9 dicembre forconi

lunedì 23 ottobre 2017

Fosse solo “Concorsopoli”:la nostra università fa schifo


Alzi la mano chi ha alzato un sopracciglio di fronte a dialoghi in cui il vecchio professore Pasquale Russo dice al giovane aspirante tale Philip Laroma Jezzi che deve «smetterla di fare l’inglese», che «se fai ricorso ti giochi la carriera», che «qui non siamo sul piano del merito», che in questi casi conta «il vile criterio del commercio dei posti».
L’inchiesta farà il suo corso e credere alla presunzione d’innocenza dei professori coinvolti è il minimo. Le prediche alla Pasolini, gli «io so, ma non ho le prove» li lasciamo agli indignati di professione, però, che nemmeno serve. Che il sistema universitario italiano vada avanti a colpi di concorsi pilotati da qualche decennio almeno è uno dei segreti peggio custoditi d’Italia. Chiunque ancorché privo di esperienza diretta abbia un parente o un amico che ha avuto esperienza in merito lo può confermare. Giochiamo a carte scoperte, su.

Il problema è che mentre tutti gli altri sistemi universitari del mondo fanno a gara ad accaparrarsi i talenti migliori,noi chiediamo a chi «come intelligenza e laboriosità vale il doppio» – così il vecchi tributarista Pasquale Russo ha definito Jezzi, secondo le carte della procura – di farsi da parte a un concorso di abilitazione, per far passare i vincitori designati. Che mentre tutti gli altri sistemi promuovono la competizione leale e meritocratica come strumento di avanzamento professionale – o almeno ci provano – noi preferiamo la cooptazione e ne andiamo fieri. 

Che mentre tutti gli altri Paesi capiscono che avere un grande, prestigioso, dinamico sistema universitario è oggi la prima condizione per sperare in un futuro prospero, noi lo usiamo come mercato delle vacche per piazzare l’amico e il medico.

Il problema è che mentre tutti gli altri sistemi universitari del mondo facciano a gara ad accaparrarsi i talenti migliori, noi chiediamo a chi «come intelligenza e laboriosità vale il doppio» di farsi da parte. Che mentre tutti gli altri Paesi capiscono che avere un grande, prestigioso, dinamico sistema universitario è oggi la prima condizione per sperare in un futuro prospero, noi lo usiamo come mercato delle vacche per piazzare l’amico e il mediocre

Sono banalità? Sì, sono banalità. Se volete ne abbiamo altreChe il tasso di passaggio dalle scuole superiori alle università è calato in dieci anni (tra il 2005 e il 2015) di 24 punti percentuali (dal 73% al 49%). Che nello stesso periodo le immatricolazioni sono state 65mila in meno. Che a fronte di un obiettivo di avere il 40% di laureati tra i 30 e i 40 anni entro il 2020, siamo fermi a quota 22,4% (24,2% tra i 25 e i 34, solo la Turchia fa peggio) fanalino di coda dell’Europa a 28. 

Che per l’istruzione superiore spendiamo il 7,4% della spesa pubblica complessiva, quattro punti abbondanti sotto la media OcseChe abbiamo tasse universitarie tra le più alte in Europa sei volte più alte di quelle che paga un giovane francese, e che, sempre tra il 2005 e il 2015 sono lievitate del 45%. Che abbiamo il corpo docente più anziano d’Europa e ricercatori con un età media di quasi 44 anni. Che siamo un Paese da cui i giovani emigrano più che dal Messico o dall’Afghanistan.

Forse ha ragione l’amico Alberto Forchielli, che nell’incontro di ieri sera a Linkiesta ci ha ricordato che anche con tutta la buona volontà del caso ci vorranno generazioni per rifondare il sistema universitario italiano. E che nel frattempo la qualità e il denaro che i nuovi giganti dell’economia mondiale stanno investendo in formazione rischiano di rendere vano tale sforzo. 

Ma se le prossime generazioni vogliono sperare di vivere in un Paese che ha futuro, la battaglia per una scuola meritocratica, efficiente, competitiva, giovane, ricca (sì, ricca sfondata) è l’unica battaglia che conta. Altrimenti, non c’è problema: bandiera bianca e liberi tutti. Ma non dite che non lo sapevate, quando stavate zitti. E non date la colpa ad altri, grazie.
 

Fonte: qui
PUGLIA - TANGENTI E ESCORT IN CAMBIO DI APPALTI PER LA GESTIONE DEI RIFIUTI, DODICI ARRESTI TRA CUI DUE SINDACI, UN VICESINDACO E FUNZIONARI COMUNALI

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Mazzette in cambio di appalti per la gestione dei rifiuti, con migliaia di euro che finivano anche sui conti di candidati in varie campagne elettorali e persino una escort, ingaggiata per allietare le serate dei componenti della cricca. E’ sfaccettato lo spaccato di illegalità emerso dall’inchiesta dei carabinieri di Brindisi, che hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare nelle province di Bari, Brindisi, Foggia e Potenza.

Le manette sono scattate per 12 persone, fra cui il sindaco ed il vicesindaco di Torchiarolo, Nicola Serinelli e Maurizio Nicolardi; il sindaco di Villa Castelli, Vitantonio Caliandro;  il vicesindaco di Poggiorsini (Area metropolitana di Bari), Giovanbattista Selvaggi; il direttore generale dell’Azienda di Servizi Ecologici - Ase di Manfredonia (Foggia), Giuseppe Velluzzi  e vari altri incaricati di pubblico servizio.

L’inchiesta è nata nel 2014 da alcuni accertamenti, avviati dai carabinieri della compagnia di San Vito dei Normanni, su presunte irregolarità nell’assegnazione di appalti per la gestione dei rifiuti ed è stata coordinata dal sostituto procuratore di Brindisi Milto De Nozza. Negli stessi anni la stessa Procura condusse un’inchiesta parallela che, a febbraio 2016, fece finire agli arresti domiciliari l’allora sindaco di Brindisi, Cosimo Consales, accusato di avere preso tangenti per favorire un’altra società che coordinava la raccolta dei rifiuti in provincia.
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L’ipotesi dell’indagine che ha portato agli ulteriori arresti è che gli amministratori pubblici - in associazione tra loro - avrebbero alterato le gare dei rispettivi Comuni, per favorire una ditta di raccolta della spazzatura con sede a Carovigno.
In cambio i pubblici ufficiali corrotti (sindaci e dirigenti) avrebbero ottenuto cospicue mazzette.

Oltre ai reati immediatamente collegati all’ alterazione delle gare pubbliche, la Procura di Brindisi ha contestato agli indagati anche una serie di reati minori, tra i quali finanziamento illecito ai partiti, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, falso e addirittura favoreggiamento della prostituzione. 

Fonte: qui



Referendum autonomia, Veneto supera il quorum. Zaia: 'Chiederemo 9/10 delle tasse'

Caos dati e polemiche in Lombardia

Sottosegretario per gli Affari regionali: 'Governo pronto a trattativa'. Maroni: 'In Lombardia oltre 40% affluenza

Ansa - Vittoria del sì ai referendum per l'autonomia in Lombardia e Veneto. Un risultato che fa esultare la Lega Nord, nonostante i dati evidenzino una netta affermazione nella regione guidata da Luca Zaia rispetto alla Lombardia presieduta da Roberto Maroni, e da sempre 'cuore' del Carroccio (60% contro 40% sull'affluenza), L'affermazione dei sì rinsalda anche l'asse con Forza Italia e rafforza l'idea di Silvio Berlusconi che un centrodestra unito possa avere chance di vittoria. Un percorso però da costruire vista la contrarietà di Giorgia Meloni alla consultazione popolare appena conclusa. Esulta anche il Movimento Cinque Stelle da sempre sostenitore della democrazia diretta. Sul piede di guerra invece il Partito Democratico.

In Veneto infatti i Dem invitano Zaia a ricordare che il risultato è frutto anche del loro impegno mentre in Lombardia il Pd evidenzia la scarsa affluenza. Chi si chiama ovviamente fuori dalla polemiche è il governo che con il sottosegretario agli affari regionali Gian Claudio Bressa annuncia di essere "pronto ad aprire una trattativa per definire le condizioni e le forme di maggiore autonomia". In attesa di capire il timing delle due regioni (Zaia ha convocato la riunione della giunta per domani mattina), la vittoria del sì ha un evidente significato politico. Chi ne può beneficiare è sicuramente Matteo Salvini: "5 milioni di persone chiedono il cambiamento alla faccia di Renzi che invitava a stare a casa", esulta.

Il leader della Lega, partito che ha fatto dell'autonomia uno dei suoi cavalli di battaglia non a caso parla dunque di "occasione unica". Ma in 'casa' del Carroccio la vittoria del sì riporta sotto i riflettori Luca Zaia che, forte del successo nella sua regione, come uno dei possibili leader per la guida del centrodestra: "Non esiste il partito dell'autonomia, ma dei veneti che si esprimo su questo concetto", ci tiene a precisare lo stesso Zaia mentre informa che un attacco hacker sta colpendo i siti di raccolta dati. Al di là delle critiche, anche Roberto Maroni si definisce "pienamente soddisfatto per il risultato che arriva al 40%".

In attesa che il Carroccio faccia i conti con la competizione interna, Silvio Berlusconi incassa il ritrovato asse con la Lega e si prepara al prossimo appuntamento e cioè le elezioni siciliane, altro snodo fondamentale prima delle politiche. Anche gli azzurri, come dice Renato Brunetta, esprimono "grande soddisfazione per il risultato". Critico invece il partito di Giorgia Meloni. La leader di Fdi nel corso delle settimane passate non ha mancato occasione per prendere le distanze dalla consultazione popolare e dagli alleati: "In una nazione - ribadisce - le riforme costituzionali si fanno insieme e non a pezzi per l'interesse di tutti e non per assecondare l'interesse particolare".

In entrambe le regioni i cittadini sono stati chiamati a esprimersi sul cosiddetto "regionalismo differenziato", ossia la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario di vedersi attribuite "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia" (come recita l'Articolo 116 della Costituzione) in alcune materie indicate nel successivo Articolo 117.

Il Sì è per chiedere la possibilità che le Regioni chiedano di intraprendere il percorso istituzionale per ottenere maggiori competenze dal Governo; il No è contrario all'iniziativa. In Lombardia non è previsto un quorum, ossia un numero minimo di votanti, mentre in Veneto sì: affinché la consultazione sia valida, nella regione governata da Luca Zaia era necessario il voto della metà più uno dei 4.068.558 aventi diritto, 2.034.280 elettori.

In Lombardia il quesito era: "Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell'unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all'articolo richiamato?".

Più stringata la domanda in Veneto: "Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?". Un'altra differenza tra le due Regioni è stata il sistema di voto: elettronico in Lombardia (è la prima volta in Italia), tradizionale con scheda di carta e matita in Veneto. Gli elettori lombardi hanno trovato nella cabina una "voting machine", un dispositivo simile a un tablet che sullo schermo touch screen riportava il testo integrale del quesito referendario.

I referendum non sono vincolanti. Con la vittoria del Sì, le Regioni potrebbero chiedere al governo centrale di avviare una trattativa per ottenere maggiori competenze nelle venti materie concorrenti (tra queste spiccano il coordinamento della finanza pubblica e tributario, lavoro, energia, infrastrutture e protezione civile) e in tre esclusive dello Stato: giustizia di pace, istruzione e tutela dell'ambiente e dei beni culturali. L'intesa tra lo Stato e la Regione interessata dovrà poi concretizzarsi in una proposta di legge che dovrà essere approvata a maggioranza assoluta da entrambe le Camere.

Referendum, in Veneto vince il sì: caos dati e polemiche in LombardiaAl referendum vince il "sì" all'autonomia: i dati parlano del 57,2% di cittadini al voto in Veneto e il sì è stato del 98,1% per cento. Per la Lombardia, il governatore Roberto Maroni ha invece delineato il dato del 40%, astensione record a Milano. Il sì è al 95,64% dopo il 60,4% dei voti elettronici scrutinati, ma fioccano le polemiche per il voto elettronico che ha causato rallentamenti nelle operazioni di scrutinio. 

«L'esito del referendum in Lombardia e Veneto conferma l'importante richiesta di maggiore autonomia per le rispettive regioni. Il governo, come ha sempre dichiarato anche prima del voto di oggi, è pronto ad avviare una trattativa», afferma Gianclaudio Bressa, sottosegretario per gli Affari regionali, alla chiusura dei seggi elettorali in Lombardia e Veneto. «Noi chiediamo tutte le 23 materie, lo dico subito, e i nove decimi delle tasse - ha spiegato il governatore del Veneto Zaia -Incontreremo il presidente del Consiglio - ha aggiunto - quando il nostro progetto sarà pronto».

Sull'onda di questi dati, dal voto in Veneto e Lombardia parte una nuova fase che sarà caratterizzata dalla trattativa fra le due Regioni e lo Stato, in base all'articolo 116 della Costituzione. Per chiedere poteri esclusivi in «tutte le materie concorrenti», hanno anticipato i governatori Luca Zaia e Roberto Maroni, ma anche più risorse. È stato proprio il governatore del Veneto, accompagnato dalla moglie, il primo ad andare a votare. Zaia, come promesso, si è presentato prima delle 7 davanti alla scuola elementare di San Vendemiano, il comune in provincia di Treviso dove vive. «È una pagina di storia che si scriverà - ha osservato -. Il Veneto non sarà più quello di prima. Sta poi ai veneti, e ai 'nuovi venetì, ai tanti che hanno scelto di avere qui un progetto di vita, approfittare di questa opportunità».

Se il ministro e vicesegretario Pd Maurizio Martina aveva ribadito la linea della «astensione consapevole al referendum della Lombardia, perché si è sprecato tempo e denaro per un quesito inutile», la Lega ha guardato la giornata di oggi con occhi diversi. «Se alcuni milioni di persone ci danno il mandato - ha promesso il segretario Matteo Salvini, votando a Milano - noi da subito trattiamo con il governo centrale. Io sarei andato a votare chiunque lo avesse proposto». Ultima parola a Bossi. Il presidente-fondatore del Carroccio si è presentato intorno alle 17 al seggio dell'istituto comprensivo di via Fabriano, a Milano, vicino alla sede di via Bellerio. Bossi ha detto che a lui piace ancora l'idea dell'indipendenza del Nord. I referendum non sono inutili, ma «sono l'unica possibilità di tamponare la crisi sociale che arriva: anche se l'autonomia blocca l'indipendenza».

Fonte: qui

.Referendum autonomia, trionfa il sì
Zaia: «Vogliamo i 9/10 delle tasse» Tutti i dati di Veneto e Lombardia
Maroni soddisfatto anche se l'affluenza si ferma al 40%: «Entro due settimane la nostra proposta al governo». Flop delle voting machine al loro debutto
Il governo pronto a trattare
In entrambi i casi, il risultato è stato come da previsione, con i sì attestati ovunque tra il 95 e il 98%. Il segnale politico, da qualunque parte la si guardi, c'è stato: l'affluenza è stata superiore rispetto a quanto i detrattori della consultazione si immaginavano fino alla vigilia. E lo stesso governo ne ha preso atto: il sottosegretario per gli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, a meno di un'ora dalla chiusura dei seggi ha fatto sapere che l'esecutivo è pronto ad una trattativa. Il modello sarà probabilmente quello sperimentato nel rapporto con l'Emilia Romagna, che ha già avviato un confronto con Roma senza passare dalla tappa referendaria.

Il «big bang» delle riforme
Zaia ha già fatto sapere di non voler perdere tempo e di essere pronto ad andare all'incasso con il governo: «Vogliamo che i nove decimi delle tasse restino nella nostra regione - ha detto il presidente della giunta regionale del Veneto - Questo è il big bang delle riforme, è una vittoria dei veneti e dei nuovi veneti». Sulla stessa linea Roberto Maroni, che conta di presentare una proposta al governo entro due settimane e annuncia di voler coinvolgere una squadra aperta anche a esponenti di altre forze politiche, facendo espressamente il nome del sindaco pd di Bergamo, Giorgio Gori.

Chi ha votato di più
Se davvero sarà stata una «giornata storica» lo si capirà solo alla fine dell’iter, quando, dopo la trattativa con il governo, sarà chiaro quante e quali materie di competenza statale passeranno di mano. Ma la prima prova, quella referendaria, è stata superata. In Veneto, dove l’iniziativa referendaria era stata varata dal Consiglio regionale all’unanimità, la provincia che ha fatto registrare il maggior numero di votanti è stata quella di Vicenza (con punte vicino al 70 per cento), seguita da Padova e Treviso. In Lombardia, invece, la palma dei più sensibili al richiamo referendario è toccata ai bergamaschi (il sindaco del capoluogo, il pd Giorgio Gori, aveva invitato a votare Sì), seguiti da lecchesi e bresciani. In fondo alle rispettive classifiche, si trovano Venezia e Milano, come se il tema dell’autonomia faticasse a sfondare nelle città metropolitane.
L'altolà di Meloni
Al di là della Lega, che si intesta il successo avendo la primogenitura della battaglia, nel coro di politici che si dicono soddisfatti per l’affluenza ci sono Debora Serracchiani (Pd), Renato Brunetta (Forza Italia), Gaetano Quagliariello (Idea), Stefano Parisi (Energie per l’Italia), Giovanni Endrizzi (M5S). L’unica stecca nel coro è quella di Giorgia Meloni. Per la presidente di Fratelli d’Italia «i referendum non sono stati un plebiscito, le riforme si fanno tutti insieme e non a pezzi». La partita ora si sposta sul piano istituzionale. I referendum erano consultivi, servivano a Maroni e Zaia per avere maggiore forza nella trattativa che la Costituzione prevede con il governo. Nei prossimi giorni i rispettivi consigli regionali daranno mandato ai presidenti di procedere. I tempi sono stretti. Al più tardi tra fine gennaio e metà febbraio il confronto con Roma entrerà nel vivo.
Fonte: qui

domenica 22 ottobre 2017

POLIZZE VITA: imposta patrimoniale in arrivo!

Con il buon Mario Monti le polizze vita erano state graziate. Infatti nelle logiche di calcolo dell’imposta di bollo del 2 per mille (0.2%) le polizze assicurative di Ramo I era stato escluso.
Ma ormai era nell’aria. Lo Stato ovviamente ha bisogno di soldi e siccome le partite, vista la situazione precaria, si giocano a saldo praticamente zero (se dò nuove agevolazioni, devo tagliare costi e garantire altri tipi di entrate) bisognava pescare da qualche parte. Ed ecco quindi che si sono ricordati che c’era un investimento (le Polizze Vita) che poteva essere colpito da quella patrimoniale che ormai ci accompagna da diversi anni.
Eccovi l’accenno che si fa su Il Sole 24 Ore.

Quindi, a partire dal 1° gennaio del 2018 una imposta di bollo del 2 per mille sarà applicata sulle polizze vita del Ramo I. Ovvio, parliamo ancora di una bozza e dovrebbe approdare al Senato la prossima settimana.
Obiettivo: garantire all’Erario nel 2018 un maggior gettito per 194 milioni e 292 milioni a partire dal 2019″.
L’imposta di bollo del 2 per mille, si legge, si applicherà sui valori maturati da gennaio 2018, ed è una minipatrimoniale che dovrà essere versata dall’assicurato “al momento del rimborso o del riscatto della polizza”.
Questa quindi è la novità che distingue questo prodotto dal tradizionale dossier titoli. Non un prelievo ANNUO, ma all’estinzione. (quindi se la si tiene per 10 anni, l’imposta sarà del 2%, per esempio).
Ricordo che l’imposta di bollo del 2 per mille è già applicata per le polizze vita del Ramo III (united and index linked) e del Ramo V (polizze di capitalizzazione).
STAY TUNED!
Fonte: qui

TRAGEDIA IN PROVINCIA DI COMO: UN UOMO DÀ FUOCO ALLA CASA, MUOIONO LUI E I SUOI QUATTRO BIMBI.

LA MADRE ERA RICOVERATA PER DEPRESSIONE 

LUI, MAROCCHINO DI 49 ANNI, AVEVA APPENA PERSO IL LAVORO. LA CASA ERA DI UNA FONDAZIONE BENEFICA CHE ACCOGLIE I BISOGNOSI

Tragedia questa mattina a San Fermo della Battaglia. Un uomo e i suoi quattro figli sono rimasti coinvolti nell’incendio scoppiato in un appartamento all'interno di una palazzina a quatro piani al confine tra i comuni di Como e San Fermo della Battaglia, in via per San Fermo. Il bilancio è drammatico: il padre è morto sul posto mentre tre dei figli sono deceduti subito dopo il trasporto in ospedale. Gravissimo un quarto bambino, ma muore anche lui successivamente in ospedale. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco, 118 e polizia.  A quanto si è appreso, sarebbe stato il padre ad appiccare dolosamente l'incendio per motivi legati a "tensioni familiari".
INCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMOINCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMO

I bambini (due femmine e due maschi, di età compresa tra i 4 e i 14 anni) sono tutti rimasti intossicati dal fumo. Le loro condizioni sono apparse da subito disperate. Due bambine sono state portate all'ospedale Sant'Anna: per entrambe è stato constatato decesso dopo prolungata rianimazione cardiopolmonare. Un altro bimbo è stato portato al Valduce di Como, ma anche per lui non c'è stato nulla da fare. In gravissime condizioni all'ospedale di Cantù un quarto figlio e morirà anche lui poco più tardi.

All'interno dell'appartamento sarebbe stato ritrovato materiale accatastato, che farebbe presupporre che l'incendio sia stato appiccato da qualcuno all'interno dell'abitazione. L'allarme è scattato questa mattina su segnalazione di alcuni vicini di casa. L'appartamento è di proprietà di una fondazione benefica che affitta a persone bisognose. La Procura di Como ha aperto un fascicolo d'indagine per il reato di incendio: "Aspettiamo gli atti per valutare eventuali altre ipotesi di reato", afferma il procuratore Nicola Piacente.


INCENDIO COMO: FAMIGLIA ERA SEGUITA DA SERVIZI SOCIALI
INCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMOINCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMO

(ANSA) - Il 49enne di origine marocchina morto nell'incendio di Como con i suoi 4 figli lavorava in proprio ed era regolare sul territorio italiano mentre la moglie (che non era in casa) pare abbia problemi psicologici e per questo motivo si trova in cura presso una struttura. Tutta la famiglia era seguita dai servizi sociali di Como e si trovava in una situazione di evidente difficoltà.

20 Ottobre 2017

Fonte: qui

''TEMEVA GLI AVREBBERO TOLTO I FIGLI'' 
CHI ERA JAMAL, IL PADRE CHE SI È AMMAZZATO CON I 4 BAMBINI DANDO FUOCO ALLA CASA. ''ERA PREMUROSO, SI OCCUPAVA DI LORO DA QUANDO LA MADRE ERA STATA RICOVERATA PER DEPRESSIONE. PERDEVA I LAVORI PROPRIO PERCHÉ DOVEVA BADARE AI FIGLI. SI STAVANO MUOVENDO I SERVIZI SOCIALI''. LUI SI È MOSSO PRIMA 
LA MADRE, QUANDO HA SAPUTO...
Francesco Borgonovo per ''La Verità''

Rosanna Gallicchio staziona in piedi di fronte alla porta del suo garage, con le braccia incrociate. Lei e la figlia, in tuta e scarpe da ginnastica, osservano i vigili del fuoco che trascinano secchi di calcinacci fuori dal palazzo di fronte, uno stabile di quattro piani in via per San Fermo della Battaglia, a una decina di minuti in auto dal centro di Como.

jamal con il figlioJAMAL CON IL FIGLIO
L'incendio è divampato all' ultimo, nell' attico, ma la puzza non si sente quasi più. Si intuisce soltanto, attaccata sui volti lucidi e stravolti dei soccorritori e dei pochi abitanti che sgusciano dentro la porta d' ingresso, per evitare i giornalisti.

Rosanna continua a guardare avanti, parla veloce. «Li vedevo spesso i bambini. Stavano sempre fuori, erano gioiosi e sorridenti. Mercoledì stavamo uscendo con la macchina e loro ci facevano gli scherzi. Li vedevo con il papà, sempre per manina ad attraversare la strada. Perché questa è una strada brutta, sa?». Sì, la zona è bella, «signorile» la definisce qualcuno, ma la strada è brutta, pericolosa. In pendenza, piena di curve. Le macchine arrivano forte, talvolta sbucano all' improvviso, nascoste fino all' ultimo dagli alberi sporgenti.

Jamal Haitot - nato in Marocco nel 1968, cittadino italiano - era un padre amorevole, dunque stava molto attento quando doveva attraversare con qualcuno dei suoi quattro figli, un maschio di 11 anni e tre femmine di 7, 5 e 3 anni (tutti nati in Italia). «Li teneva per manina».

Li ha voluti vicini anche tra le fiamme.
Quando i soccorritori sono entrati nell' appartamento li hanno trovati stretti lì, nella stessa stanza, sdraiati l' uno accanto all' altro sopra un lettone. «Erano sul letto e su altri materassi, uno soltanto, forse, era finito sotto una scrivania», dice Luigi Giudice, il comandante dei vigili del fuoco comaschi. «Non è stato facile individuarli, per via del fumo».

Mentre il fuoco mangiava i mobili e una nebbia densa e maligna si appiccicava alle pareti, Jamal - padre amorevole - giaceva sul materasso, con i suoi piccini tutti attorno, ad aspettare il sonno. Pensava, forse, che non se ne sarebbero nemmeno accorti. Che il fumo se li sarebbe portati via leggero, in silenzio.

Il fatto è che non succede mai in silenzio. Quando il fumo ti intossica, prima si insinua sotto la pelle, sempre più in profondità fin dentro i muscoli. Le membra, a ogni istante, si caricano di un peso maggiore. Sembra sonno, in effetti. Poi però comincia il dolore. Sulla fronte, attorno alle tempie, preciso come un punteruolo. Respirare è un' impresa, i polmoni cercano aria pulita, la bocca si apre e fa entrare altro veleno. Il volto si arrossa mano a mano che la frequenza cardiaca aumenta, la pesantezza dei muscoli diventa dolore. E, nelle orecchie, romba un rumore costante, che cresce finché il cuore non si ferma.
le figlie di jamalLE FIGLIE DI JAMAL
Non è successo in silenzio.

Alcuni dei vicini di casa, la mattina presto, hanno sentito i bimbi gridare, per l' ultima volta: «Papà, papà». Il fumo lo hanno visto dopo. Erano le 8.20 quando la chiamata ha raggiunto il centralino del 112.

I soccorsi sono partiti subito, e a quell' ora - in mezzo alle auto di chi si fionda al lavoro - hanno impiegato circa 20 minuti a raggiungere lo stabile in fiamme.
È arrivata prima un' ambulanza, poi i pompieri, che sono entrati da una finestra, tramite un' autoscala. Il comunicato della Questura è glaciale: nell' appartamento sono stati rinvenuti «un uomo e quattro bambini esanimi». Tra le altre parole si legge: «Omicidio-sucidio a opera del padre». È stata aperta un' inchiesta.

Quando li hanno trovati, i piccini erano in arresto cardiaco. Hanno cercato di rianimarli subito, ma i vicini di casa hanno visto allontanarsi alcune ambulanze senza la sirena accesa, e hanno capito.

Jamal era già morto. Tre dei suoi figli lo hanno seguito poco dopo. Li hanno trasportati negli ospedali vicini, a San Fermo della Battaglia, Como e Cantù. I soccorritori continuavano - disperati - a inseguire un battito, speravano che un respiro flebile uscisse dalle piccole labbra pietrificate, ma niente. Il fumo se li era già portati nella sua terra nebbiosa. Solo il cuore di una delle bimbe, quella di mezzo, dopo circa due ore ha ripreso a battere. I medici le hanno somministrato un farmaco contro l' intossicazione, i polmoni, debolmente, si sono aggrappati alla vita. L' hanno trasferita all' ospedale Buzzi di Milano, in condizioni critiche. Ma non c' era più il papà a tenerla «per manina». Dopo alcune ore anche lei è morta.

Uno dei primi a entrare nell' appartamento che andava a fuoco è stato Reza Nasir, un vicino degli Haitot. È iraniano, vive in Italia da molti anni, gestisce un' azienda che si occupa di ascensori. È uscito a fare una passeggiata intorno alle 7.30. Ha respirato il fresco del mattino, il verde degli alberi. Perché la strada è pericolosa, ma è suggestiva: si inoltra in una specie di bosco, un rifugio per i borghesi che non sopportano la confusione del centro storico.

INCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMOINCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMO
Reza non si è accorto di niente, fino a che non ha sentito le urla degli altri condomini. Si è precipitato a raggiungerli, con un badile hanno sfasciato la porta dell' appartamento infuocato, sono entrati, e li hanno trovati. «Dentro», dice la voce spezzata di Reza, «ho visto quello che ho visto». Secondo il vicino, Jamal «era un uomo molto dignitoso. Da un po' di tempo, da quando la moglie era stata ricoverata per depressione, stava sempre con i bambini. Era davvero premuroso ma so che ha avuto problemi sul lavoro per via delle sue assenze dovute proprio alla necessità di accudire i quattro figli». Jamal, un padre amorevole, che ai figli voleva dare tutto. Avevano una bella casa. «Circa 100 metri quadri, con il camino», dice il comandante dei vigili del fuoco.

Jacopo Augustoni, l' amministratore di condominio, arriva trafelato, con gli occhi rossi, e spiega che l' appartamento «è di un privato che lo ha messo a disposizione della Fondazione Giovan Battista Scalabrini». La famiglia Haitot - «persone tranquille» - lo occupava da tre anni. viveva di beneficenza. Il Comune si occupava di loro, l' affitto era pagato, ogni giorno arrivavano pacchi alimentari. C' è gente di buon cuore, in giro.
Jamal era disoccupato. Da tempo si dibatteva nel pantano dei lavoretti saltuari. Ha fatto il lavapiatti, ha tirato a campare in qualche modo.

Poi è rimasto solo. Sua moglie, marocchina anche lei, è stata presa in carico dai servizi sociali: «Precarie condizioni psichiche», sintetizza la Questura. Una grave depressione, che con artigli affilati l' ha strappata ai suoi cari. Da mesi era ricoverata in una struttura di recupero, da cui è uscita ieri per raggiungere i suoi bimbi all' ospedale. Non riusciva a parlare, solo a piangere: le lacrime non hanno sciolto i corpicini di ghiaccio.
Le parole che tutti cercano, quelle che forse spiegano, le pronuncia Agnes Oketayot, ugandese da 13 anni in Italia.

Sua figlia andava all' asilo con una delle bambine. Jamal si confidava con Agnes. Le aveva detto che faceva fatica, che non aveva lavoro, e nemmeno cibo a sufficienza per i figli.

Tanto che la donna, un giorno, gli ha regalato 12 litri di latte, e lui si è commosso. «Era in attesa di una risposta da parte del Tribunale dei minori perché aveva chiesto un aiuto al giudice», ha raccontato Agnes ai giornali. E forse la risposta è lì. Jamal Haitot, il bravo papà, aveva paura di che gli togliessero i figli. Così ha cominciato ad accumulare i giornali. Li ha impilati uno dopo l' altro, vicino all' ingresso. Reza, il suo vicino, li ha persino intravisti sbirciando dalla porta, un paio di giorni fa. Quel mucchio di carta vecchia l' ha stupito, poi non ci ha pensato più.
INCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMOINCENDIO SAN FERMO DELLA BATTAGLIA COMO

Jamal - mattina dopo mattina, mentre il pensiero cattivo gli metteva radici nel cervello - ha accatastato i quotidiani vicino all' entrata e lungo il corridoio della sua casa grande e «signorile». I suoi bimbi correvano e giocavano. Lui aveva smesso di mandarli a scuola, si era trincerato dietro le sue ossessioni, e teneva prigionieri anche loro. Guardava i piccoli e, nel suo cuore, l' amore già bruciava.

Nel mucchio, assieme alla carta, Jamal ha buttato anche stracci e coperte. Poi, ieri mattina presto, all' ora di colazione, ha acceso il fuoco.
Lontano, al centro di recupero, anche sua moglie forse si stava alzando, magari ha dedicato il suo pensiero proprio a lui, così forte nel prendersi cura dei loro piccoli. O magari non ha pensato a niente, solo alla fatica di iniziare un altro giorno grigio, lontano da casa.

Ieri mattina, dentro l' appartamento, Jamal ha lasciato che la pira si animasse. I suoi quattro cuccioli, 26 anni in quattro, dai loro materassi nell' altra stanza, lo chiamavano allarmati: «Papà, papà».

E il papà è arrivato, per metterli a letto anche se fuori c' era già luce da un po'. Il papà ha chiamato le fiamme a sussurrare una ninna nanna, si è accucciato vicino ai suoi bimbi, e li ha accompagnati verso la morte. «Per manina».

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