9 dicembre forconi

domenica 15 maggio 2016

Il petroyuan è la grande scommessa di Russia e Cina

petroyuanDopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio.

Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.

Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino.

Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1).

Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4).

L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale.

Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti ai sabotaggi nel commercio con i principali partner. Perciò, da metà 2015, il petrolio che la Cina compra dalla Russia è pagato in yuan e non dollari, come confermato dai dirigenti di Gazprom Neft, il ramo petrolifero di Gazprom (5).

Questo incoraggia l’uso della “moneta del popolo” (‘RMB’) nel mercato globale del petrolio, consentendo alla Russia di neutralizzare l’offensiva economica lanciata da Stati Uniti ed Unione Europea.

Le fondamenta del nuovo ordine finanziario supportato dal petroyuan emergono: la valuta cinese è destinata a diventare il fulcro del commercio in Asia-Pacifico delle grandi potenze petrolifere.
Oggi la Russia commercia petrolio con la Cina in yuan, e lo stesso in futuro farà l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) quando la Cina lo chiederà. O il culto dell’Arabia Saudita per il dollaro gli farà perdere uno dei principali clienti? (6)


Altre potenze geoeconomiche già seguono le orme di Russia e Cina, avendo capito che per costruire un sistema monetario più equilibrato, la ‘de-dollarizzazione’ dell’economia mondiale è una priorità.

Non meno importante è che dal crollo del prezzo del petrolio di oltre il 60 per cento (a metà del 2014) le banche cinesi sono un sostegno cruciale per finanziare le infrastrutture energetiche congiunte. Per esempio, per avviare al più presto il gasdotto russo-cinese ‘Forza della Siberia’, Gazprom ha richiesto a Bank of China un prestito quinquennale da 2 miliardi di euro, lo scorso marzo (7). È il più grande credito bilaterale che Gazprom ha contratto con un istituto finanziario finora. Un altro esempio è il prestito che la Cina ha concesso alla Russia poche settimane fa di 12 miliardi di dollari per il progetto Jamal LNG (gas naturale liquefatto) nella regione artica (8). Evidentemente la politica estera della Russia nel settore energetico non subisce alcun isolamento, al contrario, vive uno dei momenti migliori grazie alla Cina. In conclusione, l’ostilità dei capi di Stati Uniti ed Unione Europea verso il governo di Vladimir Putin ha precipitato il rafforzamento dell’alleanza energetica russo-cinese, che a sua volta non fa altro che aumentare la preponderanza orientale sul mercato mondiale del petrolio. La grande scommessa di Mosca e Pechino è il petroyuan, strumento di pagamento dal carattere strategico che avanzerà la sfida per porre fine al predominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.1Note
1. “Rusia y China firman el histórico contrato multimillonario de suministro de gas“, Russia Today, 21 maggio 2014.
2. “Россия в декабре стала крупнейшим экспортером нефти в Китай“, TASS, 26 aprile 2016.
3. “China Overtakes Germany as Top Russian Oil Consumer“, Sputnik, 11 marzo 2016.
4. “China Confirms Readiness to Import 27Mln Tonnes of Russian Oil in 2016“, Sputnik, 31 marzo 2016.
5. “Gazprom Neft sells oil to China in renminbi rather than dollars“, Jack Farchy, Financial Times, 1 giugno 2015.
6. “Saudi Arabia having ‘a very difficult time selling oil’ as Russia and Iraq compete for trade“, The Independent, 29 marzo 2016.
7. “Gazprom secures €2bn loan from Bank of China“, Jack Farchy, Financial Times, 3 marzo 2016.
8. “Russia’s Yamal LNG gets round sanctions with $12 bln Chinese loan deal“, Reuters, 29 aprile 2016.
Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un sindaco calabrese, grazie al fotovoltaico, ha azzerato la Tasi per i suoi cittadini

panorama_san_lorenzo-tAntonio Cersosimo, primo cittadino di San Lorenzo Bellizzi (Cosenza), ha cancellato la Tasi 2014 per i suoi 700 concittadini grazie agli impianti fotovoltaici costruiti recentemente

19/09/2014
ELENA VERONELLI

Tra “taglia-incentivi”, “sblocca-trivelle” e moratorie regionali c’è ancora chi crede alle fonti rinnovabili. È il caso di Antonio Cersosimo, sindaco di San Lorenzo Bellizzi, in provincia di Cosenza, Comune situato tra riserve naturali e promontori, ricco di flora e fauna selvatica dove corrono e volano liberi cinghiali, grifoni, falchi, volpi, lupi. Qui i neanche 700 abitanti non pagheranno per l’anno 2014 la famigerata Tasi (Tassa sui servizi indivisibili) proprio grazie al fotovoltaico. E i proprietari degli immobili situati nel centro storico che decideranno di ristrutturare la loro casa saranno esentati dal pagamento delle tasse per 5 anni. 
Due anni fa, sfruttando i generosi incentivi del quinto Conto Energia, il sindaco Antonio Cersosimo ha deciso di investire sul fotovoltaico installando tre impianti (da 13 MW) nei terreni situati nei Comuni di Corigliano Calabro, Cassano allo Ionio e Francavilla Marittima, dove vigeva l’autorizzazione per l’installazione su serra. Un’operazione che ha permesso di risparmiare 90.000 euro all’anno, portando in attivo il bilancio economico della città e permettendo di abbassare così le tasse ai cittadini, eliminando anche la Tasi. 
Secondo Cersosimo l’investimento fatto nel 2012 ha portato benefici economici già dall’anno successivo all’acquisto, e garantirà un introito per i prossimi 25 anni. Anche se, per il futuro, il sindaco non appare molto ottimista: “Speriamo di poter ripetere l’eliminazione della Tasi anche per i prossimi anni. Dipende però dai tagli dello Stato centrale, che ogni anno aumentano sempre di più”, ha detto Cersosimo contattato da Tuttogreen. E poi, continua il sindaco, “con la nuova normativa sugli incentivi diventa difficile continuare a puntare sul solare. Prima il sussidio riusciva a coprire l’investimento iniziale, ora non è più così”.  
Tuttavia, San Lorenzo Bellizzi è una vera e propria un’oasi nel deserto. Soprattutto di questi tempi, in cui le rinnovabili sono spesso viste più come un problema che come una soluzione, a livello sia centrale che locale. Con lo “spalma-incentivi” per ridurre le bollette alle Pmi si è parlato solo di quanto i sussidi al settore (effettivamente tra i più alti al mondo) pesino sulle bollette dei consumatori e di come, a causa di una remunerazione troppo generosa del capitale investito, si siano favorite posizioni di rendita. Dal canto loro le Regioni vanno avanti a colpi di moratorie e provvedimenti ad hoc per bloccare nuovi impianti da rinnovabili, soprattutto quelli eolici, perché ritenuti troppo impattanti visivamente e quindi dannosi per il turismo. Il tutto mentre il Governo Renzi sembra guardare solo al petrolio e al gas e punta sullo “sblocca-Italia”, che accentra il potere per velocizzare la ricerca e l’estrazione di idrocarburi ma nulla dice sulle rinnovabili.  
Inoltre, la decisione del sindaco di togliere la Tasi è stata presa in totale contrasto con la logica della circolare dell’Agenzia delle Entrate dello scorso dicembre, che prevede per la produzione di energia attraverso un impianto fotovoltaico installato su tetto (superiori a 3 kW) un aggravio fiscale. In altre parole, la Tasi e le altre imposte sugli immobili aumentano perché gli impianti fotovoltaici fanno variare la rendita catastale. A dispetto di chi si sceglie questa fonte energetica proprio per diminuire la bolletta elettrica e risparmiare. 
Il caso di San Lorenzo Bellizzi - commenta Agostino Re Rebaudengo, presidente di AssoRinnovabili - ben rappresenta un esempio virtuoso dei benefici connessi alla produzione di energia rinnovabile. Dimostra, inoltre, quanto sia miope e controproducente la strategia messa in atto dal Governo con una norma come lo spalma incentivi, che danneggerà gravemente il settore. Facciamo quindi i nostri complimenti ad un’amministrazione comunale che ha visto nel fotovoltaico un’opportunità per migliorare la qualità della vita sul proprio territorio sia da un punto di vista ambientale che da un punto di vista economico. Un esempio - conclude Re Rebaudengo - che speriamo sia presto seguito da molti altri comuni”. 
Fonte: qui

Addio operai. In Cina la prima fabbrica in cui gli operai sono tutti robot

fotohome3Zero diritti, nessun permesso sindacale, ferie o malattia. Benvenuti nella prima fabbrica al mondo senza operai. Qui infatti a produrre saranno i robot. Siamo in Cina, a Dongguan dove sorgerà il primo stabilimento in cui il lavoro umano sarà completamente rimpiazzato da quello dei robot.

È la Shenzhen Evenwin Precision Technology la società protagonista del progetto. Inizialmente circa 1.000 robot saranno impiegati presso lo stabilimento di Dongguan, che produce componenti per cellulari.
“L’uso di robot industriali aiuterà l’azienda a ridurre il numero di lavoratori in prima linea di almeno il 90 per cento”, ha detto Chen Xingqi, il presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda. “Quando tutti i 1.000 robot industriali saranno messi in funzione nei prossimi mesi, ci sarà solo bisogno di assumere meno di 200 tecnici di software e di gestione del personale”.
Shenzhen Evenwin Precision Technology si aspetta che la capacità produttiva dello stabilimento a regime sarà pari a 280 milioni di euro (332 milioni di dollari).
Sono sempre di più le fabbriche del Pearl River Delta - un centro urbano e industriale nel sud della Cina, spesso soprannominato ‘fabbrica del mondo’ – che stanno cominciando a introdurre i robot nel tentativo di sostituire il lavoro umano. Ma oggi la regione deve affrontare due problemi che costringono a cercare nuove strategie di sviluppo, tra cui l’automazione di massa.
Il primo problema è la carenza di manodopera causata da un numero sempre crescente di persone che rifiutano posti di lavoro in fabbrica. Il Dipartimento delle Risorse Umane e della Previdenza Sociale della provincia di Guangdong (dove si trova Pearl River Delta), sostiene che all’industria locale manchino da 600.000 a 800.000 lavoratori.
Il secondo problema è che il lavoro cinese sta diventando sempre meno a buon mercato. La Cina è stata a lungo il paese più attraente per le imprese straniere per via della forza lavoro a basso costo, ma ora il paese sta iniziando a perdere questo suo “vantaggio”. Secondo le cifre di recente rese note da Bloomberg, un lavoratore medio di una fabbrica cinese guadagna poco meno di 500 dollari al mese, mentre in Thailandia guadagna meno di 350 dollari, e in Cambogia appena 75.
Le autorità di Guangdong e le imprese contano di automatizzare al massimo il processo produttivo. La provincia prevede di investire l’equivalente di circa 154 miliardi di dollari nella robotizzazione della produzione manifatturiera. Guangzhou, la capitale del Guandong, ha addirittura fissato un obiettivo: automatizzare l’80 per cento della produzione manifatturiera entro il 2020.
Non a caso la Federazione Internazionale di Robotica guarda alla Cina come il più grande mercato per i robot industriali.
Francesca Mancuso
Fonte: GreenBiz

Perché un modello di «economia circolare» farebbe correre Pil (+7%) e reddito delle famiglie (+11%) europee

fotohome2C’era una volta (e c’è ancora) l’“economia lineare”, nata dalla Rivoluzione industriale tra Settecento e Ottocento. Un modello forgiato all’insegna del “prendere, fare e smaltire”.

Ma la storia insegna come l’economia lineare abbia creato vaste conseguenze sia sul piano ambientale che sociale. Il consumo di massa, l’utilizzo di combustibili fossili, l’urbanizzazione e il trasporto globale hanno contributo a produrre pesanti effetti.
Per questo il futuro sarà invece dell’“economia circolare”: «Per sua natura, un’economia di recupero - come spiegano sull’Harvard Business Review i docenti universitari Mark Esposito, Terence Tse e Khaled Soufani - in cui non si tratta tanto di “fare di più con meno” ma, piuttosto, di fare di più con ciò di cui già disponiamo».

Capitale naturale in via di esaurimento

Un’utopia? Macché, una necessità reale, spiegano gli autori del saggio, consapevoli del rapido esaurimento del capitale naturale esistente, o almeno di quello di facile reperibilità . Dagli anni Settanta del secolo scorso, l’incremento della produttività delle colture di cereali ha infatti subito una diminuzione del 66%, nonostante i progressi delle tecniche di fertilizzazione e di irrigazione. Lo sfruttamento minerario sta diventando più costoso: le percentuali medie dei metalli ricavati dalle estrazioni sotterranee sono in netto calo, sia in termini di concentrazione che di qualità. Allo stesso tempo, secondo l’Ocse, la classe media globale raddoppierà entro il 2030. «Queste cifre servono da monito sul fatto che non possiamo continuare a crescere come specie continuando a godere di un’elevata qualità della vita senza cambiare il nostro modo di fare le cose», spiega Mark Esposito, docente di Strategia economica presso la Harvard University Extension e la Grenoble School of Management.
Per fortuna le attuali politiche messe in atto dalla Commissione Europea, in particolare dal vicepresidente Katainen, sembrano muoversi davvero a favore di una rivoluzione in termini di economia circolare, che sta anzi diventando uno dei punti cardini dell’agenda politica dell'Unione.

I benefici economici

In Europa un sistema circolare creato grazie a nuove tecnologie e nuovi materiali sarebbe in grado di aumentare fino al 3% la produttività delle risorse, stima lo studio Growth within: a circular economy vision for a competitive Europe, realizzato dal McKinsey Center for Business and Environment in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation e il Sun (Stiftungsfonds für Umweltökonomie und Nachhaltigkeit). Questo modello - che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono prodotti di scarto e nel quale le risorse vengono costantemente riutilizzate - genererebbe per le economie del Vecchio Continente un risparmio in termini di costi di produzione e utilizzo delle risorse di base pari a 1.800 miliardi di euro l’anno entro il 2030, che si tradurrebbe in una crescita del Pil fino a 7 punti percentuali e in più alti livelli di occupazione. Con il reddito disponibile delle famiglie europee che potrebbe risultare superiore di ben l’11% rispetto al percorso di sviluppo attuale.

Le inefficienze attuali

L’economia europea di oggi si fonda infatti su un sistema di creazione di valore molto inefficiente e continua a operare secondo il modello lineare “estrazione, produzione, consumo, smaltimento”, spiega ancora lo studio uscito sull’Harvard Business Review.

Nel 2012, in Europa, sono state utilizzate in media 16 tonnellate di materiali per abitante: il 60% degli scarti è finito nelle discariche o negli inceneritori, mentre solo il 40% è stato riciclato o riutilizzato.

Un’auto in Europa resta parcheggiata in media il 92% del tempo, il 31% dei generi alimentari vengono sprecati lungo la catena del valore, e gli uffici vengono utilizzati dal 35% al 50% del tempo, anche durante le ore lavorative.
Complessivamente, questo sistema di produzione e utilizzo dei prodotti e delle risorse costa all’Europa 7.200 miliardi di euro l’anno per i tre ambiti analizzati dallo studio: 1.800 miliardi di euro sono i costi effettivi delle risorse, cui si sommano 3.400 miliardi per tutte le altre spese, legate ai tre ambiti menzionati sostenute dalle famiglie e dai Governi, e 2.000 miliardi che comprendono le esternalità (costi legati ad esempio al trasporto, all’inquinamento atmosferico e a quello acustico).

Il driver di cambiamento delle nuove tecnologie

Nel modello attuale di sviluppo, le nuove tecnologie e i modelli di business innovativi possono contribuire a migliorare la produttività delle risorse in Europa e a ridurre i costi totali annuali di 900 miliardi di euro entro il 2030. Nei prossimi decenni, la rivoluzione digitale e tecnologica, che ha già cambiato radicalmente il mondo della comunicazione e dell’informazione, potrebbe avere lo stesso impatto dirompente sui tre ambiti presi in esame (mobilità, alimentazione ed edilizia). Per fare qualche esempio, nel settore dei trasporti il costo medio per chilometro di un’auto potrebbe diminuire fino al 75% grazie al car sharing, ai veicoli elettrici e a guida autonoma, e all’utilizzo dei nuovi materiali. Nell’edilizia, la tecnologia applicata ai processi industriali potrebbe ridurre i costi di costruzione fino al 50%.
A beneficiarne saranno anche l’ambiente (lo studio stima una riduzione del 48% delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030 rispetto ai livelli del 2012) e la competitività delle aziende. Oggi i materiali e componenti rappresentano tra il 40 e il 60% dei costi complessivi delle aziende manifatturiere in Europa e questo spesso si traduce in uno svantaggio competitivo in termini di efficienza.

I costi di transizione

L’economia circolare comporta tuttavia notevoli costi di transizione (tra cui, ad esempio, la spesa in ricerca e sviluppo, i finanziamenti per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi prodotti, nonché la spesa pubblica per la creazione di infrastrutture digitali), ma potrebbe creare un’opportunità di rinnovamento economico e industriale. Sebbene sia difficile stimare il costo complessivo di una trasformazione di così vasta portata, alcuni esempi a livello di singolo Paese possono aiutare a comprenderne la dimensione: il Governo britannico ha stimato che la creazione di un sistema efficiente per il riutilizzo e il riciclo delle risorse costerebbe circa 14 miliardi di euro (vale a dire, a livello europeo, un investimento pari a 108 miliardi di euro), mentre il passaggio alle energie rinnovabili in Germania è costato 123 miliardi in incentivi economici dal 2000 al 2013.

Le resistenze al cambiamento

Uno dei principali motori del modello circolare è la condivisione: schemi di car sharing contribuiscono a ridurre la produzione di rifiuti, dato che un minor numero di persone hanno bisogno di acquistare autovetture e che gli stessi veicoli già circolanti vengono utilizzati da più persone. Per non parlare del car pooling, in grande ascesa anche in Italia . Eppure, la proposta come sappiamo ha incontrato enormi resistenze. «È quindi necessario che alle aziende esistenti vengano offerte nuove prospettive su come prosperare nell’ambito dell’economia circolare - concludono i tre studiosi - e su quali siano le opportunità di mercato “circolari” di cui beneficiare a breve termine».
Fonte: qui

sabato 14 maggio 2016

DEUTSCHE BANK: LA TRUFFA CON L’ITALIA INTORNO!

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Partiamo da qui dalla notizia secondo la quale…

Deutsche Bank sotto indagine a Trani

(…)  Sotto accusa la vendita massiccia da parte della banca tedesca, per circa 7 miliardi di euro, di titoli di Stato italiani, avvenuta nei primi mesi del 2011. (…)

Secondo l’accusa l’ex management del gruppo mentre comunicava ai mercati finanziari, in 3 pubblicazioni tra febbraio e marzo 2011, la sostenibilità del debito sovrano dell’Italia, avrebbe nascosto agli stessi e al Mef la reale intenzione di ridurre drasticamente, e nel brevissimo termine, nel primo semestre 2011, il possesso di titoli del debito italiano in portafoglio che, a fine 2010, ammontavano a 8 miliardi. La vendita massiccia poi avvenne per oltre 7 miliardi e sarebbe stata fatta ‘over the counter’, senza cioè che fosse divulgata al mercato finanziario regolamentato e giustificata –sempre secondo la procura tranese – “falsamente” a posteriori (nell’informativa periodica del giugno 2011) con la necessità di ridurre la sovraesposizione del gruppo al rischio sovrano dell’Italia, a seguito dell’acquisizione di Postbank di fine 2010. Tutto questo, ancora secondo Ruggiero, avrebbe alterato il valore di mercato dei titoli italiani perché fatta violando la normativa in vigore.
Nello stesso periodo, Db acquistò circa 1,4 miliardi di Credit Default Swap (Cds) di copertura sull’esposizione al rischio Italia, acquisto non comunicato –secondo Ruggiero – né ai mercati finanziari né al Mef. Quindi, è il ragionamento accusatorio, Db autorizzando la vendita dei titoli di Stato italiani, acquistando contestualmente Cds e comunicando allo stesso tempo ai mercati finanziari la sostenibilità del debito pubblico italiano, ha compiuto condotte manipolative del mercato di tipo informativo-operativo, condotte idonee ad alterare la regolare formazione del prezzo di mercato dei titoli di Stato italiani sia nel primo semestre 2011 (quando il mercato ignorava le dismissioni di titoli), sia successivamente alla pubblicazione periodica del giugno 2011.
Sino a qui nulla di nuovo, i lettori di Icebergfinanza da quel lontano 2011, conoscono cosa in realtà avvenne in quei mesi. Alla fine proveremo a spiegare per quale motivo non crediamo affatto alle tesi di Deutsche Bank.
A differenza di molti che in quei mesi si divertivano ad alimentare il panico noi, sui media locali e in un’intervista al TG3 noi suggerivamo che «L’errore è il panico»

«Ma l’Italia non può fallire»

Lasciamo da parte la parola complotto che serve solo agli amici di Brunetta una macchietta,  che quotidianamente si da da fare per difendere un uomo che nei momenti peggiori dell’attacco speculativo al nostro Paese andava in giro a dire che autostrade, ristoranti e aereporti d’Italia erano strapieni e soprattutto che in fondo la speculazione era una moda passeggera.
Poi noi tutti sappiamo che nel frattempo è uscita anche la notizia …

FU DAVVERO BLACKROCK A ISPIRARE IL CAMBIO DI SCENA DEL 2011 IN ITALIA?

Parliamo di cose serie!
Come abbiamo evidenziato nel titolo, si tratta di truffa e manipolazione con tutta l’Italia intorno. Si lo so in giro per la rete, su alcune testate e in alcune trasmissioni da sottofondo, i vari Giannino, Seminerio e compagnia bella si sono dati da fare nell’ironizzare sull’inchiesta della procura di Trani, tirando in ballo il leggendario “gomblotto” la materia prima su cui campano per cancellare le realtà, avvero la manipolazione dei mercati.
Funziona più o meno così. Lasci che qualche idiota tiri fuori le tesi complottiste poi indipendentemente dalla realtà ci giochi sopra con l’ironia e fai credere a tutti che si tratti di leggende metropolitane sviando dalla realtà.
Non ho potuto trattenere una sonora risata in seguito alla notizia, che secondo Seminerio, le banche hanno i “chinese wall” ovvero che la mano destra non sa quello che fa la sinistra…
Dunque: se ci si riferisce al fatto che il dipartimento di ricerca di DB scriveva che il debito italiano era sostenibile, a loro giudizio, mentre successivamente la proprietà della banca ha venduto Btp italiani, servirebbe sapere che di solito le banche hanno dei chinese wall, dove la mano destra non sa quello che fa la sinistra. Se non credete a questo (e potreste anche far bene), riteniamo utile informarvi che un investitore ha piena facoltà di liberarsi di titoli che giudica a rischio di perdite o di coprire quel rischio come meglio ritiene, quindi anche con credit default swap. Dire che un debito pubblico è sostenibile non vuol dire che quel debito debba essere tenuto in posizione sinché morte non ci separi, oltre livelli di concentrazione la cui determinazione spetta solo e soltanto all’investitore. E peraltro non ci risulta che l’esposizione di Deutsche Bank al rischio sovrano italiano sia mai stata negativa, cioè che avessero una posizione netta corta, puntando sul nostro dissesto. Hanno solo ridotto significativamente l’esposizione, anche in conseguenza dei segnali forniti dai modelli di controllo del rischio: cresce la volatilità? Riduco l’entità delle posizioni.Delitto di lesa sovranità

Elementare Watson! Chiunque sano di mente in mezzo a quell’inferno, ma non solo nel primo trimestre del 2011, ma ben prima nel 2010, avrebbe allegerito le posizioni sul debito pubblico periferico, peccato che è alquanto anacronistico fare simili riferimenti quando di parla di banche come Deutsche Bank o d’affari in genere, quotidianamente indagate o condannate per truffe e manipolazioni.

Ma davvero vogliamo credere che la mano destra non sa quello che fa la sinistra? Certo. Seminerio premette che se non credete a questo ( e potreste anche far bene ) ma una simile premessa, soprattutto per una banca come Deutsche Bank è ridicola.
Se volete saperne di più…

DEUTSCHE BANK: UNA MANIPOLAZIONE TIRA L’ALTRA

DEUTSCHE BANK: LA TRUFFA CON LA BANCA INTORNO

Ma lasciamo perdere il gossip finanziario e proviamo a vedere per quale motivo è irrealistico pensare che Deustche Bank abbia solo ridotto significativamente l’esposizione,  in conseguenza dei segnali forniti dai modelli di controllo del rischio.
Qualcuno si ricorda cosa avvenne nell’estate del 2010 in Grecia?
Si scatenò in panico in tutta Europa a seguito della notizia che la Grecia aveva truccato i conti. Guarda caso, per metterci una pezza, nell’autunno l’EBA,European Banking Authority un’autorità “indipendente” che opera per  assicurare la stabilità finanziaria nell’UE e garantire l’integrità, l’efficienza e il regolare funzionamento del settore bancario, decise di mettere in piedi i  primi stress test della recente crisi europea per verificare la solidità del sistema finanziario europeo di fronte ai rischio di un contagio a tutta l’ Europa.

Stress testing 2010 – European Banking Authority

ImmagineIn sintesi si sono formulati degli scenari per verificare il grado di tenuta del sistema bancario europeo di fronte a una perdita di valore dei titoli di Stato europei, allora nessuno prevedeva un possibile fallimento della Grecia.
Qui sotto lo scenario estremo prospettato ovvero un taglio delle valutazioni di ogni singolo Paese.
Tralasciando la Grecia, come potete vedere lo scenario peggiore vedeva un taglio del valore dei bond del 12,8 % per l’Irlanda e del 14,1 % per il Portogallo, il 12 % per la Spagna e il 7,4 % per l’Italia nulla di trascendentale.
Il buon senso, che come amava ricordare il nostro Alessandro Manzoni, c’era ma spesso se ne sta nascosto per paura del senso comune avrebbe suggerito di liquidare le posizioni dei Paesi cosiddetti PIGS, ma il buon senso non conosce i modellini di rischio e spesso e volentieri non fa rima con la realtà.
Cosa hanno fatto i nostri eroi in Deutsche Bank tra la fine del 2010  e giugno del 2011?

Ma ovviamente hanno liquidato, visto l’importo, solo la posizione in titoli di Stato italiani, limitandosi come vedremo a spostare le virgole per gli altri Paesi PIGS ( acronimo di Portogallo Irlanda Grecia e Spagna )

ImmagineCliccare sulla foto per ingrandire
Per il momento ci fermiamo qui e vi lasciamo con alcune domande figlie del buon senso!
a) Per quale motivo Deutsche Bank nel primo trimestre del 2011 non ha azzerato la posizione GRECIA?
a) Per quale motivo Deutsche Bank addirittura ha aumentato l’esposizione al Portogallo che era sostanzialmente nulla e quella all’Irlanda?
Se provate a rispondermi con la dimensione dell’esposizione e quindi ricordandomi la cifra lasciate perdere, questo è argomento per i polli di Trilussa.
Fonte: Icebergfinanza


P.S. Cos'è Deutsche Bank:
Una banca che è molto spesso nel mirino e che, come dice giustamente il FMI, è sempre stata al centro di tutti scandali. Questo NON è sufficiente per mettere definitivamente luce su quanto sia marcia quella banca? E per lo più continua ad essere grande protagonista di leva finanziaria insostenibile.

Guardate quest slides ed in particolare la seconda. I risultati della gestione dei derivati possono influenzare in modo determinante non solo la redditività del gruppo ma anche la sostenibilità dei numeri di bilancio. Insomma, DB è un hedge fund e non una banca. Ma un hedge fund decisamente aggressivo, come potrebbe essere un “relative value” nella speranza che il “risk arbitrage” venga sempre gestito positivamente e che la situazione non scappi di mano.

giovedì 12 maggio 2016

Fisco diabolico: ecco tutte le tasse invisibili

Renzi-contestazione-a-Reggio-CalabriaPaghiamo, tanto, ma non ce ne accorgiamo nemmeno. Una furbata per evitare la rivolta contro il fisco esoso

Il lato oscuro delle tasse è come la faccia nascosta della luna: non lo vedi mai. Con il fisco succede la stessa cosa. La maggior parte dei prelievi è invisibile. Il contribuente non si accorge di versare denaro nelle casse dell'erario. Succede per esempio con gli stipendi dei lavoratori dipendenti, incassati al netto del prelievo.
Ma capita anche con l'Iva incorporata nel prezzo dei beni acquistati. In numerosi Paesi sugli scontrini sono riportati separatamente il costo del prodotto comprato e l'aggravio fiscale caricato. Da noi non funziona così. Tutto congiura a tacere il meccanismo dei prelievi, la trasparenza è la grande assente nel rapporto tra fisco e cittadini. I quali finiscono per non rendersi conto di quale sia l'effettivo peso dell'imposizione tributaria sulle loro tasche. È un peso esorbitante ma spesso tollerato perché non se ne conosce la dimensione. Chi direbbe che le tasse invisibili sono il 96 per cento del totale? Sembra impossibile, ma è così: soltanto il 4-5 per cento delle imposte viene versato con un'azione consapevole, in virtù di un pagamento effettuato a uno sportello bancario, alle poste, a una tabaccheria convenzionata con l'Agenzia delle entrate.
Il resto viene sfilato dal conto in banca con grande destrezza, senza disturbare il contribuente, evitandogli il fastidio di compiere il versamento e quindi l'inesorabile arrabbiatura di quando si mette mano al portafogli. Ma com'è gentile il fisco, pur di lasciare i cittadini in un inconsapevole torpore.

I PRELIEVI ALLA FONTE

Il grosso delle tasse invisibili sono i prelievi alla fonte compiuti da un sostituto d'imposta. Quei soldi il contribuente neppure li vede perché riceve il netto dal datore di lavoro magari senza gettare un'occhiata alla busta paga. Sono somme consistenti, che comprendono l'Irpef, i contributi previdenziali e le addizionali regionali e comunali, spesso rincarate dagli enti locali senza che ne venga data un'adeguata comunicazione. Questa fetta di imposte occulte rappresenta il grosso delle tasse pagate inconsapevolmente: oltre il 60 per cento. Diverso è il discorso per i lavoratori autonomi e i professionisti che emettono fatture e parcelle sulle quali devono pagare l'Iva. Il loro esborso è cosciente. E si fa sentire. Gli autonomi conoscono molto meglio l'invadenza del fisco, l'insofferenza verso l'erario li esaspera maggiormente rispetto ai lavoratori dipendenti. La protesta delle partite Iva contro la grande sanguisuga fiscale è più sonora. L'effetto però non cambia per nessuno.

LE TASSE SULLE TASSE

L'altro grande capitolo delle tasse inconsapevoli è quello delle imposte indirette che sono contenute nel prezzo dei beni. La parte del leone spetta all'Iva e ai dazi doganali incorporati nei prodotti importati da Paesi extra Ue, ma la casistica è molto estesa. Le accise, per esempio: colpiscono i carburanti, i tabacchi, i fiammiferi, gli alcolici, l'energia elettrica, il gas metano, il lotto. Rappresentano una delle principali entrate dello Stato e delle Regioni, eppure quale contribuente saprebbe dire quanti soldi gli costano le accise? Ma il peggio è che molto spesso queste imposte concorrono a formare il valore sul quale si calcola l'Iva. Tasse sulle tasse, quindi. Tasse doppie. Tutto nascosto. Tributi occulti sono compresi nel costo dell'assicurazione dell'auto, su cui gravano imposte specifiche più un contributo destinato al Servizio sanitario nazionale. Se ne rendono conto soltanto i pochi che si preoccupano di dedurlo al momento di presentare la denuncia dei redditi. Sono di fatto invisibili anche i bolli trattenuti dalle banche sui conti correnti e i dossier titoli, e così pure gli interessi sugli investimenti finanziari e i capital gain. Gli estratti conto riportano il prelievo, che però è automatico: l'effetto per il contribuente è quello dell'ennesima tassa inconsapevole.

AUTOMATISMI NASCOSTI

Non è finita. Sul «Gratta e vinci» e gli altri incassi da scommesse e pronostici si versa un'imposta sostitutiva. Da quest'anno è invisibile anche il canone Rai, che il governo Renzi ha inserito nelle bollette della luce con modalità ancora poco chiare. Una tassa piccola quanto fastidiosa colpisce i sacchetti di plastica non biodegradabili. Queste sono le voci delle imposte invisibili che ricorrono più frequentemente nella vita quotidiana. Naturalmente non sono le uniche. I redditi più elevati, comprese certe pensioni d'oro, sono alleggeriti da un contributo di solidarietà. Quando si lascia il lavoro, anche la liquidazione è colpita da un'imposta sostitutiva sulla rivalutazione del capitale accantonato. Nel prezzo di un'auto nuova è ricompresa l'imposta provinciale. Sulle vetture di grossa cilindrata grava una sovrattassa. Oltre all'automobile, di recente il fisco ha scoperto quanto sia redditizio colpire il trasporto aereo.
Fra tasse aeroportuali e addizionali comunali sui diritti d'imbarco, si pagano tasse occulte quando si acquista un biglietto. I passeggeri di aerotaxi hanno un prelievo erariale aggiuntivo, mentre certe Regioni fanno pagare per le emissioni sonore dei velivoli.

I VERSAMENTI? POCHISSIMI

I casi in cui i contribuenti devono effettuare versamenti per tasse «visibili» sono limitati. I più comuni sono il bollo auto e le svariate imposte sulla casa, dalla tassa rifiuti a Imu, Tari, Tasi, eccetera. Non vanno dimenticati i bolli, le imposte immobiliari quando si compra o si ristruttura una casa, le tasse scolastiche e universitarie, i ticket sanitari che però variano notevolmente da regione a regione. Nel bilancio fiscale di un contribuente medio queste voci non superano il 5 per cento complessivo, secondo una simulazione della Cgia.
«Nel momento in cui si va in banca o alle poste per questi adempimenti dice Paolo Zabeo, coordinatore dell'Ufficio studi Cgia psicologicamente percepiamo di più il peso economico di questi versamenti rispetto a quando subiamo il prelievo dell'Irpef o dei contributi previdenziali direttamente dalla busta paga. Quando si mette mano al portafogli si prende atto dell'entità del pagamento e di riflesso scatta una forma di avversione nei confronti del fisco. All'opposto, quando i tributi sono nascosti perché riscossi alla fonte, l'operazione è meno dolorosa». Ecco perché lo Stato ha tutto l'interesse a incassare il grosso del gettito in maniera invisibile. Occhio non vede, cuore non duole.

INCONSAPEVOLI AL 96%

La Cgia ha simulato l'effetto dei prelievi occulti in una famiglia tipo. Marito operaio specializzato, moglie impiegata, un figlio, reddito da lavoro dipendente di 22.627 euro lui e 17.913 lei, casa di proprietà di 94 metri quadrati con rendita catastale di 522 euro, due automobili, risparmi per 50mila euro tra liquidità bancaria e un po' di investimenti finanziari (titoli di stato, azioni, obbligazioni).
Con queste ipotesi, il prelievo alla fonte operato dai datori di lavoro è pari complessivamente a 11.098 euro, mentre le tasse nascoste tra Iva, accise, bolli, imposte su assicurazioni e proventi finanziari ammontano a 5.230 euro. Rimangono da versare «consapevolmente» i bolli sulle due vetture e la tassa rifiuti. Appena (si fa per dire) 696 euro. Il 4 per cento, appunto, di tutte le imposte pagate da questa famiglia media italiana che in totale superano i 17mila euro annui: circa il 43 per cento dei redditi.
La pressione fiscale complessiva rimane molto punitiva per i contribuenti italiani. Supera di 4 punti quella tedesca, di 6 quella olandese, di 9 quella spagnola e addirittura di 13 quella vigente in Irlanda. Tutte economie che hanno reagito meglio di noi alla crisi e stanno crescendo a un ritmo più sostenuto.

TRASPARENZA SCONOSCIUTA

In Italia continua a funzionare la vecchia regola: tasse e tasse ma prelevate in maniera indolore, non sulla carne viva del contribuente ma dopo avergli fatto una piccola anestesia locale dove si tiene il portafogli. Un modo di fare che è l'opposto della trasparenza e non contribuisce a normalizzare i rapporti tra cittadini ed erario. La tendenza a occultare le tasse è in aumento. Lo dimostra la progressiva quanto sconosciuta crescita delle addizionali locali introdotte da regioni e comuni quando gli amministratori non sanno fare quadrare i conti.
Anche il nuovo sistema per pagare il canone della Rai va nella medesima direzione: non più versamenti alle poste o in tabaccheria ma dieci rate spalmate nelle bollette dell'energia a tutti coloro che hanno un contatore, in modo da farci abituare rapidamente all'asportazione silenziosa del contante. Entro un paio d'anni ci dimenticheremo anche che c'è un canone Rai da pagare e non ci indigneremo più per questo balzello anacronistico e ingiustificato. Presto potrebbe sparire anche una tassa odiosa come il bollo auto. È una sparizione soltanto apparente, perché verrebbe sostituita dall'ennesima accisa che colpisce i carburanti.
Il gravame rimane ma si dice al povero tartassato che non deve più disturbarsi: lo Stato pensa a tutto, a mettergli le tasse e pure a prelevargliele, mentre lui può restare tranquillamente seduto in poltrona a guardare la tv (su cui paga un canone occulto) e bere birra (gravata da accise nascoste) nella sua comoda casa. Dove l'insopportabile Imu è stata di fatto soppiantata dalle addizionali comunali.

Con tanti saluti a chi promette di abbassare le tasse.

Fonte: qui

martedì 10 maggio 2016

FONDO INTERBANCARIO TUTELA DEPOSITI … INESISTENTE!

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Noi, negli ultimi anni, abbiamo più volte suggerito di usare razionalità e pragmatismo di fronte alle notizie che quotidianamente i media tradizionali offrono, soprattutto a proposito della leggenda metropolitana secondo la quale i depositi bancari sotto i 100.000 euro sono assicurati…

La notizia dell’ultima ora è la seguente, la domanda è… per quale motivo il presidente del Fondo lancia solo ora un simile allarme?

Maccarone ha detto di non poter fare stime su quanto verrà richiesto al Fondo per questa finalità, limitandosi a ricordare che l’outstanding dei bond subordinati venduti al retail era di circa 320 milioni di euro.
“Sul piano prospettico la situazione non è certamente incoraggiante. Oggi questa interpretazione della Commissione (sull’utilizzo dei fondi di garanzia dei depositi) corre il rischio di diventare norma”.

Ora con il bail-in in vigore, Maccarone ha detto che c’è la prospettiva concreta che la crisi di una banca si risolva con la sua liquidazione.

“Non credo che il nostro sistema economico e civile sia pronto… Nel caso di una banca in liquidazione non verrebbero pagati i depositanti”, ha spiegato.

Il fondo sarà alimentato con contribuzioni ex-ante ma non può lavorare, come in passato, per prevenire una crisi bancaria.
“Stiamo studiando la possibilità di irrobustire il meccanismo volontario per rendere possibili interventi preventivi”.

Ora nel fondo volontario ci sono 300 milioni, sono pochi, non ci si fa granché”, ha detto.

La ragione di creare anche un fondo volontario, ha spiegato il presidente del Fondo di garanzia, è che “oggi non si può ripetere lo schema delle quattro banche. Se la banca è ‘likely to fail’ e non si trova una soluzione rapidamente, la strada è o la risoluzione o la liquidazione coatta. E non voglio pensare a una soluzione che colpisca i depositanti”.
(Stefano Bernabei)

In giro si mormora che il “bailin” in Italia sia inevitabile…

(…)  Il governatore della Banca d’Italia non ha gradito – definendole “politicamente molto scorrette” – le dichiarazioni al Corriere della Sera di Elke König, economista, presidente del Single Resolution Board (Srb) – l’autorità europea di risoluzione unica e secondo pilastro dell’Unione bancaria – che aveva ribadito la contrarietà agli aiuti di Roma alle banche italiane ricordando come la Germania abbia sì aiutato le banche tedesche, ma quando era concesso. “Gorbaciov una volta disse: chi arriva tardi viene punito dalla storia. Onestamente l’Italia ha attraversato la prima e seconda ondata della crisi senza interferire con le sue banche”. (HuffingtonPost)
Due premesse!

La prima è che la signora ha ragione, solo degli idioti potevano sottoscrivere la regola del “bail-in” e farla approvare in Parlamento di nascosto quest’estate mentre gli italiani erano al mare, ma soprattutto loro sono stati più furbi.

La seconda è che è vero che Gorbaciov disse che chi arriva tardi viene punito dalla storia, ma suggerisco agli amici tedeschi di ricordare che anche chi insiste con i trucchi e la voglia di EGEMONIA sugli altri viene punito dalla storia, a meno che non abbiano la memoria corta …
”  Il governatore ha fatto notare che la natura particolare del settore bancario e l’obiettivo di stabilità finanziaria dovrebbero richiedere un approccio più strutturato da parte della Commissione europea in tema di concorrenza e aiuti di stato. Le norme invece prevedono che ogni intervento pubblico faccia scattare la procedura. In questo modo prevale l’obiettivo delle politiche su concorrenza e aiuti di stato rispetto all’obiettivo di salvaguardia della stabilità finanziaria. “In altri termini – ha detto Visco – non è preso nella giusta considerazione il fatto che la stabilità finanziaria è di vitale importanza per l’economia reale”.
Visco usa un’espressione sibillina per far comprendere quanto pericoloso sia il tema bancario: “Se fallisce un supermercato, lo chiudi e un altro apre. Se fallisce una banca, è molto improbabile che ne apra un’altra, è più probabile che quella accanto cominci ad avere problemi”. Le conseguenze di uno squilibrio dei mercati “possono essere piuttosto gravi” e per questo a volte occorre agire velocemente: “nel caso delle banche, questo richiede la possibilità di ricorrere a una rete di protezione pubblica e, in un’Unione come la nostra, anche a una sovranazionale in presenza di rischi sistemici e di contagio”.

Ma tu guarda in parole povere si parla di SOVRANITA’ e poter NAZIONALIZZARE una banca sistemica, apertamente, anche se è inutile dirlo con il senno di poi e usare belle metafore per quanto giuste siano.

Se io fossi stato il governatore della Banca d’Italia lo avrei dichiarato pubblicamente prima in questi anni e sarei andato ovunque in televisione e sui giornali ad esprimere la mia contrarietà soprattutto avrei convinto il Governo a non firmare.
Non era politicamente possibile? Non diciamo fesserie, preparatevi allora alla prossima tempesta perfetta.
Andrea Mazzalai
Fonte: qui