9 dicembre forconi: clausole di salvaguardia
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giovedì 8 marzo 2018

LA PRIMA SFIDA DEL PROSSIMO GOVERNO E’ EVITARE L’AUMENTO DELL’IVA E DELLE ACCISE SUI CARBURANTI: SERVONO 31,6 MILIARDI!

OLTRE 12 MILIARDI DOVRANNO ESSERE TROVATI PER IL 2019 E 19,1 PER IL 2020 

LE INDICAZIONI SU DOVE TROVARE LE RISORSE VANNO INSERITE NEL DEF DA INVIARE A BRUXELLES GIÀ ENTRO LA FINE DI APRILE…

Michael Pontrelli per http://notizie.tiscali.it

SALVINI - DI MAIO - BERLUSCONI - RENZISALVINI - DI MAIO - BERLUSCONI - RENZI
Ora che la sbornia elettorale è terminata si può finalmente tornare alla realtà che, purtroppo, per gli italiani si prospetta abbastanza cupa. Il primo dossier che finirà sul tavolo del nuovo governo non sarà il reddito di cittadinanza, la riforma della legge Fornero, la flat tax o il bonus per i figli.

Nessun provvedimento che taglia le tasse o dà soldi ai cittadini ma la patata bollente delle clausole di salvaguardia dei conti pubblici, lasciata in eredità dagli esecutivi precedenti: aumento delle aliquote iva e delle accise dei carburanti. Per disinnescarle bisognerà trovare 12,47 miliardi per il 2019 e 19,16 miliardi nel 2020 per un totale di 31,6 miliardi nel biennio 2019/2020.

CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA IGNORATE DALLA PROPAGANDA ELETTORALE
TASSETASSE
In campagna elettorale nessuno ha parlato di questo problema. Neanche una parola. Tutti hanno fatto finta di non sapere che se nella finanziaria del 2018 non si troveranno le coperture necessarie, a partire dal 1 gennaio 2019 l’aliquota intermedia dell’Iva salirà dal 10 al 12% mentre quella ordinaria passerà dal 22 al 24,2%. Nuova raffica di aumenti ad inizio 2020 con l’aliquota intermedia al 13% e quella ordinaria al 24,9%. A cui si aggiungerà l’ennesimo rincaro delle accise sui carburanti. Una vera e propria stangata per le tasche degli italiani che potrebbe mandare ko la fragile ripresa economica in corso.

COTTARELLICOTTARELLI
Per evitare il disastro i tempi sono brevi. Già nel DEF da redigere entro il 10 aprile e da inviare a Bruxelles entro il 30 dello stesso mese l’esecutivo dovrà indicare se intendere recuperare le risorse con tagli alla spesa oppure aumentando altre tasse. Un nuovo esecutivo molto probabilmente non ci sarà per cui Gentiloni (premier in carica solo per l’ordinaria amministrazione) non potrà che inviare un DEF vuoto che rimanda alla legge di Bilancio autunnale la soluzione del problema.

RISORSE SPENDING REVIEW COTTARELLI GIÀ AZZERATE
Come già detto, 31,6 miliardi da trovare nei prossimi due anni. Più o meno il valore dei tagli alla spesa improduttiva indicati come possibili dall’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, e a cui più o meno tutti hanno fatto riferimento per finanziare le incredibili promesse della campagna elettorale.
letta gentiloni renziLETTA GENTILONI RENZI

RICHIESTA DI NUOVA FLESSIBILITÀ ALL'EUROPA
Una via di uscita diversa e meno lacrime e sangue per gli italiani però ci sarebbe: chiedere a Bruxelles nuova flessibilità. Ovvero finanziare il mancato gettito Iva in deficit non superando però il limite invalicabile del 3% nel rapporto tra disavanzo e Pil. La stessa ed identica operazione fatta da Renzi e Gentiloni che di fatto, sperando nella ripresa economica, hanno lasciato in eredità la patata bollente al governo che verrà.
DI MAIO SALVINIDI MAIO SALVINI

PRIMO TEST PER GLI EUROSCETTICI
Per il nuovo esecutivo, di qualunque tipo sarà, si annuncia dunque fin da subito un duro scontro con Bruxelles. Un primo test della verità per i vincitori delle elezioni, gli euroscettici M5s e Lega. Difficilmente infatti una nuova maggioranza potrà formarsi senza uno dei due schieramenti saldamente presente a Palazzo Chigi. I giorni della campagna elettorale sembrano già terribilmente lontani.

Fonte: qui

mercoledì 27 dicembre 2017

MANOVRA 2018/ Tanti bonus e una brutta sorpresa per dopo le elezioni


La Legge di bilancio è stata approvata e contiene misure a favore di più categorie. L’impostazione della manovra non agevolerà il nuovo Parlamento. 

E adesso c’è da augurarsi soltanto che il Presidente della Repubblica sciolga al più presto le camere, perché ogni giorno che passa le cose si mettono peggio per le finanze pubbliche e, di conseguenza, per l’intera economia (con evidenti ricadute politiche). L’assalto alla diligenza, cioè alla Legge di bilancio, ha visto protagoniste lobby e le clientele più diverse. Le poche che non hanno ottenuto nulla sbraitano, ma si lamenta anche chi ha avuto la sua fetta di torta, perché ne avrebbe volentieri trangugiata una più grande. Il risultato di questo scambio ineguale tra risorse pubbliche e appropriazione privata è il debito dello Stato, che in Italia, per il suo ammontare in quantità, per il suo rapporto con il prodotto annuo lordo, per la sua dinamica, è un pericolo. Ma vediamo alcune cifre chiave della manovra varata dal parlamento.
È stato bloccato l’aumento dell’Iva da 15,7 miliardi di euro che sarebbe scattato a gennaio in applicazione della clausola di salvaguardia ereditata dagli anni precedenti. Da sola, questa misura assorbe più del 70% delle risorse della Legge di bilancio. Nonostante le promesse della vigilia, anche stavolta si tratta di un rinvio. Se l’anno prossimo non arriverà un intervento analogo, l’aliquota Iva al 10% salirà dell’1,5% dal gennaio 2019 e poi di ulteriori 1,5 punti dal 2020, mentre quella del 22% salirà del 2,2% dal 2019, poi di altri 0,7 punti dal 2020 e di un ulteriore 0,1% dal 2021. Dunque, il governo ha gettato nelle mani del suo successore la bomba a orologeria che da alcuni anni mina la politica fiscale.
Dal primo gennaio prossimo riparte la decontribuzione triennale per le imprese che assumono giovani. Il primo anno i contributi saranno dimezzati, con un tetto massimo di 3 mila euro, per le assunzioni di giovani al di sotto dei 35 anni di età. Dall’anno successivo, il 2019, l’età massima per accedere allo sgravio scenderà a 29 anni. La norma è permanente: significa che potranno beneficiarne anche gli under 30 dei prossimi anni. Arriva il bonus sud, cioè l’esenzione totale dei contributi per chi assume i residenti in una delle otto regioni meridionali (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna), sia sotto sia sopra i 35 anni, purché privi di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi.
Il bonus bebè scatta solo per il primo anno di vita del bambino e per i nati nel 2018. La commissione Bilancio della Camera ha eliminato gli stanziamenti previsti per il 2020, cancellando la stabilizzazione dell’intervento. Sale da 2.840 euro a 4.000 euro la soglia di reddito annuo che consente ai figli di restare a carico dei genitori. Dal 2019 non aumenterà a 67 anni l’età pensionabile per 14.600 lavoratori impegnati in 15 attività gravose. Per gli scatti futuri, inoltre, sarà modificato il meccanismo di adeguamento all’aspettativa di vita. Arriva una nuova disciplina per la previdenza complementare dei dipendenti pubblici. L’Ape social si estende a quattro categorie in più che svolgono lavori gravosi (braccianti, siderurgici, marittimi e pescatori), gli stessi per cui, oltre alle altre 11 categorie già comprese, non scatterà dal 2019 l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Aumenta lo sconto contributivo per le mamme lavoratrici da sei mesi a un anno per figlio, fino a un massimo di due anni.
Confermato il super-ammortamento, che passa però dal 140% al 130% e viene esteso a parchi veicoli pubblici e privati. Prorogato anche l’iper-ammortamento, cioè la supervalutazione del 250% degli investimenti in beni materiali nuovi, dispositivi e tecnologie abilitanti la trasformazione in chiave 4.0 acquistati o in leasing. La manovra ha aumentato di 470 milioni i fondi per il reddito di inclusione. La misura prevede un progetto personalizzato per aiutare il nucleo familiare a uscire dallo stato di bisogno. L’assegno arriva fino a 187 euro al mese nel caso di componente unico della famiglia e a 485 euro al mese per le famiglie con almeno cinque persone.
C’è poi un lungo elenco di misure ritagliate sulle richieste di categorie e gruppi sociali a più o meno elevato valore elettorale. Verranno regolarizzati 18 mila insegnanti precari. Anche la Rai potrà assumere altro personale (ma non erano già troppi i dipendenti della tv di stato?). La polizia e i vigili del fuoco avranno 50 milioni subito e 250 milioni nei prossimi anni. Gli statali possono aumentare i loro stipendi e rinnovare i contratti. Gli ambulanti vedranno slittare al 2020 l’applicazione della direttiva Bolkenstein. Le risorse del fondo per i risparmiatori danneggiati dai dissesti bancari salgono da 50 a 100 milioni nel biennio 2019-2020. La web tax, ridimensionata nella sua portata, è una bandierina da sventolare a sinistra contro “il far west della rete”.
Secondo prime stime, l’assalto finale alla diligenza ha fatto sforare il budget previsto di 90 milioni di euro, in ogni caso il ministro Padoan sostiene di aver rispettato i parametri. Il giudizio di fondo, però, non può essere ragionieristico. Nel momento in cui l’economia ha preso lena, grazie soprattutto all’industria che cresce negli ultimi mesi con percentuali a due cifre, il governo e il parlamento hanno mancato l’occasione di imprimere una svolta alla politica fiscale. Anziché avviare la prossima legislatura verso il sentiero scosceso che porta a ridurre il debito in modo strutturale, sono state rinviate le scelte di fondo.
Nessuno è tanto ingenuo da non sapere che una seria riforma fiscale si fa all’inizio non alla fine del mandato politico, ma continuare con i bonus e gli sconti non manda certo un segnale incoraggiante. La prova del nove è il congelamento degli aumenti dell’Iva: su 15,7 miliardi, ben 11 sono coperti con un aumento del deficit. Insomma, il nuovo parlamento esordirà con un handicap non facile colmare: non è esattamente un augurio di buon lavoro.
STEFANO CINGOLANI
Fonte: qui

giovedì 9 marzo 2017

Non sai contare? La politica italiana ti attende

Sul Messaggero, un articolo di Andrea Bassi e Luca Cifoni spiega che Palazzo Chigi starebbe studiando per l’Iva “il ritocco dell’aliquota intermedia, dal 10% fino al 13%, anche per ridurre i contributi previdenziali che pesano sulle buste paga dei lavoratori. Si tratterebbe quindi di uno scambio: ogni euro di Iva in più andrebbe ad alleggerire il cuneo fiscale pagato dalle imprese e dai dipendenti”. Che è un’idea semplicemente geniale, in effetti.
L’intervento produrrebbe risorse per 7 miliardi di euro, che sarebbero utilizzate per ridurre in via permanente il cuneo fiscale. Tutto molto bello, avrebbe commentato Bruno Pizzul, e poi ricordiamo che le clausole di salvaguardia per il 2018 prevedono già l’aumento di tre punti dell’aliquota intermedia, dal 10 al 13% e di quella ordinaria, dal 22 al 25%, per portare a casa i 19 miliardi di euro che i nostri eroi renzisti hanno “disinnescato” per ben tre leggi di Stabilità consecutive, mantenendo la loro promessa al Popolo come ognuno di loro, ospite dei teatrini tv, non smette di ripetere ossessivamente.
Ora, già sento i più numericamente attrezzati tra voi obiettare: sì, ma se uso questi sette miliardi per ridurre il cuneo fiscale, non avrò più i soldini per il rispetto delle clausole di salvaguardia. Ah, ecco, in effetti c’è del vero in questa argomentazione. Beh, potremmo sempre prendercela con gli ottusi burocrati di Bruxelles e minacciare di farci esplodere in una camera di cemento armato, no? 
Questo levata d’ingegno filtra da Chigi per valutare le reazioni assortite di cittadini, politica, imprese. Ovviamente, nel silenzio farisaico che caratterizza questo paese di analfabeti numerici, nessuno leverà il ditino per dire: “ehi, ma scusate, e i 10 miliardi annui gettati per gli 80 euro? Non possiamo riconvertire quelli, anziché aumentare le tasse?” Troppo difficile, giusto? E del resto, quella era “la più grande redistribuzione della storia italiana”, no? Ed è una riduzione di tasse, non un aumento di spesa al quale ci stiamo impiccando, suvvia. Certo, certo.
L’articolo del Messaggero spiega molto opportunamente quali sarebbero i beni colpiti da questo strategico aumento:
«L’Iva al 10 per cento si paga su una serie di prodotti alimentari (dalla carne al pesce ai salumi) sui biglietti di treni aerei e autobus, su quelli di cinema e teatri, sull’energia elettrica, sui farmaci, sulle consumazioni al bar e al ristorante e sulla spesa per gli alberghi. Voci abbastanza sensibili, anche se un aumento potrebbe essere presentato come attenuazione di un’agevolazione che comunque resta in piedi»
Questa deve essere behavioural economics: alzare l’aliquota intermedia ma convincere i contribuenti che è andata comunque bene, perché esiste ancora un’aliquota intermedia. Siamo certi che, di fronte a questa splendida notizia, i consumatori avrebbero un’impennata di fiducia e si fionderebbero a spendere. La domanda, in questo paese, resta sempre quella: dove finisce l’analfabetismo numerico dei politici (che poi è quello della popolazione) e dove comincia la malafede? Ah, saperlo.
POLITICI CIALTRONI
A proposito di questo mistero italiano, oggi sul Sole trovate la replica di Francesco Boccia alla letterina di ieri dei gemelli Renzi. Nulla di che, tranne la reiterazione di un concetto molto caro al presidente della Commissione Bilancio della Camera. La meravigliosa idea di rimuovere tutti i crediti deteriorati dalle banche italiane creando un Super-Atlante. Sostiene Boccia:
«L’errore più netto è stato proprio quello di non capire che era necessario intervenire per tempo in parte con risorse pubbliche anche attraverso CDP, in parte con le banche italiane e straniere in un fondo con le stesse funzioni di Atlante. Si capiva già dal 2014 che il mercato non avrebbe garantito nuovi aumenti di capitale per le banche venete, per le banche regionali e per lo smaltimento di sofferenze a rischio. Se avessimo fatto nascere un Atlante pubblico-privato di venti miliardi nel 2014 avremmo messo insicurezza il sistema. Alcuni di noi lo hanno detto pubblicamente e in Parlamento e non sono stati ascoltati»
Pensate: con soli 20 miliardi avremmo “messo in sicurezza” un sistema di 200 miliardi di sofferenze nette e quasi altrettanti di incagli, che nel frattempo stanno rapidamente migrando a sofferenze conclamate.

Il che, con un complesso algoritmo, implicherebbe per il Super-Atlante una leva pari ad almeno 10, e per le sole sofferenze.

Premesso che CDP è illiquida ed ingessata da tutti i magheggi fatti con Poste e quant’altro, alla fine a che prezzo avremmo dovuto comprare le sofferenze?

A quello che avrebbe fatto fallire CDP e con essa il risparmio postale degli italiani?

Serve chiedere risposta all’ingegnere finanziario Boccia, che con l’occasione reitera che le “banche estere” avrebbero dovuto pagare per prendersi in carico le sofferenze italiane, “perché loro in Italia guadagnano”.

Il problema di questo paese è anche quello di avere politici che argomentano e si atteggiano come guappetti esattori di periferie socialmente disagiate. Ma su ogni altra cosa, il problema vero è aver politici che non sanno far di conto. I numeri, queste seccature.
Fonte: qui

lunedì 23 gennaio 2017

ORA CI TOCCA LA “TASSA RENZI”

BELPIETRO: “PUR DI CONQUISTARE IL CONSENSO DEGLI ITALIANI, RENZI HA SPESO MOLTI SOLDI. DENARO CHE L’ITALIA NON AVEVA E CHE È STATO TROVATO PRODUCENDO ALTRO DEBITO. 

ORA LA TAGLIOLA DELLE CLAUSOLE SI PREPARA A SCATTARE: 15 MILIARDI CHE NEL 2018 BISOGNERÀ REPERIRE, DIVERSAMENTE L’ITALIA SUBIRÀ PESANTI SANZIONI”

Maurizio Belpietro per “la Verità”

LA VERITA BELPIETROLA VERITA BELPIETRO
Povero Matteo Renzi, ormai fa quasi pena. Dopo aver avuto per anni una fortuna sfacciata, tanto da essere riuscito senza colpo ferire a scalare tutti i gradini del potere, fino ad arrivare a Palazzo Chigi e a sedersi a fianco dei potenti della Terra, ora sembra non azzeccarne più una. Dopo un mese di silenzio, è bastato per esempio che mettesse fuori il capo con un’intervista all’ex direttore di Repubblica , Ezio Mauro, che zac, è arrivata la staffilata che lo ha rimesso a posto.

Nel colloquio con il collega del quotidiano debenedettiano, l’ex presidente del Consiglio, parlando dei suoi 1.000 giorni di governo, si era lasciato scappare un giudizio positivo, raccontando che ora «l’Italia ha qualche tassa in meno». Detto fatto, ci ha pensato l’Europa a farlo tornare alla realtà. Ieri, infatti, lo stesso giornale che domenica aveva pubblicato la chiacchierata con il fu premier dava notizia di una letterina con cui la Ue chiede al nostro Paese di correggere i conti.
RENZI PADOAN ORECCHIERENZI PADOAN ORECCHIE

Secondo Repubblica , Bruxelles vuole che l’Italia trovi 3,4 miliardi di euro entro il primo febbraio, pena l’apertura di una procedura d’infrazione. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sarebbe già al lavoro per accontentare gli euroburocrati, evitando la stangata, che per il nostro Paese significherebbe non solo multe, ma anche controlli e maggior dipendenza dalla Ue.

Per sfangarla, però, l’ex direttore dell’Ocse dovrà mettere sul tavolo qualche cosa di più convincente delle chiacchiere usate finora. All’Europa non bastano più le parole, ora pretende i fatti. Del resto c’era da immaginarlo. Gli occhiuti funzionari che fanno rispettare i parametri imposti dalla Germania ci avevano dato tempo fino al 31 dicembre, cioè fino al dopo referendum, evitando così di interferire nel voto sulla riforma costituzionale.

RENZI PADOANRENZI PADOAN
Tuttavia era evidente che la manovra di bilancio non fosse gradita alla Ue la quale, onde non disturbare Matteuccio nostro, aveva fatto finta di credere che i conti tornassero. Passato il 4 dicembre e consentito l’insediamento del nuovo governo, ma soprattutto smaltita la sbornia dei festeggiamenti di fine anno, ecco che gli euroburocrati sono tornati all’assalto, presentando il conto.

Tre miliardi e mezzo sono tanti, ma se si rinunciasse a cercare di usare le disponibilità finanziarie per comprare il consenso come fino a ieri ha fatto l’ex premier, diciamo che non sarebbero una cifra così difficile da reperire. Paolo Gentiloni, dunque, stringendo i denti, ma soprattutto facendoli stringere agli italiani, potrebbe anche farcela. Il problema è che la «tassa Renzi» (così è giusto chiamarla, visto che si deve a lui se siamo chiamati a pagare 3,5 miliardi entro il primo febbraio) non sarà la sola ad essere richiesta nel prossimo futuro ai contribuenti italiani.
paolo gentiloniPAOLO GENTILONI

Infatti, mentre l’ex presidente del Consiglio sogna un ritorno in grande stile a Palazzo Chigi, pronto a fare carte false pur di riprendersi la poltrona di capo del governo, c’è chi passa in rassegna i nostri conti, controllando la tenuta del bilancio pubblico. Il risultato, come abbiamo sempre temuto, non è dei più tranquillizzanti.

Pur di conquistare il consenso degli italiani, nei tre anni trascorsi alla guida del Paese, Renzi ha speso molti soldi. 

Denaro che l’Italia non aveva e che dunque è stato trovato producendo altro debito oltre a quello già accumulato nel passato. 

Non solo: evitando di correggere i conti dello Stato, l’ex presidente del Consiglio ha anche rinviato al prossimo futuro le cosiddette clausole di salvaguardia, ovvero gli aumenti dell’Iva posti a garanzia del rispetto dei parametri concordati con Bruxelles.

christine lagardeCHRISTINE LAGARDE
E ora la tagliola delle clausole si prepara a scattare: 15 miliardi che nel 2018 bisognerà reperire, diversamente l’Italia subirà pesanti sanzioni. Insomma, non soltanto ci tocca la tassa Renzi, ma prossimamente dovremo fare i conti con l’eredità che l’ex premier ci ha lasciato in dono. Si capisce quindi perché il fu capo di governo scalpita per tornare e soprattutto per andare a votare. Renzi sa bene che nel 2018 l’Europa passerà all’incasso dei debiti da lui contratti e vuole evitare di presentarsi all’appuntamento elettorale con la mannaia della procedura d’infrazione, giocando d’anticipo.

La sua è una corsa contro il tempo. Tuttavia, ogni giorno che passa, appare sempre di più una corsa disperata. Da uomo solo al comando a uomo solo allo sbando. Una prova? Le previsioni del Fondo monetario. Quest’anno cresceremo dello 0,7 per cento, l’anno prossimo dello 0,8, ultimi in classifica nel vecchio continente.

mps titoli di stato 2MPS TITOLI DI STATO 2
Secondo Renzi eravamo nel gruppo di testa della Ue. Ora si scopre che siamo il fanalino di coda. Anzi: per lui siamo già ai titoli di coda. 

P.S. Nell’intervista a Repubblica il segretario del Pd ha provato a negare le responsabilità nella cacciata dell’amministratore delegato di Mps e nel fallito aumento di capitale del Monte. Ma le impronte digitali lasciate attorno alla banca senese testimoniano la facilità con cui l’ex premier nega l’evidenza.

Fonte: qui

domenica 4 dicembre 2016

Manovra in deficit e rischio accise È rimasto un buco da 22 miliardi

Legge di Bilancio e contratti di lavoro gravano sui conti 2018

Come al solito nessuna politica sociale ed economica e nessun investimento pubblico su qualcosa che dia una possibilità di sviluppo del paese in futuro.

Solo mance elettorali.

Roma - Nel post referendum sarà difficile fare quadrare i conti, comunque vada il voto e chiunque sarà l'inquilino di Palazzo Chigi.
E non è colpa delle turbolenze dei mercati, in caso di vittoria del No, né di un aumento degli interessi sul debito.
Le difficoltà vengono dalla legge di Bilancio, ma anche dal contratto degli statali siglato pochi giorni fa in pompa magna. Due eventi che hanno lasciato un «buffo» sui conti del 2018 che ora è intorno ai 22 miliardi, ma che potrebbe salire ulteriormente.
Il grosso sono della bolletta che arriverà nel dicembre 2017 sono le clausole di salvaguardia.

La «finanziaria», in deficit e generosa oltre il dovuto proprio a causa del referendum, ha portato il conto delle clausole di salvaguardia a 19,8 miliardi.

Il governo dovrà trovare una somma che già corrisponde a una manovra per evitare l'aumento dell'Iva al 25% e un incremento delle accise.


Poi il contratto degli statali, rinnovato mercoledì per il triennio 2016-2018.

Per il pubblico impiego nella manovra ci sono 2,6 miliardi complessivi sul 2018, tra nuove assunzioni e rinnovo del contratto. Solo il secondo anno di aumenti per i dipendenti pubblici, a secco da sette anni, costerà 1,9 miliardi.
Poi c'è il costo dell'operazione che servirà a garantire il bonus da 80 euro anche a chi, con gli aumenti di quest'anno, avrebbe perso il diritto a riceverlo. Cifra difficile da prevedere.

Per il 2017 si va da 150 milioni del governo ai 400 milioni previsti dai sindacati.

Spese inevitabili che si riproporranno anche nel 2018. Ma c'è di più. Promettendo aumenti mini medi di 85 euro, il governo ha di fatto sforato le previsioni di spesa.

Tutto dipende da come andranno le trattative per i contratti delle singole categorie di dipendenti pubblici (quella siglata nei giorni scorsi era un'intesa politica). Difficile che il welfare e benefit promessi dal governo, siano a costo zero. Impossibile che non ci siano da coprire, proprio a partire dal 2018, i premi di produzione, che tornano soldi distribuiti a pioggia.
«Il governo ha promesso che troverà i soldi di volta in volta», confida una fonte sindacale.

In sostanza i soldi stanziati nella legge di Bilancio non sono sufficienti e si dà per scontato che tra le spese incomprimibili delle prossime manovre, oltre alle operazioni da artificieri per disinnescare le clausole di salvaguardia, tornerà alla grande il salario dei pubblici nella sua versione di moda negli anni Settanta.

Una variabile indipendente del bilancio pubblico.

Gli stipendi devono crescere anche se i conti vanno male, se la macchina dello stato non è efficiente.


Il tutto, in cambio di niente, visto che è stata smontata la legge Brunetta.
A meno che non ci sia un improbabile conversione dell'Europa alle politiche finanziate in deficit o una crescita così solida da fare dimenticare ai mercati la dimensione del nostro debito pubblico, la prossima legge di Bilancio sarà una triste operazione contabile.

Con pochissimi spazi per scelte di politica economica ed enormi sforzi per finanziare il conto lasciato nelle sessioni di bilancio precedenti.

Quelle di Monti e Letta nel caso delle clausole di salvaguardia, la legge firmata dal premier Matteo Renzi e il ministro Pier Carlo Padoan, per quanto riguarda il ritorno della contrattazione pubblica vecchio stile.

Senza limiti di spesa e senza merito.

Fonte: qui