9 dicembre forconi: rivoluzioni colorate
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martedì 31 gennaio 2017

Soros è alle corde

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Attenzione alle idi di marzo

La diffusione dei dati di Soros giunge in un momento particolarmente delicato per la politica olandese. Il governo di centro-destra del primo ministro Mark Rutte è alle corde nel tentativo di respingere, con un’elezione programmata il 15 marzo, la seria sfida del partito nazionalista per la libertà (PVV) della destra anti-migranti del leader anti-Unione europea Geert Wilders. Alleato di Donald Trump, Wilders rischia di fare il pieno grazie a Soros, campione delle frontiere aperte dell’Europa e delle migrazioni di massa, che scommette contro le banche olandesi. Le idi di marzo guardano con favore alla vittoria di Wilders, un evento che batterà un altro chiodo nella bara dell’Unione europea e nel sogno di Soros su migrazioni di massa e frontiere aperte.

I Paesi Bassi non sono particolarmente amichevoli verso Soros e i suoi obiettivi. Nel novembre 2016, Open Society Foundations e due gruppi finanziati da Soros, la Rete europea contro il razzismo e Gender Concerns International, pubblicizzavano l’assunzione di giovani “di età compresa tra 17-26” immigrati musulmani o figli e nipoti di immigrati musulmani, per fare campagna contro i partiti di Wilders e Rutte. 
Il primo ministro Rutte ha recentemente avvertito i migranti che si rifiutano di assimilarsi nella società olandese. Naturalmente, Rutte non si riferiva alle migliaia di migranti dalle ex-colonie delle Indie orientali e occidentali olandesi, che non avevano alcun problema ad adottare cultura, religione e costumi sociali olandesi. Rutte, che ha affronta un vantaggio di 9 punti del PVV di Wilders, ha avuto parole dure verso i migranti musulmani. In un’intervista ad “Algemeen Dagblad”, Rutte, in quello che avrebbe potuto essere un intervento di Wilders, ha dichiarato: “Dico a tutti. Se non vi piace qui, questo Paese, andatevene! Questa è la scelta che avete. Se si vive in un Paese in cui i modi di trattare il prossimo v’infastidiscono, potete andarvene. Non è necessario rimanere”. Rutte ha espresso in particolare disprezzo per chi “non vuole adattarsi… chi attacca omosessuali, donne in minigonna o definisce i comuni cittadini olandesi razzisti”. Rutte ha lasciato pochi dubbi a chi si riferisse, ai migranti musulmani appena arrivati, “Ci sono sempre state persone propense a un comportamento deviante. Ma qualcosa è accaduto l’ultimo anno, a cui noi, come società, dovremmo rispondere. Con l’arrivo di grandi masse di rifugiati, la domanda sorge spontanea: i Paesi Bassi resteranno Paesi Bassi”? 
Venendo da un noto euro-atlantista sostenitore di NATO, UE e Banca Mondiale, le parole di Rutte sui migranti avranno scioccato Soros e i suoi servi.
La rivelazione della manipolazione finanziaria di Soros dell’economia olandese sicuramente farà infuriare i cittadini olandesi già stanchi di migranti e diktat dall’Unione Europea. Nell’aprile 2016, i cittadini olandesi respinsero con nettezza il trattato UE-Ucraina che invocava legami più stretti tra UE e il regime di Kiev. Il risultato fece infuriare Soros, uno dei principali burattinai del regime di Kiev.
Il “Babbo Natale” delle ONG troverà molte porte chiuse
L’Europa una volta elogiava Soros come sorta di benevolo “Babbo Natale” che distribuiva milioni per “buone azioni” ai sostenitori del governo mondiale e di altri utopisti dagli occhi sbrilluccicanti. Tuttavia, la patina di Soros va esaurendosi. La Russia fu la prima a cacciare Soros per le interferenze nella politica russa. Il piano di Soros per destabilizzare la Russia, soprannominato “Progetto Russia” di Open Society Institute e Fondazione di Soros, prevedeva lo scoppio di una “Majdan al quadrato” nelle città della Russia. Nel novembre 2015, l’ufficio del procuratore generale russo annunciò il divieto delle attività di Open Society Institute e Istituto di assistenza della Fondazione Open Society, per minaccia all’ordine costituzionale e alla sicurezza nazionale della Russia.

Il Primo Ministro ungherese Viktor Orban guida ora l’ondata anti-Soros in Europa. L’ottica di Orban, divenuto il primo leader dell’Unione europea ad opporsi alle operazioni di destabilizzazione di Soros, di origine ungherese, non è sfuggita ad altri leader europei, come in Polonia e Repubblica Ceca. Orban ha accusato Soros di essere la mente dell’invasione dei migranti dell’Europa. In rappresaglia a queste e altre mosse di Soros, Orban avvertiva che le varie organizzazioni non governative (ONG) sostenute da Soros rischiano l’espulsione dall’Europa.

Orban è stato affiancato nello sfogo di rabbia su Soros dall’ex-primo ministro macedone Nikola Gruevskij, dimissionario e costretto alle elezioni anticipate dalle manifestazioni ispirate da Soros nel suo Paese nel pieno del massiccio afflusso di migranti musulmani dalla Grecia. Facendo riferimento alle operazioni politiche globali di Soros, l’ex-primo ministro macedone ha detto in un’intervista, “non lo fa solo in Macedonia, ma nei Balcani, in tutta l’Europa orientale, ed ora, ultimamente, negli Stati Uniti. Inoltre, da ciò che ho letto, in alcuni Paesi lo fa per ragioni materiali e finanziarie, per guadagnare molti soldi, mentre in altri per motivi ideologici”.

In Polonia, dove Soros fu molto influente, una parlamentare del Partito della Giustizia (PiS) di destra al governo, Krystyna Pawłowicz, ha recentemente chiesto che Soros sia privato della massima onorificenza della Polonia per gli stranieri, Comandante dell’ordine della Stella al Merito della Repubblica di Polonia. Pawłowicz considera le operazioni di Soros in Polonia illegali e ritiene inoltre che le organizzazioni di Soros “finanzino elementi antidemocratici e anti-polacchi per combattere la sovranità polacca e la locale cultura cristiana.

Il presidente ceco Milos Zeman ha detto, in un’intervista del 2016, “alcune sue attività (di Soros) sono almeno sospette e sorprendentemente ricordano le interferenze estere negli affari interni del Paese. L’organizzazione di ciò che sono note come rivoluzioni colorate nei singoli Paesi è un hobby interessante, ma crea più danni che benefici ai Paesi interessati.

Zeman sosteneva che Soros progetta una rivoluzione colorata nella Repubblica Ceca.
Aivars Lemberg, sindaco di Ventspils in Lettonia e leader dell’Unione dei verdi e dei contadini, vuole che Soros e le sue ONG siano vietate in Lettonia. Lemberg sostiene che due pubblicazioni di Soros in Lettonia, Delna e Providus, fanno propaganda a favore dell’accoglienza in Lettonia dei migranti musulmani. Lemberg vede i migranti e il loro sostegno di Soros come un pericolo per la sicurezza dello Stato lettone.
Il sindaco ritiene che “George Soros va bandito dalla Lettonia. Gli va vietato l’ingresso nel Paese”.

Nella vicina Lituania, il partito laburista ha anche messo in dubbio le attività di Soros.
Il partito e i suoi alleati parlamentari hanno chiesto ai servizi di sicurezza della Lituania d’indagare su “schemi finanziari e reti” di Soros per via della minaccia che rappresentano per la sicurezza nazionale. I partiti lituani sostengono che i gruppi di Soros sono specializzati “non a consolidare, ma a dividere la società”.

Non è più facile essere un multimiliardario intrigante che rovescia i governi con lo schiocco delle dita. Soros non solo s’è alienato il Presidente della Russia e la Prima Ministra del Regno Unito, ma ora anche il Presidente degli Stati Uniti. Soros è anche il nemico numero uno dei leader della Cina. Con tale varietà di nemici, Soros è dubbio abbia altri successi politici come in Ucraina o Georgia. Con tutti i suoi miliardi, Soros ora comanda solo un’ “esercito di bambole di carta”.
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Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 29/01/2017
La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

domenica 26 giugno 2016

Brexit: l’Europa cade nel baratro


– Si tratta della rinascita dello sciovinismo inglese o solo dei vari problemi apparsi negli ultimi tempi?


D: Il Regno Unito non ha né le risorse, né la voglia, né la possibilità di giocare un vero ruolo importante. Il centro della civiltà occidentale è passato negli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale.

Quello che si vide in Europa negli anni ’70-’80, quando iniziò il processo di unificazione europea, non era la volontà europea ma della civiltà atlantica incentrata negli Stati Uniti.

Gli statunitensi decisero di porre l’Unione europea sotto controllo ed oggi, infatti, la respingono.

E il Regno Unito è il polo più filo-statunitense nell’UE. Se il Regno Unito non sarà più nell’UE, non sarà necessaria l’Unione europea continentale franco-tedesca.

– E’ l’appello della Gran Bretagna a Unione europea e USA a voler seguire tali regole?


D: Le regole del mondo globale non possono essere violate da alcuno Stato sovrano, in particolare dal Regno Unito che non è più una grande potenza. In realtà, il controllo mondiale appartiene solo agli Stati Uniti. Il Regno Unito non sarà soddisfatto di certe cose, si tratta di atti propri, di un diritto sovrano.

Ma se l’élite globale ha reso possibile la Brexit, significa che domani potrebbe vedere Francia, Germania o Italia ritirarsi dall’UE…

Non credo che sia possibile tornare agli Stati nazionali, come l’Europa del sistema di Westfalia. Si parla di qualcos’altro.

Nessuno consentirà che l’Europa torni nelle stesse condizioni precedenti l’avvio del processo d’integrazione.

Penso che vedremo ulteriori processi molto inquietanti in Europa, una vera e propria guerra civile.

Se gli inglesi sono fuori dall’UE, non lo sono dalla crisi politica migratoria che continuerà ad aggredire, e neanche dai valori ultraliberali. A mio parere, gli inglesi non hanno subito molto l’Europa. Sì, non gli piacciono certe cose. In effetti, l’Unione europea senza Regno Unito è un’Unione europea diversa. Se dovesse restare senza di essa, se cominciasse a volgersi verso i veri interessi europei continentali, avrebbe una possibilità. Ma semplicemente ciò non accadrà.

– E’ d’accordo che l’Italia, per esempio, non sia pronta a tali eventi?

D: Se lo si chiedesse oggi agli italiani, naturalmente, se ne andrebbero. E sappiamo che Lega Nord e Movimento Cinque Stelle lo chiedono.

Va affrontata la verità: l’Unione europea va a pezzi; è la fine della Torre di Babele basata su geopolitica atlantica e sistema di valori liberali.

Va notato quando si dovesse tenere un referendum. Se si dà alla gente troppo potere, voterà ciò che vuole. Così gli inglesi hanno potuto tenere questo referendum e andarsene. Se ora i cittadini europei avessero tale opportunità e italiani, tedeschi, francesi votassero per il ritiro dall’Unione europea, credo che avverrebbe il giorno dopo.

– A proposito del referendum in Scozia di due anni fa, si votò contro l’uscita dal Regno Unito, e la sua leadership fa capire chiaramente che un nuovo referendum per l’indipendenza non è lontano. È possibile?

D: Gli scozzesi hanno una certa ansia verso gli inglesi. Hanno subito molto il razzismo inglese, così come gli altri celti, gli irlandesi, che attualmente parlano di unificazione. Non ci sarà il ritorno al nazionalismo inglese. Gli scozzesi sono a favore dell’Europa come difesa contro gli inglesi, che infastidirono il mondo con la loro politica imperiale. La Gran Bretagna non solo lascia l’Unione europea, ma scompare dalla storia. Ma il Regno Unito, il destino di Cameron, il destino della Scozia e dell’Irlanda unita non sono la cosa più importante. Vediamo la fine dell’Europa, qualcosa che Spengler e i nostri slavofili predissero.

L’Europa cade nel baratro per via della propria ideologia ultra-liberista e penso che la via morbida per uscire da tale situazione, sciogliere l’Unione europea, non funzionerà.

– La gente vede crollare tutto ma ancora biasima la Russia: ancora una volta vediamo chi ne sia responsabile.

D: E’ una vera sorpresa, ma hanno ragione, mentre c’è la Brexit a Tashkent si crea il centro alternativo della civiltà multipolare, la SCO. Si tratta di più della metà del mondo, della stragrande maggioranza della popolazione e delle potenze nucleari. India e Pakistan aderiscono alla SCO e l’Iran ha parzialmente accettato di farne parte. Cosa accade oggi: Brexit e SCO, che diventa una forza importante, sono spostamenti del centro di civiltà; il centro dell’ordine mondiale è totalmente nell’altra metà del mondo. È il passaggio da occidente al mondo eurasiatico. Infatti è la nostra celebrazione.

I fondatori dell’Eurasiatismo dissero: “L’occidente e il resto”. La Brexit è il crollo dell’occidente e una vittoria per l’umanità che si oppone all’occidente e cerca la sua strada. E il fiore all’occhiello del genere umano è la SCO, la Russia, l’attuale libera sovrana multipolare Russia guidata da Putin e da chi è nel club eurasiatico. La gente comune comprende correttamente tutto.

Non possono spiegarlo ma credo che ci sia qualche profonda asimmetria tra le élite politiche e gli interessi dei popoli nel mondo.

Le élite impongono il loro ordine del giorno e i popoli vogliono qualcosa di completamente diverso.

Il popolo intuitivamente capisce che oggi il Regno Unito s’è liberato dal diktat dell’Unione Europea, di Bruxelles, e domani altri Paesi europei seguiranno la sua strada, e non è lontano il giorno in cui i popoli seguiranno il proprio destino.

– C’è un proverbio: non c’è ‘Unione europea senza Gran Bretagna, come non c’è NATO senza la Germania. Vero?


D: La Germania è un caso molto più complesso, ha meno libertà democratiche e vi è maggiore influenza politica statunitense. E se il Regno Unito è alleato volontario degli Stati Uniti, la Germania fu costretta a diventarlo, quindi è pericoloso parlare del suo ritiro dall’UE. Tuttavia, ora vi sono diversi politici molto popolari e che lo saranno ancor più. Si tratta di Alternativa per la Germania, e Frauke Petry. leader del partito, si è rallegrata elogiando gli inglesi che hanno dato l’esempio.

La NATO è la prossima. Alcuni lasceranno l’UE, altri la NATO, mentre l’occidente ha perso l’immagine di se stesso.

– E’ la fine?

D: Ora il ciclo dell’UE declina, iniziando a tramontare. Ciò non vuol dire che lo è già. Le persone che riconoscono la tendenza non sono per nulla calmate dalla rassicurazione che non accade niente di brutto, che si può ancora sistemare.

Ma chi comprende la tendenza sa ciò che accade e ci ragiona sopra.

Per gli analisti che leggono su scala globale, l’Unione europea è finita, in modo irreversibile.

Gli inglesi non rivoteranno e il punto di non ritorno della decadenza dell’Europa è superato.

– Cosa aspettarsi?

D: Gli europei devono prepararsi a rivoluzioni colorate e disintegrazione dell’Unione europea.

Dobbiamo essere pronti a difendere ripresa e rafforzamento del nostro polo alternativo globale. Non sarà facile. Deve essere chiaro che l’occidente è una bestia agonizzante, un drago ferito che può dare colpi di coda.

Così ora dobbiamo essere calmi, sicuri e decisi a raggiungere il nostro obiettivo.

Questa è una battaglia vinta, ma non è la guerra vinta. Dobbiamo seguire la strada per costruire un mondo multipolare e difendere i nostri interessi approfittando degli eventi.

GIUGNO 26, 2016

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

venerdì 6 maggio 2016

COME RUSSIA E CINA STANNO PENSANDO DI REAGIRE ALLA GUERRA ECONOMICA USA

ShanghaiNon c’è miglior esempio di “guerra ibrida” della guerra economica di Washington contro Mosca.

Questa domenica (10 aprile 2016) la guida suprema dell’Iran Ali Khamenei ha dichiarato ad una vasta folla riunita nella città santa di Mashad che “Gli americani non hanno agito come promesso nell’accordo sul nucleare (JCPOA); essi non hanno fatto ciò che avrebbero dovuto. Secondo il ministro degli esteri (Javad Zarif), essi hanno messo nero su bianco ma alla fine hanno impedito il concretizzarsi degli obiettivi della Repubblica Islamica per mezzo di svariati diversivi.”
Questa dichiarazione rilasciata durante il Nowruz (discorso di fine anno) va colta in maniera cristallina: non c’era nessun intento retorico. E non era una semplice stoccata agli Stati uniti (come qualcuno potrebbe pensare). Era forse più un garbato avviso al governo iraniano di preoccuparsi delle possibili conseguenze politiche.
Quello che sta accadendo è significativo: qualunque sia il motivo, il tesoro Usa è occupato a svuotare di ogni contenuto la revoca delle sanzioni del JCPOA (e i motivi di ciò meritano grande attenzione). Il Leader Supremo ha sottolineato inoltre che l’Iran incontra difficoltà nel far rientrare i suoi capitali esteri, precedentemente bloccati.
Fin dal momento dell’ “implementazione”, i funzionari del Tesoro Usa, durante gli incontri, hanno avvertito le banche europee che le sanzioni Usa all’Iran sarebbero rimaste in vigore, e che esse non avrebbero dovuto pensare, neanche per un secondo, di attingere al mercato dei bond in dollari o in euro al fine di finanziare il commercio con l’Iran, o di partecipare ai progetti di finanziamento di infrastrutture in Iran.
Le banche hanno capito bene il messaggio: avviate il commercio con l’Iran e verrete colpiti da una multa di un miliardo di dollari, contro la quale non vi sono appelli, ne cavilli legali o validi argomenti da opporre. La banche (comprensibilmente) sono titubanti. Non una sola banca o istituto di credito era presente quando il presidente dell’Iran Hassan Rohani ha visitato Parigi per tenere degli incontri con l’elite imprenditoriale locale.
L’importante quotidiano persiano Keyhan il 14 Marzo ha scritto su quest’argomento: “Parlando all’assemblea generale dell’Onu a Settembre, Rohani ha dichiarato: “oggi è iniziata una nuova fase nelle relazioni tra l’Iran ed il resto del mondo”. Ha inoltre dichiarato quanto segue in una discussione col pubblico alla radio e alla televisione il 23 tir (mese del calendario Persiano tra giugno e luglio ndr) “L’implementazione passo dopo passo di questo documento demolirebbe lentamente il muro della sfiducia”.
Il giornale prosegue: “ Queste osservazioni sono state rilasciate mentre l’Occidente, guidato dagli Stati uniti, non aveva nessuna intenzione di abbattere o di abbassare quel muro di sfiducia tra sé e l’Iran. …inoltre, essi ritardano la realizzazione dei loro obblighi derivanti dal JCPOA. L’eliminazione delle sanzioni è rimasta una semplice promessa su un pezzo di carta, al punto di provocare la protesta dei politici Iraniani.
La controparte americana sta ponendo condizioni tali che, al giorno d’oggi, anche le banche e le imprese europee non si azzardano ad avviare relazioni finanziarie con l’Iran — dato che tutti quanti temono la reazione americana sotto forma di sanzioni (imposte a quelle stesse banche). Attualmente, la ragione per il ritardo dell’avvio della cooperazione finanziaria con le banche iraniane e della facilitazione delle transazioni bancarie e finanziarie, è il fatto che le sanzioni Usa sono ancora in vigore, e le transazioni finanziarie delle banche iraniane devono ancora affrontare delle restrizioni. Inoltre, le istituzioni finanziarie europee sono preoccupate riguardo la violazione delle sanzioni americane che continuano a restare in vigore, visto il loro persistente timore della legislazione stringente e delle multe per le violazioni delle stesse.
E’ inutile aspettarsi che l’amministrazione Usa cooperi con l’Iran visti i commenti dei funzionari Usa, tra i quali il consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice, dal momento che i commenti ed il comportamento degli americani rivela il loro mancato rispetto degli obblighi e ci mostra l’assenza di volontà politica da parte dell’amministrazione Usa di adempiere anche solo in parte ai propri obblighi
Qui il giornale si riferisce in particolare all’osservazione fatta da Susan Rice a Jeffrey Goldberg sull’Atlantic che “L’accordo iraniano di base non provava ad aprire una nuova era di relazioni tra Usa ed Iran. Lo scopo era piuttosto quello di rendere un paese pericoloso un po’ meno pericoloso. Nessuno aveva aspettative sul fatto che l’Iran potesse essere un player positivo”.
Keyhan prosegue: “ogni azione sulla scena internazionale rimanda ad una giusta ed apporpriata reazione. Perciò, non possiamo aspettarci che un governo come l’amministrazione Usa che non si fa sfuggire ogni singola opportunità di limitare il nostro paese, tolga semplicemente le sanzioni. Le dichiarazioni della Rice sono solo un piccola parte della recente retorica anti-iraniana dei funzionari americani negli ultimi mesi. Queste osservazioni andrebbero viste come dei segnali…che il sogno del JCPOA non è nient’altro che un pensiero ottimista e lontano dalla realtà.
La spinta del Leader Supremo va perciò vista come indirizzata al governo: Non costruire troppo politicamente su questo accordo: fate attenzione che le sue fondamenta potrebbero essere costruite sulla sabbia.

Preoccupazioni per una “soluzione immediata”

Di recente il segretario del Tesoro Jacob Lew ha tenuto un discorso presso il Carnegie sull’ “evoluzione delle sanzioni e lezioni per il futuro”, sul quale ha commentato David Ignatius: “Le sanzioni economiche sono diventate la “soluzione immediata” della politica estera americana dell’ultimo decennio, perché sono più economiche ed efficaci del tradizionale potere militare nel costringere gli avversari. Ma Jack Lew avverte di un “rischio di abuso” che rischierebbe di neutralizzare le stesse e di colpire l’America. La sua cautela contro l’abuso deriva dal fatto che alcuni membri repubblicani del congresso stanno lottando per mantenere le sanzioni Usa sul programma nucleare iraniano a dispetto dell’accordo dell’anno scorso che limitava la minaccia iraniana”.
Quindi che succede? Se Lew mette in guardia sullo spingersi oltre con le sanzioni, perché, secondo l’interpretazione dello stesso Ignatius, è proprio il suo dipartimento uno di quelli che più assiduamente minano la cancellazione delle sanzioni all’Iran, “in particolare da quando il punto di vista generale di Lew è che le sanzioni non funzioneranno se i paesi non otterranno le ricompense promesse- nel rimuovere le sanzioni- una volta che acconsentono alle richieste Usa”?
Una ragione di questa apparente contraddizione nelle osservazioni di Lew probabilmente è la Cina: ricordiamo che quando le borse cinesi erano in caduta libera e vi era un’emorragia di valuta, la Cina— mentre si muoveva a supporto delle Yuan — dava la colpa alla Fed americana per i propri problemi, venendo immediatamente derisa per aver fatto delle simili accuse verso uno stato estero.
Attualmente, ciò che la Fed stava facendo era di dichiarare l’intenzione di aumentare i tassi di interesse (con le migliori intenzioni ovviamente)- cosi come consigliavano quelli come Goldman Sachs. I profitti delle banche e delle imprese Usa sono in declino, ed in “tempi di depressione finanziaria”, salvaguardare il capitale diventa la priorità, e un dollaro forte fa esattamente questo.
Ma la Peoples’ Bank of China (banca centrale) non solo si è lamentata per le azioni della Fed, ma ha reagito: ha lasciato indebolire lo Yuan, mettendo in subbuglio il mercato finanziario globale, (già preoccupato per il rallentamento della Cina); in seguito ha fatto risalire la valuta per stroncare la speculazione, che puntava su un ulteriore caduta dello Yuan; quindi lo ha lasciato indebolire non appena i commenti della Fed hanno lasciato presagire un aumento dei tassi di interesse, e di conseguenza un dollaro forte, come ha fatto notare Zero Hedge:
Pareva proprio che il messaggio della PBOC alla Fed sia stato recepito forte e chiaro. Mettendo in atto la propria volontà di indebolire lo Yuan (implicando se possibile del disordine), la presidente della Fed Janet Yellen ha poi tenuto bassi i tassi (mostrando come le condizioni globali abbiano stroncato l’idea di Goldman Sachs e simili di rafforzare il dollaro), e cosi la Cina ha consentito allo Yuan di invertire il passo. In un doppio colpo per tutti quelli coinvolti, il più grande rafforzamento dello yuan nell’arco di tre giorni dal 2005 ha spinto pure la valuta indietro ai minimi dal 2014, mostrando ancora una volta la loro forza contro gli ignobili speculatori al ribasso.
In breve, la “soluzione immediata” in politica estera di Ignatius ( le guerre del Tesoro Usa contro ogni potenziale antagonista dell’egemonia politica e finanziaria americana) deve fronteggiare una crescente guerra finanziaria “ibrida”, proprio mentre la Nato si lamentava di dover affrontare una guerra convenzionale “ibrida” da parte degli alleati della Russia.
Così la Cina reagisce , mentre gli Usa provano ad estendere la loro influenza, rivendicando il potere di intervento giuridico sulla Banca Centrale cinese, e inserendo in una blacklist le maggiori compagnie di telecomunicazioni cinesi, proibendo così alle aziende statunitensi di fare affari con l’azienda cinese ZTE. Essa ha appena dimostrato con efficacia che le “soluzioni immediate” del Tesoro Usa possono fallire.
Crediamo che questo possa essere il punto centrale di Lew, diretto dove possibile al Congresso, il quale si è realmente appassionato a questa nuova “bomba neutronica” (così come un ex funzionario del Tesoro ha descritto la guerra geo-finanziaria del dipartimento).

Riguardo la Russia è importante quanto segue: Russia e Stati Uniti pare stiano giungendo ad una sorta di “grande accordo” sulla Siria (e possibilmente sull’Ucraina), che implica probabilmente il ritiro delle sanzioni alla Russia da metà del 2016. Ma gli Usa manterranno tuttavia le proprie ( o addirittura ne aggiungeranno di altre, come pensano alcuni nel Congresso).

Così, se la Russia non si illude, come Iran e Cina, della promessa Usa di allentamento delle sanzioni, allora, come sottolinea il giornalista del Keyhan, ne deriverà una reazione adeguata (avversa ndr in orig.).

Effetto boomerang

Ciò che la Fed e Lew sembrano aver capito è che le economie degli Usa e dell’Europa sono ora volatili e vulnerabili al punto che la Cina e la Russia possono, come successo, reagire agli Stati Uniti, specialmente laddove Cina e Russia si coordinano strategicamente. La Yellen ha segnalato nello specifico un “indebolimento della crescita gobale” e “meno fiducia nel processo di normalizzazione” come motivi del ripiegamento della Fed.
Ironicamente, David Ignatius nel suo articolo ha svelato il gioco: Lew non ci va cauto nel dire che gli Usa hanno bisogno di utilizzare i propri strumenti con più prudenza; ma non è così. La sua vera opinione è diversa ed è svelata da Ignatius inavvertitamente:
“Il potere Usa deriva dalla nostra forza militare senza eguali. Ma in un senso più profondo, essa è un prodotto del dominio dell’economia americana. Ogni cosa che espanda l’estensione dei mercati Usa, come il TTIP per esempio, accresce l’arsenale del potere americano. Al contrario, il potere Usa è limitato da quei provvedimenti che dirottano le imprese lontano dal suolo americano, o che consentono ad altre nazioni di costruire un’architettura finanziaria rivale, non gravata da un complesso di sanzioni.”
L’ultimo punto è precisamente quello che spaventa Lew ed Ignatius. I tavoli girano: nei fatti gli Usa e l’Europa possono diventare più vulnerabili alle rappresaglie, ( per esempio l’Europa, a causa delle contro-sanzioni sui prodotti agricoli Europei) di quanto lo siano Cina e Russia nei confronti della guerra unilaterale della Fed e del Tesoro.
Questa è la nuova guerra ibrida, (e non quella classica ma ipotetica che viene dalla Nato). Lew ed Ignatius sanno che è in costruzione un’architettura parallela, e che l’inclinazione del Congresso a nuove sanzioni la sta solo accelerando.
Perché quindi il Tesoro Usa è così zelante nell’indebolire l’efficacia della revoca delle sanzioni decisa dal JCPOA? Probabilmente perché l’Iran ha meno presa sul sistema finanziario globale rispetto a Cina e Russia. Ma forse anche perché le sanzioni all’Iran sono viste (erroneamente) dai leader americani come il coronamento del loro successo geo-finanziario.
Ciò che potrebbe mancare da questa interpretazione arrogante, tuttavia, è la comprensione del fatto che l’esperienza dell’Iran non verrà sprecata da altri, neanche dalla Shangai Cooperation Organization quando si incontrerà nei prossimi meeting su come contrastare le rivoluzioni colorate (con l’Iran che probabilmente diventerà membro effettivo e non più osservatore, entro l’estate).
16.04.2016
Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di VALENTINO FANCELLO