Ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi per Innocent Oseghale, il 30enne pusher nigeriano condannato per omicidio, occultamento di cadavere - mentre la violenza sessuale è stata assorbita dalle aggravanti - per la morte di Pamela Mastropietro, 18 anni, romana, il cui cadavere fatto a pezzi fu trovato in due trolley sul ciglio della strada a Pollenza il 31 gennaio 2018. E' la sentenza emessa dai giudici della Corte d'Assise di Macerata dopo oltre cinque ore di camera di consiglio.
La madre di Pamela Mastropietro: "Mia figlia non si è mai bucata e odiava le siringhe" (Corriere TV)
Alla lettura della sentenza, tra il pubblico dei parenti e degli amici della ragazza è partito un applauso. Il presidente della Corte ha subito richiamato al silenzio i presenti per proseguire la lettura del dispositivo. I genitori di Pamela si sono abbracciati.
"Giustizia è stata fatta, intanto fuori uno, ora tocca agli altri". Così la mamma di Pamela Mastropietro ha commentato la condanna. Secondo la madre della 18enne infatti Oseghale non ha fatto tutto da solo.
Come conseguenza dell'ergastolo per l'omicidio di Pamela Mastropietro, la Corte d'assise di Macerata ha dichiarato per Innocent Oseghale, padre di due bimbi piccoli avuti da una compagna italiana, come pene accessorie la decadenza dalla potestà genitoriale e l'interdizione da pubblici uffici. Fonte: qui
IL PM A PROCESSO CHIEDE L’ERGASTOLO E 18 MESI DI ISOLAMENTO DIURNO PER IL NIGERIANO : “HA COMPIUTO ATTI SESSUALI SENZA IL CONSENSO DI PAMELA CHE SI TROVAVA SOTTO EFFETTO DI SOSTANZA STUPEFACENTE”
ALCUNE PARTI DEL CORPO SONO STATE "SOPPRESSE" AL CHIARO SCOPO DI "NASCONDERE LA RESPONSABILITÀ DI QUANTO COMMESSO"
Pamela Mastropietro, la ragazza romana fatta a pezzi a Macerata il 30 gennaio del 2018, "non è morta di overdose, è stata uccisa da Oseghale con due coltellate. Chiedo l'Ergastolo e 18 mesi di isolamento duro".Così il sostituto procuratore Stefania Ciccioli nella requisitoria davanti alla Corte di Assise di Macerata nel processo che vede imputato Innocent Oseghale con l'accusa di aver stuprato, ucciso e fatto a pezzi la ragazza romana.
INNOCENT OSEGHALE
Il sostituto procuratore Ciccioli ha ricostruito i fatti secondo l'accusa a partire dal momento in cui i resti sono stati ritrovati chiusi in due trolley a Pollenza, attraverso l'esito delle indagini e i risultati delle consulenze. Ricordando l'esito degli accertamenti dei consulenti dell'accusa, il medico legale Mariano Cingolani e il tossicologo Rino Froldi, il sostituto procuratore ha osservato che "la morte di Pamela è avvenuta per le due ferite penetranti alla sede basale emitoracica destra dovendosi escludere l'overdose". In base agli esami tossicologici "Pamela era sì, nel momento della morte, sotto effetto di oppiacei" ma i dati rilevati "non sono coerenti con un'overdose".
INNOCENT OSEGHALE
I consulenti dell'accusa hanno scritto nella loro relazione, ha ricordato Ciccioli, che le due coltellate al fegato sono state inferte quando Pamela era viva e la "lesività ha svolto un ruolo nel determinismo della morte". "La vittima, quando ancora era in vita, - ha detto Ciccioli - è stata attinta alla base del torace a destra da almeno due colpi di arma da punta e taglio". La vitalità delle ferite ossia il fatto che siano state cagionate a Pamela da viva in una zona idonea a provocare un'emorragia tale da causare la morte, secondo il sostituto procuratore, è confermata a più livelli e da più esami.
INNOCENT OSEGHALE
"Ci sono evidenti caratteri macroscopici di vitalità" delle lesioni "che hanno osservato tutti coloro che hanno avuto modo di vedere il cadavere" ma, ha poi proseguito il sostituto procuratore, "l'infiltrazione emorragica è presente anche a livello microscopico, sui vetrini" osservati. Infine "per scrupolo maggiore" il consulente medico legale ha svolto ulteriori accertamenti utilizzando "tre marcatori. E nonostante il modo in cui il cadavere di Pamela è stato deturpato e oltraggiato, i marcatori hanno confermato la presenza di segni vitali delle lesioni". Sul fatto che le ferite al fegato sono state inferte a Pamela da viva, secondo l'accusa, ci sono dunque "univoci risultati rispetto a tutti i test eseguiti: macroscopici, microscopici e istochimici".
INNOCENT OSEGHALE
Le due ferite al fegato "hanno determinato la morte", ha continuato Ciccioli sulla base delle stesse valutazioni dei medici legali dell'accusa e di parte civile. Passando poi agli esiti degli esami tossicologici, ha ricordato Ciccioli, "l'overdose si deve escludere categoricamente. Non c'è stata overdose né nel senso di mera intossicazione né nel senso letale ossia come causa della morte".
INNOCENT OSEGHALE
Per l'accusa, che ha ripercorso gli esiti degli esami tossicologici, "le concentrazioni di morfina erano talmente basse da essere incompatibili con l'idea di overdose". Nella requisitoria Ciccioli ha parlato della "certezza assoluta che non vi è stata overdose, non è stata l'assunzione di quel minimo quantitativo di eroina a cagionare la morte di Pamela Mastropietro".
Un altro elemento da considerare, secondo Ciccioli, è poi che le due coltellate al fegato sono del tutto avulse dalle altre lesioni fatte per depezzare il cadavere: "il cadavere di Pamela non è stato tagliato come capitava, ma si è parlato da parte dei medici di una vera e propria disarticolazione cadaverica" che, ha sottolineato Ciccioli, è stata fatta "con perizia". Le due coltellate al fegato sono state "inferte nel raptus omicida da Oseghale mentre tutti gli altri tagli sono funzionali alla disarticolazione fatta in un secondo momento", ha osservato.
Alcune parti anatomiche del corpo di Pamela sono state "soppresse" al chiaro scopo di "nascondere la responsabilità di quanto commesso". Così come il lavaggio con la candeggina sui resti è avvenuto per "eliminare le tracce che avrebbero potuto portare prove a suo carico", continua il sostituto procuratore.
PAMELA MASTROPIETRO
Pamela "prima di essere uccisa, è stata costretta a subire violenza sessuale e l'autore di questa violenza è stato Innocent Oseghale". Ha detto il sostituto procuratore. "Oseghale ha compiuto atti sessuali senza il consenso di Pamela che si trovava in quel momento sotto effetto di sostanza stupefacente e non ha mai potuto esprimere un valido consenso a intrattenersi sessualmente con la persona che aveva davanti - ha detto il pm - E' stata uccisa perché ha voluto sottrarsi a tutto quello che stava capitando nell'abitazione di Oseghale".
PAMELA MASTROPIETRO
Secondo il sostituto procuratore il fatto stesso che ci sia stata una "estrema accuratezza" nel lavare il cadavere con la candeggina va "interpretato come univoco segno di interesse a cancellare tracce di rapporti sessuali", anche se come ricordato sono state trovate comunque trovate tracce di dna dell'imputato, e sempre con il fine di nascondere rapporti si spiega secondo l'accusa "l'asportazione dei genitali". Non solo.
PAMELA MASTROPIETRO
"A Oseghale non bastava aver avuto rapporti sessuali con la vittima, lo ha chiesto anche ad altri", ha continuato Ciccioli ricordando le intercettazioni in cui Awelima Lucky raccontava la telefonata in cui Oseghale gli proponeva di avere rapporti con Pamela. "Oseghale conosceva le condizioni di inferiorità di Pamela" ha detto Ciccioli aggiungendo che l'imputato ha "approfittato del desiderio irrefrenabile della ragazza di assumere eroina".
Per il sostituto procuratore "Pamela voleva fuggire, doveva tornare a casa, ma non gli è stato permesso di uscire dalla casa. Oseghale quando è uscito a portare la droga, ha chiuso l'appartamento: Pamela era segregata in casa, non poteva fuggire e non aveva il cellulare". Per Ciccioli infatti Pamela "è stata uccisa perché ha voluto sottrarsi a tutto quello che stava capitando nell'abitazione di Oseghale".
Nell’udienza a porte chiuse per il ritualist nigeriano Innocent Oseghale, assassino di Pamela e abile smembratore-macellatore del suo corpo, i giornalisti hanno avuto il permesso di restare in aula. Hanno visto quelle che – con l’immaginifico linguaggio dei cronisti da quattro soldi- ha definito “foto choc”. Punto e basta.
Gli articoli di quel che han visto e sentito dai tre medici legali che hanno parlato e spiegato, sono di poche righe.
Sappiamo che il tossicologo, professor Rino Froldi, ha escluso che Pamela fosse in overdose – come sostiene l’assassino – spiegando che “senza più sangue ed urine” [tutto perfettamente ed accuratamente dilavato e pulito anche con la varechina] ha dovuto anche cercare la sostanza stupefacente nell’umor vitreo dell’occhio”.
Il medico legale Antonio Tombolini, che ha condotto la prima autopsia sul corpo a pezzi, “ha parlato del trattamento con varechina sulla pelle e sui genitali della diciottenne, “finalizzato a cancellare ogni traccia di un precedente rapporto sessuale”. Incidentalmente viene aggiunto che “i genitali sono stati tagliati via” e poi lavati con la varechina.
Il nigeriano sostiene che, appunto, Pamela era già morta quando lui l’ha fatta a pezzi. Invece “il medico legale Mariano Cingolani ha dimostrato che le due coltellate al fegato erano state inferte quando Pamela era viva” – colpendola deliberatamente e con perizia di esperto e sperimentato omicida.“La disarticolazione invece è avvenuta dopo la morte”. Meno male, almeno questo.
Una mano così esperta deve essersi esercitata. Molto
La “disarticolazione” è spiegata molto rapidamente – come sanno essere delicati i colleghi giornalisti – citando pochissime parole de professor Cingolani. “I tagli sono precisi, alla schiena ad esempio all’altezza dei dischi, che sono più elastici. Un’opera molto raffinata: io faccio autopsie da 40 anni e lo avrei fatto in modo analogo». Il professore ha aggiunto che “in Italia non ci sono casi di disarticolazione” prima di questo.
Bisogna cercare articoli di mesi prima per ricordare come il professor Cingolani fosse sorpreso: “Se per assurdo avesse dovuto fare quest’operazione un medico legale, in un laboratorio e con tutti gli strumenti del caso a sua disposizione, ci sarebbero volute almeno otto ore”.
In Nigeria, un “ritualist” scoperto con corpi di bambini secchi.
Ora, se il nigeriano è capace di smembrare il corpo di Pamela in modo così raffinato da meravigliare un perito settore che fa autopsie da 40 anni, dovrebbe venire da sé la domanda: quante altre volte l’ha fatto, prima, il negro? Perché deve aver imparato certi segreti del mestiere, come tagliare all’altezza dei dischi perché sono più elastici. Una pratica che comporta altre esercitazioni, su altri corpi. In Nigeria, sicuramente. Ma in Italia, quanti? Quanti altri corpi ha magari fatto a pezzi qui, il negro, per acquistare quella mano e quell’esperienza.
E’ certo che non sono state uccise e tagliate a pezzi altre Pamele? Perché non se lo domandano gli investigatori? Se lo domandano i giudici?
Sopire, troncare, sminuire…
Perché in tuta questa storia orribile sembra aleggiare nell’ambiente di Macerata dove Oseghale era protetto, dove la Caritas gli pagava l’affitto eccetera, un velo protettivo? Perché il GIP, appurato che Oseghale aveva portato i due trollery col corpo da casa sua a qualche chilometro fuori Macerata, ha detto che non c’erano prove che l’avesse uccisa?
Mi sono domandato: se venissi sorpreso io, Maurizio Blondet, mentre porto un cadavere a pezzi in due valige, non sarei immediatamente accusato anche dell’omicidio?
E perché non sono stati i giornali cosiddetti seri e i tg mainstream, ma il settimanale di cronaca nera “Giallo” – un giornalaccio, Dio lo benedica – a raccontare i particolari più importanti che descrivono tutto un ambiente? La storia di “Patrick”, vero nome Mouthong Tchomchoue, del Camerun, tassista abusivo. “Quella sera ha prelevato Oseghale in via Spalato alla 22.55. Il nigeriano è sceso da casa con due trolley che ha voluto personalmente caricare in auto, senza che il “tassista” lo aiutasse. Quindi, gli ha detto di portarlo a Tolentino. Qualche chilometro fuori Macerata, però, Oseghale ha detto all’autista di fermarsi, ha scaricato sul ciglio della strada le due valige e s’è fatto quindi riportare a Macerata in via Spalato”.
Lasciare due grossi e pesanti trolley sul ciglio della strada, non è proprio normale. Infatti Patrick il “tassista” torna lì: per sperare di recuperare qualcosa del contenuto? Secondo il suo stesso racconto, “ha accostato l’auto e aperto uno dei trolley. Ma quando, nel buio e aiutandosi con la luce del cellulare, ha intravisto quella che sembrava essere una mano, è risalito in auto e si è allontanato velocemente”.
Non è andato subito dalla polizia, il camerunese. Quando ha sentito alla tv che un corpo smembrato era stato trovato in due valige, Patrick è tornato sul posto, ha visto gli agenti al lavoro, e solo allora è andato al commissariato a raccontare l’accaduto della notte. Non voleva guai? Aveva paura di Oseghale? Semplicemente, se ne infischia? O magari non è poi così insolito, nei dintorni di Macerata, trovare valige sui cigli con dentro altre Pamele?
Già. Se l’è chiesto anche l’avvocato Marco Valerio Verni, che è lo zio di Pamela oltre che il legale della famiglia Mastropietro: “Perché lasciare i trolley con i suoi resti sul ciglio della strada, dove chiunque li poteva vedere?”. Oseghale li ha lasciati lì perchè qualcun altro sarebbe dovuto passare a prenderli e poi così non è stato? Oppure, si tratta di un avvertimento a qualcuno? E nel caso, a chi?”. Domande – ha scritto Libero – che suggeriscono il sospetto da parte di Verni che in realtà la vicenda non sia chiusa qui per quanto riguarda il numero di persone coinvolte, e che ci siano altre persone che quantomeno erano informate di quel che è accaduto in quell’appartamento di Macerata”.
Il camerunese ha testimoniato “che durante il viaggio d’andata con le valige, Oseghale ha fatto una telefonata in inglese, mentre sulla via del ritorno a Macerata dopo aver lasciato le valige ha parlato, sempre al telefono, con una donna”. Sarà stata identificata quella donna? E quello con cui parlava in inglese?
Perché in questo orrore sembra siano in atto sforzi per restringere, limitare al mero necessario l’indagine e i coinvolti, anziché allargare l’inchiesta? E’ certo che Oseghale si vanta di essere il capo della mafia nigeriana, setta Black Cat, e in carcere al compagno di cella (informatore della polizia) ha promesso: : “Ti do centomila euro se testimoni che sai che Pamela è morta di overdose. I soldi arriveranno da Castelvolturno, tramite gli avvocati”».
Magari a Castelvolturno ci sono altri specialisti della disarticolazione? Altre Pamele fatte a pezzi? Perché la tecnica raffinata di Oseghale dice che l’ha già fatto, e tante volte. Perché non si ha urgenza di sapere quante? Perché a Castelvolturno i nigeriani “sotto gli occhi di tutti, gestiscono soldi, prostituzione, armi, droga e, secondo alcuni, anche il traffico di organi”? Organi?
Non vorrei che questa restrizione mentale degli inquirenti, questa laconicità e riduzione del processo al solo Oseghale per un solo omicidio-smembramento, mentre la sua perizia ci dice che ne ha fatto chissà quanti altri, dipenda dal voler nascondere all’opinione pubblica la dimensione enorme e mostruosa del fenomeno – perché il fenomeno l’hanno importato i governi Renzi e Gentiloni, e perché si sa, gli italiani “sono razzisti” , “anti-immigrati”, e non devono essere eccitati in questi loro negativi sentimenti. Mi viene questa idea, perché abbiamo tutti visto lo sforzo enorme dei progressisti che controllano tv, radio e giornali, di imporre un linguaggio, come dire?, castigato e politicante corretto non dare adito a “percezioni” deplorevoli negli italiani fon troppo inclini al razzismo – e perciò a votare Salvini.
Dico questo perché secondo un noto giornaliista radio-televisivo, la tentata strage dei 51 bambini doveva essere raccontata così: “Autista squilibrato crea code sulla Paullese. Non altro”, essendo la notizia vera da diffondere “il nostro ministro dell’Interno è razzista”.
Questi giornalisti pretendono di plasmare e torcere la nostra “percezione” . E in Tv, alla radio, nei giornali, lo fanno .
«Non ce la faccio»: è il lamento di Alessandra Verni; china il suo caschetto biondo cenere sul banco, sopraffatta da un fremito d' indicibile dolore. Gli occhi perdono la luce e si velano di un ruscello di pianto. Il fratello, l' avvocato Marco Valerio Verni che sostiene la parte civile per conto dei genitori di Pamela Mastropietro, cerca di calmarla. Lei è composta e distrutta. Accanto il padre della povera vittima Stefano Mastropietro è come impietrito.
INNOCENT OSEGHALE
L' orrore è il volto di Pamela proiettato sullo schermo. I denti serrano la lingua come fosse stata soffocata, gli occhi sbarrati, i capelli disciolti dalla varichina. È la prima volta che la mamma vede il volto di Pamela com' era quando la testa della sua bimba è stata trovata avvolta da un sacchetto di plastica azzurra in uno dei due trolley che Innocent Oseghale, il nigeriano di 34 anni accusato di averla violentata, uccisa e fatta a pezzi, ha usato per sbarazzarsi del corpo della ragazza romana ammazzata il 30 gennaio 2018 nell' appartamento di via Spalato a Macerata.
PAMELA MASTROPIETRO
Quando l' avevano accompagnata all' obitorio per il riconoscimento col solo sostegno di un ufficiale dei carabinieri donna, pietosamente avevano ricomposto quel viso d' angelo che ha conosciuto l' assoluta barbarie umana.
Inocent Oseghale, il presunto assassino e autore dello scempio del cadavere, non guarda: parla con l' interprete della quale forse non avrebbe neppure bisogno. E lo farà per ore, tanto quanto dura una drammatica udienza, la quarta, del processo Mastropietro. Sfilano i medici legali, dal proiettore emerge un orrore indicibile, le immagini della morte sono i pezzi del corpo di una ragazza fragile che a 18 anni si era persa, ma coltivava la speranza di ritrovare la strada della vita. Emerge che Pamela non è morta di overdose, è stata uccisa con tre coltellate al fegato e il corpo è stato sezionato quando lei forse era ancora viva.
Questo sostengono i periti dell' accusa che hanno deposto: l' anatomopatologo Mariano Cingolani e il tossicologo Rino Froldi. Quelle fotografie - di cui ieri La Verità ha dato in esclusiva un' anticipazione descrivendole - sono un incubo costante, un' angoscia che serra la gola, un orrore che costringe ad abbassare lo sguardo. Ne è consapevole il presidente della Corte di Assise Roberto Evangelisti che autorizza la proiezione delle foto, ma dispone la celebrazione del processo a porte chiuse. Il pubblico che già assiepa l' aula 1 del palazzo di giustizia di Macerata rumoreggia, fuori dal tribunale un gruppo di persone srotola uno striscione improvvisato. Un drappo rosso con scritto in nero «vogliamo vedere la verità», ma forse è meglio di no. Anche i difensori di Oseghale, Simone Matraxia e Umberto Gramezi fanno fatica a guardare. Restano i giornalisti che devono raccontare; vietato riprodurre le foto e riprenderle.
ALESSANDRA VERNI MADRE DI PAMELA MASTROPIETRO
Comincia l' udienza e viene chiamato a deporre Antonio Tombolini, medico legale. È stato lui a fare la ricognizione del cadavere il 31 gennaio 2018. La sua deposizione lascia aperti molti dubbi, ma descrive minuziosamente come è stata fatta a pezzi. «È un lavoro fatto in maniera estremamente intelligente e accurato: c' è una logica raffinata dietro a tutto questo». Un' affermazione che Marco Valerio Verni commenta come inopportuna aggiungendo che il medico si lascia andare ad anticipazioni sui fatti azzardate.
Il professor Mariano Cingolani, l' anatomopatologo che ha eseguito la seconda autopsia incaricato dal procuratore di Macerata Giovanni Giorgio non ha però dubbi: Pamela è stata ammazzata con tre coltellate al fegato. Ma ecco orrore nell' orrore: non si può escludere che la ragazza quando è cominciato il sezionamento fosse ancora viva. E questo conferma esattamente il racconto del collaboratore di giustizia Vincenzo Marino che alla prima udienza ha testimoniato sulle confidenze che in carcere gli aveva fatto il nigeriano. Non solo sia Tombolini sia Cingolani confermano che per fare quel tipo di depezzamento (le ossa sono state staccate disarticolandole) serve una grande perizia.
«Io non ci avrei impiegato meno di tre ore», dice Cingolani.
E qui tornano i dubbi: Oseghale ha fatto tutto da solo?
Arriva la deposizione di un luminare della tossicologia, il professor Rino Froldi (anche lui consulente dell' accusa) che è categorico: Pamela è stata uccisa, non è morta per overdose.
«Non abbiamo trovato sangue a sufficienza ma dai valori riscontrati nel fegato, negli occhi possiamo escludere che Pamela sia morta per overdose». I periti inchiodano dunque Oseghale alle sue responsabilità.
PAMELA MASTROPIETRO CON LA MADRE ALESSANDRA VERNI
L' accusa di omicidio sembra reggere, ma ciò che atterrisce è la modalità con cui il corpo di Pamela è stato sezionato.
A raccontarlo per primo è proprio Tombolini , che afferma: «In una valigia c' era solo la testa avvolta in sacchetto di plastica azzurra, nell' altra il resto del corpo». Dal cadavere emanava un forte odore di varichina. Per lavarlo ce ne sono voluti almeno cinque litri a un solo scopo: distruggere ogni possibile traccia di Dna. E prosegue implacabile: «Risulta l' asportazione della vagina molto accurata per alterare la presenza di un rapporto sessuale. Amputato il monte di Venere e asportate le grandi labbra, tolta la cute anale e perianale come sede di possibili rapporti».
A queste parole le giurate contraggono i visi, l' aria è pesantissima. Oseghale non guarda, cerca in qualche modo di nascondersi. Alessandra Verni resta a capo chino: piange come Stefano, il papà di Pamela.
Sullo schermo c' è l' immagine dei femori scarnificati: è l' orrore assoluto.
“MI HA DETTO CHE ERA CONVINTO CHE PAMELA FOSSE MORTA E COMINCIA A SEZIONARLA. MA LEI SI MOSSE E SI LAMENTÒ E, A QUEL PUNTO, LE DIEDE UNA SECONDA COLTELLATA”.
OSEGHALE DISSE A MARINO CHE “LE SUE OSSA ERANO DURE”
L’EROINA COMPRATA CON LA COLLANINA REGALATA DALLA MAMMA E IL RUOLO DI LUCKY DESMOND
“Innocent Oseghale mi disse che iniziò a tagliare una gamba a Pamela quando era ancora viva”. E’ il racconto choc di Salvatore Marino, il collaboratore di giustizia e super testimone nel processo contro il nigeriano imputato per la morte della 18enne romana, il cui cadavere fatto a pezzi fu trovato un anno fa in due trolley abbandonati nelle campagne di Pollenza. Marino, che con Oseghale ha condiviso la cella per due settimane, nel carcere di Ascoli Piceno, ha riferito dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Macerata le confessioni ottenute in carcere dal nigeriano.
INNOCENT OSEGHALE
Per cento minuti è stato interrogato dal procuratore Giovanni Giorgio che un anno fa aveva raccolto la sua testimonianza nel carcere di Marino del Tronto. Marino ha raccontato il suo complesso rapporto con Oseghale e confermato tutti i macabri particolari sulle ultime ore di vita di Pamela. “La ragazza – ha detto – ha incontrato Oseghale ai Giardini Diaz di Macerata e gli chiese eroina, ma lui le rispose che vendeva solo erba e che la poteva fare arrivare”. La droga l’avrebbe portata “Lucky Desmond e fu pagata da Pamela con una collanina, che le regalò la mamma”. Il nigeriano gli avrebbe poi raccontato che “pagò due euro e mezzo la siringa” e che poi, “insieme al connazionale e a Pamela salirono nell’appartamento di Via Spalato”. In casa, la 18enne consumò la dose di eroina quindi si alzò dal divano e “Desmond provò ad approcciarla sessualmente”: Pamela non accettò e ricevette uno schiaffo, che la fece cadere a terra priva di sensi.
PAMELA MASTROPIETRO
A quel punto, è sempre il racconto di Marino, “Desmond andò via, perché la ragazza non faceva niente”. In casa, Pamela restò sola con Oseghale, “che la rianimò con l’acqua” e subito dopo avrebbe avuto “un rapporto sessuale completo” con lei. In seguito alla presunta violenza, “Pamela voleva andare via, tornare nella sua casa di Roma in treno, ma voleva denunciare Oseghale”.
GIALLO OSEGHALE PAMELA
Secondo il racconto di Marino il nigeriano “non voleva che Pamela andasse via. Si sono spinti davanti alla porta e qui Oseghale le avrebbe dato una prima coltellata all’altezza del fegato, usando un coltello grande”. Pamela finisce a terra e Oseghale “chiama al cellulare un connazionale”, ma non trova assistenza. Oseghale rientra a casa: “Mi ha detto che era convinto che Pamela fosse morta e comincia a sezionarla, a partire dalla gamba. Ma lei si mosse e si lamentò e, a quel punto, le diede una seconda coltellata”.
INNOCENT OSEGHALE
“Le sue ossa erano dure”, avrebbe confessato il nigeriano al pentito. Secondo il suo racconto, “voleva mettere la ragazza in un sacco, ma il corpo non entrava e quindi l’ha tagliata, mettendo i pezzi del corpo in due valigie”. Poi “ha chiamato un taxi, perché voleva buttare le due valigie dove non si dovevano trovare”. “Durante il viaggio – è la conclusione del racconto del testimone – Oseghale avrebbe ricevuto più telefonate da parte della moglie, della quale era ossessionato, e preoccupato della sua reazione ha fatto fermare il taxi e ha abbandonato le due valigie”.
PAMELA MASTROPIETRO
“Oseghale ha fatto tutto da solo?”, gli ha chiesto il procuratore Giorgio. “Non mi fece nomi di altre persone”, è stata la risposta secca di Marino.
Per Pamela l' anticamera dell' inferno si è aperta a Roma. E per la famiglia, nonché per la procura, c'è anche un responsabile: Andrei Claudiu Nitu, romeno di 21 anni, l'ex fidanzato della diciottenne di San Giovanni violentata e uccisa il 30 gennaio scorso nell'appartamento di via Spalato, a Macerata.
Lunedì prossimo Innocent Oseghale, pusher nigeriano, finora l'unico sospettato rimasto accusato di omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere, comparirà davanti al gup per l'udienza di rinvio a giudizio. Per lui la difesa potrebbe chiedere il rito abbreviato subordinato però a una super-perizia psichiatrica. Il primo passo che la famiglia di Pamela aspettava per avere giustizia.
PAMELA MASTROPIETRO
Ma ce n'è anche un altro per il quale Alessandra Verni, la madre di Pamela, è costretta ad aspettare però l'inizio dell' anno prossimo: Nitu rischia infatti di finire sotto processo per spaccio di droga a favore della giovane quando quest' ultima era minorenne, induzione alla prostituzione e circonvenzione d' incapace, reato contestato al ventenne, ora agli arresti domiciliari in una comunità a Cassino (Frosinone), proprio sulla base degli accertamenti medici disposti dalla procura sulla diciottenne.
Martedì scorso la prima udienza dal gup è stata rinviata perché non è stato possibile accompagnare il ragazzo da Cassino. Altrimenti anche questa storia avrebbe avuto una svolta. «Pamela si era innamorata di lui, era entrata in fissa. Andrei invece se n'è approfittato. C'è anche una perizia della procura che lo conferma», spiegano proprio dalla famiglia della giovane, che aveva conosciuto Nitu all' inizio del 2017.
PAMELA MASTROPIETRO
Prima di allora la diciottenne non aveva mai fatto uso di eroina, fino a primavera la situazione è invece degenerata, al punto che Alessandra Verni, mamma di Pamela, ha deciso di rivolgersi al commissariato San Giovanni per denunciare la situazione. E la storia della diciottenne che voleva diventare criminologa è stata presa a cuore dai poliziotti diretti da Mauro Baroni, che in più di una circostanza si sono prodigati per andare a recuperare la giovane finita in brutti giri, anche a Trastevere e al Pigneto.
PAMELA MASTROPIETRO
Con lei c'era quasi sempre Nitu, che si spacciava per pugile, con tatuaggi sulla nuca e sul dorso delle mani, che nel settembre 2017 hanno finito per tradirlo: la polizia lo ha arrestato per sette rapine a ragazzini messe a segno nel luglio precedente con coltelli e minacce dalle parti di piazza Re di Roma.
In quelle settimane però Pamela era già entrata nel tunnel di Sert, cliniche, strutture sanitarie specializzate e comunità di recupero dal quale non sarebbe più uscita, se non fuggendo dalla Pars di Corridonia il giorno prima di cadere nella trappola di Oseghale e, almeno secondo la procura di Macerata, di altre persone, che hanno abusato di lei, l'hanno uccisa e infine fatta a pezzi.
Anche di Nitu, secondo quanto emerso dagli accertamenti svolti dalla polizia e dalla famiglia, si era fidata. Lo seguiva dappertutto, con lui fumava eroina e veniva spinta a procurargli i soldi per le dosi. La madre e il padre hanno tentato di farle invertire la rotta, di spingerla a lasciare quel ragazzo che si presentava di continuo sotto casa per portarla via.
Da qui liti con i familiari, fughe continue, ma anche riappacificazioni e un po' di speranza per il futuro. Stroncata in quell'attico a Macerata.