9 dicembre forconi

sabato 11 marzo 2017

Il caso del ristoratore di Lodi ha riacceso il dibattito. Ma come funziona la normativa sulla legittima difesa in Italia? Quand'è che è legittimo ricorrere alle armi?

Dopo la vicenda del ristoratore di Casaletto Lodigiano, in provincia di Lodi, che ha ucciso a colpi di arma da fuoco  un uomo sorpreso a rubare questa notte nel locale, nel paese si è tornati a parlare di legittima difesa.  

Ma come funziona la normativa in Italia? Quand'è che è legittimo ricorrere alle armi?

La legittima difesa è disciplinata dall'articolo 52 del codice penale che dice che "non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa". In linea di massima perché si configuri la legittima difesa bisogna che ci sia la "necessità" (dunque non si configura legittima difesa nel caso in cui, ad esempio, l’aggressore sia in fuga), l’attualità del pericolo (che deve essere "presente o incombente") e la "proporzionalità all’offesa".


Sempre secondo l'articolo 52 del codice penale, il rapporto di proporzione è specificato dai casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma (violazione di domicilio), e sussiste se "taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
   a) la propria o la altrui incolumità:
   b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione. La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale".

La giurisprudenza ha sempre considerato che "la consistenza dell'interesse leso (la vita o l'incolumità della persona) sia enormemente più rilevante, sul piano della gerarchia dei valori costituzionali, di quello difeso (il patrimonio), ed il danno inflitto (morte o lesione personale) abbia un'intensità di gran lunga superiore a quella del danno minacciato (sottrazione della cosa)". Insomma: l'incolumità di un ladro "valeva" più del suo bottino. 

Nel 2006, durante il governo Berlusconi è stato aggiunto il secondo comma, con la legge 59. Secondo questa modifica, il rapporto di proporzione esiste sempre se qualcuno che si trova in casa propria o nel posto dove lavora "usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo" per difendere non solo la "propria o altrui incolumità", ma anche i beni "propri o altrui". In molti hanno giudicato questo cambiamento  molto pericoloso: alcuni giuristi hanno parlato di una "vera e propria licenza di uccidere, che legittima di fatto il farsi giustizia da soli e crea un’area riservata in cui il potere giudiziario deve abdicare al suo controllo ex lege".

È chiaro, comunque, che per usare un'arma nei casi in cui è consentito dalla legge – cioè per legittima difesa – sia necessaria una licenza, che viene rilasciata dai prefetti ed è subordinata alla dimostrazione di "un grave e fondato pericolo per la propria incolumità", in ragione della propria attività professionale o di una particolare condizione personale. Solo in questo modo si è autorizzati a "trasportare e detenere" tutte le armi da sparo e a "portare" quelle corte comuni. Discorso diverso per il porto di fucile, licenza rilasciata per la difesa "solo in particolari condizioni di rischio" o in casi specifici.

venerdì 10 marzo 2017

Il più grande trafficante della storia, Pablo Escobar, lavorava per la CIA

Il figlio di Escobar: “I segreti che mio padre non mi ha mai raccontato” 
Ciò che si scopre nel mio libro è che mio padre lavorava per la CIA, vendendo cocaina i cui proventi servivano a finanziare la lotta anticomunista in tutto il Centroamerica. Questo fatto colloca la figura di mio padre in un contesto storico differente, dove alcuni pezzi si iniziano a incastrare” 
ha rivelato il figlio del più famoso e potente narcotrafficante della storia mondiale, Pablo Escobar, noto e reso popolare da serie televisive e film come “El patrón del mal” (Il padrone del male), in un’intervista esclusiva rilasciata per presentare il suo nuovo libro “Pablo Escobar, in fraganti”, dove racconta i brutali omicidi commessi da suo padre in Colombia, inclusi magistrati, agenti di polizia e politici che lottavano contro il crimine organizzato di quel paese e contro la corruzione.
Juan Pablo Escobar, conosciuto con il nome di Juan Sebastián Marroquín fino al 2009, quando decise di pubblicare il suo primo libro su suo padre, leader del cartello di Medellín di Colombia, ed il mafioso più importante di Sudamerica, legato alla mafia siciliana e calabrese negli anni 80, ha asserito che suo padre lavorava per la CIA, finanziando la “lotta anticomunista” in Centroamerica di questo organismo.



In un servizio di 30 minuti, Escobar ha raccontato al giornalista argentino Luis Novaresio i contenuti più salienti del suo nuovo libro, distruggendo l’immagine mitica di quel “narcos” che i mezzi di comunicazione hanno creato, per avvicinare il pubblico ad un’immagine più reale della mafia, i cartelli, il narcotraffico e gli Stati come soci in affari delle organizzazioni criminali.
Con voce ferma e serena per tutta la durata dell’intervista, il figlio del narcotrafficante colombiano ha esordito parlando della fondatezza della sua testimonianza: “Io credo che alcuni capitoli di questo libro dimostrino che la paura della morte mi importa poco. Perché credo che ci siano cose più importanti, come avvicinarci alla verità delle realtà che si cela dietro gli sporchi affari del narcotraffico e della corruzione che li rendono possibili”.
“Io devo più rispetto e più amore ai miei nemici che alla mia famiglia”, ha sottolineato in riferimento agli scontri verificatisi dopo la morte di suo padre e che ancora avvengono in Colombia. Ciò dimostra che le teste cambiano, ma l’affare rimane.

In ogni aneddoto e testimonianza di Juan Pablo Escobar emerge un chiaro rifiuto verso l’attività mafiosa di suo padre ed il suo dolore per i familiari delle vittime dei suoi brutali crimini. Non lo indica come unico colpevole, ma accusa anche certi organismi di sicurezza come la DEA, la CIA e funzionari principalmente statunitensi, senza i quali Pablo Escobar non sarebbe mai riuscito a consolidare il suo potere mafioso.

“Quando scoppiò lo scandalo Iran-Contras, vi era coinvolto il colonnello Oliver North dell’esercito nordamericano e, dietro di lui, c’era la CIA, il cui capo era George Bush, padre. Dopo diventò vicepresidente dell’amministrazione Reagan e incaricato della lotta antidroga. Lo stesso personaggio i cui impiegati stavano lavorando con mio padre per vendere droga e portarla negli Stati Uniti, con il beneplacito di molti”, ha affermato il figlio di Pablo Escobar."Sono tutti punti interrogativi che chiaramente iniziano a trovare risposta e ci rivelano una realtà dietro il commercio del narcotraffico molto diversa da quella che sogniamo. Perché fino ad ora ci hanno detto: 'i narcos latinoamericani hanno la capacità di eludere tutti i controlli', ma questo non è eludere i controlli, questo è comprare i controlli, avere in mano i controlli ed avere come soci gli addetti ai controlli", ha aggiunto Escobar parlando della complicità del potere politico e della sicurezza.   
“Faccio un esempio concreto. È il caso dei fratelli Rodríguez Orejuela, boss del cartello di Cali che si alleano con la DEA per combattere contro mio padre, fino a che finalmente escono dalla circolazione ed un anno dopo tutto il cartello è completamente smantellato. Due  personaggi estradati negli USA che finirono negoziando con loro, senza dover consegnare nessuno, semplicemente consegnando denaro a patto che la sua famiglia non fosse inserita nella lista Clinton. Diedero 2.000 milioni di dollari, due persone. Quella somma va moltiplicata per tutti i narcos di cui non abbiamo neanche idea della loro esistenza. In sintesi, funziona così: lasciali crescere, aiutali a prosperare e quando diventano molto ricchi prendiamo i loro soldi", ha spiegato il figlio del mafioso colombiano.  
"Tutti i paesi del mondo mi hanno concesso il visto ad eccezione degli USA. Il grande paradosso è che continuano a dare il visto ai narcos. Quindi forse non ho quel requisito", ha denunciato Pablo Escobar figlio facendo capire lo stretto legame tra il governo statunitense ed il narcotraffico del Sud-America, e ha chiarito: 
"Mio padre è stato un ingranaggio del grande commercio del narcotraffico universale. Quando non gli è più stato utile, hanno dato l’ordine di ammazzarlo. (…) È stato uno dei tanti patroni del male. E credo che questo libro mostra molti modelli, perché c'è sempre un pesce più grande”.
14 febbraio 2017

di Matías Guffanti

Fonte: qui

It Took $4 In New Debt To Create $1 In GDP

Bill Gross' letter discussing the credit deluge hitting the US came out at a convenient time: just as the Federal Reserve released its latest Flow of Funds report, which while most track to show the change in average household net worth - which is almost entirely a function of the stock market - we find it far more valuable for its nuanced information on the breakdown of US debt. And while it showed that in the fourth quarter, the net worth of US residents, mostly the wealthy ones as the bulk of financial assets is held by a small fraction of the total population, rose by $2 trillion to $92 trillion mostly as a result of a $1.5 increase in financial assets....
... we were more interest in the aggregate picture.
It wasn't pretty.
As a reminder, according to the latest BEA revision, nominal 2016 GDP was $18.86 trillion, an increase of $632 billion from 2015; the question is how much credit had to be created to generate this growth. Well, according to the Z.1, total credit rose to a new record high $66.1 trillion. This was an increase of $2.511 trillion in the past year. It means that in 2016, it "cost" $4 in new debt to generate just $1 in new economic growth!

And here are the two other key charts: the first, showing total credit (debt and loans) vs GDP growth since 1950. The trend is hardly anyone's friend, except for those who create the debt out of thin air to pocket the ever lower cash flows associated with it (and await the next inevitable bailout):
More importantly, on a leverage ratio basis, the US economy is now at a level of 350% total credit/GDP, a level which has been relatively flat since it peaked at 380% just before the crash. One way to read this chart perhaps is that the "carrying debt capacity" of the US economy is roughly 380% at which point something "unexpected" happens. At the current rate of surging credit relative to slowing GDP, and especially if Trump's fiscal plans call for trillions in new debt, the economy should get there, once again, very soon.
Fonte: zerohedge

P.S.: potete usare la funzione TRANSLATE di Google(sulla colonna di destra), selezionando prima un qualsiasi linguaggio e poi successivamente, l'italiano, per avere la traduzione automatica.

DECLINO INARRESTABILE: ECCO LA LEGGE PER DARE IL PATENTINO AI BARBIERI

Marco Donati, deputato del PD (partito i cui esponenti ogni tanto parlano a vanvera di “libbberalizzazioni”), ha presentato una proposta di legge per introdurre un patentino obbligatorio per tutti i professionisti dell’immagine personale. In pratica, se la proposta diventasse legge (e non mi stupirei se ciò avvenisse, magari con consensi anche da parte delle opposizioni, come ha scritto Leonardo Facco ieri in merito ai giardinieri), estetisti, parrucchieri, barbieri, tatuatori, truccatori o piercer dovrebbero munirsi di patentino.
Verrebbero anche regolamentate nuove professioni, come i “nail artist”, ossia coloro che si prendono cura delle unghie, che attualmente pare non rientrino in alcuna normativa specifica (sai che problemone!).
Quali sono i motivi che hanno spinto il deputato Donati a presentare questa proposta di legge?  In primo luogo, garantire professionalità, igiene e sicurezza. Cosa abbastanza inverosimile, dato che chiunque abbia un’attività aperta al pubblico è già tenuto a mantenere igiene e sicurezza. Quanto alla professionalità, nessun patentino potrà mai sostituire l’apprezzamento (o meno) da parte dei clienti. Nulla vieta, peraltro, che, come già accade, ci siano associazioni private che facciano formazione e rilascino attestati.
Già, la formazione. Diventerebbe obbligatoria per almeno 600 ore e con esame finale per poter esercitare la professione di tatuatore e piercer, e di 300 ore nel caso di make up artist. Insomma, pare che le persone non siano in grado di capire autonomamente se un barbiere o un tatuatore sanno fare il loro lavoro. Serve la certificazione statale.

L’altro obiettivo, che poi mi pare essere il primo, è “combattere l’evasione”, perché sarebbe stato stimato (non si sa come) che esisterebbe un sommerso di 15 miliardi all’anno. Non entro nel merito della questione, anche se il mio punto di vista sulla tassazione dovrebbe essere noto. Mi limito a osservare che non è necessario introdurre patentini e formazione obbligatoria (fornendo lavoro artificiale a chi dovrà offrire questi servizi a scapito di chi sarà costretto a pagarli) per “combattere l’evasione” o quello che è considerato abusivismo.
Poteva poi mancare la proposta di stabilire per legge come debbano essere denominate certe attività? Ovvio che no. E allora ecco che, se questa proposta diventerà legge, non esisteranno più (per legge!) “barbieri” e “parrucchieri”. Tutti saranno “acconciatori”. Non mi stupirei se mettessero sanzioni per chi lasciasse nell’insegna la scritta “barbiere” o “parrucchiere”.

Capite perché il declino è inarrestabile?


giovedì 9 marzo 2017

Non sai contare? La politica italiana ti attende

Sul Messaggero, un articolo di Andrea Bassi e Luca Cifoni spiega che Palazzo Chigi starebbe studiando per l’Iva “il ritocco dell’aliquota intermedia, dal 10% fino al 13%, anche per ridurre i contributi previdenziali che pesano sulle buste paga dei lavoratori. Si tratterebbe quindi di uno scambio: ogni euro di Iva in più andrebbe ad alleggerire il cuneo fiscale pagato dalle imprese e dai dipendenti”. Che è un’idea semplicemente geniale, in effetti.
L’intervento produrrebbe risorse per 7 miliardi di euro, che sarebbero utilizzate per ridurre in via permanente il cuneo fiscale. Tutto molto bello, avrebbe commentato Bruno Pizzul, e poi ricordiamo che le clausole di salvaguardia per il 2018 prevedono già l’aumento di tre punti dell’aliquota intermedia, dal 10 al 13% e di quella ordinaria, dal 22 al 25%, per portare a casa i 19 miliardi di euro che i nostri eroi renzisti hanno “disinnescato” per ben tre leggi di Stabilità consecutive, mantenendo la loro promessa al Popolo come ognuno di loro, ospite dei teatrini tv, non smette di ripetere ossessivamente.
Ora, già sento i più numericamente attrezzati tra voi obiettare: sì, ma se uso questi sette miliardi per ridurre il cuneo fiscale, non avrò più i soldini per il rispetto delle clausole di salvaguardia. Ah, ecco, in effetti c’è del vero in questa argomentazione. Beh, potremmo sempre prendercela con gli ottusi burocrati di Bruxelles e minacciare di farci esplodere in una camera di cemento armato, no? 
Questo levata d’ingegno filtra da Chigi per valutare le reazioni assortite di cittadini, politica, imprese. Ovviamente, nel silenzio farisaico che caratterizza questo paese di analfabeti numerici, nessuno leverà il ditino per dire: “ehi, ma scusate, e i 10 miliardi annui gettati per gli 80 euro? Non possiamo riconvertire quelli, anziché aumentare le tasse?” Troppo difficile, giusto? E del resto, quella era “la più grande redistribuzione della storia italiana”, no? Ed è una riduzione di tasse, non un aumento di spesa al quale ci stiamo impiccando, suvvia. Certo, certo.
L’articolo del Messaggero spiega molto opportunamente quali sarebbero i beni colpiti da questo strategico aumento:
«L’Iva al 10 per cento si paga su una serie di prodotti alimentari (dalla carne al pesce ai salumi) sui biglietti di treni aerei e autobus, su quelli di cinema e teatri, sull’energia elettrica, sui farmaci, sulle consumazioni al bar e al ristorante e sulla spesa per gli alberghi. Voci abbastanza sensibili, anche se un aumento potrebbe essere presentato come attenuazione di un’agevolazione che comunque resta in piedi»
Questa deve essere behavioural economics: alzare l’aliquota intermedia ma convincere i contribuenti che è andata comunque bene, perché esiste ancora un’aliquota intermedia. Siamo certi che, di fronte a questa splendida notizia, i consumatori avrebbero un’impennata di fiducia e si fionderebbero a spendere. La domanda, in questo paese, resta sempre quella: dove finisce l’analfabetismo numerico dei politici (che poi è quello della popolazione) e dove comincia la malafede? Ah, saperlo.
POLITICI CIALTRONI
A proposito di questo mistero italiano, oggi sul Sole trovate la replica di Francesco Boccia alla letterina di ieri dei gemelli Renzi. Nulla di che, tranne la reiterazione di un concetto molto caro al presidente della Commissione Bilancio della Camera. La meravigliosa idea di rimuovere tutti i crediti deteriorati dalle banche italiane creando un Super-Atlante. Sostiene Boccia:
«L’errore più netto è stato proprio quello di non capire che era necessario intervenire per tempo in parte con risorse pubbliche anche attraverso CDP, in parte con le banche italiane e straniere in un fondo con le stesse funzioni di Atlante. Si capiva già dal 2014 che il mercato non avrebbe garantito nuovi aumenti di capitale per le banche venete, per le banche regionali e per lo smaltimento di sofferenze a rischio. Se avessimo fatto nascere un Atlante pubblico-privato di venti miliardi nel 2014 avremmo messo insicurezza il sistema. Alcuni di noi lo hanno detto pubblicamente e in Parlamento e non sono stati ascoltati»
Pensate: con soli 20 miliardi avremmo “messo in sicurezza” un sistema di 200 miliardi di sofferenze nette e quasi altrettanti di incagli, che nel frattempo stanno rapidamente migrando a sofferenze conclamate.

Il che, con un complesso algoritmo, implicherebbe per il Super-Atlante una leva pari ad almeno 10, e per le sole sofferenze.

Premesso che CDP è illiquida ed ingessata da tutti i magheggi fatti con Poste e quant’altro, alla fine a che prezzo avremmo dovuto comprare le sofferenze?

A quello che avrebbe fatto fallire CDP e con essa il risparmio postale degli italiani?

Serve chiedere risposta all’ingegnere finanziario Boccia, che con l’occasione reitera che le “banche estere” avrebbero dovuto pagare per prendersi in carico le sofferenze italiane, “perché loro in Italia guadagnano”.

Il problema di questo paese è anche quello di avere politici che argomentano e si atteggiano come guappetti esattori di periferie socialmente disagiate. Ma su ogni altra cosa, il problema vero è aver politici che non sanno far di conto. I numeri, queste seccature.
Fonte: qui

CHI SCEGLIE COME AMBASCIATORE IN RUSSIA? JOHN HUNTSMAN, L’UOMO CHE OBAMA MANDÒ A PECHINO!

MORMONE, MILIARDARIO, EX GOVERNATORE REPUBBLICANO DELLO UTAH, È STATO UNO DEGLI OPPOSITORI PIÙ DURI DI TRUMP

1.TRUMP:MEDIA,HUNTSMAN ACCETTA RUOLO AMBASCIATORE RUSSIA
JOHN HUNTSMAN BARACK OBAMAJOHN HUNTSMAN BARACK OBAMA
 (ANSA) - L'ex governatore dello Utah ed ex ambasciatore Usa in Cina, John Huntsman, avrebbe accettato l'offerta di Donald Trump di ricoprire il ruolo di ambasciatore Usa in Russia. Lo riportano alcuni media tra cui Politico, la Cnn e la Fox.

Huntsman, 56 anni, e' stato gia' ambasciatore Usa a Singapore durante l'amministrazione Bush e a Pechino sotto l'amministrazione Obama. Nel 2012 si era candidato alle presidenziali perdendo pero' le primarie repubblicane vinte da Mitt Romney. Nonostante durante l'ultima campagna elettorale e' stato tra i repubblicani piu' critici di Donald Trump, e' stato contattato dal presidente americano e dal segretario di stato Rex Tillerson a fine febbraio.
JOHN HUNTSMANJOHN HUNTSMAN

La proposta ufficiale per ricoprire il delicatissimo ruolo di ambasciatore a Mosca e' arrivata negli ultimi giorni e ora Huntsman avrebbe accettato l'incarico. L'annuncio ufficiale e' atteso nelle prossime ore. Huntsman e' stato per anni soprannominato 'il cinese', per l'incarico svolto a Pechino e per la sua quasi perfetta conoscenza del mandarino. Ex uomo d'affari, miliardario, mormone, ex governatore dello Utah, e' apprezzato in maniera bipartisan per la sua competenza, le sue doti diplomatiche, la sua moderazione e anche per la sua eleganza. E' sposato con sette figli.

JON HUNTSMAN E LA MOGLIE CON COFANAJON HUNTSMAN E LA MOGLIE CON COFANA
2.MOSCA, 'HUNTSMAN NON È CERTAMENTE UNA COLOMBA'
 (ANSA) - "La candidatura dell'ambasciatore americano a Mosca dice molto. Huntsman è il capo dell'Atlantic Council, dove la norma è criticare duramente la Russia. Sicuramente non è una colomba". Con queste dure parole pubblicate su Twitter Alexiei Pushkov, senatore e membro della Commissione sicurezza e difesa del Consiglio della Federazione russa, ha accolto la notizia secondo cui l'ex governatore dello Utah ed ex ambasciatore Usa in Cina, John Huntsman, avrebbe accettato l'offerta di Donald Trump di ricoprire il ruolo di ambasciatore Usa in Russia.

L\'ambasciatore americano a Pechino Jon Huntsman in mezzo alle proteste anti regimeL\'AMBASCIATORE AMERICANO A PECHINO JON HUNTSMAN IN MEZZO ALLE PROTESTE ANTI REGIME
"Trump - ha scritto Pushkov - essenzialmente si circonda di gente che non vuole migliorare i rapporti con la Russia, e neanche cooperare contro l'Isis. Tutto ciò rende più difficile la ricerca dei punti di contatto".


3.TRUMP:HAWAII,PRESENTATA AZIONE LEGALE PER BLOCCO NUOVO BANDO
(ANSA-AP) - Come anticipato martedì sera, le Hawaii hanno presentato ieri un'azione legale per bloccare il nuovo bando 'anti islamico' voluto da Donald Trump, diventando così il primo Stato del Paese a fare causa contro l'iniziativa del presidente americano. Il ricorso e' stato presentato in una Corte federale di Honolulu: lo Stato aveva già fatto causa in occasione del primo bando voluto da Trump, ma aveva sospeso l'azione.

Fonte: qui

IL PAESE DI MONTE SAN GIUSTO, NEL MACERATESE, SI SCHIERA CON IL CARABINIERE INDAGATO PER OMICIDIO COLPOSO

“HA UCCISO IL LADRO? CI HA SOLO DIFESO” 

"TROPPI FURTI, ORA ABBIAMO DECISO DI REAGIRE. RAZZISTI NOI? MA GUARDATEVI INTORNO" 

I COMMENTI AL BAR: "AL POSTO DELL’APPUNTATO AVREI FATTO LA STESSA COSA"

Marco Imarisio per il Corriere della Sera

Anche lo striscione che sventola sulle mura del centro storico ha qualcosa di antico. La richiesta di avere più carabinieri e meno ladri è accompagnata dal disegno delle due categorie. 

I primi sono rappresentati con il cappello a pennacchio, gli altri hanno sembianze da Banda Bassotti. Come si faceva una volta.
Monte San Giusto è uno di quei posti dove la ferocia e i dilemmi della vita moderna non sembrano avere diritto d' asilo.

Le botteghe nelle vie strette, le piccole chiese e il palazzo comunale che è la copia più piccola del municipio di Urbino, lo rendono uno di quei paesini da idillio dell' Italia profonda e di mezzo. «Siamo un' isola felice ai margini del grande caos nostrano» dice il sindaco Andrea Gentili. «Almeno ci illudevamo di essere così».

È successo la notte del 25 febbraio. Nei giorni precedenti c' erano stati alcuni furti in casa. I carabinieri in borghese vedono un ragazzo che corre velocemente verso una Fiat Bravo. Gli urlano di fermarsi.

Secondo la versione dei militari, lui mette in moto e punta verso di loro a grande velocità.
L' appuntato capo pattuglia viene strattonato dal collega che lo vuole togliere dalla traiettoria. E in quel movimento dalla sua pistola parte un colpo, uno solo. Un calibro 9 parabellum che prima trapassa la lamiera e poi colpisce alla testa l' uomo al volante. Si chiama Klodjan Hysa, ha 34 anni.

Morirà dopo due giorni di agonia. La magistratura ha ordinato una perizia balistica.
Nel bagagliaio della Bravo vengono trovati una mazza da baseball, un piede di porco, oggetti trafugati da alcune case della zona.

CARABINIERICARABINIERI
Sul bancone del bar Vogue la petizione con le firme degli abitanti ha ormai assunto la dimensione di un libro. Tra carta e online, sono ormai state superate le 2.500 adesioni, su un totale di 7.900 residenti. «Al posto dell' appuntato avrei fatto la stessa cosa» racconta Oriano Lattanzi, il titolare. «I furti sono la cosa peggiore, perché oltre ai soldi ti portano via anche i ricordi. Quell' uomo ci ha difeso da un ladro». 

È nata come una iniziativa per contribuire alle spese per la difesa del militare, nel frattempo indagato per omicidio colposo ed eccesso di legittima difesa.

Ma è subito diventata altro, con la creazione del comitato cittadino «Difendiamo i tutori dell' ordine». Manifestazioni spontanee, pioggia di solidarietà su Facebook all' appuntato, che ha 47 anni, da quindici lavora a Monte San Giusto, e ieri ha ripreso servizio. Naturalmente è arrivata anche la Lega Nord, con l' immancabile post di Matteo Salvini e un presidio davanti a caserma e municipio.

MONTE SAN GIUSTO 1MONTE SAN GIUSTO
«Sono due cose diverse. Noi non c' entriamo nulla con la politica, vogliamo starne lontani». 
Giuseppe Sardini, direttore commerciale di un' azienda di pelletteria, chioma bianca e completo elegante, è il promotore del comitato. Sostiene anche di essere il proprietario dell' ultimo appartamento che Hysa avrebbe cercato di ripulire. «Per fortuna c' era mio figlio, che ha acceso le luci e lo ha messo in fuga. È uno stillicidio continuo. Vivere così è inaccettabile, per questo abbiamo deciso di reagire. La solidarietà verso il carabiniere è il primo passo».

E il secondo? «Le ronde armate». Il mite sindaco Gentili, rappresentante di commercio, tessera del Partito democratico, eletto in una lista civica di centrosinistra, invita alla calma collettiva e ricorda in un sospiro i tempi non lontani in cui nella sua ormai ex isola felice «si viveva con la chiave nella porta». Poi sono arrivati i furti in casa, che vanno a ondate, di paese in paese.

L' ultima ha raggiunto Monte San Giusto con una notevole intensità, 12 casi in quindici giorni, tra febbraio e marzo. Il tappo è saltato subito, come se da tempo non reggesse più alla pressione. Anche il comando regionale dei Carabinieri ha capito che la faccenda ha preso una china scivolosa. Il generale Salvatore Favarolo ha ringraziato per la solidarietà mettendo in chiaro però che non ce n' è alcun bisogno. E intanto ha spedito in paese un paio di marescialli in più.

CARABINIERICARABINIERI
«Chi? Razzisti noi? Ma guardatevi intorno». Sardini risponde alle accuse dei pochi dissidenti indicando le lunghe fila di lavoratori di ritorno dai calzaturifici della zona. Sono tutti immigrati di origine pakistana, la maggior parte dei 1.400 cittadini stranieri che hanno residenza a Monte San Giusto.

«Passerà» sospira il sindaco. Ma questa settimana di tensione in un paesino adagiato sul fiume Chienti, in uno dei punti più belli delle civilissime Marche, può essere preso come un segno della radicalizzazione degli animi e dei tempi.

«A me fa rabbia vedere i picchetti della Lega Nord sotto il mio ufficio» conclude Gentili.
«La sicurezza è un tema che appartiene a tutti. Se restiamo fermi, ipergarantisti e benpensanti, lasciamo spazio al loro populismo». Che i buonisti stiano zitti, ha intimato Salvini commentando la morte di Klodjan Hysa. Qualunque sia il significato da dare all' aggettivo, nel piccolo mondo antico di Monte San Giusto non fiata nessuno.

Fonte: qui