9 dicembre forconi: trafficante
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martedì 19 giugno 2018

MESSICO - RAFAEL MARQUEZ, IL CAPITANO DELLA NAZIONALE DI CALCIO, È STATO ACCUSATO DI RICICLAGGIO DI DENARO PER CONTO DI UN NARCOTRAFFICANTE E PER LUI È SCATTATO IL DIVIETO DI GIOCARE NEGLI STATI UNITI

SCANDALO NEL PAESE, GLI SPONSOR LO ALLONTANANO, MA LUI SCENDE IN CAMPO AI MONDIALI E BATTE LA GERMANIA 

PER IL CALCIATORE È LA QUINTA COPPA DEL MONDO CON “EL TRICOLOR”


rafael marquez 4RAFAEL MARQUEZ 
Rafael Marquez, il capitano della nazionale messicana che ha avuto un ruolo fondamentale nella vittoria per 1-0 contro la Germania, è stato accusato di riciclaggio di denaro per conto di un narcotrafficante e ha il divieto di giocare negli Stati Uniti.

Marquez, 39 anni, è stato sanzionato dallo “US Treasury” lo scorso anno per aver presumibilmente aiutato un potente trafficante di droga messicano, Raul Flores Hernandez: le sanzioni imposte prevedono il congelamento dei suoi conti bancari negli Stati Uniti e in Messico e l'impossibilità di giocare a calcio negli Usa.
rafael marquez 6RAFAEL MARQUEZ 

Il calciatore nega le accuse secondo cui lui e i suoi associati detenevano beni per conto di Hernandez ed è volato con la squadra in Russia nonostante qualche critica nel suo Paese d'origine.

In particolare, molti degli sponsor della squadra nazionale messicana hanno preso provvedimenti, prendendo le distanze dal calciatore.

Non a caso Marquez è stato fotografato con una maglia semplice durante gli allenamenti della scorsa settimana, mentre i suoi compagni di squadra gli giravano intorno con indumenti marchiati dagli sponsor.

rafael marquez 3RAFAEL MARQUEZ
Nonostante ciò il difensore ha detto di essere concentrato solo sul calcio: Marquez è il terzo uomo nella storia a giocare la quinta Coppa del Mondo in carriera, raggiungendo il tedesco Lotthar Matthaeus e il messicano Antonio Carbajal.

«Mi sento in forma - ha detto Marquez, che ha annunciato il ritiro dopo la Coppa del Mondo - A casa nessuno pensava che saremmo riusciti a fermare la Germania. Siamo culturalmente pessimisti, ma non molliamo falcimente».
rafael marquez 2RAFAEL MARQUEZ 

Marquez giocò la sua prima Coppa del Mondo nel 2002 all'età di 23 anni, e ha partecipato a tutte le edizioni successive, finendo sempre la corsa agli ottavi di finale. 



Il miglior risultato del Messico ai Mondiali è il raggiungimento dei quarti di finale nel 1970 e nel 1986.

domenica 10 giugno 2018

FINTO PRETE CON TRE CHILI DI COCAINA SI GIOCA LA CARTA RELIGIOSA CON LA GUARDIA DI FINANZA A FIUMICINO

IL NARCOTRAFFICANTE NIGERIANO, TRAVESTITO DA SACERDOTE, VIENE FERMATO DAGLI AGENTI ALL'AEROPORTO. QUANDO GLI CHIEDONO DI APRIRE LA BORSA, LUI ALZA IL CROCIFISSO E...

Marco Carta per ''Il Messaggero''

L' INCHIESTA

L' abito talare con tanto di collarino ecclesiastico. Il sorriso carismatico da predicatore, il crocifisso al collo e tre chili di eroina nella borsa. Si era imbarcato verso l' Italia vestendosi da prete. Ma, una volta scoperto dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, invece di arrendersi, è entrato ancora di più nel ruolo, brandendo il crocifisso sacro come fosse un' arma e lanciando anatemi apocalittici: «Vi scomunico, Dio vi punirà». Credeva che la tonaca lo potesse mettere al riparo dai controlli: «Vengo da un lungo viaggio missionario. Sono molto stanco».
finto prete narcotrafficanteFINTO PRETE NARCOTRAFFICANTE

 Ma alle prime domande dei doganieri, l' uomo, ha subito perso una delle qualità ritenute indispensabili nel buon cristiano, la pazienza, facendo calare presto la maschera: dietro quell' insospettabile prete si nascondeva, infatti, un corriere appartenente ad un' organizzazione criminale dedita all' introduzione di sostanze stupefacenti nel territorio nazionale.

SCALI A RISCHIO
A scoprire il narcotrafficante, un 39enne di origine nigeriana, lo scorso giovedì presso lo scalo aeroportuale Leonardo da Vinci, sono stati i finanzieri del Comando Provinciale di Roma, in collaborazione con i funzionari dell' Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Gli inquirenti erano stati allertati dalla rotta aerea dell' uomo, che interessava alcuni scali considerati a rischio: da Maputo in Mozambico, infatti, il nigeriano, si era imbarcato verso Lisbona per poi approdare a Roma.
finto prete narcotrafficanteFINTO PRETE NARCOTRAFFICANTE

Il travestimento da religioso gli aveva permesso di superare ben due distinti controlli. Per questo quando il prete fake sbarca a Roma è sicuro di farcela. Alla dogana, in un perfetto inglese, dice di essere un cittadino americano. Ma alla richiesta di mostrare un documento che attesti le sue generalità, esibisce una richiesta di cittadinanza statunitense. Una domanda, però, mai accolta. La carta non trae in inganno i finanzieri che decidono di andare a fondo. Ma il finto prete non si perde d' animo. E prosegue la sua commedia anche nei successivi controlli.

Quando gli agenti gli chiedono di consegnare la borsa che contiene il laptop, il finto missionario tenta il tutto per tutto: mette la mano al collo, afferra la croce e la punta in maniera minacciosa contro gli operatori aeroportuali: «Quello che state facendo è un sacrilegio!» grida il prete prima di proferire una vera e propria «scomunica» nei loro confronti.

La minaccia, però, non scoraggia i finanzieri. Che poco dopo, dentro l' imbottitura della borsa porta computer, scoprono in appositi doppiofondi tre chilogrammi di eroina purissima, destinata ad alimentare il mercato del litorale romano. La droga, proveniente dal Mozambico, avrebbe consentito all' organizzazione criminale di immettere sul mercato circa 25.000 dosi che avrebbero garantito ai trafficanti guadagni per oltre 1 milione di euro. Ma gli inquirenti, ad oggi, non sono stati in grado di rintracciare i complici in Italia del finto prete, ora in carcere a Civitavecchia. L' uomo, infatti, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

I PRECEDENTI

finto prete narcotrafficanteFINTO PRETE NARCOTRAFFICANTE
Il ricorso alla religione è uno dei tanti escamotage tentato dalle organizzazioni criminali per eludere le ispezioni aeroportuali.

Nell' ottobre del 2017, un 22enne del Nicaragua, proveniente da Madrid, venne fermato a Bologna con un chilo e mezzo di cocaina occultata dentro tre quadri in legno raffiguranti immagini sacre, tra cui la rappresentazione dell' Ultima Cena. Nel marzo dello stesso anno, invece, nell' ambito dell' Operazione Huarango, venne sgominata una banda accusata di aver importato dal Perù oltre 25 chili di cocaina. Parte della droga era contenuta dentro statuette sacre e santini. Ma questo non impedì ai finanzieri di scovare gli stupefacenti. Per superare i controlli la fede spesso non basta.

Fonte: qui

sabato 9 settembre 2017

DABBASHI - DA SCAFISTA A COLLABORATORE DEL GOVERNO ITALIANO PER IL BLOCCO DEI FLUSSI MIGRATORI DALLA LIBIA

LA POLIZIA LOCALE: “ULTIMAMENTE HA PRESO ALMENO 5 MILIONI DI EURO DA ROMA, SE NON IL DOPPIO, CON L'ASSENSO DEL PREMIER SARRAJ” 
LA STORIA DEL BANDITO LIBICO CHE HA FATTO CARRIERA FERMANDO I CLANDESTINI 
Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera

MIGRANTI IN LIBIAMIGRANTI IN LIBIA
Ancora nel 2010 Ahmad Dabbashi era un facchino appena ventenne al mercato all' aperto. Uno di quelli che si presta per lavoretti a ore di ogni tipo, trasporta le cassette della frutta, scarica i camion e aiuta anche nei traslochi, con il padre impiegato all' ufficio postale di Sabratha e i fratelli ancora bambini che giocano a pallone per la strada. «Un poveraccio a cui non avresti dato un soldo. "Ammu, mi regaleresti una sigaretta?", chiedeva strascicato a quelli che incontrava. Così diceva, "ammu", che in arabo significa zio. E per tutti era diventato "Al Ammu", lo zio. Chi avrebbe mai detto che in pochissimi anni sarebbe diventato il bandito più famoso della regione, contrabbandiere di petrolio e trafficante di esseri umani, sino a trasformarsi adesso in poliziotto anti migranti per eccellenza, che tratta con il governo di Tripoli e persino con quello italiano?».
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Sono le parole di Mohammad, un suo vecchio vicino di casa. E rispecchiano fedelmente ciò che a Sabratha e dintorni è oggi il parere più comune: Al Ammu, l' ex facchino, ha fatto fortuna. Di ciò che era rimane solo il soprannome. Per il resto, ha prosperato nel caos seguito alla rivoluzione «assistita» dalla Nato, allo sfascio violento del post-Gheddafi. Tanto che ora è una delle figure più famose, ma anche temute e controverse, della Tripolitania occidentale. Noi siamo venuti a cercarlo direttamente nel suo «regno»: Sabratha, il cuore pulsante degli scafisti e dei trafficanti, dove criminalità organizzata e persino jihadismo militante spesso trovano territori comuni, ma soprattutto meta agognata per centinaia di migliaia di disperati in arrivo dall' Africa sub-sahariana pronti a tutto pur di imbarcarsi verso le coste italiane.
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A fine agosto gli uffici locali della Reuters e della Associated Press sono stati i primi a rivelare la sua recente «riconversione» da principe degli scafisti a collaboratore di primo piano con il progetto del governo italiano per il blocco dei flussi migratori. Il servizio di intelligence della polizia locale ci dice «che ultimamente avrebbe ricevuto almeno 5 milioni di euro dall' Italia, se non il doppio, con la piena collaborazione del premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall' Onu, Fayez Sarraj». Una vicenda che racconta tanto della Libia contemporanea, dove chiunque voglia cercare di cambiare le cose deve comunque confrontarsi con un Paese tenuto volutamente allo stato tribale per quasi mezzo secolo nella logica del divide et impera di Muammar Gheddafi e adesso lacerato da una miriade di lotte e divisioni interne senza fine.
GHEDDAFIGHEDDAFI

 «Personalmente posso capire che gli accordi del governo Sarraj con Dabbashi abbiano aspetti ambigui. In Occidente potete anche pensare che siano poco morali. Ma questa è la realtà della Libia. Chi vuole intervenire fa i conti con le forze che dominano sul campo, che spesso sono poco pulite, ambigue, persino criminali. Con la milizia di Dabbashi c' era poco da fare. Combatterla significa rilanciare il bagno di sangue e per giunta con nessuna prospettiva di vittoria. Il modo migliore era integrarla, agire pragmatici. Cosa che i servizi d' informazione italiani e Minniti, con il quale mi sono incontrato più volte in Libia e a Roma, hanno ben intuito.

FAYEZ SARRAJ 2FAYEZ SARRAJ 2
Presto ne vedremo i risultati positivi», ci dice con tono realista il 43enne Hussein Dhwadi, da tre anni sindaco di Sabratha. Questi afferma di «non escludere, ma non sapere, se davvero gli italiani hanno pagato Dabbashi e in quale forma». Cosa del resto già nettamente negata sia dalla Farnesina che dall' ambasciata italiana a Tripoli. Tuttavia, nella stessa Sabratha non mancano i nemici feroci di Dabbashi ben contenti d' investigare.

«È un mafioso, un bandito, che sino a poche settimane fa ha assassinato i nostri agenti e prosperato nell' illegalità, nell' arbitrio. Non potrà mai essere nostro alleato», dice Basel Algrabli, 36 anni, direttore della locale Unità Anti-Migranti. Gli argomenti più forti arrivano dai responsabili dei servizi di intelligence della polizia urbana, con cui abbiamo parlato per due ore. Ma chiedono di non essere identificati nel timore di vendette contro di loro e le famiglie. Su Ahmad Dabbashi e il suo clan hanno interi dossier, alcuni dei quali ci sono anche stati mostrati: hanno iniziato infatti a seguirlo già un paio d' anni dopo il linciaggio mortale di Gheddafi a Sirte nell' ottobre 2011.
MIGRANTI SCAFISTI 1MIGRANTI SCAFISTI 1

Da tempo «Al Ammu» aveva scoperto che poteva far soldi occupandosi dell' ordine pubblico. Uccise «quasi per caso» un miliziano di Zintan che insidiava alcune ragazze su una spiaggia locale. Diventa allora un piccolo eroe, per qualche mese gestisce gli accessi alla spiaggia, poi si avvicina al Libyan Fight Group, il fronte jihadista libico che simpatizza per Al Qaeda. Con il latitare delle vecchie autorità gheddafiane il campo religioso guadagna punti. La gente gli dà credito, lo paga per garantirsi sicurezza. Lui assolda fratelli e cugini.

Poi, il salto di qualità: ruba 250.000 dinari a un commerciante locale, comincia a trafficare in droga e petrolio. Adesso può pagare i suoi uomini, si procura le Toyota blindate montanti mitragliatrici pesanti. Oggi ne possiede a decine utilizzate da centinaia di miliziani, forse oltre 300 ai suoi ordini diretti. Tanti raccolti dalla strada, dai luoghi della sua giovinezza. La sua struttura si militarizza nel 2014. Al Ammu comanda adesso la «Brigata Anis Dabbashi», intitolata a uno dei cugini morti in uno scontro a fuoco.

MIGRANTI SCAFISTIMIGRANTI SCAFISTI
Un' altra Brigata, la «48», è invece diretta dal fratello più giovane, Mehemmed chiamato «al Bushmenka», con la partecipazione attiva dei cugini Yahia Mabruk e Hassan Dabbashi. Nel 2015 impongono il monopolio sui movimenti dei camion verso il deserto e lungo la costa dal confine con la Tunisia al porticciolo di Zawiya. Non però verso Tripoli, perché qui domina violenta la potente tribù dei Warshafanna, ex sostenitori di Gheddafi oggi propensi a stare con il generale Khalifa Haftar, l' uomo forte della Cirenaica. Sempre secondo le stesse fonti, è in questo periodo che «Al Ammu» si assicura anche una parte dei servizi di protezione dei cantieri e terminali di petrolio e gas a Mellitah: dunque, indirettamente, delle attività Eni nel Paese.
MIGRANTI IN LIBIA CAMPIMIGRANTI IN LIBIA CAMPI

«Probabilmente è allora che lui ha i primi contatti con gli 007 italiani. Rapporti che poi si approfondiscono ai tempi del rapimento dei quattro tecnici italiani della Bonatti proprio diretti dalla Tunisia a Mellitah (di cui poi due tragicamente assassinati, ndr.)», aggiungono. Il capo del clan Dabbashi però è un ricercato, per lui è difficile viaggiare, specie all' estero. Tocca allora a Yihab, il fratello giovane più fidato, fungere da negoziatore e businessman del gruppo. Sulla rete difende il buon nome dei Dabbashi, oggi li rilancia come gruppo legittimo e garante della legge. «Yihab ha trattato per conto del fratello anche l' accordo sui migranti.

GUARDIA COSTIERA LIBIAGUARDIA COSTIERA LIBIA
Abbiamo le tracce dei suoi movimenti recenti. Sappiamo che tra fine luglio e fine agosto è volato a Malta con la compagnia privata Medavia. Di recente è stato a Istanbul, in Germania e in altre due nazioni europee. Con gli agenti dei servizi italiani si è incontrato più volte in alcuni hotel di Gammarth, la costa turistica di Tunisi. Sarraj e gli italiani si sono assicurati la sua collaborazione in cambio di almeno 5 milioni di euro e la promessa che i Dabbashi ne usciranno puliti e le loro milizie saranno legalizzate», leggono dai loro documenti i capi dell' intelligence.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Porti vuoti, spiagge deserte dove prima ogni notte estiva con il mare calmo imperava l' affanno delle partenze, niente barconi, nessun gommone all' orizzonte. Il traffico dalla Libia è praticamente fermo. I Dabbashi sono una garanzia. 

«Quanto erano efficienti nel traffico di esseri umani, tanto oggi sono bravi nel bloccarlo. Sino ai primi del luglio scorso si erano assicurati l' 80% delle partenze dalle nostre coste, un affare milionario. Il loro slogan presso gli africani era che si doveva pagare tanto, almeno 1.000 dollari a testa, ma i loro trasporti erano i più certi. Crediamo avessero contatti anche con organizzazioni criminali italiane.

BANDIERA ITALIANA BRUCIATA IN LIBIABANDIERA ITALIANA BRUCIATA IN LIBIA
Oggi sono attenti ad attuare i blocchi delle partenze già a terra, il lavoro dei guardiacoste libici serve ormai a poco o nulla», afferma Algrabli. Vedere per credere. La notizia che non è più possibile (o diventa molto difficile) prendere la via del mare dalla Libia si sta spargendo a macchia d' olio. «Oltre 30.000 persone sono bloccate nella nostra regione. Stiamo cercando di spostarle su Tripoli, da dove potranno tornare più facilmente ai loro Paesi di origine grazie all' Onu e alle loro ambasciate.

Libia Guardia CostieraLIBIA GUARDIA COSTIERA
Sono per lo più nigeriani, eritrei, sudanesi, tanti del Ciad, della Costa d' Avorio e del Mali. Il fatto positivo è che sono nel frattempo diminuiti anche gli arrivi dal deserto sub-sahariano, solo il 30% rispetto ai primi di luglio. Ciò significa che la Libia per loro non è più un punto di transito valido. Lo verificheremo con certezza all' arrivo dei dati di fine settembre», dice ancora il sindaco di Sabratha. La nuova situazione si manifesta amplificata a Triqsiqqa, che con i suoi ben oltre 1.000 migranti incarcerati (di cui al momento 120 donne) è oggi uno dei campi più vasti nella capitale.
LIBIALIBIA

Si stima siano circa 600.000 gli «imprigionati» nell' imbuto libico. «Siamo in una prigione senza speranza. Io sono stato arrestato tre mesi fa. E adesso sono ben consapevole che via mare non si parte più», dice tra i tanti il diciottenne Hani Henessey, un ragazzino dai tratti fini e l' inglese quasi oxfordiano. Suo padre dentista lo condusse da bambino con la famiglia dal Sud Sudan a Londra. Ma di recente sono stati espulsi per lo scadere del visto. Hani dice però di essere gay e in quanto tale perseguitato in Africa. Vorrebbe tornare in Europa. E non sa come fare. Le storie di persecuzione, terrore e disperazione non si contano.

Joe Solomon, nigeriano di 24 anni, dice di essere stato rapito da un gruppo di contadini libici. «Volevano 700 dollari per liberarmi. Quando ho spiegato che né io, né la mia famiglia, né i miei amici potevamo pagare, mi hanno tenuto come schiavo a lavorare nei loro campi per quattro mesi», ricorda. Sono vicende di razzismo antico, rimandano ai tempi della tratta araba degli schiavi dall' Africa alle coste del Mediterraneo.

MIGRANTIMIGRANTI
Viene persino da pensare che per quanto qui le condizioni siano orribili, con migliaia di persone chiuse al caldo nello sporco dietro le sbarre, fuori alla mercé dei libici incattiviti da guerra e povertà possa essere anche peggio. Ma va anche aggiunto che l' intera zona costiera è disseminata di campi per migranti, molti senza alcun controllo e mai visti da giornalisti o umanitari. Mentre visitiamo il campo l' ambasciata sudanese manda due funzionari che organizzano i rientri di 200 connazionali. Anche l' Organizzazione Internazionale dei Migranti (Iom) e lo Unhcr stanno intervenendo.

MIGRANTIMIGRANTI
«Ma sono ancora gocce nel mare. Perché le Ong internazionali non ci aiutano? Voi italiani, che avete qui anche un' ambasciata, perché non siete presenti, non siete mai venuti a visitarci?», protesta Abdul Nasser Azzam, il direttore del centro. E Al Ammu? Come si muove colui che appare tra i maggiori artefici di tali epocali cambiamenti? Ancora a Sabratha raccontano che vorrebbe controllare lui stesso alcuni campi destinati al rimpatrio dei migranti grazie agli aiuti finanziari internazionali. Ma a noi non ha rilasciato commenti. «Se volete un incontro dovete avere il permesso delle autorità di Tripoli», ci fa dire, più formale e legale che mai.

Fonte: qui

venerdì 10 marzo 2017

Il più grande trafficante della storia, Pablo Escobar, lavorava per la CIA

Il figlio di Escobar: “I segreti che mio padre non mi ha mai raccontato” 
Ciò che si scopre nel mio libro è che mio padre lavorava per la CIA, vendendo cocaina i cui proventi servivano a finanziare la lotta anticomunista in tutto il Centroamerica. Questo fatto colloca la figura di mio padre in un contesto storico differente, dove alcuni pezzi si iniziano a incastrare” 
ha rivelato il figlio del più famoso e potente narcotrafficante della storia mondiale, Pablo Escobar, noto e reso popolare da serie televisive e film come “El patrón del mal” (Il padrone del male), in un’intervista esclusiva rilasciata per presentare il suo nuovo libro “Pablo Escobar, in fraganti”, dove racconta i brutali omicidi commessi da suo padre in Colombia, inclusi magistrati, agenti di polizia e politici che lottavano contro il crimine organizzato di quel paese e contro la corruzione.
Juan Pablo Escobar, conosciuto con il nome di Juan Sebastián Marroquín fino al 2009, quando decise di pubblicare il suo primo libro su suo padre, leader del cartello di Medellín di Colombia, ed il mafioso più importante di Sudamerica, legato alla mafia siciliana e calabrese negli anni 80, ha asserito che suo padre lavorava per la CIA, finanziando la “lotta anticomunista” in Centroamerica di questo organismo.



In un servizio di 30 minuti, Escobar ha raccontato al giornalista argentino Luis Novaresio i contenuti più salienti del suo nuovo libro, distruggendo l’immagine mitica di quel “narcos” che i mezzi di comunicazione hanno creato, per avvicinare il pubblico ad un’immagine più reale della mafia, i cartelli, il narcotraffico e gli Stati come soci in affari delle organizzazioni criminali.
Con voce ferma e serena per tutta la durata dell’intervista, il figlio del narcotrafficante colombiano ha esordito parlando della fondatezza della sua testimonianza: “Io credo che alcuni capitoli di questo libro dimostrino che la paura della morte mi importa poco. Perché credo che ci siano cose più importanti, come avvicinarci alla verità delle realtà che si cela dietro gli sporchi affari del narcotraffico e della corruzione che li rendono possibili”.
“Io devo più rispetto e più amore ai miei nemici che alla mia famiglia”, ha sottolineato in riferimento agli scontri verificatisi dopo la morte di suo padre e che ancora avvengono in Colombia. Ciò dimostra che le teste cambiano, ma l’affare rimane.

In ogni aneddoto e testimonianza di Juan Pablo Escobar emerge un chiaro rifiuto verso l’attività mafiosa di suo padre ed il suo dolore per i familiari delle vittime dei suoi brutali crimini. Non lo indica come unico colpevole, ma accusa anche certi organismi di sicurezza come la DEA, la CIA e funzionari principalmente statunitensi, senza i quali Pablo Escobar non sarebbe mai riuscito a consolidare il suo potere mafioso.

“Quando scoppiò lo scandalo Iran-Contras, vi era coinvolto il colonnello Oliver North dell’esercito nordamericano e, dietro di lui, c’era la CIA, il cui capo era George Bush, padre. Dopo diventò vicepresidente dell’amministrazione Reagan e incaricato della lotta antidroga. Lo stesso personaggio i cui impiegati stavano lavorando con mio padre per vendere droga e portarla negli Stati Uniti, con il beneplacito di molti, ha affermato il figlio di Pablo Escobar."Sono tutti punti interrogativi che chiaramente iniziano a trovare risposta e ci rivelano una realtà dietro il commercio del narcotraffico molto diversa da quella che sogniamo. Perché fino ad ora ci hanno detto: 'i narcos latinoamericani hanno la capacità di eludere tutti i controlli', ma questo non è eludere i controlli, questo è comprare i controlli, avere in mano i controlli ed avere come soci gli addetti ai controlli", ha aggiunto Escobar parlando della complicità del potere politico e della sicurezza.   
“Faccio un esempio concreto. È il caso dei fratelli Rodríguez Orejuela, boss del cartello di Cali che si alleano con la DEA per combattere contro mio padre, fino a che finalmente escono dalla circolazione ed un anno dopo tutto il cartello è completamente smantellato. Due  personaggi estradati negli USA che finirono negoziando con loro, senza dover consegnare nessuno, semplicemente consegnando denaro a patto che la sua famiglia non fosse inserita nella lista Clinton. Diedero 2.000 milioni di dollari, due persone. Quella somma va moltiplicata per tutti i narcos di cui non abbiamo neanche idea della loro esistenza. In sintesi, funziona così: lasciali crescere, aiutali a prosperare e quando diventano molto ricchi prendiamo i loro soldi", ha spiegato il figlio del mafioso colombiano.  
"Tutti i paesi del mondo mi hanno concesso il visto ad eccezione degli USA. Il grande paradosso è che continuano a dare il visto ai narcos. Quindi forse non ho quel requisito", ha denunciato Pablo Escobar figlio facendo capire lo stretto legame tra il governo statunitense ed il narcotraffico del Sud-America, e ha chiarito: 
"Mio padre è stato un ingranaggio del grande commercio del narcotraffico universale. Quando non gli è più stato utile, hanno dato l’ordine di ammazzarlo. (…) È stato uno dei tanti patroni del male. E credo che questo libro mostra molti modelli, perché c'è sempre un pesce più grande”.
14 febbraio 2017

di Matías Guffanti

Fonte: qui