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venerdì 29 marzo 2019
domenica 7 ottobre 2018
DUE GENITORI DICHIARATI COLPEVOLI DAL TRIBUNALE DI COMO PER NON AVER LEGATO LA FIGLIA IN MACCHINA
LA PICCOLA AURORA AVEVA 16 MESI ED È MORTA IN UN INCIDENTE STRADALE
PER LORO LA STESSA PENA DELL’UOMO CHE LI HA INVESTITI UBRIACO
Tiziana Paolocci per “il Giornale”
L' hanno vista morire davanti ai loro occhi, stretta tra le braccia. E ora dovranno scontare la stessa pena dell' uomo responsabile dell' incidente stradale nella quale la figlioletta ha perso la vita.
I giudici del Tribunale di Como hanno inferto una pena esemplare a una coppia di genitori, che non aveva assicurato la piccola al seggiolino. La tragedia, in cui ha perso la vita Aurora Sigi, sedici mesi appena, è avvenuta un anno e mezzo fa a Cantù, nella frazione di Vighizzolo.
La notte tra il 2 e il 3 maggio 2017 Manuel Sigi, che oggi ha ventinove anni e la moglie Vanessa Cunio, che ne ha ventisette anni, si sono messi in macchina insieme alla figlia. Invece di proteggerla, legandola al seggiolino fissato nella parte anteriore della vettura, hanno scelto di far viaggiare la bambina sul sedile davanti, in braccio alla mamma, mentre il padre accanto guidava.
La Lancia Y10 su cui viaggiava la famiglia, giunta all' incrocio tra viale Italia e via Rossini, è rimasta però coinvolta in un incidente, provocato da una Skoda Fabia. Al volante Fabio Pozzoli, operaio di 35 anni, che per svoltare ha tagliato la strada alla Lancia. Aurora ha urtato violentemente la testa sul vetro ed è morta per trauma cranico e facciale riportato nell' incidente.
Trasportata in pronto soccorso è stato inutile, infatti, qualsiasi tentativo dei medici di strapparla all' atroce destino. Poco dopo Pozzoli viene arrestato e portato nel carcere del Bassone, prima di ottenere i domiciliari, nell' abitazione dei suoi genitori a Cantù. Dalle indagini del carabinieri emerge che è stato lui a provocare l' incidente, facendo quella manovra azzardata in condizioni di scarsa visibilità e pioggia.
Dalle analisi effettuate sul soggetto si scopre anche che era alla guida con un tasso alcolico pari a 1,38 milligrammi di alcol per litro di sangue, a fronte di un limite massimo consentito, che la legge fissa alla quota di 0,5.
Anche la mamma e il papà della piccola vittima finiscono sul registro degli indagati della Procura. Il sostituto procuratore Antonio Nalesso, infatti li accusa di aver omesso di assicurare la piccola ad un seggiolino idoneo al trasporto dei bambini, da collocarsi ovviamente sul sedile posteriore.
La Lancia Y, inoltre, era sottoposta a fermo amministrativo e quindi non abilitata alla circolazione, con freni e pneumatici ritenuti «non efficienti». In Tribunale a Como, davanti al Gup Laura De Gregorio, la coppia ieri ha patteggiato una pena a 16 mesi, la stessa a cui è stato condannato anche l' operaio.
Fonte: qui
mercoledì 12 settembre 2018
COMO - IL MISTERO DELLE MONETE ROMANE RITROVATE IN PIENO CENTRO STORICO
GLI ARCHEOLOGI DELLA SOPRINTENDENZA DELLA LOMBARDIA: "FURONO NASCOSTE, FORSE ANCHE CON UN LINGOTTO. PER ORA SONO SOLO IPOTESI. ABBIAMO BISOGNO DI TEMPO...”- VIDEO
Alessandro Camagni per repubblica.it
Ancora non si sa quante siano di preciso, l'esatta datazione e come siano finite lì. Quello delle monete d'oro ritrovate a Como rimane un mistero affascinante: "Stiamo facendo tutti gli studi del caso, per capire il periodo esatto", ha spiegato Grazia Facchinetti, archeologa.
"Resta da capire come mai siano stati riposti lì, le dinamiche ci fanno pensare che siano stati nascoste per poi poter essere recuperate, ma siamo ancora a una fase embrionale dello studio". Inoltre pare che nel vaso ci sia dell'altro: "Togliendo le prime monete ci siamo accorti di qualcosa di più lungo, forse un lingotto: fosse così la storia si farebbe molto più interessante ma abbiamo bisogno di tempo, per ora sono solo ipotesi”. Fonte: qui
martedì 4 settembre 2018
“UNA NOTTE DI PASSIONE”: COSÌ I TRE RAGAZZI CHE HANNO STUPRATO DUE TURISTE SUL LAGO DI COMO SI VANTAVANO TRA LORO DELLA VIOLENZA SULLA SPIAGGIA
RIUNITI PER FESTEGGIARE IL COMPLEANNO DI UNO DI LORO, HANNO INCONTRATO LE RAGAZZE IN UN LOCALE. QUANDO LORO HANNO CHIESTO DI ESSERE RIPORTATE A CASA È SCATTATA LA VIOLENZA.
IL PIÙ INTRAPRENDENTE ERA IL BARMAN, L’UNICO ITALIANO, CHE…
Roberto Canali per www.ilgiorno.it
Erano così fieri della loro notte brava da essersene vantati con gli amici del bar. Una notte di passione, secondo la loro versione, trascorsa con due giovani turiste conosciute in serata in una spiaggia appartata.
Una cosa di cui vantarsi senza nulla da nascondere, neppure ai carabinieri che qualche giorno dopo sono andati a cercarli al lido dove tutti e tre lavoravano come stagionali, Nicholas Pedrotti, l’unico italiano, dietro il bancone del bar, e gli altri due, un albanese e un etiope, come camerieri.
Tutti e tre ventenni, ora in stato di fermo al carcere Bassone di Como in attesa della convalida per stupro nei confronti di due turiste diciassettenni, anche loro comasche, che all’inizio di agosto avevano trascorso qualche giorno di vacanza a Menaggio.
Tutto è accaduto la notte dell’8 agosto scorso, le ragazze erano entrate in un locale sul lungolago quando si sono imbattute nel branco. Riuniti per festeggiare il compleanno di uno di loro c’erano Nicholas il barman, probabilmente il più intraprendente, i suoi due colleghi e un quarto ragazzo, moldavo, conosciuto al lido dove i primi tre lavoravano perché era venuto a trovare la sorella che faceva la cameriera.
Un brindisi dopo l’altro la confidenza tra i giovani è cresciuta e le giovani sono state invitate prima a ballare e poi a fare una passeggiata. Siccome si era fatto tardi le ragazze hanno chiesto di essere riaccompagnate a casa e questo punto sarebbe scattata la violenza, con le giovani fatte scendere dalle auto e costrette a seguire i loro aguzzini in spiaggia per essere stuprate, a pochi metri l’una dall’altra. A confermarlo ci sarebbero gli esami compiuti qualche giorno dopo all’ospedale di Saronno.
«Il mio assistito non ha commesso alcuna violenza sessuale, non c’è stato nulla di forzato». Nega la versione delle giovani l’avvocato Francesco Romualdi, legale rappresentante di Nicholas Pedrotti, 22 anni, di Chiesa in Valmalenco, da due giorni nel carcere Bassone di Como insieme ai suoi due colleghi in attesa dell’udienza di convalida.
«Quanto è accaduto giovedì non è stata affatto una sorpresa, dieci giorni fa i carabinieri avevano effettuato una perquisizione a casa sua e lui si era mostrato totalmente collaborativo. In quell’occasione lui aveva spiegato la sua versione dei fatti, fornendo tutte le risposte. La sua disponibilità in quell’occasione e la tranquillità dimostrano l’insussistenza di un pericolo di fuga».
Invece l’altro giorno i carabinieri di Menaggio lo hanno arrestato dopo che aveva chiesto il passaporto. «Non voleva fuggire, ma doveva partire per le vacanze a settembre», lo difendono gli amici. Fonte: qui
domenica 29 luglio 2018
DOPO IL COMUNE, FALLISCE ANCHE IL CASINÒ DI CAMPIONE D’ITALIA A CAUSA DI 132 MILIONI DI EURO DI DEBITI
BOCCIATO IL PIANO DI RISANAMENTO FUTURO: POSTO DI LAVORO A RISCHIO PER I CINQUECENTO DIPENDENTI DELLA STRUTTURA
Giuseppe Spatola per “Libero quotidiano”
Rien ne va plus, les jeux sont faits. A Campione la ruota della fortuna non girerà più.
Ieri mattina il Tribunale di Como ha infatti dichiarato fallito il casinò di Campione d' Italia e la casa da gioco è stata affidata a tre curatori fallimentari. La decisione del giudice è stata presa dopo che il commissario ad acta aveva bocciato il piano di risanamento presentato dal Comune e dalla stessa casa da gioco.
Nei giorni scorsi l' amministratore unico del casinò, Marco Ambrosini, aveva chiesto un' ulteriore proroga della decisione. La richiesta di fallimento era stata presentata dalla Procura di Como dopo che il Casinò non era stato più in grado di versare le quote dovute al Comune di Campione, socio unico, provocando il dissesto finanziario dell' ente pubblico.
Il 24 luglio il commissario Pagano aveva sonoramente bocciato il piano di risanamento presentato: l' ammontare dei debiti al 30 aprile 2018 sarebbe di 132 milioni di euro, 42 dei quali spettano al Comune di Campione d' Italia, socio unico della Casa da gioco.
«Alla luce di quanto deciso nelle ultime ore - hanno ribadito a Campione - appare evidente come non abbia sortito alcun effetto la missione dell' amministratore unico Ambrosini in Tribunale a Como dove ha presentato una memoria con la quale chiedeva, in sostanza, il congelamento di ogni decisione fino all' udienza di settembre».
Per i 500 lavoratori - sono esattamente 487 i posti a rischio per la rappresentanza sindacale della casa da giochi - si profilano tempi difficili e un futuro incerto.
Per questa ragione ieri tutti gli assunti si sono riuniti in assemblea per avere un quadro della situazione più preciso e decidere come tutelarsi. La richiesta di fallimento era stata presentata dalla Procura di Como dopo che il Casinò non era stato più in grado di versare le quote dovute a Campione, provocandone il dissesto finanziario. Al Comune dell' enclave italiana nel cuore del Canton Ticino, schiacciato dai debiti, nei giorni scorsi si è insediato il commissario prefettizio che dovrà gestire la crisi.
Il Consiglio comunale aveva approvato un piano di ristrutturazione "salva-casinò". Un piano d' austerità "lacrime e sangue" che prevedeva fra le altre cose un taglio netto degli introiti riversati al Comune (40 milioni in 5 anni al posto di 20 all' anno - che però non ha trovato l' unanimità della giunta).
La riduzione degli emolumenti in favore del Comune era parte integrante dell' accordo, sottoscritto la primavera scorsa, che prevedeva una riduzione del costo del lavoro e che di fatto aveva permesso di salvare dal licenziamento collettivo i quasi 500 dipendenti.
Neppure questo, però, è bastato a convincere i giudici comaschi della possibilità di salvataggio. Da qui la sentenza di fallimento che mette in ginocchio l' intera comunità.
Ora spetterà alla procura capire le eventuali responsabilità della mala gestione e del dissesto economico che ha portato al commissariamento della cosa pubblica.
Fonte: qui
lunedì 23 luglio 2018
CINISELLO - CADAVERE MURATO SOTTO AL PAVIMENTO: L’ASSASSINO CONFESSA SEI ANNI DOPO
SCOPERTO IL CORPO DEL COMASCO ANTONIO DEIANA, ANCHE IL FRATELLO ERA SPARITO E FU RITROVATO IN UN BOSCO UCCISO A COLTELLATE
LA PISTA DELLA DROGA E L’OMBRA LUNGA DELLE ‘NDRINE
Cesare Giuzzi per corriere.it
È una storia «messicana». Due fratelli scomparsi e uccisi, tre casi di lupara bianca. Omicidi avvenuti tra Milano e il Comasco, in quella terra che negli ultimi decenni è diventata — nella quasi totale indifferenza — uno spicchio di Calabria. Quella feroce, quella della ’ndrangheta. Con le vittime uccise e sepolte, con i killer che dopo l’assassinio si trovano a tavola per la «mangiata» con le mani ancora sporche di sangue.
L’ultimo capitolo del film dell’orrore sembra uscito da una serie sui narcos. Antonio Deiana, scomparso da Villa Guardia (Como) nel luglio di sei anni fa, era il fratello di Salvatore, 39 anni, sparito tre anni prima, e il cui corpo venne trovato solo nel febbraio 2015 ad Oltrona San Mamete. Ucciso a coltellate da uomini legati alla ’ndrangheta e sepolto in un bosco. E killer delle cosche legati al boss Luciano Nocera erano anche gli assassini di Ernesto Albanese, freddato a Guanzate nel giugno 2014 e sepolto nel cortile di una villetta: poche ore dopo, in quello stesso punto, i killer festeggiarono con una grigliata.
A quest’appello di morte mancava però ancora il corpo di Antonio Deiana. La sua ultima traccia in vita risale al 20 luglio del 2012, quando uscì dalla sua casa di Villa Guardia in sella a una Kawasaki 750 targata DA24350. Gli appelli della sorella Antonella, fino ad ora, erano caduti nel vuoto. Ci aveva provato anche la trasmissione «Chi l’ha visto?», ma il 36enne (vecchi precedenti per droga) sembrava scomparso nel vuoto. Ora la svolta, che poi è forse il più spaventoso capitolo di questa storia infinita di sangue.
Il cadavere è stato trovato l’altro ieri in uno scantinato di una palazzina di via Lanfranco della Pila, 12 a Cinisello, a 35 chilometri dal luogo della scomparsa. Il corpo era nascosto sotto al pavimento, coperto da una colata di cemento e lì è rimasto murato per sei anni. Senza che gli abitanti del palazzo sapessero nulla, senza che chi calpestava quel pavimento conoscesse il mistero. Tutti tranne uno.
Perché la polizia ha arrestato uno degli abitanti del palazzo, con l’accusa di omicidio e occultamento di cadavere. Ora è rinchiuso nel carcere di Monza. Si tratta del 37enne Luca Sanfilippo. L’uomo ha confessato e permesso agli inquirenti di trovare il cadavere. Il pool di anatomopatologi al servizio di Cristina Cattaneo sta ancora lavorando al complesso recupero dei resti. Si scava, lentamente, nel cemento per riportare alla luce le ossa bruciate dalla calce (manca solo la formalità del test del Dna). Originario, come la sua famiglia di Mazzarino in provincia di Caltanissetta, Sanfilippo è l’ultimo di quattro figli. Agli investigatori, al termine di un drammatico interrogatorio, ha ammesso di aver ucciso Deiana a coltellate. Sembra che il 36 enne — cosi ha detto il killer — avesse appuntamento nello scantinato con un’altra persona per comprare una partita di cocaina. Ma mentre aspettavano, tra lui e Sanfilippo (che lì vive all’ultimo piano insieme al fratello e alla madre) è nata una discussione culminata con il delitto. Poi la decisione di far sparire il cadavere sotto al cemento. Prima però il corpo è stato spogliato dei vestiti. Gli indumenti sarebbero stati affidati a un «balordo» per bruciarli altrove. Proprio questo elemento è stato, sei anni dopo, la chiave del giallo.
Due mesi fa un altro balordo «di piccolo livello» ha confidato a un ispettore del commissariato Greco-Turro, guidato dal vice questore Angelo De Simone, di aver aiutato un uomo, anni prima, a bruciare i vestiti di una vittima di omicidio. L’indagine è arrivata poi agli investigatori della Omicidi della squadra Mobile, diretti da Lorenzo Bucossi, che hanno avviato le verifiche con i colleghi della Mobile di Como che dal 2012 non avevano mai smesso di indagare, coordinati dal procuratore Nicola Piacente. Le microspie in casa di Sanfilippo (una parte dello stabile era sotto sequestro per un fallimento) hanno svelato il resto. Giovedì la svolta con le perquisizioni ordinate dai pm di Monza e la confessione del killer.
Fonte: qui
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mercoledì 16 maggio 2018
ECCO COME UNA COLLABORATRICE SCOLASTICA USAVA I PERMESSI PER BADARE ALL’ANZIANA MADRE MALATA: ANDAVA IN VACANZA CON TUTTA LA FAMIGLIA A DUBAI
LA GUARDIA DI FINANZA L’HA SMASCHERATA. ORA È ACCUSATA DI TRUFFA AGGRAVATA AI DANNI DELLO STATO E…
Era in congedo straordinario per assistere l'anziana madre: tutto regolare, in base alla legge 104 che consente ai dipendenti pubblici di usufuire, appunto, di permessi per badare a parenti con handicap di particolare gravità.
Il problema era che invece di passare le sue giornate al capezzale della madre si trovava in vacanza, con la famiglia, a Dubai.
Protagonista della vicenda una collaboratrice scolastica di un istituto di Erba: le fiamme gialle l'hanno smascherata acquisendo presso un'agenzia di viaggi locale il "pacchetto vacanze" che la donna aveva prenotato. Segnalata dai finanzieri alla Procura della repubblica di Como, ora è accusata di truffa aggravata ai danni dello Stato.
La dipendente pubblica ha davvero un madre malata, per cui ha diritto ai permessi che la legge concede a chi si fa carico dell'assistenza di congiunti malati o disabili (legge 104 del 1992) e dei congedi straordinari previsti dal decreto legislativo 151 del 2001.
Ma il permesso e l'assenza dal lavoro devono essere direttamente collegati alla prestazione di assistenza e non utilizzati per altro scopo.
Fonte: qui
giovedì 21 dicembre 2017
A COMO VIETATO AIUTARE I CLOCHARD
I VOLONTARI CHE PORTANO CIBO AI SENZATETTO ALLONTANATI DAI VIGILI, E’ L’EFFETTO DELL’ORDINANZA ANTI ACCATTONAGGIO FIRMATA DAL SINDACO
SCOPPIA LA POLEMICA IN CITTA'
“A NATALE IN PIAZZA PER DIFENDERE I BARBONI”
Anna Campaniello per il “Corriere della Sera”
Vietato distribuire la colazione ai senzatetto che dormono sotto i portici della ex chiesa di San Francesco a Como. Effetto dell' ordinanza anti accattonaggio firmata nei giorni scorsi dal sindaco Mario Landriscina. I volontari che abitualmente la mattina portano qualcosa di caldo ai clochard sono stati allontanati dai vigili.
«Si è creata una situazione delicata e difficile per tutti, cercheremo di trovare un equilibrio tra l' esigenza di far rispettare il provvedimento e certe situazioni di sofferenza sociale», risponde il primo cittadino. «Ci è stato detto che i nostri semplici gesti sarebbero contrari alla nuova ordinanza del Comune voluta per la tutela della vivibilità e del decoro - denunciano su Facebook i volontari del gruppo colazioni dell' osservatorio migranti "WelCom" -. Ci è stato detto che fino al 10 gennaio non ci è possibile portare un piccolo simbolo d' amore a queste persone, perché in vista del Natale non è decoroso. La rabbia prende l' anima, una rabbia scatenata dall' ipocrisia di chi sputa sui valori più importanti».
Domenica mattina, secondo quanto riferito dal Comune, i vigili sono intervenuti su segnalazione di alcuni cittadini comaschi che avrebbero chiesto l' intervento della polizia locale per la presenza dei senzatetto. I bivacchi in centro città sono infatti vietati dall' ordinanza entrata in vigore nel fine settimana. «I vigili si sono trovati nella difficile situazione di dover fare il loro dovere pur con grande disagio - dice Mario Landriscina -. Non potevano astenersi vista la richiesta di intervento.
Siamo al lavoro per studiare correttivi all' ordinanza in modo da trovare un equilibrio».
«Continuando ad allontanare i poveri non si elimina la povertà, la si amplifica, la si fa diventare un nemico, un nemico da combattere», denunciano però ancora i volontari.
«Abbiamo lavorato per garantire un riparo a tutti i senzatetto in collaborazione con la Caritas - conclude il sindaco -. Abbiamo offerto un' alternativa, ma purtroppo ci sono situazioni complesse di sofferenza sociale che restano difficili da affrontare».
Fonte: qui
domenica 22 ottobre 2017
TRAGEDIA IN PROVINCIA DI COMO: UN UOMO DÀ FUOCO ALLA CASA, MUOIONO LUI E I SUOI QUATTRO BIMBI.
LA MADRE ERA RICOVERATA PER DEPRESSIONE
LUI, MAROCCHINO DI 49 ANNI, AVEVA APPENA PERSO IL LAVORO. LA CASA ERA DI UNA FONDAZIONE BENEFICA CHE ACCOGLIE I BISOGNOSI
Tragedia questa mattina a San Fermo della Battaglia. Un uomo e i suoi quattro figli sono rimasti coinvolti nell’incendio scoppiato in un appartamento all'interno di una palazzina a quatro piani al confine tra i comuni di Como e San Fermo della Battaglia, in via per San Fermo. Il bilancio è drammatico: il padre è morto sul posto mentre tre dei figli sono deceduti subito dopo il trasporto in ospedale. Gravissimo un quarto bambino, ma muore anche lui successivamente in ospedale. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco, 118 e polizia. A quanto si è appreso, sarebbe stato il padre ad appiccare dolosamente l'incendio per motivi legati a "tensioni familiari".
I bambini (due femmine e due maschi, di età compresa tra i 4 e i 14 anni) sono tutti rimasti intossicati dal fumo. Le loro condizioni sono apparse da subito disperate. Due bambine sono state portate all'ospedale Sant'Anna: per entrambe è stato constatato decesso dopo prolungata rianimazione cardiopolmonare. Un altro bimbo è stato portato al Valduce di Como, ma anche per lui non c'è stato nulla da fare. In gravissime condizioni all'ospedale di Cantù un quarto figlio e morirà anche lui poco più tardi.
All'interno dell'appartamento sarebbe stato ritrovato materiale accatastato, che farebbe presupporre che l'incendio sia stato appiccato da qualcuno all'interno dell'abitazione. L'allarme è scattato questa mattina su segnalazione di alcuni vicini di casa. L'appartamento è di proprietà di una fondazione benefica che affitta a persone bisognose. La Procura di Como ha aperto un fascicolo d'indagine per il reato di incendio: "Aspettiamo gli atti per valutare eventuali altre ipotesi di reato", afferma il procuratore Nicola Piacente.
INCENDIO COMO: FAMIGLIA ERA SEGUITA DA SERVIZI SOCIALI
(ANSA) - Il 49enne di origine marocchina morto nell'incendio di Como con i suoi 4 figli lavorava in proprio ed era regolare sul territorio italiano mentre la moglie (che non era in casa) pare abbia problemi psicologici e per questo motivo si trova in cura presso una struttura. Tutta la famiglia era seguita dai servizi sociali di Como e si trovava in una situazione di evidente difficoltà.
20 Ottobre 2017
Fonte: qui
''TEMEVA GLI AVREBBERO TOLTO I FIGLI''
CHI ERA JAMAL, IL PADRE CHE SI È AMMAZZATO CON I 4 BAMBINI DANDO FUOCO ALLA CASA. ''ERA PREMUROSO, SI OCCUPAVA DI LORO DA QUANDO LA MADRE ERA STATA RICOVERATA PER DEPRESSIONE. PERDEVA I LAVORI PROPRIO PERCHÉ DOVEVA BADARE AI FIGLI. SI STAVANO MUOVENDO I SERVIZI SOCIALI''. LUI SI È MOSSO PRIMA
LA MADRE, QUANDO HA SAPUTO...
Francesco Borgonovo per ''La Verità''
Rosanna Gallicchio staziona in piedi di fronte alla porta del suo garage, con le braccia incrociate. Lei e la figlia, in tuta e scarpe da ginnastica, osservano i vigili del fuoco che trascinano secchi di calcinacci fuori dal palazzo di fronte, uno stabile di quattro piani in via per San Fermo della Battaglia, a una decina di minuti in auto dal centro di Como.
L'incendio è divampato all' ultimo, nell' attico, ma la puzza non si sente quasi più. Si intuisce soltanto, attaccata sui volti lucidi e stravolti dei soccorritori e dei pochi abitanti che sgusciano dentro la porta d' ingresso, per evitare i giornalisti.
Rosanna continua a guardare avanti, parla veloce. «Li vedevo spesso i bambini. Stavano sempre fuori, erano gioiosi e sorridenti. Mercoledì stavamo uscendo con la macchina e loro ci facevano gli scherzi. Li vedevo con il papà, sempre per manina ad attraversare la strada. Perché questa è una strada brutta, sa?». Sì, la zona è bella, «signorile» la definisce qualcuno, ma la strada è brutta, pericolosa. In pendenza, piena di curve. Le macchine arrivano forte, talvolta sbucano all' improvviso, nascoste fino all' ultimo dagli alberi sporgenti.
Jamal Haitot - nato in Marocco nel 1968, cittadino italiano - era un padre amorevole, dunque stava molto attento quando doveva attraversare con qualcuno dei suoi quattro figli, un maschio di 11 anni e tre femmine di 7, 5 e 3 anni (tutti nati in Italia). «Li teneva per manina».
Li ha voluti vicini anche tra le fiamme.
Quando i soccorritori sono entrati nell' appartamento li hanno trovati stretti lì, nella stessa stanza, sdraiati l' uno accanto all' altro sopra un lettone. «Erano sul letto e su altri materassi, uno soltanto, forse, era finito sotto una scrivania», dice Luigi Giudice, il comandante dei vigili del fuoco comaschi. «Non è stato facile individuarli, per via del fumo».
Mentre il fuoco mangiava i mobili e una nebbia densa e maligna si appiccicava alle pareti, Jamal - padre amorevole - giaceva sul materasso, con i suoi piccini tutti attorno, ad aspettare il sonno. Pensava, forse, che non se ne sarebbero nemmeno accorti. Che il fumo se li sarebbe portati via leggero, in silenzio.
Il fatto è che non succede mai in silenzio. Quando il fumo ti intossica, prima si insinua sotto la pelle, sempre più in profondità fin dentro i muscoli. Le membra, a ogni istante, si caricano di un peso maggiore. Sembra sonno, in effetti. Poi però comincia il dolore. Sulla fronte, attorno alle tempie, preciso come un punteruolo. Respirare è un' impresa, i polmoni cercano aria pulita, la bocca si apre e fa entrare altro veleno. Il volto si arrossa mano a mano che la frequenza cardiaca aumenta, la pesantezza dei muscoli diventa dolore. E, nelle orecchie, romba un rumore costante, che cresce finché il cuore non si ferma.
Non è successo in silenzio.
Alcuni dei vicini di casa, la mattina presto, hanno sentito i bimbi gridare, per l' ultima volta: «Papà, papà». Il fumo lo hanno visto dopo. Erano le 8.20 quando la chiamata ha raggiunto il centralino del 112.
I soccorsi sono partiti subito, e a quell' ora - in mezzo alle auto di chi si fionda al lavoro - hanno impiegato circa 20 minuti a raggiungere lo stabile in fiamme.
È arrivata prima un' ambulanza, poi i pompieri, che sono entrati da una finestra, tramite un' autoscala. Il comunicato della Questura è glaciale: nell' appartamento sono stati rinvenuti «un uomo e quattro bambini esanimi». Tra le altre parole si legge: «Omicidio-sucidio a opera del padre». È stata aperta un' inchiesta.
Quando li hanno trovati, i piccini erano in arresto cardiaco. Hanno cercato di rianimarli subito, ma i vicini di casa hanno visto allontanarsi alcune ambulanze senza la sirena accesa, e hanno capito.
Jamal era già morto. Tre dei suoi figli lo hanno seguito poco dopo. Li hanno trasportati negli ospedali vicini, a San Fermo della Battaglia, Como e Cantù. I soccorritori continuavano - disperati - a inseguire un battito, speravano che un respiro flebile uscisse dalle piccole labbra pietrificate, ma niente. Il fumo se li era già portati nella sua terra nebbiosa. Solo il cuore di una delle bimbe, quella di mezzo, dopo circa due ore ha ripreso a battere. I medici le hanno somministrato un farmaco contro l' intossicazione, i polmoni, debolmente, si sono aggrappati alla vita. L' hanno trasferita all' ospedale Buzzi di Milano, in condizioni critiche. Ma non c' era più il papà a tenerla «per manina». Dopo alcune ore anche lei è morta.
Uno dei primi a entrare nell' appartamento che andava a fuoco è stato Reza Nasir, un vicino degli Haitot. È iraniano, vive in Italia da molti anni, gestisce un' azienda che si occupa di ascensori. È uscito a fare una passeggiata intorno alle 7.30. Ha respirato il fresco del mattino, il verde degli alberi. Perché la strada è pericolosa, ma è suggestiva: si inoltra in una specie di bosco, un rifugio per i borghesi che non sopportano la confusione del centro storico.
Reza non si è accorto di niente, fino a che non ha sentito le urla degli altri condomini. Si è precipitato a raggiungerli, con un badile hanno sfasciato la porta dell' appartamento infuocato, sono entrati, e li hanno trovati. «Dentro», dice la voce spezzata di Reza, «ho visto quello che ho visto». Secondo il vicino, Jamal «era un uomo molto dignitoso. Da un po' di tempo, da quando la moglie era stata ricoverata per depressione, stava sempre con i bambini. Era davvero premuroso ma so che ha avuto problemi sul lavoro per via delle sue assenze dovute proprio alla necessità di accudire i quattro figli». Jamal, un padre amorevole, che ai figli voleva dare tutto. Avevano una bella casa. «Circa 100 metri quadri, con il camino», dice il comandante dei vigili del fuoco.
Jacopo Augustoni, l' amministratore di condominio, arriva trafelato, con gli occhi rossi, e spiega che l' appartamento «è di un privato che lo ha messo a disposizione della Fondazione Giovan Battista Scalabrini». La famiglia Haitot - «persone tranquille» - lo occupava da tre anni. viveva di beneficenza. Il Comune si occupava di loro, l' affitto era pagato, ogni giorno arrivavano pacchi alimentari. C' è gente di buon cuore, in giro.
Jamal era disoccupato. Da tempo si dibatteva nel pantano dei lavoretti saltuari. Ha fatto il lavapiatti, ha tirato a campare in qualche modo.
Poi è rimasto solo. Sua moglie, marocchina anche lei, è stata presa in carico dai servizi sociali: «Precarie condizioni psichiche», sintetizza la Questura. Una grave depressione, che con artigli affilati l' ha strappata ai suoi cari. Da mesi era ricoverata in una struttura di recupero, da cui è uscita ieri per raggiungere i suoi bimbi all' ospedale. Non riusciva a parlare, solo a piangere: le lacrime non hanno sciolto i corpicini di ghiaccio.
Le parole che tutti cercano, quelle che forse spiegano, le pronuncia Agnes Oketayot, ugandese da 13 anni in Italia.
Sua figlia andava all' asilo con una delle bambine. Jamal si confidava con Agnes. Le aveva detto che faceva fatica, che non aveva lavoro, e nemmeno cibo a sufficienza per i figli.
Tanto che la donna, un giorno, gli ha regalato 12 litri di latte, e lui si è commosso. «Era in attesa di una risposta da parte del Tribunale dei minori perché aveva chiesto un aiuto al giudice», ha raccontato Agnes ai giornali. E forse la risposta è lì. Jamal Haitot, il bravo papà, aveva paura di che gli togliessero i figli. Così ha cominciato ad accumulare i giornali. Li ha impilati uno dopo l' altro, vicino all' ingresso. Reza, il suo vicino, li ha persino intravisti sbirciando dalla porta, un paio di giorni fa. Quel mucchio di carta vecchia l' ha stupito, poi non ci ha pensato più.
Jamal - mattina dopo mattina, mentre il pensiero cattivo gli metteva radici nel cervello - ha accatastato i quotidiani vicino all' entrata e lungo il corridoio della sua casa grande e «signorile». I suoi bimbi correvano e giocavano. Lui aveva smesso di mandarli a scuola, si era trincerato dietro le sue ossessioni, e teneva prigionieri anche loro. Guardava i piccoli e, nel suo cuore, l' amore già bruciava.
Nel mucchio, assieme alla carta, Jamal ha buttato anche stracci e coperte. Poi, ieri mattina presto, all' ora di colazione, ha acceso il fuoco.
Lontano, al centro di recupero, anche sua moglie forse si stava alzando, magari ha dedicato il suo pensiero proprio a lui, così forte nel prendersi cura dei loro piccoli. O magari non ha pensato a niente, solo alla fatica di iniziare un altro giorno grigio, lontano da casa.
Ieri mattina, dentro l' appartamento, Jamal ha lasciato che la pira si animasse. I suoi quattro cuccioli, 26 anni in quattro, dai loro materassi nell' altra stanza, lo chiamavano allarmati: «Papà, papà».
E il papà è arrivato, per metterli a letto anche se fuori c' era già luce da un po'. Il papà ha chiamato le fiamme a sussurrare una ninna nanna, si è accucciato vicino ai suoi bimbi, e li ha accompagnati verso la morte. «Per manina».
Fonte: qui
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