutile dire che il catalizzatore sarà proprio questo con gli operatori in attese di apprendere le news del numero uno del gruppo italo-americano Sergio Marchionne. Proprio domani dunque potrebbe esserci lo spunto per rompere il massimo storico, poco sopra i 20 euro, e proseguire nella corsa con target 21 euro e 22 euro. Al ribasso invece un primo segnale di debolezza lo avremmo alla rottura dei 18 euro e della trend line rialzista di lungo periodo, descritta dai minimi di settembre 2016 e agosto 2017. In tal caso i corsi tornerebbero sul supporto a 15,86 euro dove risiede anche il ritracciamento di Fibonacci del 38,2%. Fonte: qui


Deutsche Bank: Fed boccia attività Usa, sono “in condizioni problematiche”

Seduta da incubo sul listino di Francoforte per il titolo Deutsche Bank, in rosso di oltre 7 punti percentuali. A scatenare i “sell” sul titolo è stata l’indiscrezione, riportata per primo da Wall Street Journal e poi ripresa da tutte le maggiori testate, secondo cui la Federal Reserve avrebbe incluso la divisione statunitense tra le banche “in condizioni problematiche”.

Si tratta dello status più basso utilizzato dalla Fed per valutare le condizioni di salute di un istituto di credito. La mossa avrebbe spinto l’istituto tedesco a ridurre l’assunzione di rischi in aree come il trading e la concessione dei prestiti e ogni decisione sulle assunzioni e licenziamenti di top manager negli Usa sarebbe al vaglio della Fed.

Dopo il downgrade, la FDIC (U.S. Federal Deposit Insurance Corporation) avrebbe inserito Deutsche Bank Trust Company Americas (DBTCA) nella lista delle “banche problematiche”

Un indizio del coinvolgimento degli asset a stelle e strisce di DBK è arrivato con la pubblicazione dei dati sugli “istituti problematici”  che, nonostante un calo da 95 a 92 nel quarto trimestre (nel 2009 il totale ha toccato un picco di 884 istituzioni finanziarie), hanno visto la somma degli asset detenuti dalle banche della lista salire da 13,9 a 56,4 miliardi di dollari, +42 miliardi (stando a un filing di fine aprile, DBTCA deteneva asset per 42,1 miliardi).

“Non commentiamo specifici feedback regolatori. La capogruppo, Deutsche Bank AG, è ben capitalizzata e detiene significative riserve di liquidità”, fanno sapere da Francoforte. Nessuna dichiarazione neanche dalla Federal Reserve e dalla FDIC, che da sempre non divulga i nomi delle banche inserite nella lista per evitare di peggiorare la situazione.


Nel caso in cui i problemi di un istituto incluso nella lista dovessero proseguire, la FDIC potrebbe assumerne il controllo cercando un acquirente o liquidando la società.

Fonte: qui

Nasce il governo Conte: 18 ministri, 5 le donne. Oggi il giuramento alle 16

Tria all'Economia, per Savona gli Affari Europei. Moavero-Milanesi alla Farnesina

Ansa - Giuseppe Conte ha accettato l'incarico di presidente del Consiglio e ha presentato al capo dello Stato, Sergio Mattarella, la lista dei ministri. Tra i principali dicasteri, Tria all'Economia. Per Savona gli Affari Europei. Moavero-Milanesi alla Farnesina. Per FraccaroRapporti con il Parlamento e, per la prima volta, Democrazia diretta. All'avvocato Giulia Bongiorno la Pubblica amministrazione.
"Lavoreremo intensamente per realizzare gli obiettivi politici anticipati nel contratto, lavoreremo con determinazione per migliorare la qualità di vita di tutti gli italiani". Così il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, al Quirinale dopo aver letto la lista dei ministri del suo governo.
"C'è grande entusiasmo e determinazione. Lavoreremo per ridare fiducia all'Italia. Questo è un grande paese che ha bisogno di ritrovare fiducia". Lo ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlando con i cronisti mentre si recava a piedi dal Senato alla sua abitazione. - Conte ha deciso di recarsi dal Senato alla vicina pizzeria sotto casa a piedi e non in taxi, che gli uffici del Senato avevano chiamato per lui. Il presidente del Consiglio ha attraversato piazza Navona e ha imboccato via del Governo Vecchio, strada tipica della movida serale del centro. E qui è stato riconosciuto da diverse persone che gli anno fatto gli auguri.
Il premier Giuseppe Conte è andato a cena in una pizzeria vicino casa, accolto da saluti e incoraggiamenti della gente per strada. Un passante gli ha urlato ironicamente "Viva Cottarelli". Festeggiamenti anche all'interno della pizzeria dove Conte si è fatto una foto con lo staff del locale. Poi ha ordinato un piatto di straccetti di manzo con la rucola.


La svolta decisiva nelle consultazioni per cercare di formare un governo arriva alle 19 con una dichiarazione congiunta di Di Maio e Salvini che annunciava: "Ci sono le condizioni per un governo politico".  L'accordo prevedeva Conte premier.

Carlo Cottarelli, intanto, saliva al Colle alle 19.30 per rimettere il mandato.



La dichiarazione di Salvini e Di Maio era giunta dopo un vertice alla Camera dei Deputati cominciato intorno alle ore 15 e al quale si era poi aggegato lo stesso prof. Conte.
"Ho sentito dire molte cose in queste ore ma ci tengo a precisare che Fdi non ha mai chiesto poltrone o di entrare nella squadra di governo. Per patriottismo abbiamo detto che davamo una mano perchè l'Italia è sotto attacco e non ci possiamo permettere di votare a luglio. Ma non abbiamo mai chiesto posti di governo". Lo afferma Giorgia Meloni, leader di Fdi conversando con i giornalisti.Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter

Intanto il premier incaricato Carlo Cottarelli era stato per circa 30 minuiti al Quirinale da Mattarella per un incontro informale
Tria all'economia e Moavero agli Esteri  - All'economia il professor Giovanni Tria,ordinario di Economia Politica all'Università di Tor Vergata a Roma; Enzo Moavero Milanesi alla Farnesina e Paolo Savona agli Affari Europei. Sono state queste le prime indiscrezioni, poi avverate, sulla possibile squadra di governo giallo-verde.



LA LISTA DEI MINISTRI


Presidente del Consiglio – Giuseppe Conte
Vicepresidente del Consiglio e Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico – Luigi Di Maio
Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno – Matteo Salvini
Rapporti con il Parlamento e democrazia diretta – Riccardo Fraccaro
Pubblica Amministrazione – Giulia Bongiorno
Affari Regionali e Autonomie – Erika Stefani
Ministro per il Sud – Senatrice Barbara Lezzi
Ministro per la Famigli e le disabilità – Lorenzo Fontana
Ministro affari esteri – Moavero Milanesi
Ministro della Giustizia – Alfonso Bonafede
Ministro della Difesa – Elisabetta Trenta
Ministro dell’Economia – Giovanni Tria
Ministro delle politiche agricole – Gianmarco Centinaio
Ministro dell'Ambiente - Sergio Costa
Ministro Infrastrutture – Danilo Tonineli
Ministro dell’Istruzione – Marco Bussetti
Ministro dei Beni Culturali e Turismo – Alberto Bonisolidi
Ministro della Salute – Giulia Grillo
Ministro degli Affari Europei – Paolo Savona
Sottosegretario Presidente del Consiglio – Giancarlo Giorgetti