9 dicembre forconi

giovedì 7 settembre 2017

Gli USA non possono più continuare ad accumulare debito per consumare, tutto il resto (incluso Trump) è una conseguenza!


Il deficit commerciale cumulato USA dal 1980 al 2014 è pari a circa 10.5k mld USD; al 2017 si stima sia circa 11.5-12k mld USD. Tale valore va paragonato al debito federale, attorno a 20k mld USD. Ossia l’aumento del debito federale USA va di pari passo all’essere cicala (…)
I media ci nascondono molte cose. In realtà la tecnica è più elaborata: ci inondano di notizie inutili a maggior ragione se fanno presa sulla gente, di norma baggianate (magari sullo scandaletto di turno o su Igor il terribile inventato da qualche servizio segreto occidentale) per nascondere la vera radice dei problemi, o più semplicemente i problemi veri.
Ad esempio, gli USA: da lustri coi loro consumi – e con corrispondenti deficit della bilancia commerciale e delle partite correnti – stanno contribuendo ad arricchire mezzo mondo, in particolare i paesi esportatori di merci, ad es. la Germania e la Cina. Il problema è che da circa 30 anni tali consumi USA sono a credito ovverosia gli americani si indebitano regolarmente per consumare. Lo possono fare per un complesso insieme di ragioni che può essere condensato nel fatto di aver vinto l’ultima guerra ovvero di essere il paese in aggregato economicamente e militarmente più forte del mondo. E dunque con il privilegio di stampare carta verde sempre meno tangibile come merce di scambio per preziose merci fisiche.
Il problema è che dopo 8 anni di Obama – che ha circa raddoppiato il debito federale con parallelo indebolimento del primato geostrategico americano – gli USA sono al limite della sopportazione da debito, non possono più accumularne se non vogliono sprofondare sotto il suo peso (debito accumulato dagli USA con tutti i paesi, vedasi oltre – dico io, come si fa a non dare ragione a Trump… , ndr-).
Dunque devono ridurre i consumi se vogliono tornare grandi o semplicemente per restare al top della solidità aggregata globale (ossia, in aggregato: economica, tecnologica, militare, politica). Trump è semplicemente il mezzo per portare tali correttivi che inevitabilmente andranno a svantaggio dei paesi grandi esportatori come Germania ed in misura minore Cina*, paesi che se gli USA (e gli UK, che nella sostanza patiscono lo stesso male americano e con il Brexit stanno seguendo lo stesso percorso Trumpista di redenzione da consumi e debito eccessivi sebbene in forma diversa) smettono di consumare rischiano la guerra civile interna per l’impossibilità di piazzare i propri prodotti ossia di occupare le loro maestranze nella manifattura.
In due parole, eccesso di offerta di beni dei paesi esportatori. Ossia deflazione crassa (Germania in primis assieme agli olandesi, chiedetevi perchè vanno sempre d’accordo, stessi interessi – notasi il surplus della bilancia dei pagamenti tedesca in proporzione al deficit della bilancia dei pagamenti USA che si evidenzia precisamente a partire dall’introduzione della moneta unica!!! -)
Chiaro, lo strumento che di norma viene usato per ridurre i consumi ed il deficit commerciale è la svalutazione della propria moneta. Infatti il dollaro sta letteralmente crollando (e con lui la sterlina).

Da qui, lato EUropeo, la necessità tedesca di riaccendere i consumi in patria o nei paesi vicinali – dell’EU – per compensare i minori consumi prospettici anglosassoni, magari grazie ai consumi dei migranti di fatto pagati dai paesi EU che li ospitano, appunto per consumare. Chiaro, tali migranti devono concentrarsi non in Germania ma nei paesi obiettivo dell’austerità i quali a loro volta incrementeranno ulteriormente il proprio debito per tale fine. Spero tutto sua più chiaro in relazione a quanto accaduto in Italia e Grecia negli scorsi anni, due paesi decisamente filo USA – Roma– se non apertamente ostili a Berlino – Atene -…
Ora, definiamo quale è il vero problema per coloro che sono contrari al trumpismo ossia al fatto che l’America torni grande -, problema che in parte affligge precisamente i paesi che impongono l’austerità in EUropa, i cd. globalisti ovvero i grandi esportatori -: un presidente USA indipendente e che non abbisogna di soldi e potere di norma resi disponibili post presidenza dal deep state per avere seguito i suoi indirizzi. In due parole Donald J. Trump. 
L’altro enorme ostacolo per i globalisti – che come abbiamo visto sono capitanati da Berlino nel post presidenza Obama, come candidamente confessato dall’ex inquilino della Casa Bianca nel suo ultimo viaggio in terra teutonica – deriva dall’enorme potere di Trump a livello istituzionale, sebbene questo aspetto sia accuratamente taciuto dai media sussidiati.
Come ci ricorda il grande Jim Rickards, a breve (con il controllo della Fed e della politica monetaria del dollaro [basso], da inizio 2018) il corrente presidente USA avrà il controllo totale del Paese, da qualsiasi parte lo si guardi, ossia :
– Il controllo della Casa Bianca post repulisti (ora), 
– la maggioranza repubblicana della Corte Suprema – in espansione, per questione di età [Trump probabilmente nominerà altri due o tre membri – (ora) 
– la maggioranza (in espansione, visti i risultati delle elezioni di sostituzione di deputati e senatori post elezione presidenziale) di Camera e Senato (e a maggior ragione nel 2018), 
– la maggioranza dei governatori votanti della Fed ossia della politica monetaria (da febbraio 2018),
– Il controllo di CIA e FBI per il tramite di suoi delegati diretti (ora),
– oltre ad una maggioranza spropositata in termini di governatori repubblicani nei vari Stati, con un vantaggio che non si ricorda dai tempi della guerra civile americana (ora).
A questo si aggiunga un enorme seguito popolare interno che, a dispetto delle balle propinateci dei media EUropei – allineati purtroppo agli interessi tedeschi -, gli permette di stare ragionevolmente al sicuro rispetto ad eventuali colpi di coda poco democratici degli avversari politici interni, molto vicini ad interessi stranieri contrari – ricordo – al fatto che gli USA tornino grandi (…). Non ho citato il supporto degli alti ranghi Militari, ma ciò è pleonastico.
Insomma, nel bene o nel male Trump può davvero cambiare radicalmente lo status quo ed i suoi avversari (globali e/o interni) ne sono terrorizzati. Con tutte le implicazioni del caso a livello mondiale, non dimentichiamoci che gli USA sono ancora l’unico trendsetter strategico globale. Ecco perché il presidente USA mediaticamente viene attaccato senza soluzione di continuità (appunto per evitare che implementi i piani per cui è stato votato). 
Di un cosa potete però stare certi: il dollaro debole, lo strumento principe per ridurre consumi eccessivi e deficit commerciali iperbolici americani continuerà a svalutarsi, proprio perché negli interessi (pragmatici) USA. E aggiungo, con le buone o con le cattive.
Anche a costo di rivalutare l’oro di Fort Knox di 25 volte (ossia mandando il dollaro a 1.50 ed oltre contro euro, oggi è a 1.20, ad inizio anno era a 1.05; si può implicare una svalutazione ulteriore del 20-25%). Per altro frantumando così il progetto della moneta unica.
Tutto torna.
Segnatevelo.
MD

Fonte: Scenari Economici
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*il surplus commerciale procapite tedesco è circa 20 volte maggiore di quello cinese

ZAIA: “MA QUALE 'NO VAX'. SIAMO NOI CHE INFORMIAMO LE SCUOLE SE I BAMBINI SONO VACCINATI O MENO, MICA IL CONTRARIO”


IL GOVERNATORE DEL VENETO: 'NON VIOLIAMO ALCUNA LEGGE. MA SE LA LORENZIN CI DIMOSTRA CHE ABBIAMO SBAGLIATO, PRONTI A CAMBIARE'


Renato Benedetto per il Corriere della Sera

vacciniVACCINI
«Non cerchiamo la rissa». Luca Zaia preferisce sorvolare su chi, soprattutto dal Pd, lo ha attaccato, giudicando lo scontro con il governo «irresponsabile», «pericoloso», un «gioco sulla pelle dei bambini». Però, chiarisce il presidente della Regione Veneto, «la ministra Lorenzin non deve cercare la rissa con noi, non deve dipingerci come no vax. Io non ho mai fatto incontri con comitati del genere. Sono favorevole ai vaccini e se avessi un figlio lo vaccinerei».

Messo nero su bianco le premesse, il governatore leghista prova a chiudere la polemica: «Abbiamo solo applicato la legge». È questa la replica a Beatrice Lorenzin, che aveva definito il decreto della Regione Veneto per una moratoria fino al 2019-20 sui vaccini per asili e nidi un «atto contro la legge». «Io ho soltanto chiesto ai miei, al direttore generale della Sanità, all' assessore, di attenuare l' impatto del provvedimento del governo, di introdurre gradualmente gli obblighi, per non vedere bimbi in strada lasciati fuori da asili e nidi. Mi hanno detto che questo spazio di due anni, prima di applicare gli obblighi, è previsto dal testo. Se il governo ci dimostra che abbiamo sbagliato a leggere, siamo pronti a cambiare».
zaia al congresso della legaZAIA AL CONGRESSO DELLA LEGA

Ma l' onere della prova è tutto a carico dell' esecutivo: «Anche oggi (ieri, ndr ) mi hanno confermato che la legge ha questo vulnus. Se Lorenzin prova che invece la legge è scritta bene e ha ragione lei, chapeau , mi adeguo». Però in ogni caso la ministra - che aveva detto: «Saranno responsabili in caso di epidemie» - non deve «minacciare una delle migliori sanità in Italia», avvisa Zaia. I virus, certo, ne sanno poco di confini regionali e federalismo, si diffondono e basta. Ma «se scoppia un' epidemia in Italia scoppia da qualche altra parte, in zone dove l' anagrafe dei vaccini è un' opinione, non in Veneto».

Perché quando si parla di quanto nella sua Regione è stato fatto in tema di vaccini, Zaia inizia un lungo elenco: «Abbiamo performance di copertura superiori alla media nazionale. Siamo gli unici ad avere una anagrafe dei vaccini informatizzata, è tutto online, scriviamo a casa ai genitori quando è il momento di fare un richiamo». E aggiunge, riferendosi al decreto del governo: «In Veneto siamo noi che informiamo i presidi sulla copertura vaccinale dei bambini nelle loro classi, non viceversa».
lorenzinLORENZIN

Le leggi che riguardano le scuole, insiste il governatore, ci sono già: «Dal 2016, se arriva un bimbo non vaccinato può essere inserito solo in una classe dove è garantita la copertura del 95% dei bambini. Non possono esserci classi che stanno sotto questo limite, in linea con le indicazioni dell' Oms». Per spiegarlo con una metafora, «noi abbiamo un' auto perfetta e lucida - dice il leghista - e non deve diventare come quella scassata delle altre».

SCUOLA ELEMENTARE jpegSCUOLA ELEMENTARE
E rendere il vaccino obbligatorio, secondo il governatore, questa auto la «scassa». Perché il perno del sistema Veneto è la libertà vaccinale, prevista già dal 2007. «E non abbiamo l' anello al naso. In quindici Paesi europei l' obbligo non esiste, parliamo di Germania, Regno Unito, Spagna, Paesi del Nord». E l' obbligo «porta solo a ingrossare le fila dei no vax, un movimento di pensiero che si sta sottovalutando»: «Prima erano una piccola frangia, oggi sono di più: cittadini che prima facevano il vaccino di default, oggi hanno dubbi, alimentati da questo dibattito. Come si fa a dire che il problema si risolve non facendo iscrivere i bimbi a scuola? I bimbi non vaccinati sono gli stessi che si incontrano al parco a giocare, anche se sono fuori dagli asili».

VACCINI TREVISOVACCINI TREVISO
Poco importa che la Lombardia, guidata dal collega leghista Maroni, abbia fatto retromarcia. «Noi siamo l' unica Regione che ha fatto ricorso alla Corte costituzionale. Il tempo sarà galantuomo». Già, anche se si dovesse adeguare adesso alle direttive del governo, se anche la moratoria dovesse essere dischiarata illegittima, la partita vera è per il governatore veneto il ricorso alla Corte costituzionale contro la legge che impone l' obbligo dei vaccini.

E, certo, è facile pensare che questo tema riecheggerà nella campagna elettorale in vista del referendum sull' autonomia, che il Veneto celebrerà il 22 ottobre insieme alla Lombardia: «Noi chiediamo più autonomia al referendum - spiega Zaia -. Per noi è una perdita di autonomia rinunciare a un modello che stiamo attuando e che funziona meglio che altrove».

Fonte: qui

mercoledì 6 settembre 2017

Il petrolio farà la fine del carbone: a 15 dollari al barile entro il 2040


Il petrolio farà la fine del carbone: a 15 dollari al barile entro il 2040

Il boom dell’auto elettrica sta rivoluzionando il modo di muoverci su quattro ruote, e potrebbe contribuire anche ad abbassare il prezzo del petrolio.

Recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un report dal titolo «Cavalcando la transizione energetica: il petrolio oltre il 2040» (Riding the Energy Transition: Oil Beyond 2040) nel quale si analizza il ruolo delle auto elettriche nei prossimi anni e il loro impatto sul prezzo del petrolio.
Quello che più sorprende di questo resoconto è la sua conclusione. Si legge infatti che se dovesse verificarsi un rapido aumento delle vendite di auto elettriche, i prezzi del petrolio potrebbero scendere ai livelli della quotazione del carbone - circa 15 dollari al barile nel 2040.

Petrolio a 15 dollari al barile nel 2040

Al di là del fatto che ci si aspetta una diminuzione della domanda globale di petrolio, la rivoluzione dei trasporti è un altro dei motivi che porteranno ad un cambio profondo nel mercato del greggio.
Il petrolio ha ormai perso la sua prerogativa come unica fonte di combustibile per il trasporto su strada e, sebbene possa essere utilizzato anche in altri modi, non è più considerato “l’oro nero”. Si sta già trovando a competere con sostanze “sorelle” come il gas naturale, il carbone, l’energia nucleare e le rinnovabili.
Nel momento in cui dovesse perdere la sua esclusività sui veicoli a motore, il petrolio potrebbe diventare il nuovo carbone, con ampie riserve recuperabili e una domanda molto elastica rispetto a quella attuale. In uno scenario in cui il petrolio perdesse il suo ruolo di principale combustibile per i trasporto, secondo quanto si legge nel documento, il suo prezzo cadrebbe considerevolmente, fino ad arrivare intorno ai 15 dollari al barile. Attualmente il prezzo del greggio si aggira intorno ai 50 dollari al barile.

Il ruolo dell’auto elettrica

Facciamo un passo indietro. Nell’anno 1900, le auto elettriche costituivano un terzo delle automobili esistenti negli USA: erano silenziose, facili da utilizzare e adatte al traffico urbano. La richiesta di elettricità richiamò addirittura l’attenzione di Thomas Edison e Ferdinand Porsche (quest’ultimo avrebbe sviluppato il primo modello di auto ibrida nel 1901). I veicoli elettrici furono i protagonisti almeno fino al 1910, fino a quando la Ford T non scalzò tutti gli altri modelli, auto elettriche comprese.
La Ford T infatti costava circa il 40% in meno di una macchina elettrica nel 1912: il basso costo si accompagnava al netto miglioramento della rete viaria. Era poi molto più facile installare distributori di benzina nelle aree rurali piuttosto che la rete elettrica. La scoperta di nuovi pozzi, poi, portarono a una caduta del prezzo del petrolio e l’auto elettrica perse definitivamente la sua competitività, per poi scomparire del tutto intorno agli anni ’30.
Tuttavia, l’auto elettrica sembra pronta a tornare, man mano che il suo livello di efficienza migliora, specialmente per quanto riguarda le batterie utilizzate. 
Le prospettive future delll’auto elettrica sono differenti:
  • l’OPEC ha predetto che le auto con combustibile alternativo saranno solo il 6% in tutto il mondo nel 2040. Nel 2016 questa cifra è stata rivista al rialzo, fino ad arrivare al 22%;
  • Bloomberg New Energy Finance (BNEF) ha calcolato che saranno 7,4 milioni i veicoli elettrici sulle strade entro il 2020 e il 25% di tutte le automobili nel 2040;
  • BNP Paribas calcola un 25% entro il 2030.

Fasi di transizione energetica

Lo sceicco Zaqui Yamani, ex ministro dell’Arabia Saudita, ha commentato:
“l’età della pietra è finita ma non per mancanza di pietre. Allo stesso modo, l’era del petrolio finirà ma non per mancanza di petrolio”.
Dagli anni della rivoluzione industriale abbiamo assistito a numerose fasi di transizione energetica. Per primo il legno, che da principale combustibile dpassò da un 90% al 30% dal 1850 al 1895. Sorte contraria ebbe il carbone, che saltò dal 9% al 65%. Il carbone fu a sua volta sostituito dal petrolio e dal gas tra il 1910 e il 1955. Nel giro di quarant’anni la percentuale di carbone utilizzato si è ridotta dal 77% al 28%, mentre la percentuale combinata di petrolio e gas è salita dal 9% al 65%.
Attualmente, il documento del Fondo Monetario Internazionale segnala che, dopo l’esame dei recenti sviluppi nei trasporti e nell’energia rinnovabile, “il petrolio come combustibile principale per il trasporto e come importante fonte di energia in generale potrebbe avere vita breve”, molto più corta di quel che si pensava.
È questa l’ultima era del petrolio, nella quale il petrolio diventerà il nuovo carbone? In pochi negherebbero che la transizione energetica proceda a pieno regime. Il progresso tecnologico del fracking, tecnica base per l’industria dello shale oil, ha portato ad una riduzione dei costi di produzione di oltre il 50%. Anche l’uso del petrolio per unità del PIL mondiale è diminuito di un 40% dal 1980. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha previsto una diminuzione nella percentuale dell’energia mondiale proveniente dal petrolio e dal carbone, che raggiungerà rispettivamente il 26% e il 25% entro il 2040.
Finora si è parlato di futuro, ma quali sono i dati attuali? La prossima transizione energetica potrebbe verificarsi nei prossimi 10/25 anni, quando le auto elettriche rimpiazzeranno i veicoli a motore così come i veicoli a motore rimpiazzarono le carrozze e i cavalli più di un secolo fa.
Fonte: qui

Allarme siccità, in secca le sorgenti del Po: niente acqua su Monviso

Allarme siccità, in secca le sorgenti del Po: niente acqua su Monviso

Ai 2.020 metri di quota del Pian del Re, accanto alla pietra scolpita con la celebre frase «Qui nasce il Po», dalla roccia non esce una goccia d’acqua. 

I primi otto mesi del 2017 sono stati i meno «piovosi» dal 1800


La sorgente del Po in secca (Ansa)La sorgente del Po in secca (Ansa)
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Le sorgenti del Po sono in secca. Un evento che si registra raramente, conseguenza delle siccità che ha colpito il Piemonte, e non solo. Ai 2.020 metri di quota del Pian del Re, alla base del Monviso, accanto alla pietra scolpita con la celebre frase «Qui nasce il Po», dalla roccia non esce una goccia d’acqua. Poco più a valle diversi rivoli si uniscono per dare vita al torrente destinato a diventare il fiume più lungo d’Italia, lungo 652 chilometri.
Il record del 2017
Da dicembre 2016 ad agosto 2017 è stato registrato un deficit di piogge del 40% rispetto al passato e questi primi otto mesi dell’anno - dicono gli esperti - sono stati i più secchi dal 1800. «Le scarse precipitazioni estive - sottolinea il climatologo del Cnr Michele Brunetti - non hanno fatto altro che peggiorare una condizione di siccità già molto grave alla chiusura della stagione primaverile che, con un deficit di quasi il 50% rispetto alle precipitazioni medie primaverili, è risultata la terza più secca di sempre. A parte le importanti precipitazioni che hanno caratterizzato il Centrosud nel mese di febbraio, è da dicembre 2016 che le precipitazioni risultano sotto la media sull’intero territorio nazionale, tanto che, se consideriamo le precipitazioni cumulate sulle ultime tre stagioni (i 9 mesi da dicembre 2016 ad agosto 2017), siamo di fronte a un deficit di precipitazioni di quasi il 40%, senza grosse differenze tra nord e sud e, se le confrontiamo con le medesime tre stagioni dal 1800 ad oggi, quelli di quest’anno risultano i 9 mesi più secchi di sempre». In futuro la siccità, secondo il climatologo Massimiliano Fazzini, docente delle Università di Camerino e Ferrara, non è destinata a migliorare. «Durante le future estati - è il suo allarme - avremo sempre meno acqua e di peggiore qualità. Regioni come Puglia, Sicilia e Sardegna dovranno mettere in campo processi di desalinizzazione utilizzando così l’acqua del mare». «Dobbiamo iniziare - è il suo monito - a non sprecare l’acqua quando ci laviamo. Considerando i modelli climatici futuri, problemi di tale portata per il Centro Italia non dovrebbero esserci».
Agosto il mese più caldo dal 1800
La siccità è ovviamente collegata con le temperature sopra la media e si è quindi accentuata quest’estate, risultata - secondo Brunetti - seconda solo a quella del 2003. Mentre il mese di agosto è stato il terzo più caldo per l’Italia dal 1800, con un’anomalia di 2.53 gradi sopra alla media. Più caldi sono stati solo l’agosto del 2012 e del 2003, con anomalie di più 2.56 gradi e più 3.86 gradi rispettivamente. Il caldo dell’ultimo mese, assieme alle temperature eccezionalmente alte del mese di giugno (il secondo più caldo di sempre con un’anomalia di +3.22°C) e a un luglio non eccezionale ma comunque tra i 10 più caldi di sempre, hanno portato l’estate 2017 ad essere seconda solo a quella eccezionalmente torrida del 2003 (anomalia di +2.48°C quella di quest’anno contro +3.76°C dell’estate 2003).

Fonte: qui

I Brics pensano alla creazione di una propria criptovaluta

I Paesi dei Brics stanno discutendo la possibilità di creare una propria criptovaluta in alternativa agli altri strumenti di pagamento, ha dichiarato ai giornalisti il presidente del fondo degli investimenti diretti della Federazione Russa Kirill Dmitriev.
"Un altro argomento che è stato discusso presso la commissione Finanze sono state le criptovalute, inoltre potrebbe essere discussa la creazione di una propria criptovaluta come alternativa agli altri strumenti di pagamento. Questo è qualcosa in discussione nel quadro del forum di business dei Brics," — ha detto Dmitriev.
Ha osservato che ora l'attenzione sui pagamenti tra i vari Paesi dell'organizzazione è focalizzata sulle monete nazionali.
"Ma anche le criptovalute stanno cominciando ad essere discusse come uno dei meccanismi possibili per il calcolo delle transazioni, in alcuni casi potrebbe essere necessario e risultare una buona alternativa al dollaro e ad altri strumenti di pagamento", ha aggiunto.
Fonte: qui

martedì 5 settembre 2017

UNA CAPITALE IN DISFACIMENTO: “QUI COMINCIA L’ORIENTE”

SABINO CASSESE SUGGERISCE DI DIVIDERE LA CARICA DI SINDACO: UNO CHE TAGLIA I NASTRI ED UNO CHE LAVORA 

PORTICI DELLE BASILICHE DORMITORIO PER I SENZA TETTO 

IL CASO DEI POLACCHI ACCAMPATI A DUE PASSI DA SAN PIETRO. DA DIECI ANNI
1. COSÌ ROMA RISCHIA DI MORIRE
Sabino Cassese per il Corriere della Sera

accampamenti in vaticano 20ACCAMPAMENTI IN VATICANO
C' è una nuova «questione romana», non quella dei rapporti tra Stato e Chiesa, ma quella del rapido declino della capitale d' Italia. Potremmo oggi ripetere le parole con le quali l' ambasciatore francese a Roma Gramont, nel 1860, sintetizzava il suo giudizio: «C' est ici que l' Orient commence» (è qui che comincia l' Oriente). Con l' Unità d' Italia, Roma si era sollevata al rango delle capitali europee. Ora è una città in stato di abbandono.

Le strade sono intransitabili a causa delle buche. Nei casi più gravi, vengono tenute chiuse per evitare incidenti, ma così impedendo alla gente di raggiungere le proprie abitazioni. Vi sono lavori pubblici che attendono da quarant' anni d' esser fatti. Per la pulizia di strade e giardini, in alcuni casi diventati pattumiere, si ricorre ormai al «fai da te»: si paga qualche extracomunitario di buona volontà, che provvede. Se un albero crolla, lo si circonda con qualche segnale di pericolo e lo si lascia per terra.
BUCHE ROMABUCHE ROMA

Alcuni luoghi pubblici, anche i portici di una delle principali basiliche, sono intransitabili perché vi sono persone accampate, che hanno fatto della strada la propria casa. Tolleranza e incuria regnano sovrane. I trasporti pubblici non funzionano, per cui tutti ricorrono ai mezzi privati, con conseguenze gravi per traffico e ambiente. I vigili urbani sono diventati una entità astratta. Gli amministratori locali vivono sulla luna, invece di girare per le strade e constatare in che condizioni sono.

accampamenti in vaticano 18ACCAMPAMENTI IN VATICANO
Questo degrado - di cui ho tratteggiato solo i lati più evidenti - non è cominciato da oggi, ma si è ora improvvisamente accelerato. Mentre Roma ritorna a grandi passi verso il livello di una città medio-orientale, Milano corre, e ai romani che visitano la «capitale morale» pare di esser in un altro Paese. Poiché una nazione e uno Stato non possono tollerare questa situazione, occorre un piano straordinario per Roma, che impegni tutto il Paese, che renda concreta quella «promessa» che si legge nella Costituzione: «Roma è la Capitale della Repubblica». Questo piano straordinario dovrebbe partire da tre punti.

accampamenti in vaticano 5ACCAMPAMENTI IN VATICANO
Il primo è affidare le funzioni di rappresentanza a una persona diversa dal sindaco. Occorre riconoscere che oggi i sindaci di Roma, di una città dove risiedono due capitali (quella dello Stato e quella di una potenza mondiale, la Chiesa cattolica), sono caricati di una funzione da ciambellani, debbono ricevere capi di Stato, visitare pontefici, accompagnare personalità straniere in visita. Questo assorbe energie e «vizia», abituando chi dovrebbe gestire e amministrare a stare sotto la luce dei riflettori, accanto ai grandi nomi della vita internazionale.

Il secondo è dare alla Capitale un ordinamento speciale, come molte delle capitali del mondo (la Costituzione dispone espressamente che «la legge dello Stato disciplina il suo ordinamento»). Un ordinamento speciale che riconosca una realtà ineludibile: la duplicità di funzioni del potere locale romano, che è chiamato anche ad agire come capitale, quindi nell' interesse della intera nazione.

BUCHE ROMABUCHE ROMA
Ciò significa che, accanto al rappresentante scelto dal popolo, vi sia un gestore che goda dei poteri necessari a intervenire sullo svolgimento delle attività di interesse generale: per esempio, un organismo politico, un ministro senza portafoglio che faccia sentire nella città gli interessi del Paese e un organismo tecnico che dia attuazione alla cura di questi interessi. Questo era inizialmente chiaro ai «padri fondatori»: Quintino Sella, tra gli altri, pensò che la «città amministrativa» non dovesse essere lontana dalla stazione ferroviaria, perché non doveva servire i romani soltanto, ma anche tutti i cittadini italiani.

BUCHE ROMABUCHE ROMA
Il terzo punto è abbandonare il ragionamento cinico: lasciamo che i Cinque Stelle dimostrino quel che (non) sanno fare, in modo da far capire che una dirigenza politica e amministrativa non si improvvisa. Occorre invece riconoscere che l' evidente incapacità amministrativa di quel movimento politico danneggia romani e italiani, e che, quindi, vanno aiutati. Aiutarli vuol dire prestare alla città una ventina di sperimentati amministratori pubblici, capaci di costituire, con l' esempio, focolai di buona gestione, riconoscendo che per fare il buon amministratore non basta essere un politico onesto.

2. “IN DIECI ANNI NON CI HA MAI CACCIATO NESSUNO. QUESTA È CASA NOSTRA”
Claudio Rinaldi per il Corriere della Sera

accampamenti in vaticano 16ACCAMPAMENTI IN VATICANO
«In dieci anni non ci ha mai cacciato nessuno. Ormai questa è casa nostra». Dopo la denuncia del Corriere di ieri, «gli accampati di San Pietro» sono sempre lì, all' angolo tra via San Pio X e Borgo Santo Spirito. Un piazzale a due passi dal Vaticano con vista su Castel Sant' Angelo, dove vivono undici persone, provengono tutti dalla Polonia e hanno scelto Roma perché speravano in un futuro migliore. «Benvenuto nel nostro salotto», dice Wieswava, diventata Anna da quando nel '98 ha lasciato Cracovia per un lavoro da domestica tuttofare in provincia di Rieti.

accampamenti in vaticano 15ACCAMPAMENTI IN VATICANO
«Vent' anni fa per me l' Italia era un sogno, oggi mi adatto con quello che ho: un sacco a pelo, tre magliette, due jeans e una famiglia acquisita con la quale condivido tutto, dalla mattina alla sera». Eppure Anna una famiglia d' origine ce l' aveva; sua figlia, una maestra di scuola elementare, vive a pochi chilometri da Roma: «Lei non sa che abito qui - afferma, mentre rifiuta di essere fotografata in volto - e non voglio che lo sappia». Robert invece, 48 anni, un passato da muratore e un presente da lavavetri lungo i semafori del Lungotevere, non ha problemi: «Gli unici parenti che conosco sono seduti sul muretto qui con me. Viviamo con poco, ma stiamo bene e non abbiamo mai perso il sorriso».

accampamenti in vaticano 11ACCAMPAMENTI IN VATICANO
Le giornate incominciano presto, gli alberi che loro chiamano «serrande», non coprono del tutto i raggi del sole, e proseguono sempre allo stesso modo: «La mattina andiamo sotto il Colonnato di San Pietro - spiega Robert - perché lì Papa Francesco ha fatto installare delle docce per i senzatetto e poi mentre io provo a racimolare un po' di soldi, loro puliscono casa». Il piazzale è in ordine, un sacco di spazzatura pieno è appoggiato a un muretto: «Al bagno andiamo al Pronto Soccorso del Santo Spirito - ci tiene a specificare -, siamo attenti ai nostri spazi. Quella per esempio è la nostra cucina».

accampamenti in vaticano 17ACCAMPAMENTI IN VATICANO
In un angolo ci sono le provviste per mangiare, un sacco di patate, del pollo in scatola, persino del tè in busta e un fornellino alimentato a gas; dall' altra parte del piazzale invece uno stendino con alcune magliette appese e due uomini che dormono. «D' estate viviamo qui - confessa Luca, 34 anni -, d' inverno invece andiamo nel sottopasso di Via Gregorio VII. Anche lì siamo organizzati benissimo. È il nostro hotel a quattro stelle». Luca è arrivato nel 2000 in Italia, aveva una fidanzata e un lavoro, poi ha perso tutto e negli anni ha trovato anche la galera.
accampamenti in vaticano 10ACCAMPAMENTI IN VATICANO

 «Ho iniziato a rubare motorini, poi sono passato alle Ford, ma ora basta, grazie a loro sono diventato una persona diversa». Loro, gli undici polacchi di Borgo Santo Spirito, non si lamentano e non pensano di andare altrove: «Sappiamo che a Roma ci sono decine di palazzi occupati - conclude Luca -, ma a noi non interessano. Preferiamo stare qui, non diamo fastidio a nessuno. È per questo che la polizia non è mai venuta a trovarci».

Fonte: qui

‘CHE TRISTEZZA, IL CANDIDATO PREMIER DEL M5S CHE SIEDE CON UN ESPONENTE DELLA TRILATERALE’: IL GIUDICE IMPOSIMATO INFILZA DI MAIO PER LA SUA PARTECIPAZIONE AL FORUM DI CERNOBBIO

‘IL DIALOGO CON I NEMICI DELLA DEMOCRAZIA NON È TOLLERABILE’. LA BASE SI ECCITA, DI MAIO RISPONDE: ‘NON MI CONTAMINO, MI FACCIO CONOSCERE’

Mauro Favale per La Repubblica

imposimato notte dell onestaIMPOSIMATO NOTTE DELL'ONESTA'
Un anno fa, nel bel mezzo del primo ciclone che sconvolse la giunta di Virginia Raggi a Roma (5 dimissioni in un giorno solo tra assessori, staff e dirigenti di partecipate), Luigi Di Maio declinò l' invito. Quest' anno, invece, quando mancano pochi mesi alle elezioni politiche, la sua presenza al Forum Ambrosetti di Cernobbio, tempio dell' economia e della finanza internazionale, è confermata: «Un Movimento che si candida a governare il Paese - scrive su Facebook il vicepresidente della Camera - deve farsi conoscere, deve raccontare all' esterno l' idea di Italia che intende realizzare, non può commettere l' errore di rimanere chiuso nel proprio guscio per paura di "contaminarsi"».
ferdinando imposimatoFERDINANDO IMPOSIMATO
Una spiegazione quasi superflua, visto che, in un modo o nell' altro, l' M5S è presente a Cernobbio dal 2013, quando Gianroberto Casaleggio, fondatore e "guru" del Movimento, venne invitato per la prima volta a parlare al think tank che si svolge sul lago di Como.
Una spiegazione che, però, diventa necessaria perché stavolta, attorno al debutto di Di Maio a Cernobbio, tra i 5 Stelle emerge più d' una perplessità.

A dare voce ai malumori c' aveva pensato, nel pomeriggio di ieri, Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Corte di Cassazione, un simbolo per il mondo grillino che lo volle candidato al Quirinale nel 2015. «Che tristezza - scrive su Facebook il giudice - che il candidato premier del M5S Luigi di Maio sieda a Cernobbio con un esponente della Trilaterale, che voleva la riforma della Costituzione. Il dialogo con i nemici della democrazia non è tollerabile. È la fine dell' alternanza ».

DI MAIO SILVIA VIRGULTIDI MAIO SILVIA VIRGULTI
Un post al quale Di Maio è costretto a replicare 5 ore dopo. Già, perché le parole di Imposimato scatenano un dibattito nella base M5S che commenta (e si divide) sulla bacheca dell' ex giudice istruttore. «Credo che dovremmo riflettere sul monito del presidente Imposimato - scrive un attivista - magari la politica del "parlare con tutti" andrebbe rivista: esistono soggetti la cui vicinanza finisce per ledere l' immagine dell' M5S». Ma sono in tanti che, al contrario, criticano le parole di Imposimato che già a giugno aveva definito Di Maio «non all' altezza della situazione » e si schierano dalla parte del vicepresidente della Camera.

Dai parlamentari 5 Stelle, invece, pubblicamente non arriva nemmeno una parola: né da parte di Roberto Fico (probabile avversario nella sfida per la candidatura alla premiership) né da chi aveva con forza criticato questi consessi (l' ex membro del direttorio, Carlo Sibilia definì la Trilaterale «un sodalizio paramassonico »).

ferdinando imposimato a piazza del popolo con i grilliniFERDINANDO IMPOSIMATO A PIAZZA DEL POPOLO CON I GRILLINI
Eppure, quando mancano tre settimane alla proclamazione del candidato premier dell' M5S, Di Maio è costretto a un chiarimento: «Racconterò a una platea di interlocutori italiani e stranieri cos' è il M5s e con che programma intende cambiare l' Italia. Chi mi ascolterà potrà farsi un' idea più autentica di ciò che siamo rispetto a quello che leggono sui giornali e credo sarà un' occasione preziosa per il Movimento e per loro».

A Cernobbio, Di Maio troverà mezzo governo ma anche Matteo Salvini che, proprio come lui, un anno fa declinò l' invito definendo il Forum Ambrosetti «il concerto sul Titanic» e, invece, quest' anno non mancherà. Prima del lago di Como, però, il leader dei 5 Stelle ci tiene a far sapere che sarà a Venezia, alla mostra del Cinema, e domenica pomeriggio, dopo il suo intervento al think tank, a Monza per il gran premio di Formula Uno. «Per tifare Ferrari ovviamente, e di tasca nostra, a differenza dei consiglieri della Regione Lombardia degli altri partiti che hanno a disposizio- ne 6 biglietti omaggio».
DI MAIODI MAIOGIANROBERTO CASALEGGIO AL FORUM AMBROSETTI DI CERNOBBIOGIANROBERTO CASALEGGIO AL FORUM AMBROSETTI DI CERNOBBIOGIANROBERTO CASALEGGIO AL FORUM AMBROSETTI DI CERNOBBIOGIANROBERTO CASALEGGIO AL FORUM AMBROSETTI DI CERNOBBIO

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