9 dicembre forconi: spesa
Visualizzazione post con etichetta spesa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta spesa. Mostra tutti i post

mercoledì 28 novembre 2018

L’Europa deve trovare un accordo con l’Italia

Il Chief Economist di Deutsche Bank, dopo avere inaspettatamente difeso l’Italia in una nota intervista a Bloomberg di qualche tempo fa, sul Financial Times ora scopre le carte in tavola lanciando la sua proposta per risolvere il pericoloso scontro tra Italia e Bruxelles, che minaccia la sopravvivenza dell’euro: sarebbe saggio offrire all’Italia un prestito del MES, il cosiddetto meccanismo europeo di stabilità, per permetterle di riacquistare parte del suo debito, il cui costo è salito a causa dello spread, e consentirle così un certo spazio fiscale per investimenti e per la ripresa. Naturalmente per rendere digeribile la proposta all’opinione pubblica tedesca occorre correggere nella direzione della verità la storia finora raccontata della “dissolutezza” delle nostre finanze pubbliche. La digestione resta comunque difficile per l’Italia, che come noto ha già versato oltre 50 miliardi per finanziare i vari fondi salva stati. Questi hanno in realtà salvato le banche francesi e tedesche, e ora l’Italia pagherebbe questo prestito a interesse con un commissariamento del suo governo e una definitiva cessione di sovranità. In proposito è illuminante questo thread di @giuslit, che in pochi tweet spiega tutto. 
di David Folkerts-Landau, 12 novembre 2018

Un’altra crisi del debito sovrano nell’area dell’euro è inevitabile, a meno che l’approccio conflittuale della Commissione europea al problema del debito italiano non ceda il passo a una maggiore cooperazione. L’imminente deterioramento della posizione fiscale dell’Italia – trainato dall’aumento dei rendimenti obbligazionari, dal rallentamento della crescita e dalla prossima recessione – e la situazione politica stanno preparando il terreno a ulteriori turbolenze nei mercati. Solo la presunzione, tra gli investitori, che la Banca centrale europea garantirà l’accesso dell’Italia ai mercati internazionali sta impedendo un ulteriore aumento dei rendimenti.

Contrariamente ai pregiudizi diffusi, l’Italia è stata un paese parsimonioso. Il peso del suo debito è un retaggio del periodo precedente all’ingresso nell’eurozona. Da allora ha registrato un avanzo primario di bilancio (entrate superiori alle spese, al netto della spesa per interessi) quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno. Dal 2000 il nuovo debito dell’Italia è stato tutto utilizzato per pagare gli interessi; non per finanziare la spesa. Inoltre, negli ultimi anni il paese ha anche ottenuto un avanzo delle partite correnti.

Tuttavia, la politica di riduzione del debito attraverso una politica fiscale restrittiva, insieme a dolorose riforme strutturali per promuovere la crescita, ha fallito. L’Italia è in stagnazione. Negli ultimi due decenni l’economia italiana è cresciuta appena del 7%, contro il 40% della Spagna e il 30% di Francia e Germania.
Nel frattempo, il suo debito ha continuato a crescere. I tagli di spesa hanno abbassato il tenore di vita in misura tale da radicalizzare l’elettorato italiano. Gli sforzi di riforma si sono fermati, perché non possono essere attuati contemporaneamente all’austerità. Persino la Germania nel 2003 ha infranto i limiti di deficit della Ue con il suo programma di riforme Agenda 2010.

Alcuni sostengono che i limiti del deficit dell’Italia devono essere allentati per far ripartire l’economia. Ma questo porterebbe solo a un aumento della crescita a breve termine. Disavanzi più elevati, con conseguente aumento del debito, spingeranno verso l’alto i rendimenti obbligazionari, aumentando ulteriormente i deficit. E di conseguenza l’inasprimento della pressione fiscale sul reddito o sulla ricchezza per finanziare le spese porterà a diminuire il tasso di crescita ed allontanerà ulteriormente l’elettorato.
Inoltre, l’atmosfera politica in Europa è tale che ridurre il debito dell’Italia attraverso la mutualizzazione o i trasferimenti fiscali diretti è inconcepibile. Anche l’opzione di una ristrutturazione del debito con il coinvolgimento del settore privato è irrealizzabile. L’unica opzione valida è quella di ridurre la spesa per il servizio del debito italiano. Ciò creerebbe lo spazio per aumentare la spesa diretta a modernizzare l’economia senza aumentare deficit e debito. 

L’aumento della spesa per le infrastrutture, dando anche la garanzia di una attuazione delle riforme, farà finalmente aumentare i tassi di crescita del paese rispetto ai suoi attuali livelli anemici. E migliorerà anche la sua capacità di servire il debito in futuro. Se l’economia non dovesse crescere, allora è inevitabile che saremo costretti ad accettare una sostanziale ristrutturazione del debito italiano.

Gli investitori privati ​​non accetteranno volontariamente una dilazione dei pagamenti del servizio del debito. Pertanto, dovrebbe essere coinvolto il Meccanismo Europeo di Stabilità, finanziando un riacquisto di parte del debito ad alto costo. L’interesse sul prestito dovrebbe essere pagato quando l’economia italiana raggiungesse una maggiore produttività e una maggiore crescita. Il MES non sovvenzionerebbe direttamente l’Italia con un trasferimento fiscale, anche se aumenterebbe significativamente la sua esposizione verso il paese e probabilmente i costi del prestito aumenterebbero.
Se il servizio del debito italiano fosse dimezzato, a circa due punti percentuali del prodotto interno lordo, sarebbe possibile aumentare la spesa pubblica di circa 35 miliardi di euro all’anno. Coinvolgere l’ESM in questo percorso equivarrebbe a un voto di fiducia sul potenziale di crescita dell’Italia e comporterebbe un significativo calo dei rendimenti e del servizio del debito. La Banca centrale europea potrebbe anche utilizzare il suo programma OMT (outright monetary transactions) per portare i rendimenti ai livelli pre-crisi.

La bozza di questo grande accordo è la seguente: l’Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali. L’Europa, da parte sua, dovrebbe riconoscere che la soluzione al peso del debito non è semplicemente l’austerità.

Se entrambe le parti possono accettare questo accordo, si apre la strada verso una soluzione MES. Alcuni sosterranno che aiutare l’Italia vuol dire solo incoraggiare la dissolutezza. Ma le prestazioni del paese negli ultimi decenni contraddicono questa visione.

Una crisi del debito italiano costituisce un rischio esistenziale per la zona euro. L’attuale “gioco del coniglio” è irresponsabile. Ignora i pericoli insiti in ogni crisi finanziaria, i cui costi farebbero sembrare insignificanti quelli del MES.

L’autore è chief economist presso Deutsche Bank

Fonte: qui

lunedì 5 novembre 2018

Peggio di un deficit costoso, c’è solo un deficit inutile

Pochi dubiteranno del costo salato che l’Italia ha affrontato, e soprattutto dovrà affrontare in futuro, per portare avanti la sua politica di deficit pubblico, ampliando persino i livelli rispetto a quanto concordato con i partner europei nei mesi scorsi. Senza bisogno di ricordare cose già note, basta sottolineare l’aumento dello spread, che ha eroso significativamente il valore dei nostri titoli di stato, e  la capitalizzazione di borsa perduta soprattutto dal sistema bancario, che rischia di finire sotto stress. Infine, i tassi pagati alle aste sono aumentati parecchio, e quindi anche la nostra spesa per interessi è destinata a crescere. Tutto ciò a fronte di una aumentata tensione politica sia all’interno che all’esterno.
Del tutto ragionevole perciò porsi la domanda: il gioco valeva la candela? Rispondere senza venir iscritti d’ufficio a una qualunque delle fazioni che alimentano il nostro dibattito pubblico è molto difficile. Il deficit in sé è un non è né buono né cattivo se non si colloca in uno spazio e tempo precisi, e non si guarda alle condizioni dell’economia che lo fa. E soprattutto non si analizza per cosa vengono spesi i soldi. Per provare a rispondere può essere interessante leggere un intervento pubblicato da Olivier Blanchard e Jeorim Zettelmeyer che ha il pregio di mettere in evidenza il vero problema di fronte al quale l’Italia dovrà far fronte, pure al netto delle varie fibrillazioni che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Ossia il rischio che tutta questa fatica sia inutile. Se lo scopo del governo è dare soldi a chi ne ha bisogno – e poi si vedrà come accadrà – e pure sorvolando sull’idea di un governo elemosiniere, una manovra economica si può dire efficiente se consente di aumentare la crescita complessiva. Fare deficit per dare i soldi ai bisognosi e poi affossare l’economia non è certo un buon affare. Tantomeno per i bisognosi.
I due autori hanno svolto alcuni calcoli partendo dall’ipotesi, coerente con l’impostazione del governo, che “le espansioni fiscali generalmente espandono la produzione e le contrazioni la contraggono, anche nei paesi ad alto debito”. Questo in teoria. Perché in pratica “ci possono essere delle eccezioni e quello che sta succedendo in Italia potrebbe essere una di quelle”. Il motivo è presto detto: “L’aumento dei tassi di interesse sui debiti del governo è stato rilevante e la questione è se l’effetto diretto dell’espansione fiscale possa annullare o superare l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse”. Il senso è chiaro: se spendo per interessi più di quello che guadagno in prodotto il deficit non solo è stato inutile, ma persino dannoso.
Le stime fatte sono molto semplici. A fronte di un deficit aggiustato per il ciclo in aumento dello 0,8% del pil si stima che lo 0,1% corrisponda a maggiore spesa per interessi. Poiché in Italia molto del debito pubblico è detenuto internamente, possiamo pure ipotizzare che la misura del deficit corrisponda a quella dell’espansione fiscale. A questo punto bisogna stimare i moltiplicatori, il bianconiglio di qualunque espansione fiscale fin dai tempi di Keynes, ossia il numero moltiplicato il quale un euro di espansione fiscale diventa prodotto. Gli autori ipotizzano un moltiplicatore intorno a uno “o anche più elevato”. “Per dare al governo il beneficio del dubbio, mettiamo che sia 1,5. Quindi 0,8 di espansione fiscale moltiplicato 1,5 darebbe un aumento del prodotto di 1,2 punti di pil.
D’altro canto però, avendo fatto espansione in deficit, devo anche tener conto dell’aumento dei costi del mio debito. Specie considerando che da aprile i rendimenti sui titoli italiani sono aumentati di 160 punti base. Il famoso spread. Quanto pesi sul prodotto un aumento dei tassi di interesse è tema alquanto dibattuto, quindi assolutamente incerto. Ma alcune stima ipotizzano che un aumento di 100 punti base sui tassi a lungo termine conducano a un calo dell’1% della domanda e del prodotto. Per l’Italia questa stima viene aggiustata allo 0,8% di prodotto in meno ogni 160 punti di aumento dei tassi. Anche il costo del denaro ha il suo moltiplicatore, che però sottrae prodotto al computo. Mettendo insieme i due dati, la crescita del prodotto provocata dall’espansione fiscale e la perdita del prodotto provocata dall’aumento dei tassi, e con la premessa che il primo è stato stimato molto generosamente e il secondo molto prudentemente, viene fuori che l’effetto globale sul pil italiano potrebbe persino essere negativo per uno 0,1%. Diciamo che se va bene è zero. Tanta fatica per nulla, insomma. E pure a caro prezzo. “Ciò significa – commentano gli autori – che l’espansione fiscale programmata probabilmente non aumenterà la crescita e potrebbe addirittura ridurla. Il deficit arriverà in misura maggiore del previsto. I sostenitori del governo saranno delusi. Il governo potrebbe raddoppiare e gli investitori potrebbero fuggire, portando a una grave crisi”.
Le conclusioni dei due autori sui rischi connessi all’espansione fiscale in presenza di debito elevato ricordano un paper pubblicato dalla Bis nel 2011, che arriva alla conclusione che “a livelli moderati il debito migliora il welfare e la crescita. Ma ad alti livelli può essere invece molto dannoso”. Capire quale sia il livello soglia è stato proprio il punto sul quale lo studio ha dedicato la sua attenzione. E per farlo ha analizzato i dati di 18 economie dell’Ocse fra il 1980 e il 2010. Il risultato non è molto incoraggiante per noi. La soglia individuata, sopra la quale il debito è un fardello, è quella dell’85% del pil, per il debito del governo. Ma il ragionamento vale anche per il debito delle imprese, per le quali la soglia è leggermente superiore, al 90%, e anche per le famiglie, per le quali rimane intorno all’85%. Tornando ai governi, quelli che stanno sopra dovrebbero sistemare la loro posizione fiscale, suggeriscono gli autori, anche perché è meglio avere spazio fiscale per sopportare eventuali shock futuri. E questo è un altro elemento di rischio anche per il nostro paese. Se dovesse arrivare una crisi, saremmo in grado di gestirla avendo sulle spalle un bilancio fiscale già sotto stress? Speriamo di non doverlo scoprire mai.
Fonte: qui

giovedì 1 novembre 2018

Impennata dello spread, tutta colpa della Cina...

L'impennata di ieri dello spread non ha quasi nulla a che fare con la bocciatura da parte dell'Ue del Def. Ma non c'è molto da rallegrarsi

Contenti dello spread alle stelle e delle banche a picco? D’altronde, il circolo vizioso ormai è viziosissimo, visto che soltanto i nostri istituti ormai comprano Btp, a meno di qualche salvifico fondo pensione statunitense come atto di buona volontà transatlantica, visto che il nostro Governo si è consegnato mani e piedi alla Casa Bianca, cessazione degli affari con l’Iran in testa, come certificato da Alberto Negri dell’Ispi (uno che a differenza di molti millantatori, certe dinamiche le conosce veramente). Ma cosa vi interessa, con questa finanziaria è stata abolita per legge la povertà! E poi sarà il cavallo di Troia con cui scardinare l’Europa delle banche (le stesse che, grazie ai loro acquisti di Btp, stanno evitando che lo spread sia già a 500). 
Avete voluto questa gente al governo? 

Tenetevela. 

E godetevela fino in fondo. Io dal basso del mio stipendio da reddito di cittadinanza, del mio conto corrente in rosso perenne e dell’assenza di qualsiavoglia proprietà o bene, me ne frego allegramente, tanto per citare il vostro amato ministro dell’Interno e il suo lessico istituzionale da Ventennio 2.0. 

Ora, tanto per farvi capire in quale contesto da piscina dei piranha si stanno muovendo i fenomeni al governo, mettiamo un po’ in prospettiva le cose. L’America dei record – Borsa alle stelle, disoccupazione ai minimi dagli anni Sessanta, Pil quasi cinese – su cosa sta basando la sua performance, oltre ai buybacks e al denaro a pioggia di anni di Qe della Fed? 
Una domanda che, in tempo di deficit come minimo comun denominatore di ogni discussione politica, è meno scontata di quanto sembri. Forse non lo sapete, ma il 30 settembre gli Stati Uniti hanno ufficialmente chiuso l’anno fiscale 2018 ed è stato tempo di bilanci, anche per il debito. Il quale ha voluto festeggiare il suo Capodanno con il botto, visto che il 28 settembre – ultimo giorno lavorativo – è cresciuto di qualcosa come 84 miliardi di dollari, portando il totale per l’intero anno fiscale a 1,271 trilioni di dollari e il dato generale lordo 21,52 triliardi. 
E attenzione, l’escalation è di quelle da record, visto che solo il 16 di marzo era stato superato il benchmark dei 21 triliardi e che a settembre 2017 si attestava “solo” a 20,1 triliardi di dollari. Insomma, Di Maio e Salvini sono due dilettanti. E quanto lo siano ce lo dicono questi due grafici, il primo dei quali mette appunto in relazione il deficit della discordia presentato nel Def con l’andamento storico di quello Usa: come dicevamo, roba da lattanti. Il secondo, invece, ci mostra un altro record legato al debito Usa, ovvero il raggiungimento dei 523 miliardi di dollari di interessi annuali per il 2018. Insomma, Donald Trump sta indebitando il Paese a un ritmo che nemmeno le più pessimistiche previsioni potevano immaginare. 

 
E attenzione, perché un altro problema è dato dai tassi di interessi tenuti artificialmente bassi finora dalle politiche espansive, le quali hanno ad esempio mantenuto il costo del finanziamento medio per i titoli di Stato Usa a 10 anni attorno al 2,3% per tutto il 2017. Già oggi, con la Fed in operatività da “falco” e l’esplosione dei rendimenti obbligazionari globali della scorsa settimana (un qualcosa che, pur passato sotto silenzio, ha bruciato qualcosa come 876 miliardi di dollari di valore di mercato), quel costo è salito al 3,23% sulla scadenza benchmark, un +39%. Quindi, se continueranno rapidi movimenti al rialzo sulla curva dei rendimenti, a ogni emissione si registrerà un aumento delle spese per interessi. E anche se, paradossalmente, il Tesoro Usa non necessitasse di aste incrementali, solo nel secondo trimestre di quest’anno le necessità di finanziamento statunitensi sono di 770 miliardi di dollari, un +60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 

E, forse per solidarietà con il presidente o per patriottismo atavico, gli americani stanno seguendo l’esempio federale, visto che nel mese di agosto sono tornati a fare ciò che riesce meglio loro: spendere soldi di cui non dispongono. Il credito revolving – ovvero l’uso delle carte di credito – ha infatti conosciuto un balzo di 4,8 miliardi di dollari, l’incremento mensile maggiore da maggio e il secondo più alto del 2018, portando il totale al record assoluto di 1,042 triliardi di debito su carte. Ma anche il credito non-revolving, ovvero prestiti scolastici e per acquistare automobili, ha visto un incremento di 15,2 miliardi, portando il fardello totale a 2,894 triliardi di dollari. Insomma, un’enorme bolla di debito. Statale e privata. E questo grafico ci dice che gli americani impegnano il loro denaro, anche quello che occorre chiedere alle finanziarie, anche per altro, visto che il livello attuale di possesso di titoli azionari (34,3% sul totale di assets finanziari) come investimento retail è il secondo da quando vengono registrate le serie statistiche, scalzato soltanto dall’ubriacatura collettiva del 1999-2000 con la bolla dot.com. 

E attenzione, perché stando alle ultime metriche, il paragone con la crisi di diciotto anni fa, calza proprio a pennello. Oggi, infatti, il titolo azionario medio a Wall Street viene trattato a una valutazione che è del 73% superiore al suo prezzo storico! 

Una distorsione del genere è avvenuta solo altre due volte prima di oggi: subito prima della Grande Depressione e proprio nel 1999, nella fase di gonfiamento finale della bolla tech. Ma non basta, visto che – anche su queste pagine – l’America di Donald Trump viene presa non solo a modello da seguire, ma anche come caposaldo della lotta politica contro le burocrazie e le élites: dai minimi del marzo 2009, l’indice Standard&Poor’s è andato in rally del 334%, la cosa rialzista maggiore e più lunga dalla Seconda guerra mondiale. C’è da festeggiare? A mio avviso, no. 

E nemmeno ad avviso di un eminente sconosciuto come Robert Shiller, premio Nobel per l’economia e professore alla Yale University (istituzione educativa minore rispetto a certi atenei e campus italiani che esprimono il fior fiore del pensiero economico del governo penta-leghista, lo ammetto), il quale intervistato dalla CNBC ha detto chiaramente che la situazione attuale del mercato azionario Usa è assolutamente simile alla stagione di eccessi degli anni Venti che portò al crash di mercato dell’ottobre 1929, come ci mostra questo tranquillizzante grafico.

Tanto per fare un ripassino, dall’inizio del 1928 al Black Thursday del 24 ottobre 1929, lo Standard&Poor’s 500 crebbe di quasi il 50%, salvo perdere il 23% nei cinque giorni successivi all’inizio della correzione autunnale. E anche all’epoca, aveva raggiunto i massimi record un mese prima del crollo. Ma tranquilli, tutto andrà a posto. E come? C’è un unico modo, quello che vi dico da mesi ormai: o la Fed si ferma o i cinesi cominciano di nuovo a pompare liquidità come non ci fosse un domani, altrimenti il sistema grippa. E il bagno di sangue obbligazionario della scorsa settimana è stato solo un trailer indolore del film cui ci toccherà assistere, se le dinamiche in atto non cambieranno. 

E attenzione, perché l’impennata di ieri dello spread non ha quasi nulla a che fare con la bocciatura da parte dell’Ue del Def. Purtroppo. E dico purtroppo perché la dinamica che lo sottende è molto peggiore. Come vi dicevo, proprio ieri sono tornati operativi i mercati cinesi dopo la settimana di chiusura per la festività della Repubblica e, proprio in ossequio alla riapertura, domenica la Pboc ha comunicato l’ennesimo taglio dei requisiti di riserva per le banche, tale da liberare nel sistema liquidità per 1,2 triliardi di yuan. Un po’ come gli istituti di credito che, dopo un ponte lungo e di prelievi generalizzati, ricaricano i bancomat prima di riaprire. Bene, il mercato non ha letto così quella mossa, bensì come un segnale di preoccupazione per il continuo aumento – ormai record – del numero di default obbligazionari legati al ramo immobiliare, nascosti in quel casinò legalizzato che si chiama sistema bancario ombra. 

Pechino ha dato vita a una politica di contrazione monetaria proprio per sgonfiarlo in maniera controllata, ma l’operazione pare non riuscire. Anzi, sta inviando scossoni in senso contrario ai mercati mondiali, già in fibrillazione per la politica criminale della Fed che sta facendo esplodere i rendimenti obbligazionari globali e schiantando le valute dei mercati emergenti. Insomma, un cocktail potenziale devastante. Ora, pregate che io abbia ragione e che tutto questo sia propedeutico unicamente al raggiungimento di un caos tale a livello globale da giustificare un nuovo round di politiche espansive. Altrimenti sono davvero guai seri. Altro che spread. Altro che Def.

Ecco il modello che vi spacciano come vincente e liberatorio, rispetto al rigore europeo fatto di buon senso, conti in ordine e vincoli di bilancio. Magari eccessivi e un po’ miopi, vedi la Grecia, ma qual è l’alternativa, il default globale? Pensateci, soprattutto quando vi dicono che siamo nel pieno di un complotto di mercati e autorità europee per far cadere il Governo. Si tratta d scegliere se indebitarsi a morte o tirare la cinghia, dicendo qualche “no” ai figli per senso di responsabilità: voi cosa fareste, se parlassimo della vostra famiglia o della vostra azienda? Ne dareste in mano le sorti a Di Maio e Salvini? O a Borghi, magari? E ve lo dice uno che, lo ripeto, da un’eventuale nuova crisi finanziaria non ha proprio nulla da perdere, né da guadagnare a livello economico, politico o di carriera. Altri, chissà. 

9 Ottobre 2018

Fonte: qui

Usa e Russia non salveranno l’Italia, ma strangoleranno l’Europa

Le illusioni italo/sovraniste sono fumo. Né Putin né Trump ci aiuteranno. Piuttosto i due leader hanno apparecchiato, da un bel po’, un campo di battaglia il cui nome è Europa



Niente da fare, Vladimir Putin è il più astuto di tutti. Un suo felpato accenno all’acquisto di titoli di Stato italiani e un lungo brivido ha percorso le stanze della politica. Tutti a mettere pressione sull’Italia e sulla manovra spendacciona, tutti a chiedere al dio dei mercati di punire i reprobi e poi arriva il Cremlino a scompaginare tutto. D’altra parte si erano già visti grandi giornali ipotizzare la nostra uscita dall’euro, dalla Ue e dalla Nato e la trasformazione della penisola in una specie di Kamchatka agli ordini del Cremlino. Passata qualche ora, per fortuna, sono arrivati un po’ di economisti e di giornalisti a spiegare che siamo talmente indebitati che il Fondo sovrano russo, con la sua disponibilità di 77,1 miliardi di dollari, non avrebbe la potenza necessaria a tirarci fuori dai guai. Altrettanto lungo brivido di sollievo.

Tutto questo è molto italiano. Voglio dire che, che arrivi un fratellone a difenderci dai bulli. O che intervenga lo stellone, contropiede fulminante all’ultimo minuto e gol. Oggi Putin. Ieri Donald Trump, al quale tra l’altro era stato attribuito l’intento putiniano di acquistare titoli di Stato tircolore. Abbiamo un problema con la Libia e con il controllo dei flussi migratori? La Francia rompe le scatole e, dopo aver sfasciato il Paese dei Gheddafi con cui avevamo trovato un accordo, prova a sfasciare anche quel poco che è rimasto nella speranza che un Quisling locale faccia gli interessi della Total a scapito dell’Eni? E allora Trump! Che ci propone la cabina di regia comune, proprio in vista di quella Conferenza sulla Libia del 12-13 novembre che dovrebbe essere un fiore all’occhiello della nostra politica estera ma, al dunque, ha declinato l’invito, non manderà il segretario di Stato Pompeo e farà rappresentare gli Usa da un modesto consigliere.

Insomma: né la Russia né gli Usa salveranno l’Italia, ficchiamocelo bene in testa. Perché dovrebbero? Siamo simpatici, sufficientemente flessibili (siamo pieni di basi Nato e di bombe atomiche Usa ma andiamo d’accordo con la Russia), deboli, europeisti ma non troppo, se c’è una missione militare all’estero non ci tiriamo indietro, da noi si mangia bene e c’è il caffè migliore del mondo. Ma salvarci dai nostri guai…

La ragione più profonda per cui per i grandi Roma non vale una messa è che Bruxelles, purtroppo, vale assai di più. 

L’Europa, oggi, è una sola grande Ucraina. Senza conflitti armati, ovvio. Ma come l’Ucraina è diventata un terreno di scontro tra Usa e Russia. 

Per decenni gli Usa hanno usato l’Europa come una piattaforma per l’espansione verso Est allo scopo di confinare la Russia sempre più in là.

Basterebbe leggere i testi dei loro politologi per capirlo, a cominciare da “La grande scacchiera” di Zbigniew Brzezinsky, che fu segretario di Stato con Jimmy Carter. Negli anni Novanta li abbiamo aiutati a ridisegnare i Balcani. Poi, con il grande allargamento del 2004, la Ue ha imbarcato Paesi come Polonia, Repubblica Ceca, i Baltici e la Slovacchia di stretta osservanza atlantica, cosa che ha ridotto la Ue nello stato comatoso che oggi vediamo.

Nel 2008 non abbiamo battuto ciglio quando è stato installato in Polonia e Romania, cioè in Europa, il sistema missilistico che minaccia la Russia, anche se Obama diceva che era per proteggerci dai missili dell’Iran (non ridete, lo diceva proprio). E nel 2014 hanno favorito il regime change in Ucraina, con quello che ne è inevitabilmente derivato. A proposito. Poco prima, a fine 2013, la Russia aveva comprato 13 miliardi di dollari di titoli di Stato ucraini, cosa che in seguito non deve aver contribuito al buonumore del Cremlino.

E adesso? 

Ora che hanno raggiunto tutti gli obiettivi politici, gli Usa ci prendono a schiaffoni politico-economici. 

Mettono i dazi sulle esportazioni di acciaio e alluminio, minacciano di fare altrettanto sulle automobili, chiedono alla Germania di non fare il gasdotto con la Russia e a noi di fare il Tap con il gas che arriva dall’alleato (loro) Azerbaigian. Usano la Nato e lo stato di tensione permanente con la Russia per spaventarci e tenerci in riga. 

Qualche tempo fa il norvegese Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha convocato i ministri degli Esteri di tutta Europa a Bruxelles e ha spiegato loro che i nostri Paesi dovrebbero adeguare le infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti) per renderle adatte al traffico di mezzi militari in un’eventuale guerra con la Russia. 

Capito? Da noi crollano le scuole ma dovremmo rifare i ponti per farci passare i carri armati. E nessuno che lo abbia mandato dove meritava.

Usano la Nato e lo stato di tensione permanente con la Russia per spaventarci e tenerci in riga

Per la Russia non è molto diverso. L’Europa è la gallina dalle uova d’oro ma non è che al Cremlino non abbiano strategie alternative. Le leggono anche loro le belle analisi sull’economia russa ancora troppo legata agli idrocarburi, sul Pil ridotto per un Paese di quelle dimensioni ecc. ecc. Vedono anche, però, che il mercato russo e centro-asiatico è sempre molto appetito e si regolano. Pian piano la quota di export energetico verso Ovest si riduce, mentre cresce quella verso Est. Pian piano le importazioni da Ovest si riducono e aumentano quelle dalla Cina. La Germania fa la voce grossa quando si parla di sanzioni, ma il gasdotto lo vuole eccome. Dell’Italia abbiamo detto.

La Francia di Macron voleva il rapporto privilegiato con gli Usa di Trump ed è uscita scornata, ora tenta con Putin ma pare un’impresa disperata. Con qualche manovra militare fa venire i brividi ai baltici e ai finnici. In Libia e in Siria, con l’Iran e la Turchia, fronti dove anche l’Europa è impegnata, sia a titolo collettivo sia come singoli Paesi, spariglia le carte

Lo zar lo dice sempre: a lui conviene un’Europa prospera e tranquilla. Ma non gli conviene questa Ue così succube degli Usa, e qualche scossone allo status quo di Bruxelles prova a rifilarlo. Per esempio appoggiando i “sovranisti” e “populisti” e “nazionalisti” per far venire l’acidità di stomaco a Juncker e a chi gli succederà.

Certo, da tutto questo si potrebbe uscire con un’Europa compatta e politicamente determinata, conscia di sé, disponibile a prendersi le responsabilità che competono a un’entità con 500 milioni di abitanti e un traffico commerciale che corrisponde al 20% di quello planetario. Quindi ad affrontare certe sfide, pur senza andarsi a cercare nemici. Ma non è così, e non lo sarà ancora per un pezzo.


27 ottobre 2018

Fonte: qui
Il “metodo Bruxelles” farà sparire l’Europa

Chi ha ragione tra Europa e Italia? Ascoltando anche un’europeista come Romano Prodi si può capire che Bruxelles sta mettendo in serio pericolo l’Unione Europea.

romano_prodi_1_lapresse_2017
Romano Prodi (Lapresse)

La domanda di oggi, dopo le parole di Draghi, quelle di Moscovici e le rispostacce del Governo italiano, è chi abbia ragione tra “Europa” e “Italia”. Per provare a rispondere citiamo alcune dichiarazioni rilasciate ieri da Romano Prodi: l’Unione si trova in una “situazione di assoluta debolezza di fronte alle trasformazioni del mondo. C’è un detto che dice ‘chi pecora si fa, il lupo se lo mangia’”; ancora: “L’Europa non può essere l’anello passivo, il pungiball delle tensioni e dell’economia politica mondiale. Ci troviamo a discutere di uno scenario che va verso un ulteriore affinamento delle sanzioni. Si tratta di un’involuzione dell’economia internazionale che sta fortemente cambiando lo schema del commercio”. Da ultimo: “Mentre la Russia cerca di compensare con la Cina, l’Europa si trova in un crescente isolamento economico derivante da una continua tensione politica”. Infine, il professore segnala la divisione tra Francia e Germania e come questi due Paesi abbiano, rispettivamente, il “monopolio della politica estera” e “della politica economica” dell’Unione europea.

Facciamo finta che oggi in Italia avessimo un Governo iper-europeista, un Governo Monti o una sua riedizione in versione “Cottarelli”, e che questo Governo aderisse perfettamente alle indicazioni dell’Unione europea in tema di deficit e, per la cronaca, decidesse l’aumento dell’Iva. In questo scenario non “andrebbe tutto bene” non solo per l’Italia ma per l’Europa come continente e come istituzione. La politica economica dell’Unione europea, “l’austerity”, il rifiuto di meccanismi di redistribuzione se non dopo la cessione di sovranità dalla periferia al centro e le regole con cui si impone il rispetto di parametri rigidi e politiche restrittive ai Paesi “indebitati” in fase di recessione stanno determinando la morte dell’Europa. Chi non investe, chi non sa immaginare politiche di investimento a lungo termine finisce nel menù di quelli che quegli investimenti e quelle politiche continuano a farle anche e soprattutto quando le cose vanno male.

Un’Europa che non investe, che non immagina politiche di lungo respiro ed è vittima di un dominio, quello franco-tedesco, che vede l’Europa come strumento diventa una preda da dividersi a pezzi. La scelta di dipendere dalle esportazioni, sposando austerity e deflazione che si impone in via più o meno cruenta a seconda che si sia vicini al centro franco-tedesco, ha messo l’Europa in una condizione di debolezza e ricattabilità evidente. La ribellione ciclica della periferia a cui non arrivano i benefici di una politica economica fondata sulle esportazioni, perché il surplus non viene redistribuito, dà al centro franco-tedesco vittorie tattiche ma strategicamente indebolisce l’Europa come si vede in questi mesi; la ribellione della periferia, capitanata dal Paese che più ha perso (con molti demeriti) dal processo di integrazione europea, è un grimaldello che può essere usato da chi vede l’Europa come un grande mercato in cui vendere i propri prodotti e un avversario in meno nello scacchiere internazionale.

L’Italia ha ragione quando contesta l’austerity che nel resto del mondo è letteralmente incomprensibile e anche quando contesta l’asimmetria del processo di integrazione europea. L’austerity serve per continuare a dare la possibilità alla Germania di esportare con una valuta che è la metà di quella che si meriterebbe “rubando” il surplus commerciale al resto dell’Unione e alla Francia di fare acquisti e monopolizzare tutto il peso geopolitico che l’Europa potrebbe avere; si pensi alla Libia. Ma così l’Europa muore. Non è l’Italia che muore di austerity, ma tutta l’Europa e soprattutto l’Unione europea che oggi non è altro che un oggetto da spartirsi.

L’Italia sbaglia perché pone una questione giustissima, l’assurdità dell’austerity e gli squilibri politici all’interno dell’Unione oltre che i suoi difetti di costruzione, presentando una manovra che ignora quasi completamente il capitolo investimenti, oltre che qualsiasi “spending review” e contiene strumenti, il reddito di cittadinanza, che la burocrazia italiana molto probabilmente oggi non saprebbe gestire. L’Unione europea dovrebbe avere la lucidità di contestare il contenuto, non il numero del deficit che oltretutto non devia nemmeno in modo significativo.

Se l’Europa è l’istituzione dell’austerity come unica politica economica, del piano di 300 miliardi di investimenti di Juncker che finisce nel dimenticatoio un’ora dopo il suo annuncio e della spoliazione della, colpevolissima, Grecia per ripagare gli investimenti sbagliati delle banche francesi e tedesche, allora si merita di finire. Ci rendiamo conto che se la prospettiva è sempre stata che l’Europa andava bene solo se permetteva un beneficio diretto ed esclusivo per un certo Paese allora questa discussione è assurda. Se chi oggi controlla l’Europa non vuole intavolare una trattativa e cambiare una politica perdente perché al progetto non si è mai creduto e perché quel progetto andava bene solo come mezzo, allora meglio sedersi e separarsi “civilmente” senza ulteriori traumi. Lo scenario migliore è un’Europa che funziona e senza gli squilibri che abbiamo imparato a conoscere; ma se questo scenario nella realtà non esiste allora bisogna avere la lucidità di cambiare percorso.

L’incomunicabilità tra Governo italiano e Commissione europea con colpe da entrambe le parti non promette bene. Non aiuta nemmeno il dibattito in Italia ancora dominato da una difesa acritica “dell’Europa” e della “austerity” in una fase in cui perfino politici come Prodi segnalano il tramonto dell’Europa come tale insieme a quello italiano.

27 ottobre 2018

Fonte: qui

mercoledì 4 luglio 2018

IL FARMACOLOGO SILVIO GARATTINI: “SERVE PREVENZIONE: AUMENTANO I FUMATORI, I GIOVANI CONSUMANO MOLTI ALCOLICI E MANGIANO MALE

BISOGNA MIGLIORARE UN SERVIZIO SANITARIO TROPPO PARCELLIZZATO: OGGI UN FARMACO SU DUE È DI TROPPO. L'ITALIA È TRA I PAESI IN CUI SI ESEGUONO PIÙ TAC E RISONANZE MAGNETICHE. E SUI VACCINI..."

Fabio DI Todaro per “la Stampa”

Il «farmacologo della gente». «Così intitolarono una mia intervista su una rivista inglese nel 2008». Silvio Garattini ha 90 anni, di cui gran parte trascorsi facendo ricerca. Ha appena lasciato la direzione scientifica dell' Irccs Mario Negri di Milano, la culla della farmacologia in Italia. Al suo posto Giuseppe Remuzzi, 69 anni, fino all' altro ieri coordinatore scientifico delle attività della sede bergamasca dell' istituto. «Finché potrò, vivrò di ricerca e di divulgazione scientifica - racconta Garattini -. Continuerò a essere la memoria storica tra queste mura».
pillolePILLOLE

Professore, verso quali orizzonti guarda ora il Mario Negri?
«Continueremo ad agire da sentinelle della salute, con tre priorità: la valutazione dell' efficacia dei farmaci, la gestione delle terapie negli anziani e la sostenibilità del servizio sanitario. Ci impegneremo perché il diritto alla salute sia uguale per tutti: cosa che oggi in Italia non è più sempre vera».
pillole 1PILLOLE 

Da dove occorre ripartire per fare in modo che le diagnosi e le terapie più appropriate siano davvero accessibili a chiunque?
«Molte malattie ce le infliggiamo da soli: imparando a evitarle, vivremmo meglio e faremmo rifiatare le casse dello Stato. Ma serve la prevenzione a tutto tondo: intesa come sfida culturale e organizzativa, non solo scientifica. Tutto ciò è mancato negli ultimi anni: ecco perché il numero dei fumatori è tornato a crescere, i giovani iniziano sempre prima a consumare alcolici e mangiano male, nonostante si ripeta sempre che il modello alimentare più efficace è quello mediterraneo».

Se potesse muoversi da ministro della Salute, qual è il primo passo che farebbe per tutelare la salute?
«Vieterei il fumo in tutti i luoghi pubblici: stazioni, autogrill, parchi, ristoranti all' aperto e spiagge. Dopodiché aumenterei il prezzo delle sigarette: anni di ricerche ci dicono che non esiste strategia di disassuefazione più efficace. E finanzierei in modo robusto i centri antifumo, che milioni di italiani nemmeno conoscono».

E il secondo?
«Avvierei una riflessione sulle opportunità di migliorare un servizio sanitario troppo parcellizzato. Ci sono regioni che hanno i bilanci in regola e altre che coprono le spese per cure non validate sul piano scientifico. Senza dimenticare che percorsi diagnostici e farmaci di ultima generazione non sono presenti in modo omogeneo. La regionalizzazione dell'assistenza sanitaria necessita di un correttivo, se in molte Regioni del Mezzogiorno la prospettiva di vita è inferiore rispetto al resto dell' Italia».

Perché la sostenibilità delle cure dipende anche dal numero dei farmaci in commercio?
farmaciaFARMACIA
«Oggi un farmaco su due è di troppo. Non sono in discussione la sicurezza e l' efficacia, ma l' eventuale superiorità rispetto ad altri già in commercio: è un aspetto che nessuno si prende la briga di verificare. Il discorso vale anche per le procedure diagnostiche. L' Italia è tra i Paesi in cui si eseguono più Tac e risonanze magnetiche. Così il medico dimostra di aver fatto tutto ciò che gli era possibile per inquadrare il paziente, ma i risultati spesso sono parziali o non in grado di determinare un approccio terapeutico differente. E lo Stato ha sprecato fondi e sottratto la possibilità di garantire cure necessarie ai più bisognosi».

Se dovesse indicare tre categorie di farmaci che ci hanno cambiato la vita, quali citerebbe?
«Porto quattro esempi: gli antibiotici, i cortisonici e gli antivirali contro l'epatite C...».

Ne manca uno.
«I vaccini, che in una nazione che non riconosce alcun peso alla cultura scientifica vengono messi in discussione da chi non ne ha mai studiato il meccanismo di azione. Ecco perché occorre continuare a fare divulgazione. I giovani genitori non hanno mai visto un bambino con la poliomielite ed è nostro compito informarli e dimostrare con i fatti che i vaccini sono i farmaci più sicuri in circolazione».

La popolazione sta invecchiando: quali sono oggi le esigenze più immediate per gli anziani?
«Ci sono persone che assumono 10-12 pillole al giorno, senza che nessuno si sia preoccupato di rilevare gli effetti collaterali. Una cosa è certa: la loro frequenza cresce all' aumentare dei farmaci assunti. Guai a dimenticare che i medicinali devono curare le malattie, non nuocere alla salute».

Prima le cure alternative contro il cancro, poi l' avvento dell' omeopatia, la parentesi di Stamina e l' avversione ai vaccini: quale sarà la prossima trappola antiscientifica?
vacciniVACCINI
«Le mode alimentari: passata la fase dell' olio di palma, oggi nel mirino c'è il glutine. Devono farne a meno i celiaci, non il resto degli italiani. La scienza non dice altro».

Se ripensa agli ultimi 55 anni, quali scoperte le sono rimaste nel cuore?
«Con i diversi gruppi di ricerca ci siamo tolti molte soddisfazioni: una delle più importanti è la terapia trombolitica che riduce i rischi di un secondo infarto o ictus. Ma c' è un' altra cosa che mi rende più orgoglioso».

Di che cosa si tratta?
«L' indipendenza che il Mario Negri ha mantenuto e che ci ha fatto resistere alle pressioni, rimanendo ancorati all' evidenza scientifica. Non abbiamo mai brevettato una scoperta per fare in modo che i suoi benefici fossero sempre a disposizione di tutti».

Fonte: qui