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mercoledì 8 maggio 2019
sabato 30 marzo 2019
OSEGHALE HA CERTO SMEMBRATO ALTRE PAMELE. QUANTE E DOVE, NESSUNO DOMANDA
Nell’udienza a porte chiuse per il ritualist nigeriano Innocent Oseghale, assassino di Pamela e abile smembratore-macellatore del suo corpo, i giornalisti hanno avuto il permesso di restare in aula. Hanno visto quelle che – con l’immaginifico linguaggio dei cronisti da quattro soldi- ha definito “foto choc”. Punto e basta.
Gli articoli di quel che han visto e sentito dai tre medici legali che hanno parlato e spiegato, sono di poche righe.
Sappiamo che il tossicologo, professor Rino Froldi, ha escluso che Pamela fosse in overdose – come sostiene l’assassino – spiegando che “senza più sangue ed urine” [tutto perfettamente ed accuratamente dilavato e pulito anche con la varechina] ha dovuto anche cercare la sostanza stupefacente nell’umor vitreo dell’occhio”.
Il medico legale Antonio Tombolini, che ha condotto la prima autopsia sul corpo a pezzi, “ha parlato del trattamento con varechina sulla pelle e sui genitali della diciottenne, “finalizzato a cancellare ogni traccia di un precedente rapporto sessuale”. Incidentalmente viene aggiunto che “i genitali sono stati tagliati via” e poi lavati con la varechina.
Il nigeriano sostiene che, appunto, Pamela era già morta quando lui l’ha fatta a pezzi. Invece “il medico legale Mariano Cingolani ha dimostrato che le due coltellate al fegato erano state inferte quando Pamela era viva” – colpendola deliberatamente e con perizia di esperto e sperimentato omicida. “La disarticolazione invece è avvenuta dopo la morte”. Meno male, almeno questo.
Una mano così esperta deve essersi esercitata. Molto
La “disarticolazione” è spiegata molto rapidamente – come sanno essere delicati i colleghi giornalisti – citando pochissime parole de professor Cingolani. “I tagli sono precisi, alla schiena ad esempio all’altezza dei dischi, che sono più elastici. Un’opera molto raffinata: io faccio autopsie da 40 anni e lo avrei fatto in modo analogo». Il professore ha aggiunto che “in Italia non ci sono casi di disarticolazione” prima di questo.
Bisogna cercare articoli di mesi prima per ricordare come il professor Cingolani fosse sorpreso: “Se per assurdo avesse dovuto fare quest’operazione un medico legale, in un laboratorio e con tutti gli strumenti del caso a sua disposizione, ci sarebbero volute almeno otto ore”.

Ora, se il nigeriano è capace di smembrare il corpo di Pamela in modo così raffinato da meravigliare un perito settore che fa autopsie da 40 anni, dovrebbe venire da sé la domanda: quante altre volte l’ha fatto, prima, il negro? Perché deve aver imparato certi segreti del mestiere, come tagliare all’altezza dei dischi perché sono più elastici. Una pratica che comporta altre esercitazioni, su altri corpi. In Nigeria, sicuramente. Ma in Italia, quanti? Quanti altri corpi ha magari fatto a pezzi qui, il negro, per acquistare quella mano e quell’esperienza.
E’ certo che non sono state uccise e tagliate a pezzi altre Pamele? Perché non se lo domandano gli investigatori? Se lo domandano i giudici?
Sopire, troncare, sminuire…
Perché in tuta questa storia orribile sembra aleggiare nell’ambiente di Macerata dove Oseghale era protetto, dove la Caritas gli pagava l’affitto eccetera, un velo protettivo? Perché il GIP, appurato che Oseghale aveva portato i due trollery col corpo da casa sua a qualche chilometro fuori Macerata, ha detto che non c’erano prove che l’avesse uccisa?
Mi sono domandato: se venissi sorpreso io, Maurizio Blondet, mentre porto un cadavere a pezzi in due valige, non sarei immediatamente accusato anche dell’omicidio?
E perché non sono stati i giornali cosiddetti seri e i tg mainstream, ma il settimanale di cronaca nera “Giallo” – un giornalaccio, Dio lo benedica – a raccontare i particolari più importanti che descrivono tutto un ambiente? La storia di “Patrick”, vero nome Mouthong Tchomchoue, del Camerun, tassista abusivo. “Quella sera ha prelevato Oseghale in via Spalato alla 22.55. Il nigeriano è sceso da casa con due trolley che ha voluto personalmente caricare in auto, senza che il “tassista” lo aiutasse. Quindi, gli ha detto di portarlo a Tolentino. Qualche chilometro fuori Macerata, però, Oseghale ha detto all’autista di fermarsi, ha scaricato sul ciglio della strada le due valige e s’è fatto quindi riportare a Macerata in via Spalato”.
Lasciare due grossi e pesanti trolley sul ciglio della strada, non è proprio normale. Infatti Patrick il “tassista” torna lì: per sperare di recuperare qualcosa del contenuto? Secondo il suo stesso racconto, “ha accostato l’auto e aperto uno dei trolley. Ma quando, nel buio e aiutandosi con la luce del cellulare, ha intravisto quella che sembrava essere una mano, è risalito in auto e si è allontanato velocemente”.
Non è andato subito dalla polizia, il camerunese. Quando ha sentito alla tv che un corpo smembrato era stato trovato in due valige, Patrick è tornato sul posto, ha visto gli agenti al lavoro, e solo allora è andato al commissariato a raccontare l’accaduto della notte. Non voleva guai? Aveva paura di Oseghale? Semplicemente, se ne infischia? O magari non è poi così insolito, nei dintorni di Macerata, trovare valige sui cigli con dentro altre Pamele?
Già. Se l’è chiesto anche l’avvocato Marco Valerio Verni, che è lo zio di Pamela oltre che il legale della famiglia Mastropietro: “Perché lasciare i trolley con i suoi resti sul ciglio della strada, dove chiunque li poteva vedere?”. Oseghale li ha lasciati lì perchè qualcun altro sarebbe dovuto passare a prenderli e poi così non è stato? Oppure, si tratta di un avvertimento a qualcuno? E nel caso, a chi?”. Domande – ha scritto Libero – che suggeriscono il sospetto da parte di Verni che in realtà la vicenda non sia chiusa qui per quanto riguarda il numero di persone coinvolte, e che ci siano altre persone che quantomeno erano informate di quel che è accaduto in quell’appartamento di Macerata”.
Il camerunese ha testimoniato “che durante il viaggio d’andata con le valige, Oseghale ha fatto una telefonata in inglese, mentre sulla via del ritorno a Macerata dopo aver lasciato le valige ha parlato, sempre al telefono, con una donna”. Sarà stata identificata quella donna? E quello con cui parlava in inglese?
Perché in questo orrore sembra siano in atto sforzi per restringere, limitare al mero necessario l’indagine e i coinvolti, anziché allargare l’inchiesta? E’ certo che Oseghale si vanta di essere il capo della mafia nigeriana, setta Black Cat, e in carcere al compagno di cella (informatore della polizia) ha promesso: : “Ti do centomila euro se testimoni che sai che Pamela è morta di overdose. I soldi arriveranno da Castelvolturno, tramite gli avvocati”».
Magari a Castelvolturno ci sono altri specialisti della disarticolazione? Altre Pamele fatte a pezzi? Perché la tecnica raffinata di Oseghale dice che l’ha già fatto, e tante volte. Perché non si ha urgenza di sapere quante? Perché a Castelvolturno i nigeriani “sotto gli occhi di tutti, gestiscono soldi, prostituzione, armi, droga e, secondo alcuni, anche il traffico di organi”? Organi?
Non vorrei che questa restrizione mentale degli inquirenti, questa laconicità e riduzione del processo al solo Oseghale per un solo omicidio-smembramento, mentre la sua perizia ci dice che ne ha fatto chissà quanti altri, dipenda dal voler nascondere all’opinione pubblica la dimensione enorme e mostruosa del fenomeno – perché il fenomeno l’hanno importato i governi Renzi e Gentiloni, e perché si sa, gli italiani “sono razzisti” , “anti-immigrati”, e non devono essere eccitati in questi loro negativi sentimenti. Mi viene questa idea, perché abbiamo tutti visto lo sforzo enorme dei progressisti che controllano tv, radio e giornali, di imporre un linguaggio, come dire?, castigato e politicante corretto non dare adito a “percezioni” deplorevoli negli italiani fon troppo inclini al razzismo – e perciò a votare Salvini.
Dico questo perché secondo un noto giornaliista radio-televisivo, la tentata strage dei 51 bambini doveva essere raccontata così: “Autista squilibrato crea code sulla Paullese. Non altro”, essendo la notizia vera da diffondere “il nostro ministro dell’Interno è razzista”.
Questi giornalisti pretendono di plasmare e torcere la nostra “percezione” . E in Tv, alla radio, nei giornali, lo fanno .
Maurizio Blondet
Maurizio Blondet
Il sottoscritto modestamente si unisce all’appello dello zio di Pamela, l’avvocato Verni:

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giovedì 7 marzo 2019
LE MACABRE RIVELAZIONI DEL SUPER TESTIMONE SALVATORE MARINO AL PROCESSO CONTRO IL NIGERIANO
“MI HA DETTO CHE ERA CONVINTO CHE PAMELA FOSSE MORTA E COMINCIA A SEZIONARLA. MA LEI SI MOSSE E SI LAMENTÒ E, A QUEL PUNTO, LE DIEDE UNA SECONDA COLTELLATA”.
OSEGHALE DISSE A MARINO CHE “LE SUE OSSA ERANO DURE”
L’EROINA COMPRATA CON LA COLLANINA REGALATA DALLA MAMMA E IL RUOLO DI LUCKY DESMOND
Daniela Lauria per www.blitzquotidiano.it
“Innocent Oseghale mi disse che iniziò a tagliare una gamba a Pamela quando era ancora viva”. E’ il racconto choc di Salvatore Marino, il collaboratore di giustizia e super testimone nel processo contro il nigeriano imputato per la morte della 18enne romana, il cui cadavere fatto a pezzi fu trovato un anno fa in due trolley abbandonati nelle campagne di Pollenza. Marino, che con Oseghale ha condiviso la cella per due settimane, nel carcere di Ascoli Piceno, ha riferito dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Macerata le confessioni ottenute in carcere dal nigeriano.
Per cento minuti è stato interrogato dal procuratore Giovanni Giorgio che un anno fa aveva raccolto la sua testimonianza nel carcere di Marino del Tronto. Marino ha raccontato il suo complesso rapporto con Oseghale e confermato tutti i macabri particolari sulle ultime ore di vita di Pamela. “La ragazza – ha detto – ha incontrato Oseghale ai Giardini Diaz di Macerata e gli chiese eroina, ma lui le rispose che vendeva solo erba e che la poteva fare arrivare”. La droga l’avrebbe portata “Lucky Desmond e fu pagata da Pamela con una collanina, che le regalò la mamma”. Il nigeriano gli avrebbe poi raccontato che “pagò due euro e mezzo la siringa” e che poi, “insieme al connazionale e a Pamela salirono nell’appartamento di Via Spalato”. In casa, la 18enne consumò la dose di eroina quindi si alzò dal divano e “Desmond provò ad approcciarla sessualmente”: Pamela non accettò e ricevette uno schiaffo, che la fece cadere a terra priva di sensi.
A quel punto, è sempre il racconto di Marino, “Desmond andò via, perché la ragazza non faceva niente”. In casa, Pamela restò sola con Oseghale, “che la rianimò con l’acqua” e subito dopo avrebbe avuto “un rapporto sessuale completo” con lei. In seguito alla presunta violenza, “Pamela voleva andare via, tornare nella sua casa di Roma in treno, ma voleva denunciare Oseghale”.
Secondo il racconto di Marino il nigeriano “non voleva che Pamela andasse via. Si sono spinti davanti alla porta e qui Oseghale le avrebbe dato una prima coltellata all’altezza del fegato, usando un coltello grande”. Pamela finisce a terra e Oseghale “chiama al cellulare un connazionale”, ma non trova assistenza. Oseghale rientra a casa: “Mi ha detto che era convinto che Pamela fosse morta e comincia a sezionarla, a partire dalla gamba. Ma lei si mosse e si lamentò e, a quel punto, le diede una seconda coltellata”.
“Le sue ossa erano dure”, avrebbe confessato il nigeriano al pentito. Secondo il suo racconto, “voleva mettere la ragazza in un sacco, ma il corpo non entrava e quindi l’ha tagliata, mettendo i pezzi del corpo in due valigie”. Poi “ha chiamato un taxi, perché voleva buttare le due valigie dove non si dovevano trovare”. “Durante il viaggio – è la conclusione del racconto del testimone – Oseghale avrebbe ricevuto più telefonate da parte della moglie, della quale era ossessionato, e preoccupato della sua reazione ha fatto fermare il taxi e ha abbandonato le due valigie”.
“Oseghale ha fatto tutto da solo?”, gli ha chiesto il procuratore Giorgio. “Non mi fece nomi di altre persone”, è stata la risposta secca di Marino.
Fonte: qui
venerdì 14 settembre 2018
LUCA TRAINI IN CARCERE È DIVENTATO AMICO DI SENEGALESI E MAROCCHINI
Benedetta Lombo per https://www.corriereadriatico.it/
«All’inizio della detenzione non voleva incrociare nessun detenuto di colore, oggi racconta di due di loro: “Uno assomiglia a mio fratello, l’altro è un simpaticone”». Nella perizia su Luca Traini richiesta dal Tribunale, lo psichiatra Massimo Picozzi descrive i cambiamenti del tolentinate che il 3 febbraio, in un folle raid razzista, aveva sparato a sei persone di colore per vendicare la morte di Pamela Mastropietro.
È una vera e propria conversione quella registrata dal perito nel corso dei tre colloqui avvenuti in carcere il 12, il 13 e il 16 giugno. Traini, che per Picozzi «presenta tratti disarmonici di personalità che non si traducono in un quadro patologico capace di incidere sulla capacità di intendere e volere» nel raccontarsi si è messo a nudo, ha parlato del passato, dei suoi turbamenti presenti e del sogno di sposarsi e avere un figlio, anzi una bimba.
Del suo passato Traini ha ricordato l’esperienza di sorvegliante nelle zone terremotate per tre mesi, ma anche la delusione del ritorno a casa nel vedere «le persone che avevano tutto e si buttavano via, mentre lui aveva conosciuto la disperazione di chi aveva realmente perduto ogni cosa».
Ha raccontato il suo rapporto con la fidanzata con problemi di droga, della somiglianza anche fisica con Pamela e che “se non ci fosse stata lei, la faccenda di Pamela non mi avrebbe fatto tutto questo effetto”. Ha raccontato di come minacciare spacciatori e denunciarli, come aveva fatto nell’ultimo anno e di non aver avuto più fiducia nelle istituzioni. Dopo il raid, però, nel carcere di Ancona Traini qualcosa sarebbe cambiato.
«La vista – scrive Picozzi – dei segni dell’intervento chirurgico all’addome di un ragazzo da lui colpito e una lettera scritta dalla cognata dove la donna gli ricordava quali traumi il suo gesto avesse provocato ai suoi familiari, alla madre soprattutto», avrebbero minato le sue certezze. Da qui il graduale ravvedimento. «Tre settimane dopo ha visto al Tg la ragazza ferita, sofferente e allettata e ha iniziato a pensare che forse quelli con cui se l’era presa non erano obiettivi, ma persone».
«Oggi – continua lo psichiatra – avverte di essere una persona utile, sente la responsabilità di “tener buoni” quanti gli scrivono lamentandosi per i problemi dell’immigrazione (dalla Francia agli Usa, dal Klan ai gruppi Lepenisti)». E pensa al futuro. «Accetta le conseguenze del suo gesto, parla di interviste, libri, di una onlus; per riabilitare la propria immagine, per rifondere le vittime. Aspetta il processo, la condanna “agli anni che saranno”, ma insieme vorrebbe intraprendere in carcere un percorso universitario che ha sempre desiderato; studierebbe storia o psicologia».
Poi il sogno del matrimonio con la fidanzata, «se lei lo aspettasse e nel frattempo si disintossicasse, lui la sposerebbe», scrive Picozzi. «Aggiunge d’avere vicino di cella un senegalese che è “un pezzo di pane”, cui ha regalato un paio di magliette; non è colpa sua, aggiunge, se è finito in carcere, è il risultato di un’integrazione sbagliata. Poi ci sono marocchini, albanesi “non è la razza che fa la criminalità, ma l’ambiente”. “Se poi conosci le persone ti accorgi che “siamo tutti poveracci”». Il processo va avanti, oggi Picozzi sarà sentito in aula.
Fonte: qui
mercoledì 1 agosto 2018
INNOCENT OSEGHALE HA AMMESSO DI AVERE FATTO A PEZZI IL CORPO DI PAMELA MASTROPIETRO, LA 18ENNE ROMANA UCCISA E SMEMBRATA A MACERATA IL 30 GENNAIO SCORSO
IL 29ENNE NIGERIANO, ACCUSATO DI OMICIDIO, VILIPENDIO E DISTRUZIONE DI CADAVERE, LO HA DETTO AI MAGISTRATI DELLA PROCURA DI MACERATA
L’UOMO SOSTIENE CHE PAMELA SIA MORTA PER OVERDOSE
(ANSA) - "Ho fatto a pezzi il corpo di Pamela Mastropietro" ma la ragazza "era già morta per overdose dopo aver assunto eroina". A sei mesi dalla morte della 18enne romana a Macerata, arrivano le prime ammissioni choc di responsabilità di Innocent Oseghale, 29enne pusher nigeriano, in carcere da fine gennaio scorso con le accuse di omicidio volontario, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere e spaccio di droga.
Il nigeriano, tramite un interprete in lingua inglese, è stato sentito oggi per l'ennesima volta (la seconda nel carcere di Ascoli Piceno) dal Procuratore Giovanni Giorgio, presente anche un ufficiale del Ris: ha ribadito però di non aver ucciso né violentato Pamela, sostenendo di aver avuto con lei un rapporto sessuale consenziente in un sottopasso vicino ai Giardini Diaz il 30 gennaio, poco dopo averla incontrata e poche ore prima del delitto. Dopo aver constatato che il cadavere della ragazza non entrava in un trolley comprato per disfarsi del corpo, ha raccontato ancora Oseghale al Procuratore, decise di sezionarlo e di riporne alcune parti anche nel trolley blu-rosso della giovane.
E' una confessione parziale che segue una girandola di versioni fornite agli inquirenti dal 29enne per negare ogni addebito nei precedenti faccia a faccia. Ed è una ricostruzione che non collima con le risultanze degli esami autoptici e tossicologici, né con l'ipotesi degli inquirenti. Per i medici legali dell'Università di Macerata, Pamela era viva quando venne ferita con due coltellate all'altezza del fegato e non morì a causa della droga. La Procura ritiene poi che Oseghale abbia stuprato la ragazza, che si era allontanata il giorno prima dalla comunità di recupero Pars di Corridonia, approfittando dello stordimento indotto dall'assunzione di eroina nella casa di via Spalato 124 e che l'abbia uccisa e smembrata in maniera 'maniacale' per nascondere le tracce di una violenza sessuale.
31 Luglio 2018
31 Luglio 2018
venerdì 8 giugno 2018
IL RIESAME RESPINGE IL RICORSO DELLA PROCURA: NON È STATA STUPRATA DA OSEGHALE
TRA PAMELA MASTROPIETRO E IL NIGERIANO, SECONDO IL GIP, “SI CREÒ UN CLIMA AMICALE”: L’AVREBBE UCCISA (E POI FATTA A PEZZI) PRESO DAL PANICO PERCHÉ LEI SI ERA SENTITA MALE DOPO AVER...
Da www.ansa.it
Per l'accusa di aver stuprato Pamela Mastropietro non sussistono gravi indizi di colpevolezza a carico di Innocent Oseghale, 29enne nigeriano, già in carcere ad Ascoli Piceno per l'omicidio della 18enne romana avvenuto il 30 gennaio scorso a Macerata.
Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Ancona che ha respinto il ricorso della Procura di Macerata che chiedeva la custodia in carcere per il nigeriano, anche per l'accusa di violenza sessuale.
Per il procuratore Giovanni Giorgio lo stupro sarebbe stato il movente dell'omicidio della giovane e del successivo smembramento del corpo ritrovato in due trolley.
Tesi che non aveva convinto il gip di Macerata, secondo cui tra Oseghale e Pamela invece si creò un 'clima amicale' e il nigeriano l'avrebbe uccisa, preso dal panico perché lei si sarebbe sentita male dopo aver assunto eroina. I difensori Umberto Gramenzi e Simone Matraxia avevano respinto ogni accusa, chiedendo il rigetto del ricorso.
Fonte: qui
mercoledì 30 maggio 2018
"PAMELA FU VIOLENTATA, STORDITA DI EROINA POI ACCOLTELLATA"
E’ LA RICOSTRUZIONE FATTA DAL PROCURATORE DI MACERATA
IL RESPONSABILE, PER I PM, E’ INNOCENT OSEGHALE CHE AVREBBE AGITO PER UN MOVENTE ESCLUSIVAMENTE SESSUALE
DIVERSA LA VISIONE DEL GIP: IL NIGERIANO E LA RAGAZZA AVREBBERO CREATO UN “CLIMA AMICALE” POI DEGENERATO NEL DELITTO QUANDO LEI…
Franco Giubilei per “la Stampa”
E' una storia dell'orrore la ricostruzione delle ultime ore di Pamela Mastropietro, la ragazza di Roma ritrovata fatta a pezzi in una valigia lo scorso gennaio: secondo il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio, la 18enne è stata violentata mentre si trovava sotto l' effetto dell' eroina, per poi essere uccisa a coltellate e infine smembrata, in modo da cancellare le tracce dello stupro.
Il responsabile dello scempio, per l' accusa, è Innocent Oseghale, 29 anni, il primo dei quattro indagati nigeriani ad essere stato arrestato, in carcere ad Ascoli Piceno per omicidio, vilipendio, distruzione, occultamento di cadavere e spaccio di droga. Dietro il delitto di Oseghale ci sarebbe un movente sessuale, finora non riconosciuto dal gip, ma per il pm il giovane deve rispondere anche dello stupro della ragazza.
LA TESI DEL GIP
Parzialmente diversa la tesi del gip, Giovanni Maria Manzoni, secondo cui tra la giovane e il nigeriano si sarebbe creato un «clima amicale», poi degenerato nel delitto, quando la ragazza si sentì male a causa della droga in casa di Oseghale il 30 gennaio scorso. Il giorno dopo il corpo della 18enne fu ritrovato chiuso in due trolley nelle campagne maceratesi. La decisione del tribunale, presieduto da Alberto Pallucchini, arriverà forse oggi, o comunque entro la settimana.
L'INDAGATO RIMASTO IN SILENZIO
L'indagato, presente in aula con i legali Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, è rimasto in silenzio: la difesa respinge le accuse. Per tutta la durata dell'udienza, fuori dal Palazzo di giustizia, la madre di Pamela, Alessandra Verni, è rimasta in sit-in con un gruppo di amici. «Credo nella giustizia», ha detto.
Il tribunale dovrà valutare gli elementi raccolti nell'inchiesta che vede indagati altri tre nigeriani di cui due in carcere ad Ancona - Desmond Lucky e Lucky Awelima -, ma c'è chi, come lo zio di Pamela e avvocato di famiglia Marco Valerio Verni, invita a indagare anche su altri aspetti: «Tutti i fatti che hanno preceduto il tragico epilogo compreso l'allontanamento dalla comunità» Pars di Corridonia dove, alcuni mesi prima del delitto, Pamela era stata mandata dalla famiglia per curare problemi psicologici oltre a quelli legati all'assunzione di droghe.
«Nessuno vuole una giustizia sommaria - ha detto ad Ancona l' avvocato Verni che acquisirà i documenti del procedimento, ma che non era coinvolto tecnicamente nel Riesame -. Vogliamo che chi ha compiuto questo efferato omicidio venga assicurato alle patrie galere, che siano state uno, due, tre o quattro persone».
Fonte: qui
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