9 dicembre forconi

venerdì 6 maggio 2016

COME RUSSIA E CINA STANNO PENSANDO DI REAGIRE ALLA GUERRA ECONOMICA USA

ShanghaiNon c’è miglior esempio di “guerra ibrida” della guerra economica di Washington contro Mosca.

Questa domenica (10 aprile 2016) la guida suprema dell’Iran Ali Khamenei ha dichiarato ad una vasta folla riunita nella città santa di Mashad che “Gli americani non hanno agito come promesso nell’accordo sul nucleare (JCPOA); essi non hanno fatto ciò che avrebbero dovuto. Secondo il ministro degli esteri (Javad Zarif), essi hanno messo nero su bianco ma alla fine hanno impedito il concretizzarsi degli obiettivi della Repubblica Islamica per mezzo di svariati diversivi.”
Questa dichiarazione rilasciata durante il Nowruz (discorso di fine anno) va colta in maniera cristallina: non c’era nessun intento retorico. E non era una semplice stoccata agli Stati uniti (come qualcuno potrebbe pensare). Era forse più un garbato avviso al governo iraniano di preoccuparsi delle possibili conseguenze politiche.
Quello che sta accadendo è significativo: qualunque sia il motivo, il tesoro Usa è occupato a svuotare di ogni contenuto la revoca delle sanzioni del JCPOA (e i motivi di ciò meritano grande attenzione). Il Leader Supremo ha sottolineato inoltre che l’Iran incontra difficoltà nel far rientrare i suoi capitali esteri, precedentemente bloccati.
Fin dal momento dell’ “implementazione”, i funzionari del Tesoro Usa, durante gli incontri, hanno avvertito le banche europee che le sanzioni Usa all’Iran sarebbero rimaste in vigore, e che esse non avrebbero dovuto pensare, neanche per un secondo, di attingere al mercato dei bond in dollari o in euro al fine di finanziare il commercio con l’Iran, o di partecipare ai progetti di finanziamento di infrastrutture in Iran.
Le banche hanno capito bene il messaggio: avviate il commercio con l’Iran e verrete colpiti da una multa di un miliardo di dollari, contro la quale non vi sono appelli, ne cavilli legali o validi argomenti da opporre. La banche (comprensibilmente) sono titubanti. Non una sola banca o istituto di credito era presente quando il presidente dell’Iran Hassan Rohani ha visitato Parigi per tenere degli incontri con l’elite imprenditoriale locale.
L’importante quotidiano persiano Keyhan il 14 Marzo ha scritto su quest’argomento: “Parlando all’assemblea generale dell’Onu a Settembre, Rohani ha dichiarato: “oggi è iniziata una nuova fase nelle relazioni tra l’Iran ed il resto del mondo”. Ha inoltre dichiarato quanto segue in una discussione col pubblico alla radio e alla televisione il 23 tir (mese del calendario Persiano tra giugno e luglio ndr) “L’implementazione passo dopo passo di questo documento demolirebbe lentamente il muro della sfiducia”.
Il giornale prosegue: “ Queste osservazioni sono state rilasciate mentre l’Occidente, guidato dagli Stati uniti, non aveva nessuna intenzione di abbattere o di abbassare quel muro di sfiducia tra sé e l’Iran. …inoltre, essi ritardano la realizzazione dei loro obblighi derivanti dal JCPOA. L’eliminazione delle sanzioni è rimasta una semplice promessa su un pezzo di carta, al punto di provocare la protesta dei politici Iraniani.
La controparte americana sta ponendo condizioni tali che, al giorno d’oggi, anche le banche e le imprese europee non si azzardano ad avviare relazioni finanziarie con l’Iran — dato che tutti quanti temono la reazione americana sotto forma di sanzioni (imposte a quelle stesse banche). Attualmente, la ragione per il ritardo dell’avvio della cooperazione finanziaria con le banche iraniane e della facilitazione delle transazioni bancarie e finanziarie, è il fatto che le sanzioni Usa sono ancora in vigore, e le transazioni finanziarie delle banche iraniane devono ancora affrontare delle restrizioni. Inoltre, le istituzioni finanziarie europee sono preoccupate riguardo la violazione delle sanzioni americane che continuano a restare in vigore, visto il loro persistente timore della legislazione stringente e delle multe per le violazioni delle stesse.
E’ inutile aspettarsi che l’amministrazione Usa cooperi con l’Iran visti i commenti dei funzionari Usa, tra i quali il consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice, dal momento che i commenti ed il comportamento degli americani rivela il loro mancato rispetto degli obblighi e ci mostra l’assenza di volontà politica da parte dell’amministrazione Usa di adempiere anche solo in parte ai propri obblighi
Qui il giornale si riferisce in particolare all’osservazione fatta da Susan Rice a Jeffrey Goldberg sull’Atlantic che “L’accordo iraniano di base non provava ad aprire una nuova era di relazioni tra Usa ed Iran. Lo scopo era piuttosto quello di rendere un paese pericoloso un po’ meno pericoloso. Nessuno aveva aspettative sul fatto che l’Iran potesse essere un player positivo”.
Keyhan prosegue: “ogni azione sulla scena internazionale rimanda ad una giusta ed apporpriata reazione. Perciò, non possiamo aspettarci che un governo come l’amministrazione Usa che non si fa sfuggire ogni singola opportunità di limitare il nostro paese, tolga semplicemente le sanzioni. Le dichiarazioni della Rice sono solo un piccola parte della recente retorica anti-iraniana dei funzionari americani negli ultimi mesi. Queste osservazioni andrebbero viste come dei segnali…che il sogno del JCPOA non è nient’altro che un pensiero ottimista e lontano dalla realtà.
La spinta del Leader Supremo va perciò vista come indirizzata al governo: Non costruire troppo politicamente su questo accordo: fate attenzione che le sue fondamenta potrebbero essere costruite sulla sabbia.

Preoccupazioni per una “soluzione immediata”

Di recente il segretario del Tesoro Jacob Lew ha tenuto un discorso presso il Carnegie sull’ “evoluzione delle sanzioni e lezioni per il futuro”, sul quale ha commentato David Ignatius: “Le sanzioni economiche sono diventate la “soluzione immediata” della politica estera americana dell’ultimo decennio, perché sono più economiche ed efficaci del tradizionale potere militare nel costringere gli avversari. Ma Jack Lew avverte di un “rischio di abuso” che rischierebbe di neutralizzare le stesse e di colpire l’America. La sua cautela contro l’abuso deriva dal fatto che alcuni membri repubblicani del congresso stanno lottando per mantenere le sanzioni Usa sul programma nucleare iraniano a dispetto dell’accordo dell’anno scorso che limitava la minaccia iraniana”.
Quindi che succede? Se Lew mette in guardia sullo spingersi oltre con le sanzioni, perché, secondo l’interpretazione dello stesso Ignatius, è proprio il suo dipartimento uno di quelli che più assiduamente minano la cancellazione delle sanzioni all’Iran, “in particolare da quando il punto di vista generale di Lew è che le sanzioni non funzioneranno se i paesi non otterranno le ricompense promesse- nel rimuovere le sanzioni- una volta che acconsentono alle richieste Usa”?
Una ragione di questa apparente contraddizione nelle osservazioni di Lew probabilmente è la Cina: ricordiamo che quando le borse cinesi erano in caduta libera e vi era un’emorragia di valuta, la Cina— mentre si muoveva a supporto delle Yuan — dava la colpa alla Fed americana per i propri problemi, venendo immediatamente derisa per aver fatto delle simili accuse verso uno stato estero.
Attualmente, ciò che la Fed stava facendo era di dichiarare l’intenzione di aumentare i tassi di interesse (con le migliori intenzioni ovviamente)- cosi come consigliavano quelli come Goldman Sachs. I profitti delle banche e delle imprese Usa sono in declino, ed in “tempi di depressione finanziaria”, salvaguardare il capitale diventa la priorità, e un dollaro forte fa esattamente questo.
Ma la Peoples’ Bank of China (banca centrale) non solo si è lamentata per le azioni della Fed, ma ha reagito: ha lasciato indebolire lo Yuan, mettendo in subbuglio il mercato finanziario globale, (già preoccupato per il rallentamento della Cina); in seguito ha fatto risalire la valuta per stroncare la speculazione, che puntava su un ulteriore caduta dello Yuan; quindi lo ha lasciato indebolire non appena i commenti della Fed hanno lasciato presagire un aumento dei tassi di interesse, e di conseguenza un dollaro forte, come ha fatto notare Zero Hedge:
Pareva proprio che il messaggio della PBOC alla Fed sia stato recepito forte e chiaro. Mettendo in atto la propria volontà di indebolire lo Yuan (implicando se possibile del disordine), la presidente della Fed Janet Yellen ha poi tenuto bassi i tassi (mostrando come le condizioni globali abbiano stroncato l’idea di Goldman Sachs e simili di rafforzare il dollaro), e cosi la Cina ha consentito allo Yuan di invertire il passo. In un doppio colpo per tutti quelli coinvolti, il più grande rafforzamento dello yuan nell’arco di tre giorni dal 2005 ha spinto pure la valuta indietro ai minimi dal 2014, mostrando ancora una volta la loro forza contro gli ignobili speculatori al ribasso.
In breve, la “soluzione immediata” in politica estera di Ignatius ( le guerre del Tesoro Usa contro ogni potenziale antagonista dell’egemonia politica e finanziaria americana) deve fronteggiare una crescente guerra finanziaria “ibrida”, proprio mentre la Nato si lamentava di dover affrontare una guerra convenzionale “ibrida” da parte degli alleati della Russia.
Così la Cina reagisce , mentre gli Usa provano ad estendere la loro influenza, rivendicando il potere di intervento giuridico sulla Banca Centrale cinese, e inserendo in una blacklist le maggiori compagnie di telecomunicazioni cinesi, proibendo così alle aziende statunitensi di fare affari con l’azienda cinese ZTE. Essa ha appena dimostrato con efficacia che le “soluzioni immediate” del Tesoro Usa possono fallire.
Crediamo che questo possa essere il punto centrale di Lew, diretto dove possibile al Congresso, il quale si è realmente appassionato a questa nuova “bomba neutronica” (così come un ex funzionario del Tesoro ha descritto la guerra geo-finanziaria del dipartimento).

Riguardo la Russia è importante quanto segue: Russia e Stati Uniti pare stiano giungendo ad una sorta di “grande accordo” sulla Siria (e possibilmente sull’Ucraina), che implica probabilmente il ritiro delle sanzioni alla Russia da metà del 2016. Ma gli Usa manterranno tuttavia le proprie ( o addirittura ne aggiungeranno di altre, come pensano alcuni nel Congresso).

Così, se la Russia non si illude, come Iran e Cina, della promessa Usa di allentamento delle sanzioni, allora, come sottolinea il giornalista del Keyhan, ne deriverà una reazione adeguata (avversa ndr in orig.).

Effetto boomerang

Ciò che la Fed e Lew sembrano aver capito è che le economie degli Usa e dell’Europa sono ora volatili e vulnerabili al punto che la Cina e la Russia possono, come successo, reagire agli Stati Uniti, specialmente laddove Cina e Russia si coordinano strategicamente. La Yellen ha segnalato nello specifico un “indebolimento della crescita gobale” e “meno fiducia nel processo di normalizzazione” come motivi del ripiegamento della Fed.
Ironicamente, David Ignatius nel suo articolo ha svelato il gioco: Lew non ci va cauto nel dire che gli Usa hanno bisogno di utilizzare i propri strumenti con più prudenza; ma non è così. La sua vera opinione è diversa ed è svelata da Ignatius inavvertitamente:
“Il potere Usa deriva dalla nostra forza militare senza eguali. Ma in un senso più profondo, essa è un prodotto del dominio dell’economia americana. Ogni cosa che espanda l’estensione dei mercati Usa, come il TTIP per esempio, accresce l’arsenale del potere americano. Al contrario, il potere Usa è limitato da quei provvedimenti che dirottano le imprese lontano dal suolo americano, o che consentono ad altre nazioni di costruire un’architettura finanziaria rivale, non gravata da un complesso di sanzioni.”
L’ultimo punto è precisamente quello che spaventa Lew ed Ignatius. I tavoli girano: nei fatti gli Usa e l’Europa possono diventare più vulnerabili alle rappresaglie, ( per esempio l’Europa, a causa delle contro-sanzioni sui prodotti agricoli Europei) di quanto lo siano Cina e Russia nei confronti della guerra unilaterale della Fed e del Tesoro.
Questa è la nuova guerra ibrida, (e non quella classica ma ipotetica che viene dalla Nato). Lew ed Ignatius sanno che è in costruzione un’architettura parallela, e che l’inclinazione del Congresso a nuove sanzioni la sta solo accelerando.
Perché quindi il Tesoro Usa è così zelante nell’indebolire l’efficacia della revoca delle sanzioni decisa dal JCPOA? Probabilmente perché l’Iran ha meno presa sul sistema finanziario globale rispetto a Cina e Russia. Ma forse anche perché le sanzioni all’Iran sono viste (erroneamente) dai leader americani come il coronamento del loro successo geo-finanziario.
Ciò che potrebbe mancare da questa interpretazione arrogante, tuttavia, è la comprensione del fatto che l’esperienza dell’Iran non verrà sprecata da altri, neanche dalla Shangai Cooperation Organization quando si incontrerà nei prossimi meeting su come contrastare le rivoluzioni colorate (con l’Iran che probabilmente diventerà membro effettivo e non più osservatore, entro l’estate).
16.04.2016
Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di VALENTINO FANCELLO

martedì 3 maggio 2016

Il caso Weidmann e gli attacchi all’Italia: le nostre elites(bacate) ora reagiscono capendo che lo scopo è annientarci.

18941Non vinceremo, ci vogliono i capaci (e non i raccomandati e i teleimbonitori) per difendere il Paese

Abbiamo scritto ripetutamente ben spiegando lo scopo dei nostri partners franco-tedeschi in Europa: nelle more della crisi peggiore dal ’29, ben peggiore del ’29 in forza del debito pubblico oggi immensamente più alto, questa Europa conserva la radice dell’infamia che fu alla base della II guerra mondiale quando le truppe tedesche “d’esportazione” (Waffen SS) combattevano per l’Europa, per conquistare assieme l’Europa. E conquistando – per convenienza – anche i cuori dei francesi socialisti inclusi nella “missione europea”, come ben ebbe a spiegare Robert O. Paxton.

La differenza tra paesi periferici e corpo centrale, Francia e Germania in testa, ieri come oggi sta nella relativamente semplice destabilizzazione dei paesi ai margini del continente oltre che nella necessità di impossessarsi degli attivi altrui per sopravvivere quanto più possibile durante questa durissima crisi: lo strumento è mantenere la magia dell’euro, ossia quella moneta a cui avrebbero voluto tendere i nonni dei governanti teutonici attuali con lo scopo, molto moderno, di sfruttare la presenza degli stessi paesi deboli nella moneta unica al fine di indebolirla permettendo alle industrie da esportazione germaniche di far leva su una valuta molto più svalutata di quello che sarebbe il marco tedesco.

Il resto viene di conseguenza.

Oggi l’Europa franco-tedesca ha paura…

…direi anzi terrore di perdere l’euro, una moneta che non ha più senso ormai per il continente ma ne ha moltissimo per alcuni paesi soprattutto germanofoni.

Infatti per qualcuno (a Berlino) lo scopo oggi non è più fare il bene europeo ma, come ha ben spiegato il filo-anglosassone Draghi nel suo ultimo speech ufficiale alla BCE, si tratta invece di fare gli interessi del continente anche sfidando la Germania che vorrebbe decisioni strategiche ed economiche utili esclusivamente a se stessa ed ai suoi sodali. Da qui la necessità di annichilire i soggetti che possono rappresentare una minaccia e l’Italia è decisamente il paese più pericoloso per la creatura franco-tedesca, per un sacco di motivi: il Belpaese è ricco e con un debito pubblico enorme – ossia potrebbe uscire dalla moneta unica pagando il debito estero e parimenti ricattare i poteri centrali facendo leva sul proprio fardello pubblico da riconvertire in nuove lire -, è il paese più candidamente filo anglosassone in Europa, è militarmente parte integrante della difesa USA, ha contatti, relazioni, simpatie, ha una posizione geostrategica eccezionale.

Da qui la spiegazione sulla vessatorietà asimmetrica del piano Verstager e del Balz report [per limitare la detenzione di bond nazionali delle banche locali a danno soprattutto italiano], della legge sul bail in [con salvataggi bancari permessi a mezza Europa in passato ma oggi non a quell’Italia che nel post sub-prime aveva contribuito a salvare i sistemi bancari altrui con decine di miliardi di euro], dell’austerità non solo inutile ma anche dannosa per i periferici, dell’Austria che blocca il Brennero da sud e quindi le merci italiane verso nord [dimenticandosi che da Tarvisio arrivano più rifugiati in direzione Italia di quelli che Vienna lamenta nella direzione opposta]: questi sono tutti esempi/strumenti asimmetrici per fiaccare gli avversari in Europa contrari all’egemonia franco-tedesca.

La fretta di chi guadagna dall’euro

Oggi il problema per i franco-tedeschi interessati con le loro azioni “asimmetriche”, notate bene, a fare il bene delle loro genti a scapito delle altre popolazioni EU sta a Washington: l’amico Obama se ne sta andando e H. Clinton molto probabilmente è già fuori gioco, la morte di Justice A. Scalia non farà altro che rendere i magistrati giudicanti sul caso delle mail da ex Segretario di Stato di H. Clinton assai rigorosi fino a spingersi a considerare la possibilità di una indagine ufficiale dell’FBI anche con una eventuale condanna per spergiuro, pena mediaticamente pesantissima in USA anche se non comminata, soprattutto per un futuro presidente.

Dunque, Weidmann che viene a Roma a criticare ed anzi a minacciare l’Italia** è semplicemente una pedina in questo grande schema, lo scopo è annientare gli avversari di questa Europa a trazione franco-tedesca PRIMA della nuova presidenza USA che se Repubblicana cambierebbe totalmente le carte in tavola.

In tutto questo Roma fortunatamente NON è sola, sta nella stessa barca di Londra interessata non meno dei paesi mediterranei a spezzare il giogo austero targato Germania con supporto francese, da qui il Brexit. Or dunque lato germanico bisogna finalizzare l’attacco prima del Novembre prossimo in un contesto in cui la corrente ministrazione USA pur cooperativa con il dominus EU per la soluzione di problemi economici contingenti NON si vuole sporcare le mani annichilendo quel che resta dell’opposizione europea all’asse – memento, i problemi per la casa automobilistica VW sono stati risolti negli incontri di Hannover della scorsa settimana, saranno multe salate ma non salatissime, si possono ricomprare i bonds e le azioni dell’auto del popolo! –.

FireShot Screen Capture #281 - 'Economia - Draghi_ “La mia nazionalità appassiona solo i media tedeschi” I l'Unità TV' - www_unita_tv_focus_draghi-la-mia-nazionalita-appassiona-solo-i-media-tedeschDa qui Weidmann a Roma per cercare di dinamitare l’opposizione italiana all’austerità ad esclusivo vantaggio franco-tedesco, Weidmann NON invitato dagli italiani ma con un viaggio organizzato dal proprio ambasciatore a Roma, della serie se la cantano e se la suonano.

Da qui le parole di Draghi secondo cui “la mia nazionalità (italiana) appassiona solo i media tedeschi”… In tutto questo vi prego di essere freddi e capire che Weidmann a Roma è più un sintomo di debolezza che di forza, direi anzi di disperazione.

La “recente” reazione delle nostre elites all’attacco tedesco

Le nostre elites – che elites! – dopo aver avallato la defenestrazione di Berlusconi e soprattutto l’ascesa di Monti ad assoluto svantaggio italico, dopo oltre 4 anni si svegliano e scoprono come d’incanto che questa Europa austera non è interessata al bene comune ma nel lungo termine solo ad annichilire il Belpaese per propri interessi asimmetrici, direi anzi per far sopravvivere il benessere selettivo di alcuni paesi dominanti ma strutturalmente nei guai, Francia e Germania in testa, a scapito di altri, meglio se ricchi e presuntuosi.

E quindi le nostre elites hanno finalmente realizzato che anche le loro ricchezze private sono in pericolo!

sole24ore_fate-prestoPrendiamo l’intervento di Roberto Napoletano di ieri sul Il Sole 24 Ore, “Loro e Noi”: giustissimo intervento, peccato che arrivi da un soggetto che ieri avallava il sacco d’Italia figlio del golpe del 2011, un vero golpe, ve lo ricordate l’articolo “Fate Presto” del 10 Novembre 2011? Da rileggere. Le nostre elites prima permettono che ci attacchino e che quasi ci sfondino ed ora che han capito che alla lunga ci perderanno anche loro – privatamente – iniziano a starnazzare… Oche! O meglio, capponi (di Renzo).

Purtroppo non ce la faremo

Per combattere alla pari con coloro che – forti, possenti ed ingombranti – per sopravvivere loro stessi sono necessariamente interessati ad annichilire i paesi periferici soprattutto se ricchi – in particolare l’Italia – bisogna essere preparati, bisogna usare tutte le armi a nostra disposizione. Ossia, i migliori talenti, le forze migliori, le più sane.

Noi invece, le nostre elites, usiamo i soliti raccomandati: dove volete che andiamo con una banda raffazzonata di raccomandati, grembiulini, lacchè, pisciasotto ecc. ecc.?
Andiamo ad esempio a vedere chi ha scritto negli anni gli articoli sulla stampa mainstream contrari all’attacco agli interessi del nostro paese, ad esempio l’attacco alle nostre aziende: l’unico articolo che ho letto, serissimo, concreto, difensivo, anche cattivo quanto necessario è stato quello di Fabrizio Tamburini sul Corriere della Sera contro la vendita degli assets ex Finmeccanica, Avio in particolare*. Peccato che il Tamburini che scrisse detto articolo fu il fondatore di Radio24, bravo, capace e visionario. E defenestrato da R. Napoletano al Sole 24 Ore… Ora capite cose intendevo dire…

Insomma, con questo andazzo dove volete che andiamo? Vedrete che alla prima occasione i moderni collaborazionisti di turno riceveranno un’offerta di lavoro presso qualche impresa magari recentemente acquistata dai francesi o dai tedeschi in Italia e il gioco si chiuderà. Se vogliamo veramente difendere quel che resta dell’interesse nazionale bisogna puntare su forze nuove, integre, capaci, pronte a combattere fino in fondo e soprattutto con esperienza sul campo, gente che conosce gli avversari ed ha voglia di mettere a frutto l’ingegno italico per obiettivi comuni.

FireShot Screen Capture #283 - 'Ranieri, il perdente di successo e le vittorie _one shot_ I Sky Sport' - sport_sky_it_sport_calcio_italiano_2012_03_21_juventus_inter_ranieri_perdente_di_successo_vittorSpero che questo intervento scateni interventi e fin anche reazioni. Come successe prima della sostituzione di Cadorna con Diaz, un comandante figlio di un generale che stava per farci perdere la guerra, con uno capace ma figlio di nessuno che invece ce la fece vincere (o perlomeno non perdere).

E citiamo anche il personaggio del momento, l’allenatore Ranieri del Leicester: quando non vinceva in Italia gli affibbiarono l’etichetta di perdente ed ora che vince vediamo gli ignavi nostrani cercare di sfruttare a nome dell’Italia l’onore ed i risultati di un italiano che semplicemente è dovuto emigrare per dimostrate il proprio valore…
Mitt Dolcino
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domenica 1 maggio 2016

Banca d'Italia, bail-in peserebbe su 10% attività finanziarie



Il bail-in, cioè il contributo dei privati al salvataggio e liquidazione delle banche, colpirebbe poco più del 10% delle attività finanziarie delle famiglie. 

Lo calcola Banca d'Italia nel rapporto sulla stabilità finanziaria. "Si può stimare che il complesso degli investimenti delle famiglie in strumenti, diversi dalle azioni, che potrebbero essere interessati da misure di bail-in in caso di risoluzione rappresenti poco oltre il 10% delle attività finanziarie delle famiglie italiane: le obbligazioni subordinate pesano per meno dell'1%, quelle senior non garantite per il 4,3% e i depositi superiori a 100.000 euro per il 5,6%", si legge nel rapporto.

Naturalmente l'importo totale della ricchezza delle famiglie che potrebbe essere effettivamente coinvolto dipende dalle dimensioni della banca in dissesto, dal valore delle perdite, dall'ammontare di capitale detenuto, dalle necessità di ricapitalizzazione e dalle decisioni dell'autorità di risoluzione, che potrebbe escludere alcune passività in via discrezionale al fine di preservare la stabilità finanziaria.

Bail-in a parte, per Palazzo Koch la redditività delle banche italiane è in aumento, anche se rimane ancora inferiore a quella media delle altre banche europee, così come sta migliorando la situazione legata ai crediti non performanti, elemento che, unito agli strumenti messi in campo dallo Stato per far fronte alle difficoltà degli istituti di credito, sta sostenendo i titoli bancari. 

Il tasso di deterioramento dei prestiti continua a scendere, ha reso noto la Banca centrale, e il flusso di nuove sofferenze dovrebbe ridursi nei prossimi mesi. Inoltre, il tasso di copertura dei crediti deteriorati, pari al 45,4% alla fine del 2015, si dimostra in linea con quello medio delle principali banche europee e le garanzie sui crediti deteriorati sono superiori al valore a cui tali crediti sono iscritti nei bilanci delle banche.

Riguardo ai Npl, via Nazionale ha sottolineato che ulteriori incentivi allo sviluppo del mercato dei crediti deteriorati potranno venire dallo schema di garanzia dello Stato sulle cartolarizzazioni di crediti in sofferenza (Gacs) e dall'attività del fondo Atlante, a patto di superare i divari tra le valutazioni di banche e investitori che continuano a rappresentare un ostacolo allo sviluppo di questo mercato. 

A proposito di Atlante, è stato evidenziato che il mercato ha accolto positivamente il lancio del fondo. Dal 7 aprile, giorno in cui sono state diffuse le prime notizie sulla sua costituzione, al 26 dello stesso mese le quotazioni azionarie delle banche italiane sono aumentate in media del 20% e i premi medi dei credit default swap (Cds) si sono ridotti di circa 50 punti base. 

Sull'andamento in borsa dei titoli delle banche, ha ricordato Banca d'Italia, ha pesato proprio l'elevato ammontare di crediti deteriorati, ereditati dalla lunga recessione, oltre che l'incertezza degli investitori sull'esito di alcune operazioni di rafforzamento del capitale.

Da novembre i corsi azionari degli istituti di credito italiani sono diminuiti del 30% rispetto al 22% delle banche europee, e la loro volatilità è aumentata, con picchi di oltre il 40. I premi sui credit default swap (Cds) sono cresciuti da 170 a 260 punti base, rispetto all'intervallo da 80 a 130 per un campione di grandi banche europee.

Per quanto riguarda, invece, i titoli di Stato, la Banca centrale ha osservato che, con il venir meno delle tensioni sui mercati del debito sovrano e il restringimento del differenziale di rendimento corretto per il rischio tra i prestiti e i titoli, le banche hanno ridotto i titoli pubblici italiani in portafoglio.

Nei dodici mesi terminanti a febbraio i titoli pubblici si sono attestati a 375 miliardi, in calo di 27 miliardi (dal 10,9 al 10,5% del totale delle attività). Come per le altre banche europee, la riduzione degli investimenti si è arrestata nei primi mesi dell'anno in concomitanza con le tensioni sui mercati finanziari. 

Tuttavia, eventuali interventi di modifica sulle regole sul possesso dei bond nei bilanci delle banche dovranno evitare, con un disegno appropriato, ricadute negative sulla stabilità finanziaria. "Presso il comitato di Basilea per la vigilanza bancaria e il comitato economico e finanziario dell'Unione europea", ha ricordato l'Istituto centrale, "è in atto una valutazione della regolamentazione prudenziale sulle esposizioni degli intermediari ai titoli pubblici". 

Intanto sono migliorati anche i rapporti con la clientela dopo che sono rientrate le tensioni sulla raccolta di alcuni intermediari registrate all'inizio dell'anno a seguito della risoluzione della quattro banche avvenuta lo scorso novembre. "Non vi sono stati deflussi di depositi verso l'estero o altre forme di investimento. La liquidità del sistema bancario italiano è adeguata a far fronte a eventuali situazioni di stress. Sono, invece, aumentati i rendimenti delle obbligazioni subordinate, soprattutto per gli intermediari con una quota elevata di crediti deteriorati". 


Banca d'Italia ha quindi spiegato come "il costo medio della raccolta si è ridotto, riflettendo la politica monetaria espansiva. Le nuove operazioni di rifinanziamento annunciate in marzo garantiranno certezza sul costo e sulla disponibilità della raccolta, riducendo i rischi di ripercussioni sfavorevoli in caso di nuove tensioni sui mercati finanziari".

Fonte: qui

giovedì 28 aprile 2016

Il populismo è di moda, ma sappiamo cos'è?

Oggi  “pupulista” è un insulto e lo era spesso anche in passato.   Eppure proprio questa eterogenea matrice ha prodotto l’unica seria opposizione a quegli ideali di “progresso” perseguendo i quali siamo giunti esattamente dove siamo oggi.
Con questo non intendo certo idealizzare la tradizione.   Chi ha vissuto in un paese ancora 40 o 50 anni fa, ha un’idea di quando schiacciante può essere quella “common decency” tanto cara ad Orwell.   Tengo però a far presente è che il populismo odierno ha ben poco in comune con quello del passato.   In particolare per la passione che i movimenti populisti odierni hanno per i capi autoritari, le fantasie nazionaliste e l’ assistenzialismo di stato.   Tutti elementi che i populisti del passato disprezzavano profondamente.

Una differenza che probabilmente dipende dal fatto che i movimenti populisti del passato sorsero ed insorsero in difesa di una tradizione popolare all'epoca ben viva e profondamente radicata.   Una tradizione che la trasformazione dei contadini ed degli artigiani prima in proletari e poi in consumatori ha distrutto.   Della radice antica ed identitaria della gente comune rimane oggi solo un sentimento vago e rabbioso, su cui fanno leva gli "arruffapopolo" di professione. 


Il populismo ieri.


A scuola, sembra che il storia del pensiero politico moderno si riassuma nello scontro fra due grandi scuole: quella liberal-capitalista e quella socialista che né è uscita sconfitta.   La realtà è, come sempre, parecchio più complicata.
Tanto per cominciare, le due citate scuole di pensiero non erano poi così antitetiche.   Condividevano infatti una comune ideologia di fondo: il progresso inteso come inarrestabile processo di miglioramento della condizione umana.   Del resto, entrambe si rivendicavano legittime eredi dell’Illuminismo, visto come la grande rottura fra un “prima” fatto di miseria morale e materiale, oscurantismo, persecuzione e quant'altro.   Ed un “dopo” proiettato in un futuro radioso.   Un concetto nato e maturato nei circoli aristocratici e finanziari del XVIII° secolo che erano quanto di meno "popolare" si potesse immaginare.
Dunque lo scontro fra le due scuole, non di rado sanguinoso, fu sostanzialmente su quali fossero i mezzi più efficaci per raggiungere lo scopo condiviso.   Se mediante un’accumulazione di capitale privato oppure di capitale statale, se tramite una liberalizzazione delle attività economiche, oppure una pianificazione delle medesime, eccetera.   Ma per entrambe contrastare il progresso era affare di aristocratici parassiti, nostalgici, romantici perdigiorno, retrogradi, corporazioni oscurantiste, borghesi bigotti, masse abbrutite dall'ignoranza o nemici del popolo, secondo il caso.
In una serie di post pubblicati su “Effetto Risorse” (qui, e qui) ho cercato di tracciare l’origine di questa singolare visione del mondo.   Qui vorrei accennare invece a quelle “forze oscure della reazione in agguato” che le si opposero.
Secondo la vulgata, in prima fila ci sarebbe stata l’aristocrazia molle e parassita dell’”Ancien régime”, retaggio di un mondo feudale sinonimo di ogni orrore.   Solo che, sorpresa, nel '700 l’Ancien Régime era quanto mai moderno.   Ed era nato proprio dallo sforzo di molti stati di chiudere definitivamente i conti con gli ultimi strascichi di una tradizione feudale oramai decotta.   

La modernità, teorizzata e caldeggiata dai progressisti, nella seconda metà del XVIII secolo erano gli stati nazionali retti da autocrati “illuminati”.   Vale a dire promotori a tempo pieno di quella rivoluzione industriale che cominciava a delinearsi.   Del resto, le grandi famiglie dell’epoca erano composte perlopiù da banchieri, industriali ed alti funzionari.   Le proprietà terriere ed i castelli in qualche caso erano una pittoresca eredità; in altri un acquisto recente destinato a dare lustro a nomi e cognomi privi di storia.
Chi, invece, si oppose fieramente, da subito e per oltre un secolo alla visione progressista del mondo fu un’eterogenea accozzaglia di movimenti in cui confluirono e defluirono personaggi molto diversi.   Anche un certo numero di latifondisti ed intellettuali certo, ma principalmente artigiani, operai e contadini proprietari della terra.   Ivi compresa parte della piccola aristocrazia di campagna, marginalizzata ed impoverita dallo sviluppo dell’industria e della finanza.
rivolte luddiste
Uno dei primi e più famosi di questi movimenti fu quello dei “Luddisti” che sfociò in vere e proprie sommosse represse nel sangue.   Lo scopo che animava questi ribelli era soprattutto la salvaguardia della dignità del lavoro artigianale e manuale.   La meccanizzazione e la specializzazione dei ruoli in fabbrica erano visti infatti come degradanti per i lavoratori.   Ma ancor più era avversata l’istituzione del lavoro dipendente salariato.
Oggi che sempre più gente anela ad un salario che non può avere sembra incredibile.   Ma fin’oltre la metà del XIX secolo l’imposizione del regime salariale era visto da molti dei diretti interessati come una vera e propria forma di schiavitù.
Solo in alcuni casi da questi movimenti nacquero dei veri partiti, come il People’s Party in USA ed il Narodničestvo in Russia, spesso confusi con partiti di matrice socialista.   Ma al contrario dei marxisti, i populisti vedevano nella grande industria, nella meccanizzazione ed elettrificazione nient’altro che potenti mezzi per meglio proletarizzare e sfruttare i lavoratori.
Come fondamento dell’edificio sociale proponevano non già la dittatura del proletariato od il benessere, bensì quell'insieme di valori e comportamenti radicati nella tradizione popolare che davano identità, struttura sociale e resilienza alle classi lavoratrici.  Difendevano quindi la piccola proprietà privata e gli antichi diritti d’uso civico.   Avversavano invece i monopoli ed il latifondo, tanto quanto la statalizzazione dei mezzi di produzione.  In alternativa, tentarono di costituire cooperative che quasi sempre fallirono perché avversate sia dai liberali che dai socialisti, sia pure per opposte ragioni.  Rifiutavano l’ingerenza nelle loro faccende tanto dello stato, quanto dei sindacati di partito.   Preferivano invece organizzarsi autonomamente in strutture di remota tradizione e spesso divenute illegali come le ghilde, le confraternite e le società di mutuo soccorso.
Stalin
Sicuramente il più tragico evento legato a questa tradizione fu l’Holomodor (dai 3 ai 9 milioni di morti secondo le stime) con cui tra il 1932 ed 1933 Stalin chiuse definitivamente la partita con la pretesa dei contadini ucraini di rimanere economicamente autonomi.

Il populismo domani?


Nei due secoli che hanno preceduto la totale egemonia dell’ideologia progressista ci furono anche altri ed importanti movimenti politici, basti citare gli anarchici ed i monarchici, su barricate opposte.   Qui ho voluto rievocare fugacemente il populismo delle origini perché tutti noi stiamo scivolando giù per la china del “dirupo di Seneca” senza reagire.  Le ragioni sono molte e una fra queste penso sia una terribile carenza di idee politiche. Forse conoscere meglio il passato potrebbe stimolare la nostra creatività.  Purtroppo, il fallimento dei sistemi socialisti è stato erroneamente interpretato come la dimostrazione della giustezza del sistema capitalista.
Perfino il movimento ambientalista, che avrebbe potuto rappresentare la vera novità politica del XX secolo, si è dissolto nella matrice progressista, disgregato in un ala filo socialista (maggioritaria in Europa occidentale) ed una filo-liberale (maggioritaria in Europa orientale). E man mano che diventa evidente che anche il capitalismo ha fallito e con lui il progressismo tutto, ci troviamo nel vuoto completo.
E dal vuoto, come diceva Gramsci, nascono i mostri.

Fonte: qui

martedì 26 aprile 2016

Il sistema di difesa aerea S-400: arma fondamentale per la deterrenza russa

1020483972L’S-400 Trjumf è un sistema di difesa aerea ed antimissile di teatro di nuova generazione sviluppato dal Central Design Bureau russo Almaz-Antej. Lo scorso dicembre, il Trjumf fu schierato nella base aerea di Humaymim presso la città portuale di Lataqia per proteggere le Forze Aerospaziali russe che operano in Siria. Lo schieramento avveniva in risposta all’abbattimento di un aviogetto Su-24 russo da parte della Turchia.
Da Lataqia, i missili superficie-aria S-400 potrebbero colpire obiettivi su gran parte di Israele, Mar Mediterraneo orientale e Turchia, oltre il confine della Siria. Il sistema è attualmente schierato in molti distretti militari russi, tra cui Kaliningrad.

L’S-400 (denominazione NATO SA-21 Growler) è l’aggiornamento dell’S-300PMU. Il sistema è stato ufficialmente adottato nel 2007. Il Trjumf integra sistemi radar multifunzionali, da rilevamento autonomo e di puntamento, missili antiaerei, veicoli lanciatori e veicoli di comando e controllo. Può sparare tre tipi di missili (con due versioni del missile 9M) coprendo l’intero inviluppo di volo. I missili hanno le seguenti gittate operative: 400 km (40N6), 250 km (48N6), 120 km (9M96E2) e 40 km (9M96E). Il sistema può affrontare tutti i tipi di bersagli aerei tra cui aerei, velivoli senza equipaggio, missili balistici (fino a 3500 km) e missili da crociera a 400 km di distanza, in volo a quote fino a 30 km con velocità massima di 4800 metri al secondo. Un test riuscito a 400 km di distanza fu effettuato nell’aprile 2015.

Anche aerei stealth come F-22 Raptor, F-35 e B-2 Spirit degli Stati Uniti possono essere affrontati se ci saranno abbastanza batterie S-400 nell’ambito della rete di difesa aerea integrata. La distanza di rilevamento del bersaglio è di 600 km. Il sistema di rilevamento radar panoramico (91N6E) è protetto dai disturbi. L’S-400 può seguire 300 obiettivi contemporaneamente e agganciarne 36, utilizzando un radar a scansione elettronica attiva. La velocità radiale massima, in tutti i casi, è di 4,8 km al secondo (17000 km/h; Mach 14). Il tempo di risposta del sistema è inferiore ai 10 secondi. Il sistema di comando e controllo 55K6E dell’S-400 Trjumf è montato sul veicolo di comando mobile Ural-532301.

Il posto di comando è dotato di consolle con display a cristalli liquidi per elaborare i dati della sorveglianza dello spazio aereo di ogni singola batteria, controllando e monitorando i radar di sorveglianza a lungo raggio, tracciando e scegliendo le prime minacce aeree, coordinando le operazioni tra le altre batterie. L’intero sistema è gestito automaticamente (tra tutti i battaglioni e le risorse esterne anche passive). La distanza massima tra il centro di comando 98ZH6E e il battaglione, utilizzando ritrasmettitori, è di 100 km.

Possono anche essere integrati nelle unità di difesa aerea esistenti e future di altre armi, come la Marina. E’ particolarmente importante per coordinare le attività con le navi da guerra russe ancorate a Tartus, in Siria.

Il sistema di difesa aerea S-400 si distingue per la mobilità. Il sistema può muoversi su strada (60 km/h) e fuori strada a 25 km/h. Può prendere posizione di combattimento in qualsiasi momento entro 5 minuti.

Se saranno su ogni pollice quadrato del Paese, allora non importa ciò che invieranno, sarà affrontato”, ha detto un alto ufficiale dell’Aeronautica dalla vasta esperienza con gli stealth.
Il 1° marzo 2016, il comandante della 14.ma Armata Aerea e di Difesa Aerea Generale Vladimir Korytkov, dichiarava che sei unità S-400 erano state dispiegate nella regione di Novosibirsk. Dalla fine del 2015, undici reggimenti missilistici russi (un reggimento comprende 64 lanciatori) erano dotati di S-400, ed entro la fine del 2016 il loro numero aumenterà a sedici.
L’S-400 gode di grande successo sui mercati esteri. L’India dovrebbe comprare cinque sistemi S-400. Nuova Delhi è il secondo cliente estero del potente sistema missilistico dopo Pechino, che compra sei batterie di S-400. Le consegne dei sistemi di difesa aerea S-400 verso la Cina, col presente contratto, inizierebbero nel primo trimestre del 2017.
L’elenco dei potenziali operatori comprende Armenia, Bielorussia, Egitto, Iran, Kazakhstan, Arabia Saudita e Vietnam. “In poche parole, di tutte le minacce terra-aria affrontate dalla coalizione delle forze aeree sulla Siria, il SAM russo S-400, noto come ‘Trjumf’, e meglio conosciuto nella NATO come SA-21 “Growler”, è il sistema missilistico a lungo raggio di difesa aerea più potente e letale del pianeta”, scriveva Scott Wolf, pilota esperto, ottimo autore, editore e redattore di FighterSweep.
La prestazione eccezionale rende l’S-400 un sistema d’arma molto potente e preciso che può mutare l’equilibrio di potere in qualsiasi teatro di guerra. Non serve essere un esperto militare per sapere che le operazioni militari a terra, in mare e aria sono impossibili senza il controllo dei cieli. Questo è il singolo fattore più importante che decide l’esito di una guerra moderna. Come il Maresciallo Bernard L. Montgomery disse, “Se perdiamo la guerra in aria, la perderemo e in fretta”.
Difficilmente sarà messo in dubbio il fatto che oggi la Russia sia leader mondiale nello sviluppo e nella produzione di sistemi di difesa aerea. Ha una tecnologia unica e le competenze per garantirsi la posizione di leader e avere grandi prospettive. La potenza della difesa aerea russa nega la superiorità aerea a un potenziale nemico. È lo scudo affidabile che protegge il Paese e funge da deterrente contro un’aggressione. La tecnologia superiore offre anche accordi lucrosi con Paesi pronti ad acquistare il meglio che il mondo ha da offrire.
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Le ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.
Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 20/04/2016
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

sabato 23 aprile 2016

Banche: Unimpresa, 70% sofferenze legate a grandi prestiti non rimborsati

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23 gennaio 2016
l rapporto dell’associazione sui 201,1 miliardi di finanziamenti non ripagati. Ad appena il 2,63% dei clienti (32.608 soggetti, sia imprese sia famiglie, su un totale di 1.240.410 clienti problematici) è riconducibile il 70,35% delle sofferenze bancarie (141,4 miliardi); 25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di soli 579 soggetti, lo 0,05% del totale; sul 97% dei clienti (più di 1,2 milioni di soggetti), che hanno prestiti da 250 euro a 500.000 euro, pesa solo il 29% delle sofferenze (59,6 miliardi).

Longobardi: “Problema delle sofferenze da risolvere subito anche se ora emergono gli errori degli istituti che per anni hanno prestato denaro con criteri evidentemente sballati”

Le sofferenze delle banche sono legate ai grandi prestiti non rimborsati: il 70% dei finanziamenti non ripagati da famiglie e imprese si riferisce, infatti, a crediti superiori a 500.000 euro.

Sul totale delle sofferenze pari a 201,1 miliardi di euro, 141,4 miliardi sono relativi a finanziamenti oltre il mezzo milione di euro erogati ad appena 32.608 soggetti, il 2,63% dei clienti “problematici” degli istituti;

25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di soli 579 soggetti, lo 0,05% del totale.

Lo rileva il rapporto del Centro studi di Unimpresa “Sofferenze bancarie divise per dimensione dei prestiti” secondo il quale sul 97% dei clienti (più di 1 milione di soggetti), che hanno prestiti da 250 euro a 500.000 euro, pesa solo il 29% delle sofferenze (52 miliardi).
Secondo l’analisi dell’associazione, basata su dati della Banca d’Italia aggiornati a novembre 2015, il 70,35% delle sofferenze delle banche, cioè 141,4 miliardi su 201,1 miliardi complessivi, è relativo a finanziamenti superiori a 500.000 euro. Ad appena il 2,63% dei clienti (32.608 soggetti, sia imprese sia famiglie, su un totale di 1.240.410 clienti problematici) è riconducibile il 70,35% delle sofferenze bancarie (141,4 miliardi). Nel dettaglio, 17,1 miliardi di sofferenze (8,45%) si riferiscono a finanziamenti da 500.000 euro a 1 milione, erogati a 25.973 soggetti (2,09%); 27,7 miliardi (13,83%) si riferiscono a prestiti da 1 milione fino a 2,5 milioni, concessi a 19.274 clienti (1,55%); 23,8 miliardi (11,84%) sono relativi a crediti da 2,5 milioni a 5 milioni, erogati a 7.386 clienti (0,60%); 47,2 miliardi (23,48%) si riferisce a finanziamenti da 5 milioni a 25 milioni, concessi a 5.369 soggetti (0,43%); 25,5 miliardi (12,72%) è legato a prestiti superiori a 25 milioni erogati a 579 clienti (0,05%).
Meno di un terzo delle sofferenze (29,65%), cioè 59,6 miliardi, è invece legato a finanziamenti di importo minore che vanno da 250 euro a 500.000 euro, concessi a una platea molto vasta di clienti ora in difficoltà, pari a 1.207.802 soggetti (il 97,37% del totale). Nel dettaglio, 6,5 miliardi di sofferenze (3,23%) si riferisce a finanziamenti da 250 euro a 30.000 euro erogati a 758.664 clienti (61,19%); 7,8 miliardi (3,90%) sono relativi a prestiti da 30.000 euro a 75.000 euro concessi a 161.641 soggetti (13,03%); 9,1 miliardi (4,50%) è relativo a crediti da 75.000 euro a 125.000 euro erogati a 93.168 clienti (7,51%); 20,2 miliardi (10,’8%) si riferisce a finanziamenti da 125.000 euro a 250.000 euro concessi a 119.504 soggetti (9,63%); 15,9 miliardi è legato a crediti da 250.000 euro a 500.000 euro erogati a 48.552 clienti (3,91%).
Fonte: qui

venerdì 22 aprile 2016

ANAC - UN VERO E PROPRIO BLUFF IL NUOVO CODICE DEGLI APPALTI VARATO DA RENZI

renzi-cantone-656055-tn-747095L’ ANAC DI CANTONE INTERVERRA’ SOLO SULLE GARE SUPERIORI AI 5,2 MILIONI DI EURO

Tema delicatissimo quello degli appalti pubblici, vera e propria mangiatoia per i politici(e i dirigenti!).

La regola del massimo ribasso (con successive varianti) resta per l’81% delle gare, mentre l’ Anac avrà voce in capitolo solo sul 5% dei bandi

Sergio Rizzo per il “Corriere della Sera
RENZI CANTONE
RENZI CANTONE
«Il massimo ribasso è morto, viva il massimo ribasso!». Avrebbero potuto annunciare così, venerdì scorso, il nuovo codice degli appalti.

Una riforma che avrebbe dovuto rendere più agevole e trasparente la strada delle opere pubbliche, e soprattutto stroncare la corruzione. Dove invece non mancano sorprese: nella migliore tradizione di una politica per cui il confine fra gli interessi della collettività e quelli delle lobby è sempre impalpabile.

I pilastri della rivoluzione dovevano essere solidi e qualificanti. Due, sopra tutti. Il primo: la fine della regola del massimo ribasso. Si tratta del meccanismo per cui le gare vengono assegnate a chi offre il prezzo minore, salvo poi consentire all’impresa di recuperare con lauti interessi grazie a varianti sempre generosamente concesse da compiacenti stazioni appaltanti. Ragion per cui è considerato uno dei principali incubatori della corruzione.
Ecco allora la promessa: non più gare aggiudicate al prezzo minore bensì con la valutazione dell’offerta più vantaggiosa sotto vari aspetti. Una rivoluzione epocale capace di mettere in ginocchio un sistema collaudato da decenni. E i gruppi di pressione si sono subito messi all’opera.
Il braccio di ferro sulla soglia minima dell’importo da cui partire per applicare il nuovo metodo si è rivelato inevitabile, non appena la bozza del codice degli appalti scritta dal governo in base alla legge delega è sbarcato in Parlamento per il parere.
Non soltanto con le imprese e i burocrati degli uffici legislativi, ma pure con le Regioni guidate dal presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, e con l’Anci di Piero Fassino: entrambi esponenti del Partito democratico.
In quindici mesi i due relatori (Stefano Esposito e Raffaella Mariani, entrambi del Pd) hanno cercato di sanare le magagne ed eliminare le pillole avvelenate. Si erano guadagnati anche l’approvazione del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, il quale considerava il parere parlamentare un ottimo risultato.
Avevano proposto 150 mila euro come soglia oltre la quale il massimo ribasso doveva essere bandito. E non era stato facile. L’Ance, l’associazione dei costruttori edili presieduta da Claudio De Albertis, chiedeva, all’unisono con la Conferenza Stato-Regioni, di alzare il tetto a due milioni e mezzo.

Sia pure con l’esclusione automatica delle cosiddette «offerte anomale».

Per i due relatori è finita con una mezza Caporetto. Il testo finale varato dal Consiglio dei ministri venerdì 16 aprile non ha tenuto in alcun conto su questo punto, uno dei più delicati, il parere delle Camere. E non ha avuto successo neppure la mediazione del ministero delle Infrastrutture, che puntava su una soglia di 500 mila euro.

Dunque il massimo ribasso, in una forma di fatto identica, sopravviverà pure con il nuovo codice per le gare fino a un milione di euro. Che sono l’81 per cento del totale.

Il secondo pilastro era il coinvolgimento dell’Anticorruzione. La scelta dei commissari di gara sarebbe stata affidata a Cantone, che li avrebbe sorteggiati da un apposito elenco. Questo per evitare qualunque rischio insito nella nomina delle commissioni aggiudicatrici da parte delle amministrazioni locali. Le quali non hanno fatto salti di gioia all’idea di perdere tutto quel potere. E hanno lavorato in profondità. Con successo.

Così i commissari dell’Anac avranno voce in capitolo solo a partire da gare di importo superiore a 5,2 milioni.

Il che equivale a dire che il 95 per cento degli appalti verrà assegnato esattamente come prima.

L’argomentazione che ha convinto il governo?

Regioni e Comuni sostenevano che con i commissari Anac si spendeva troppo: evidentemente scordando che oggi la corruzione fa lievitare del 40 per cento il costo delle opere pubbliche in Italia.

Lo dice una stima del fu governo di Mario Monti. E Renzi, che ha definito il nuovo codice «una riforma strutturale con regole semplici e meno astruse che chiude le strade alla corruzione», se la ricorda?
Fonte: qui