9 dicembre forconi: mance elettorali
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martedì 2 ottobre 2018

BELPIETRO BASTONA RENZI: "CHI STRAPARLA(IL "PALLONARO") HA LASCIATO 200 MILIARDI DI DEBITI IN PIU’ "


"NEGLI ULTIMI 11 ANNI, LA SPAGNA HA VIOLATO I PARAMETRI EUROPEI PER 10 ANNI, LA FRANCIA PER 9 E LA GERMANIA PER 2 ANNI SE N' È INFISCHIATA. PARADOSSALMENTE, L' ITALIA È STATA PIÙ STABILE DI ALTRI ANCHE SE A CAUSA DI DECISIONI COME IL BONUS DI 80 EURO DI RENZI NON È RIUSCITA AD ARRIVARE AL PAREGGIO DI BILANCIO…"

Maurizio Belpietro per la Verità

In queste ore molti parlano a sproposito di deficit, debito pubblico, Pil e di tante altre cose che hanno a che fare con l' economia reale di un Paese.

Ma oltre a parlare a sproposito dimostrano di non aver capito nulla dei meccanismi che regolano il mondo della finanza e degli investimenti.

Ne sono prova i commenti alla manovra del governo di alcuni esponenti del Pd, che a seguito del venerdì nero della Borsa italiana si sono interrogati su quanti investimenti si sarebbero potuti fare a sostegno delle famiglie e delle imprese con i soldi bruciati dal mercato azionario.

La risposta è semplice: nessuno. Principalmente perché quel denaro non era del governo e dunque non poteva essere utilizzato per piani di sostegno ai poveri o alle aziende. E poi perché la perdita, fino a quando non si realizza, ossia fintanto che le azioni non vengono vendute da chi le possiede, è solo virtuale. Se i titoli di una società perdono un giorno il 10 per cento non è detto che gli azionisti abbiano perso il 10 per cento, perché il giorno dopo la quotazione potrebbe recuperare. Lo stesso dicasi degli effetti dello spread sulla vita di tutti i giorni.

renzi alla manifestazione pd piazza del popolo 1RENZI ALLA MANIFESTAZIONE NEOLIBERISTI-PD PIAZZA DEL POPOLO
Che lo spread per qualche giorno salga ha ovviamente un impatto sull' economia, ma molto più limitato di quanto ci si immagini. Lo avrebbe se la crescita si consolidasse, se cioè per tutto l' anno restasse intorno ai 300 punti o più. Se invece si trattasse di una fiammata, cioè di una reazione immediata e magari anche un po' isterica, l' incidenza sarebbe marginale. Dunque, niente aumento dei mutui(che si calcolano sull'euribor che è tutt'altra cosa), come qualcuno scrive, e neppure alcuna stretta sui crediti bancari.
maurizio belpietro intervistatoMAURIZIO BELPIETRO INTERVISTATO







Ma forse, arrivati a questo punto, sarà il caso di spiegare meglio che cosa sia il deficit e che cosa significhi passare dall' 1,6 atteso al 2,4% annunciato dal governo. Quel numerino altro non è che lo sbilancio dell' azienda Italia rapportato al Prodotto interno lordo. Se le entrate fossero di 1.000 miliardi e lo Stato ne spende 1.000 e 30, il deficit sarebbe di 30 miliardi.

Questa cifra poi va confrontata con il Pil. Mettiamo che quest' ultimo fosse pari a 2.000 miliardi, dividendo il deficit per il Pil si otterrà come risultato 0,015, ovvero l' 1,5 per cento del Pil. Complicato? Un po', ma così si riesce a comprendere di cosa stiamo parlando e soprattutto si capisce che dire oggi che si stanno indebitando le giovani generazioni perché si fa più deficit non significa nulla. Basterebbe infatti che il Prodotto interno lordo crescesse, generando maggiori entrate e il famoso numerino che oggi fa strillare i compagni cambierebbe, senza produrre indebitamento. Del resto, provate a pensare. Negli anni scorsi, quando i governi di Monti, Letta, Renzi e «compagnia contante» annunciavano di voler abbassare il deficit, è forse accaduto che il debito si abbassasse? No, anzi, l' indebitamento è cresciuto, prova ne sia che oggi abbiamo un debito pubblico superiore di circa 200 miliardi.

matteo renzi assemblea pdMATTEO RENZI ASSEMBLEA PD
Come abbiamo scritto più volte, a noi non piace il reddito di cittadinanza, perché rischia di fare un favore ai furbi che potrebbero approfittare di una misura di sostegno per chi abbia perso il lavoro. E tuttavia, pur non apprezzando il provvedimento, ne comprendiamo la ratio. Il reddito di cittadinanza, così come la flat tax, puntano a sbloccare una situazione ferma, provando a fare ripartire l' economia al fine di far crescere il Pil. Riuscirà il governo gialloblù a raggiungere l' obiettivo prefissato? Non lo sappiamo. Però siamo certi di una cosa, ovvero che molti altri Paesi europei hanno sforato i parametri. Truenumbers.it ha calcolato che nel 2010, in Irlanda, si sia arrivati a un deficit del 32 per cento, mentre in Portogallo lo sbilancio superò quota 11 per cento. Perfino il Regno Unito spese molto di più del numerino imposto da Maastricht: 9,4 per cento, come la Spagna, mentre

mario monti enrico lettaMARIO MONTI ENRICO LETTA
La Francia si fermò al 6,9 e la Germania al 5, come l' Italia. Negli ultimi 11 anni, la Spagna ha violato i parametri europei per 10 anni, la Francia per 9, il Portogallo per 8 e perfino la Germania per 2 anni se n' è infischiata. Paradossalmente, l' Italia è stata più stabile di altri, rimanendo dentro il 3% a lungo, anche se a causa di decisioni come il bonus di 80 euro di Matteo Renzi non è riuscita ad arrivare al pareggio di bilancio, ma come abbiamo spiegato ieri è sempre rimasta sopra il 2 per cento. Certo, l' Italia ha un debito alto rispetto al Pil e deve stare in campana, perché gli investitori potrebbero spaventarsi e decidere di investire altrove invece che sui titoli di Stato, oppure potrebbero chiedere interessi più alti, giudicando aumentato il loro rischio. Ma questa è un' altra faccenda. Che non ha nulla a che fare con le parole a sproposito dei tanti che oggi spacciandosi per economisti strillano dopo averci lasciato in pochi anni 200 miliardi di debito più di prima.

Fonte: qui

mercoledì 27 dicembre 2017

MANOVRA 2018/ Tanti bonus e una brutta sorpresa per dopo le elezioni


La Legge di bilancio è stata approvata e contiene misure a favore di più categorie. L’impostazione della manovra non agevolerà il nuovo Parlamento. 

E adesso c’è da augurarsi soltanto che il Presidente della Repubblica sciolga al più presto le camere, perché ogni giorno che passa le cose si mettono peggio per le finanze pubbliche e, di conseguenza, per l’intera economia (con evidenti ricadute politiche). L’assalto alla diligenza, cioè alla Legge di bilancio, ha visto protagoniste lobby e le clientele più diverse. Le poche che non hanno ottenuto nulla sbraitano, ma si lamenta anche chi ha avuto la sua fetta di torta, perché ne avrebbe volentieri trangugiata una più grande. Il risultato di questo scambio ineguale tra risorse pubbliche e appropriazione privata è il debito dello Stato, che in Italia, per il suo ammontare in quantità, per il suo rapporto con il prodotto annuo lordo, per la sua dinamica, è un pericolo. Ma vediamo alcune cifre chiave della manovra varata dal parlamento.
È stato bloccato l’aumento dell’Iva da 15,7 miliardi di euro che sarebbe scattato a gennaio in applicazione della clausola di salvaguardia ereditata dagli anni precedenti. Da sola, questa misura assorbe più del 70% delle risorse della Legge di bilancio. Nonostante le promesse della vigilia, anche stavolta si tratta di un rinvio. Se l’anno prossimo non arriverà un intervento analogo, l’aliquota Iva al 10% salirà dell’1,5% dal gennaio 2019 e poi di ulteriori 1,5 punti dal 2020, mentre quella del 22% salirà del 2,2% dal 2019, poi di altri 0,7 punti dal 2020 e di un ulteriore 0,1% dal 2021. Dunque, il governo ha gettato nelle mani del suo successore la bomba a orologeria che da alcuni anni mina la politica fiscale.
Dal primo gennaio prossimo riparte la decontribuzione triennale per le imprese che assumono giovani. Il primo anno i contributi saranno dimezzati, con un tetto massimo di 3 mila euro, per le assunzioni di giovani al di sotto dei 35 anni di età. Dall’anno successivo, il 2019, l’età massima per accedere allo sgravio scenderà a 29 anni. La norma è permanente: significa che potranno beneficiarne anche gli under 30 dei prossimi anni. Arriva il bonus sud, cioè l’esenzione totale dei contributi per chi assume i residenti in una delle otto regioni meridionali (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna), sia sotto sia sopra i 35 anni, purché privi di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi.
Il bonus bebè scatta solo per il primo anno di vita del bambino e per i nati nel 2018. La commissione Bilancio della Camera ha eliminato gli stanziamenti previsti per il 2020, cancellando la stabilizzazione dell’intervento. Sale da 2.840 euro a 4.000 euro la soglia di reddito annuo che consente ai figli di restare a carico dei genitori. Dal 2019 non aumenterà a 67 anni l’età pensionabile per 14.600 lavoratori impegnati in 15 attività gravose. Per gli scatti futuri, inoltre, sarà modificato il meccanismo di adeguamento all’aspettativa di vita. Arriva una nuova disciplina per la previdenza complementare dei dipendenti pubblici. L’Ape social si estende a quattro categorie in più che svolgono lavori gravosi (braccianti, siderurgici, marittimi e pescatori), gli stessi per cui, oltre alle altre 11 categorie già comprese, non scatterà dal 2019 l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Aumenta lo sconto contributivo per le mamme lavoratrici da sei mesi a un anno per figlio, fino a un massimo di due anni.
Confermato il super-ammortamento, che passa però dal 140% al 130% e viene esteso a parchi veicoli pubblici e privati. Prorogato anche l’iper-ammortamento, cioè la supervalutazione del 250% degli investimenti in beni materiali nuovi, dispositivi e tecnologie abilitanti la trasformazione in chiave 4.0 acquistati o in leasing. La manovra ha aumentato di 470 milioni i fondi per il reddito di inclusione. La misura prevede un progetto personalizzato per aiutare il nucleo familiare a uscire dallo stato di bisogno. L’assegno arriva fino a 187 euro al mese nel caso di componente unico della famiglia e a 485 euro al mese per le famiglie con almeno cinque persone.
C’è poi un lungo elenco di misure ritagliate sulle richieste di categorie e gruppi sociali a più o meno elevato valore elettorale. Verranno regolarizzati 18 mila insegnanti precari. Anche la Rai potrà assumere altro personale (ma non erano già troppi i dipendenti della tv di stato?). La polizia e i vigili del fuoco avranno 50 milioni subito e 250 milioni nei prossimi anni. Gli statali possono aumentare i loro stipendi e rinnovare i contratti. Gli ambulanti vedranno slittare al 2020 l’applicazione della direttiva Bolkenstein. Le risorse del fondo per i risparmiatori danneggiati dai dissesti bancari salgono da 50 a 100 milioni nel biennio 2019-2020. La web tax, ridimensionata nella sua portata, è una bandierina da sventolare a sinistra contro “il far west della rete”.
Secondo prime stime, l’assalto finale alla diligenza ha fatto sforare il budget previsto di 90 milioni di euro, in ogni caso il ministro Padoan sostiene di aver rispettato i parametri. Il giudizio di fondo, però, non può essere ragionieristico. Nel momento in cui l’economia ha preso lena, grazie soprattutto all’industria che cresce negli ultimi mesi con percentuali a due cifre, il governo e il parlamento hanno mancato l’occasione di imprimere una svolta alla politica fiscale. Anziché avviare la prossima legislatura verso il sentiero scosceso che porta a ridurre il debito in modo strutturale, sono state rinviate le scelte di fondo.
Nessuno è tanto ingenuo da non sapere che una seria riforma fiscale si fa all’inizio non alla fine del mandato politico, ma continuare con i bonus e gli sconti non manda certo un segnale incoraggiante. La prova del nove è il congelamento degli aumenti dell’Iva: su 15,7 miliardi, ben 11 sono coperti con un aumento del deficit. Insomma, il nuovo parlamento esordirà con un handicap non facile colmare: non è esattamente un augurio di buon lavoro.
STEFANO CINGOLANI
Fonte: qui

lunedì 23 gennaio 2017

ORA CI TOCCA LA “TASSA RENZI”

BELPIETRO: “PUR DI CONQUISTARE IL CONSENSO DEGLI ITALIANI, RENZI HA SPESO MOLTI SOLDI. DENARO CHE L’ITALIA NON AVEVA E CHE È STATO TROVATO PRODUCENDO ALTRO DEBITO. 

ORA LA TAGLIOLA DELLE CLAUSOLE SI PREPARA A SCATTARE: 15 MILIARDI CHE NEL 2018 BISOGNERÀ REPERIRE, DIVERSAMENTE L’ITALIA SUBIRÀ PESANTI SANZIONI”

Maurizio Belpietro per “la Verità”

LA VERITA BELPIETROLA VERITA BELPIETRO
Povero Matteo Renzi, ormai fa quasi pena. Dopo aver avuto per anni una fortuna sfacciata, tanto da essere riuscito senza colpo ferire a scalare tutti i gradini del potere, fino ad arrivare a Palazzo Chigi e a sedersi a fianco dei potenti della Terra, ora sembra non azzeccarne più una. Dopo un mese di silenzio, è bastato per esempio che mettesse fuori il capo con un’intervista all’ex direttore di Repubblica , Ezio Mauro, che zac, è arrivata la staffilata che lo ha rimesso a posto.

Nel colloquio con il collega del quotidiano debenedettiano, l’ex presidente del Consiglio, parlando dei suoi 1.000 giorni di governo, si era lasciato scappare un giudizio positivo, raccontando che ora «l’Italia ha qualche tassa in meno». Detto fatto, ci ha pensato l’Europa a farlo tornare alla realtà. Ieri, infatti, lo stesso giornale che domenica aveva pubblicato la chiacchierata con il fu premier dava notizia di una letterina con cui la Ue chiede al nostro Paese di correggere i conti.
RENZI PADOAN ORECCHIERENZI PADOAN ORECCHIE

Secondo Repubblica , Bruxelles vuole che l’Italia trovi 3,4 miliardi di euro entro il primo febbraio, pena l’apertura di una procedura d’infrazione. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sarebbe già al lavoro per accontentare gli euroburocrati, evitando la stangata, che per il nostro Paese significherebbe non solo multe, ma anche controlli e maggior dipendenza dalla Ue.

Per sfangarla, però, l’ex direttore dell’Ocse dovrà mettere sul tavolo qualche cosa di più convincente delle chiacchiere usate finora. All’Europa non bastano più le parole, ora pretende i fatti. Del resto c’era da immaginarlo. Gli occhiuti funzionari che fanno rispettare i parametri imposti dalla Germania ci avevano dato tempo fino al 31 dicembre, cioè fino al dopo referendum, evitando così di interferire nel voto sulla riforma costituzionale.

RENZI PADOANRENZI PADOAN
Tuttavia era evidente che la manovra di bilancio non fosse gradita alla Ue la quale, onde non disturbare Matteuccio nostro, aveva fatto finta di credere che i conti tornassero. Passato il 4 dicembre e consentito l’insediamento del nuovo governo, ma soprattutto smaltita la sbornia dei festeggiamenti di fine anno, ecco che gli euroburocrati sono tornati all’assalto, presentando il conto.

Tre miliardi e mezzo sono tanti, ma se si rinunciasse a cercare di usare le disponibilità finanziarie per comprare il consenso come fino a ieri ha fatto l’ex premier, diciamo che non sarebbero una cifra così difficile da reperire. Paolo Gentiloni, dunque, stringendo i denti, ma soprattutto facendoli stringere agli italiani, potrebbe anche farcela. Il problema è che la «tassa Renzi» (così è giusto chiamarla, visto che si deve a lui se siamo chiamati a pagare 3,5 miliardi entro il primo febbraio) non sarà la sola ad essere richiesta nel prossimo futuro ai contribuenti italiani.
paolo gentiloniPAOLO GENTILONI

Infatti, mentre l’ex presidente del Consiglio sogna un ritorno in grande stile a Palazzo Chigi, pronto a fare carte false pur di riprendersi la poltrona di capo del governo, c’è chi passa in rassegna i nostri conti, controllando la tenuta del bilancio pubblico. Il risultato, come abbiamo sempre temuto, non è dei più tranquillizzanti.

Pur di conquistare il consenso degli italiani, nei tre anni trascorsi alla guida del Paese, Renzi ha speso molti soldi. 

Denaro che l’Italia non aveva e che dunque è stato trovato producendo altro debito oltre a quello già accumulato nel passato. 

Non solo: evitando di correggere i conti dello Stato, l’ex presidente del Consiglio ha anche rinviato al prossimo futuro le cosiddette clausole di salvaguardia, ovvero gli aumenti dell’Iva posti a garanzia del rispetto dei parametri concordati con Bruxelles.

christine lagardeCHRISTINE LAGARDE
E ora la tagliola delle clausole si prepara a scattare: 15 miliardi che nel 2018 bisognerà reperire, diversamente l’Italia subirà pesanti sanzioni. Insomma, non soltanto ci tocca la tassa Renzi, ma prossimamente dovremo fare i conti con l’eredità che l’ex premier ci ha lasciato in dono. Si capisce quindi perché il fu capo di governo scalpita per tornare e soprattutto per andare a votare. Renzi sa bene che nel 2018 l’Europa passerà all’incasso dei debiti da lui contratti e vuole evitare di presentarsi all’appuntamento elettorale con la mannaia della procedura d’infrazione, giocando d’anticipo.

La sua è una corsa contro il tempo. Tuttavia, ogni giorno che passa, appare sempre di più una corsa disperata. Da uomo solo al comando a uomo solo allo sbando. Una prova? Le previsioni del Fondo monetario. Quest’anno cresceremo dello 0,7 per cento, l’anno prossimo dello 0,8, ultimi in classifica nel vecchio continente.

mps titoli di stato 2MPS TITOLI DI STATO 2
Secondo Renzi eravamo nel gruppo di testa della Ue. Ora si scopre che siamo il fanalino di coda. Anzi: per lui siamo già ai titoli di coda. 

P.S. Nell’intervista a Repubblica il segretario del Pd ha provato a negare le responsabilità nella cacciata dell’amministratore delegato di Mps e nel fallito aumento di capitale del Monte. Ma le impronte digitali lasciate attorno alla banca senese testimoniano la facilità con cui l’ex premier nega l’evidenza.

Fonte: qui

domenica 4 dicembre 2016

Manovra in deficit e rischio accise È rimasto un buco da 22 miliardi

Legge di Bilancio e contratti di lavoro gravano sui conti 2018

Come al solito nessuna politica sociale ed economica e nessun investimento pubblico su qualcosa che dia una possibilità di sviluppo del paese in futuro.

Solo mance elettorali.

Roma - Nel post referendum sarà difficile fare quadrare i conti, comunque vada il voto e chiunque sarà l'inquilino di Palazzo Chigi.
E non è colpa delle turbolenze dei mercati, in caso di vittoria del No, né di un aumento degli interessi sul debito.
Le difficoltà vengono dalla legge di Bilancio, ma anche dal contratto degli statali siglato pochi giorni fa in pompa magna. Due eventi che hanno lasciato un «buffo» sui conti del 2018 che ora è intorno ai 22 miliardi, ma che potrebbe salire ulteriormente.
Il grosso sono della bolletta che arriverà nel dicembre 2017 sono le clausole di salvaguardia.

La «finanziaria», in deficit e generosa oltre il dovuto proprio a causa del referendum, ha portato il conto delle clausole di salvaguardia a 19,8 miliardi.

Il governo dovrà trovare una somma che già corrisponde a una manovra per evitare l'aumento dell'Iva al 25% e un incremento delle accise.


Poi il contratto degli statali, rinnovato mercoledì per il triennio 2016-2018.

Per il pubblico impiego nella manovra ci sono 2,6 miliardi complessivi sul 2018, tra nuove assunzioni e rinnovo del contratto. Solo il secondo anno di aumenti per i dipendenti pubblici, a secco da sette anni, costerà 1,9 miliardi.
Poi c'è il costo dell'operazione che servirà a garantire il bonus da 80 euro anche a chi, con gli aumenti di quest'anno, avrebbe perso il diritto a riceverlo. Cifra difficile da prevedere.

Per il 2017 si va da 150 milioni del governo ai 400 milioni previsti dai sindacati.

Spese inevitabili che si riproporranno anche nel 2018. Ma c'è di più. Promettendo aumenti mini medi di 85 euro, il governo ha di fatto sforato le previsioni di spesa.

Tutto dipende da come andranno le trattative per i contratti delle singole categorie di dipendenti pubblici (quella siglata nei giorni scorsi era un'intesa politica). Difficile che il welfare e benefit promessi dal governo, siano a costo zero. Impossibile che non ci siano da coprire, proprio a partire dal 2018, i premi di produzione, che tornano soldi distribuiti a pioggia.
«Il governo ha promesso che troverà i soldi di volta in volta», confida una fonte sindacale.

In sostanza i soldi stanziati nella legge di Bilancio non sono sufficienti e si dà per scontato che tra le spese incomprimibili delle prossime manovre, oltre alle operazioni da artificieri per disinnescare le clausole di salvaguardia, tornerà alla grande il salario dei pubblici nella sua versione di moda negli anni Settanta.

Una variabile indipendente del bilancio pubblico.

Gli stipendi devono crescere anche se i conti vanno male, se la macchina dello stato non è efficiente.


Il tutto, in cambio di niente, visto che è stata smontata la legge Brunetta.
A meno che non ci sia un improbabile conversione dell'Europa alle politiche finanziate in deficit o una crescita così solida da fare dimenticare ai mercati la dimensione del nostro debito pubblico, la prossima legge di Bilancio sarà una triste operazione contabile.

Con pochissimi spazi per scelte di politica economica ed enormi sforzi per finanziare il conto lasciato nelle sessioni di bilancio precedenti.

Quelle di Monti e Letta nel caso delle clausole di salvaguardia, la legge firmata dal premier Matteo Renzi e il ministro Pier Carlo Padoan, per quanto riguarda il ritorno della contrattazione pubblica vecchio stile.

Senza limiti di spesa e senza merito.

Fonte: qui