9 dicembre forconi: welfare
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lunedì 5 novembre 2018

Peggio di un deficit costoso, c’è solo un deficit inutile

Pochi dubiteranno del costo salato che l’Italia ha affrontato, e soprattutto dovrà affrontare in futuro, per portare avanti la sua politica di deficit pubblico, ampliando persino i livelli rispetto a quanto concordato con i partner europei nei mesi scorsi. Senza bisogno di ricordare cose già note, basta sottolineare l’aumento dello spread, che ha eroso significativamente il valore dei nostri titoli di stato, e  la capitalizzazione di borsa perduta soprattutto dal sistema bancario, che rischia di finire sotto stress. Infine, i tassi pagati alle aste sono aumentati parecchio, e quindi anche la nostra spesa per interessi è destinata a crescere. Tutto ciò a fronte di una aumentata tensione politica sia all’interno che all’esterno.
Del tutto ragionevole perciò porsi la domanda: il gioco valeva la candela? Rispondere senza venir iscritti d’ufficio a una qualunque delle fazioni che alimentano il nostro dibattito pubblico è molto difficile. Il deficit in sé è un non è né buono né cattivo se non si colloca in uno spazio e tempo precisi, e non si guarda alle condizioni dell’economia che lo fa. E soprattutto non si analizza per cosa vengono spesi i soldi. Per provare a rispondere può essere interessante leggere un intervento pubblicato da Olivier Blanchard e Jeorim Zettelmeyer che ha il pregio di mettere in evidenza il vero problema di fronte al quale l’Italia dovrà far fronte, pure al netto delle varie fibrillazioni che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Ossia il rischio che tutta questa fatica sia inutile. Se lo scopo del governo è dare soldi a chi ne ha bisogno – e poi si vedrà come accadrà – e pure sorvolando sull’idea di un governo elemosiniere, una manovra economica si può dire efficiente se consente di aumentare la crescita complessiva. Fare deficit per dare i soldi ai bisognosi e poi affossare l’economia non è certo un buon affare. Tantomeno per i bisognosi.
I due autori hanno svolto alcuni calcoli partendo dall’ipotesi, coerente con l’impostazione del governo, che “le espansioni fiscali generalmente espandono la produzione e le contrazioni la contraggono, anche nei paesi ad alto debito”. Questo in teoria. Perché in pratica “ci possono essere delle eccezioni e quello che sta succedendo in Italia potrebbe essere una di quelle”. Il motivo è presto detto: “L’aumento dei tassi di interesse sui debiti del governo è stato rilevante e la questione è se l’effetto diretto dell’espansione fiscale possa annullare o superare l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse”. Il senso è chiaro: se spendo per interessi più di quello che guadagno in prodotto il deficit non solo è stato inutile, ma persino dannoso.
Le stime fatte sono molto semplici. A fronte di un deficit aggiustato per il ciclo in aumento dello 0,8% del pil si stima che lo 0,1% corrisponda a maggiore spesa per interessi. Poiché in Italia molto del debito pubblico è detenuto internamente, possiamo pure ipotizzare che la misura del deficit corrisponda a quella dell’espansione fiscale. A questo punto bisogna stimare i moltiplicatori, il bianconiglio di qualunque espansione fiscale fin dai tempi di Keynes, ossia il numero moltiplicato il quale un euro di espansione fiscale diventa prodotto. Gli autori ipotizzano un moltiplicatore intorno a uno “o anche più elevato”. “Per dare al governo il beneficio del dubbio, mettiamo che sia 1,5. Quindi 0,8 di espansione fiscale moltiplicato 1,5 darebbe un aumento del prodotto di 1,2 punti di pil.
D’altro canto però, avendo fatto espansione in deficit, devo anche tener conto dell’aumento dei costi del mio debito. Specie considerando che da aprile i rendimenti sui titoli italiani sono aumentati di 160 punti base. Il famoso spread. Quanto pesi sul prodotto un aumento dei tassi di interesse è tema alquanto dibattuto, quindi assolutamente incerto. Ma alcune stima ipotizzano che un aumento di 100 punti base sui tassi a lungo termine conducano a un calo dell’1% della domanda e del prodotto. Per l’Italia questa stima viene aggiustata allo 0,8% di prodotto in meno ogni 160 punti di aumento dei tassi. Anche il costo del denaro ha il suo moltiplicatore, che però sottrae prodotto al computo. Mettendo insieme i due dati, la crescita del prodotto provocata dall’espansione fiscale e la perdita del prodotto provocata dall’aumento dei tassi, e con la premessa che il primo è stato stimato molto generosamente e il secondo molto prudentemente, viene fuori che l’effetto globale sul pil italiano potrebbe persino essere negativo per uno 0,1%. Diciamo che se va bene è zero. Tanta fatica per nulla, insomma. E pure a caro prezzo. “Ciò significa – commentano gli autori – che l’espansione fiscale programmata probabilmente non aumenterà la crescita e potrebbe addirittura ridurla. Il deficit arriverà in misura maggiore del previsto. I sostenitori del governo saranno delusi. Il governo potrebbe raddoppiare e gli investitori potrebbero fuggire, portando a una grave crisi”.
Le conclusioni dei due autori sui rischi connessi all’espansione fiscale in presenza di debito elevato ricordano un paper pubblicato dalla Bis nel 2011, che arriva alla conclusione che “a livelli moderati il debito migliora il welfare e la crescita. Ma ad alti livelli può essere invece molto dannoso”. Capire quale sia il livello soglia è stato proprio il punto sul quale lo studio ha dedicato la sua attenzione. E per farlo ha analizzato i dati di 18 economie dell’Ocse fra il 1980 e il 2010. Il risultato non è molto incoraggiante per noi. La soglia individuata, sopra la quale il debito è un fardello, è quella dell’85% del pil, per il debito del governo. Ma il ragionamento vale anche per il debito delle imprese, per le quali la soglia è leggermente superiore, al 90%, e anche per le famiglie, per le quali rimane intorno all’85%. Tornando ai governi, quelli che stanno sopra dovrebbero sistemare la loro posizione fiscale, suggeriscono gli autori, anche perché è meglio avere spazio fiscale per sopportare eventuali shock futuri. E questo è un altro elemento di rischio anche per il nostro paese. Se dovesse arrivare una crisi, saremmo in grado di gestirla avendo sulle spalle un bilancio fiscale già sotto stress? Speriamo di non doverlo scoprire mai.
Fonte: qui

lunedì 2 ottobre 2017

LA SALVEZZA DEGLI ITALIANI? I NONNI! - SONO 12,5 MILIONI E GARANTISCONO SERVIZI CHE IL WELFARE NON OFFRE

HANNO SEMPRE PIÙ RESPONSABILITÀ, NON SOLTANTO VERSO I NIPOTI 
IL PROBLEMA E’ CHE NEI PROSSIMI ANNI DIVENTERANNO NONNE DONNE ISTRUITE, CHE LAVORANO E ANDRANNO IN PENSIONE MOLTO TARDI (E AVRANNO MENO TEMPO DA DEDICARE ALLA FAMIGLIA)
Linda Laura Sabbadini per “La Stampa”

NONNI E NIPOTINONNI E NIPOTI
Auguri di cuore ai dodici milioni e mezzo di nonni del nostro Paese. Nonni e nonne, figure davvero splendide per i nipoti. Figure da festeggiare per il bellissimo rapporto che riescono a costruire con loro. Ho un ricordo intensissimo dei miei nonni, il senso di giustizia e di difesa degli ultimi di mio nonno, trasmessomi con i tanti racconti di battaglie per la libertà; la determinazione di mia nonna, maestra già nel 1915 e poi professoressa, e il suo insistere sull' investire in cultura.

NONNI E NIPOTINONNI E NIPOTI
«Nessuno potrà rubartela mai», mi dicevano tutti e due, preoccupati di allertarmi che essere ebrea avrebbe potuto significare essere perseguitata, come era successo a loro e nella storia. Ciascuno di noi sa il segno profondo che lasciano nel cuore i nonni. Perle di saggezza che si incidono nella nostra memoria e non scompaiono più. Parole e gesti d' amore che si scolpiscono nel cuore. Lezioni di vita che ti accompagnano anche da adulta. Affettuosi, complici, pazienti, sempre pronti a dare le coccole al momento giusto, a sostenerti con forza e a capirti, i nonni e le nonne. Ora la situazione è cambiata profondamente rispetto al passato, molto cambiata.

NONNI E NIPOTINONNI E NIPOTI
Prima c' erano pochi nonni e tanti nipoti, ora tanti nonni e pochi nipoti. Prima, la durata della vita era più breve, quindi i nonni non arrivavano ad età avanzate, non tutti riuscivano a conoscere 4 nonni. Oggi, la durata della vita si è allungata, ma il calo delle nascite e la permanente bassa fecondità si è accentuata e, a fronte di 4 nonni, si hanno sempre meno nipoti, in media 3.

Ma l' intensità dei rapporti non si riduce. Il ruolo attivo dei nonni cresce, l' affidamento dei nipoti fino a 13 anni li coinvolge nell' 86,9% dei casi, e coinvolge più le nonne. Si prendono cura dei nipoti, mentre i genitori lavorano, oppure durante impegni occasionali dei genitori, in situazioni di emergenza, quando il bambino è malato, e anche nei periodi di vacanza.
NONNI E NIPOTINONNI E NIPOTI
Sono facilitati dal fatto che fra i nonni il 43% vive a meno di un chilometro di distanza dal nipote più vicino, il 40% fra uno e 16 chilometri e solo il 17% a più di 16 chilometri dal nipote più vicino. Al Sud un po' meno, perché sono più distanti.

Dunque, sono una grande risorsa affettiva, sì, ma anche per la vita quotidiana delle famiglie, soprattutto laddove le mamme lavorano. E sono diventati sempre più un pilastro del sistema di welfare. Il contributo di ore di aiuto fornite dalle persone gratuitamente per l'assistenza ai bambini al di fuori del proprio nucleo familiare è stato di 1 miliardo 322 milioni di ore in un anno, secondo l' Istat, certo non tutti da parte dei nonni ma sicuramente una buona parte.

Una cosa enorme. La scarsa presenza di servizi sociali e la sperequata distribuzione sul territorio, accanto alla difficoltà di pagare una baby sitter per la maggior parte delle famiglie con bambini rendono indispensabile l'aiuto dei nonni, che suppliscono così, in Italia come in altri Paesi mediterranei, ad una funzione a cui dovrebbero assolvere i nostri sistemi di welfare.

E così i nonni, e soprattutto le nonne, si prendono cura dei nipoti, per aiutare figlie e nuore in una catena di solidarietà femminile che diventa sempre più difficile sorreggere. Sì, difficile perché stanno diventando nonne, donne più istruite che fin da giovani avevano cominciato a lavorare e non hanno lasciato il lavoro, ma la cui età pensionabile è diventata più alta di prima. Lavorano più a lungo e quindi hanno meno tempo da dedicare al lavoro di cura dei nipoti. A ciò si aggiunge che queste stesse donne hanno anche sempre di più genitori anziani non autosufficienti di cui prendersi cura.

Strette tra lavoro retribuito, assistenza ai nipoti e assistenza a genitori anziani non autosufficienti, le nonne hanno un problema di sovraccarico non indifferente e non riescono a godersi i nipoti quanto vorrebbero. Sono sempre più in affanno. Le nonne e i nonni sono assai diversi dal passato, come diversi sono i loro nipoti.

Più aperti che in passato a condividere e scambiare esperienze con una generazione di piccoli così diversa nelle abitudini ed anche nei saperi. Più aperti ad imparare da loro oltre che a trasmettere valori. Nonni pilastri del sistema di welfare, che non potranno più esserlo come prima, e che hanno bisogno anch' essi che i servizi pubblici ne possano alleviare il carico, permettendo loro di valorizzare il rapporto affettivo e formativo e crescere insieme ai loro nipoti.

Fonte: qui

venerdì 17 febbraio 2017

Pensioni: NON sono in equilibrio, è un welfare NON per giovani, famiglie e poveri

Non date retta a chi dice che sulle pensioni è tutto ormai stabilizzato, e che l’unica cosa da fare è prepensionare. Anche se molti osservatori e l’intera politica da destra a sinistra sostiene queste tesi, i numeri dicono altro. O meglio: lo dicono se non li si manipola. Ma purtroppo molti preferiscono farlo. In queste osservazioni si può sintetizzare la situazione dell’INPS fotografata ieri dal rendiconto della Corte dei conti sul bilancio 2015, e dal IV° rapporto annuale di Itinerari Previdenziali, che analizza andamenti, costi e oneri delle pensioni, assistenza e spesa sociale complessiva nel nostro paese.Cerchiamo di sintetizzare in pillole alcuni punti ipersemplificati, visto che tra conto economico, patrimoniale e gestione finanziaria le tecnicalità sono complesse e insidiose, data la foresta di normative e gestioni diverse che nell’INPS si sommano.
Primo: una rassicurazione, niente paura. Sì, nel 2015 l’INPS ha chiuso con un risultato economico negativo di 16,3 miliardi di euro, per via di 13 miliardi di accantonamenti per crediti contributivi ormai a rischio di inesigibilità. E il conto patrimoniale piange anch’esso: da 21,8 miliardi di attivo del 2012 è sceso in picchiata a 5,8 miliardi nel 2015. E nel 2016 entrerà per la prima volta in territorio negativo, registrando -1,7 miliardi. Nel 2017, secondo il bilancio previsionale INPS, peggiorerà ancora, fino a  -7,8 miliardi. Ma come giustamente ricordato dal presidente dell’INPS, Tito Boeri, sulle pensioni INPS c’è una garanzia di Stato. Di conseguenza, potete stare tranquilli. Anche se non significa che non si debba correre ai ripari. Perché la vostra tranquillità di incassare poggia su esborsi enormi a carico non dei vostri contributi versati ma dei contribuenti. E purtroppo così facendo aggraviamo ancora l’emergenza dell’ingiustizia tra generazioni, a scapito dei giovani.
Secondo; ma come si rimedia al deficit?  La prima via è di far crescere ulteriormente il contributo annuale che all’INPS viene dalla fiscalità generale cioè dalle tasse, che nel 2015 è stato di 103 miliardi e rotti, 5 miliardi più che nel 2014. 
Senza di essi, l’istituto non avrebbe potuto sobbarcarsi al complesso delle sue prestazioni erogate per 307 miliardi, di cui 250 miliardi circa in pensioni “in senso stretto” e il resto nelle diverse forme di assistenza, a fronte di 192 miliardi di contributi previdenziali raccolti.
Terzo: ma non è iniquo, aumentare ulteriormente l’esborso aggiuntivo da tasse, oltre a quello delle aliquote contributive? La risposta a questa domanda è “dipende”. Per i sindacati e molti osservatori- assertori della tesi “il sistema è in equilibrio” – no, non è iniquo. Perché attraverso scomposizioni del totale della spesa INPS che vi risparmiamo perché non basterebbe una pagina, sostengono in realtà che lo squilibrio viene tutto dall’assistenza, non dalle pensioni di anzianità e vecchiaia che sarebbero in anzi in lieve avanzo, tra contributi raccolti annuali e prestazioni erogate nello stesso anno (ricordate che è questa l’unica cosa che conta, il nostro sistema in lenta transizione tra principio retributivo e contributivo è rimasto però a ripartizione: non funziona affatto come molti credono, pensando che il proprio assegno previdenziale sia effetto del totale dei propri contributi versati; sono i contributi annuali raccolti da chi lavora a pagare i trattamenti in pagamento nello stesso periodo).
Quarto: perché altri sostengono che è iniquo? Intanto, perché dire che pensioni pure e contributi sono in pareggio è una deliberata forzatura contabile (è la tesi che trovate sostenuta del rapporto di Itinerari Previdenziali, secondo cui addirittura la gestione delle pensioni “in senso stretto” vede addirittura un attivo di 3 miliardi nel 2015 rispetto ai contributi raccolti, cfr pag 12),  visto che chi propone questo calcolo include nell’assistenza il totale dei 68 miliardi di oneri a carico della GIAS che però includono niente affatto solo prestazioni assistenziali, ma anche ripiani di alcuni sbilanci del tutto previdenziali in senso stretto, nonché considera “assistenza” anche sgravi contributivi concessi dallo Stato, che assistenza non sono affatto. E’ questa la spiegazione per cui la spesa “stretta” previdenziale 2015 va considerata di circa 250 miliardi, non di 168 miliardi o addirittura di 159 come sostiene Brambilla (leggere l’ultimo lungo paragrafo di pag 12 del link richiamato) per argomentarne un equilibrio delle pensioni previdenziali che invece NON sussiste: e oggi l’abbiamo spiegato anche in dettaglio in radio a versionedioscar con Stefano Patriarca, che lavora a palazzo Chigi come consigliere insieme a Nannicini, e di previdenza si occupa da una vita. 
Sette punti di PIL l’anno vanno dalla fiscalità generale ogni anno a sostenere lo squilibrio previdenziale, non la mera assistenza. Se pensate per esempio che il 52% del totale delle imposte italiane sul reddito delle persone fisiche è pagato dal solo 11% del totale degli oltre 60, 8 milioni di italiani, mentre lo squilibrio delle pensioni si deve alla generosità degli assegni retributivi che paghiamo (ancora larghissimamente maggioritari sul totale delle prestazioni erogate), si capisce al volo che è un’iniquità. Effettuiamo ogni anno un massiccio trasferimento di risorse in deficit a vantaggio di milioni di italiani che NON sono affatto i poveri veri (povertà assoluta). Brambilla calcola – e in questo ha ragione – che dal 1980, inizio dello squilibrio previdenziale, a questa posta si debba ” l’accumulo di un debito in moneta corrente di 1.000,087 miliardi di euro pari al 45% dell’attuale debito pubblico complessivo. Calcolando invece, come più correttamente si deve fare, l’incidenza dei disavanzi sul debito pubblico in moneta 2015 si arriva a un totale di 1.491,18 miliardi pari al 67% dell’intero debito pubblico italiano, di cui hanno beneficiato, in buona parte ogni anno gli oltre 16 milioni tra pensionati e assistiti, facendo esplodere il rapporto tra debito pubblico e PIL dal 59,4% del 1980 al 132,7% attuale”. Aggiungo ancora un’altra rilevantissima iniquità: perché in realtà sappiamo benissimo da anni, da dove viene il più recente balzo in avanti dello sbilancio economico e patrimoniale dell’INPS. Ad aver spinto a fondo i conti INPS dal 2012 è stata l‘incorporazione dell’INPDAP, cioè dei pensionati pubblici. Nel solo 2015 la gestione dei dipendenti pubblici ha registrato un passivo di 28,9 miliardi  rispetto a 26,8 nel 2014. Viene poi il fondo  ex Ferrovie dello Stato con perdite di 4,2 miliardi nel 2015, la Gestione Coltivatori Diretti con -3,1 e il Fondo Trasporti con un miliardo di squilibrio. 
Le gestioni in attivo sono solo 3 nel recinto INPS, e il più dell’attivo, che va a coprire almeno in parte la voragine dei pensionati pubblici, viene dal fondo dei parasubordinati: in attivo nel 2015 per oltre 7 miliardi.Ma vi pare accettabile, che lo scalino più basso delle garanzie e della piramide dei redditi italiani, quello appunto dei parasubordinati, debba rifondere ogni anno almeno in parte i buchi delle pensioni pubbliche? E’ ovvio che no: bisognerebbe dunque alzare l’aliquota contributiva a carico del lavoro pubblico fino al pareggio del deficit annuale. Ma su questo, chissà perché, lo Stato non ci sente, quello stesso Stato che per decenni in realtà non ha neanche fatto finta di versarli davvero, i contributi dovuti per la pensione dei suoi dipendenti. mentre poi, se pensassimo a un’aliquota contributiva media generale per l’equilibrio delle prestazioni previdenziali , allora essa dovrebbe salire dal 33% attuale al 44%. Ecco, mi fermo qui: queste sono solo alcune delle più gravi ragioni di iniquità persistenti ancor oggi nel sistema previdenziale italiano. Che NON è in equilibrio, e grazie all’odiatissima riforma Fornero è entrato sì in un regime pluriennale di stabilizzazione: ma nell’arco dei prossimi 30 anni, perché a oggi anno dopo anno la spesa previdenziale cresce ancora eccome (il 2015 segna il record, e salirà ancora nel 2016 e 2017) . Altro che abbassare l’età della pensione di vecchiaia come propongono i partiti ( a oggi sono state introdotte 12 diverse forme di prepensionamento rispetto al testo Fornero): noi continueremo per anni e anni a pagare milioni di trattamenti di anzianità in deficit, maturati in passato a età tra i 40 e i 50 anni…
Quinto: lo squilibrio ulteriore che deve preoccuparci, quello all’interno della spesa sociale. Abbiamo una spesa sociale, sommando tutte le componenti dalla sanità alla previdenza all’assistenza, tra le più elevate in Europa (altra evidenza che viene spessissimo NEGATA nel dibattito pubblico): è pari nel 2015 a 447,3 miliardi cioè al 54% del totale della spesa pubblica. Ma spendiamo troppo più degli altri paesi europei in pensioni: il 15,8 % del PIL nel 2015 (dicono ISTAT ed Eurostat, naturalmente Brambilla con le sue elaborazioni al ribasso sostiene che siano diversi punti di PIL in meno, la solita storia per cui in Italia si gioca coi numeri a seconda della tesi da sostenere invece di affidarsi a quelli univoci della contabilità pubblica….)  rispetto al 11% nell’euroarea. Mentre spendiamo il 50% per cento in meno rispetto alla media europea per la famiglia: solo l’1,2% del PIL. E quasi zero per la casa, rispetto allo 0,6% di Pil annuo nella Ue.
Conclusione amara. Il nostro è non solo un welfare a debito, con 7 punti di PIL l’anno per l’INPS a carico di pochissimi contribuenti. Ma è soprattutto un welfare troppo spostato a favore degli anziani, avarissimo coi giovani, inesistente o quasi per i poveri assoluti : il che aggrava anno dopo anno il nostro deficit demografico e di produttività.


Fonte: qui

domenica 18 settembre 2016

La Bundesbank: preparatevi a dire addio alla pensione

In pensione sempre più tardi, possibilmente mai: «Un allungamento della vita lavorativa non dovrebbe essere un tabù ma deve, anzi, essere considerato come un elemento fondamentale», avvertono gli economisti della Bundesbank, la banca centrale tedesca presieduta da Jens Weidmann. 

«Non appena la crisi ricorda a tutti di non esser mai finita, si alza immediatamente la voce ammonitrice di chi reclama più austerità sui conti pubblici (tacendo sempre sull’insostenibilità di quello privato, soprattutto)», commenta Claudio Conti su “Contropiano”. 

«Inutile far notare a un Weidmann o un Dijsselbloem che in questo modo si distrugge il benessere della popolazione: l’obiettivo è infatti proprio quello». 

Oggi in Germania l’età del ritiro dal lavoro è a 67 anni.

Allontanare ancora l’età pensionabile significa arrivare ai settant’anni. 

E la previsione è ancora peggiore per le generazioni più giovani, entrate al lavoro con le leggi “Hartz IV” varate sul modello delle “riforme” introdotte anni fa alla Volkwagen corrompendo i leader sindacali perché firmassero accordi-capestro per i dipendenti. 

Problema: il modello-Germania, creato con l’inganno, oggi in Europa fa testo. Ispira tutte le nuove legislazioni, dal Jobs Act alla Loi Travail francese.

Il calcolo della banca centrale tedesca, aggiunge “Contropiano”, è truccato anche questa volta: esclude infatti moltissime voci del bilancio statale, «per arrivare infine a “dimostrare” che, se non si toccano unicamente le pensioni, tutto salta». 

Il Jens Weidmann con Mario Draghiragionamento, continua Conti, si basa sulla generazione dei baby-boomers, nati negli anni ‘50 e ‘60, quando il benessere della ricostruzione post-bellica aveva spinto le famiglie a mettere al mondo molti figli. 
Dopo l’exploit del 1964, come in Italia, anche in Germania poi è cominciata una “discesa” demografica: ogni anno, c’è mezzo milione di tedeschi in meno rispetto all’anno prima (solo gli immigrati mantengono il bilancio in equilibrio). 
L’allarme di Weidmann considera solo il “picco negativo” elevandolo a tendenza, «come se negli anni successivi quel trend non si fosse mai invertito», arrivando così a sostenere che «tra il 2030 e il 2060» il costo sociale del declino demografico potrebbe farsi insostenibile. 
Per “Contropiano”, si tratta di un ricatto esplicito: «O si aumenta l’età pensionabile, portandola il più vicino possibile all’aspettativa di vita (tradotto: dovete morire sul lavoro), oppure si aumenta la percentuale di salario dirottata ai contributi previdenziali». 
O, ancora, «si abbassa il “tasso di sostituzione”, cioè il rapporto tra assegno pensionistico mensile e ultima retribuzione percepita (già ora molto basso, intorno al 42%)».
Con le elezioni ormai alle porte – in Germania di voterà nel 2017 – la Merkel non intende fornire un assist ai suoi avversari: si è infatti affrettata a garantire che il sistema previdenziale resterà immutato. 
Ma la sortita della banca centrale, osserva Conti, è chiaramente rivolta a tutti i membri dell’Ue. 
Il messaggio è chiaro: se è costretta a tirare la cinghia persino la Germania, cioè il paese economicamente più forte (e con i conti quasi in regola con i parametri di Maastricht), figuriamoci cosa dovranno fare i paesi con deficit o debito eccessivo, Francia e Italia in primis. 

In altre parole: la tecnocrazia agli ordini dell’élite sembra ben decisa a “terminare” quel che resta del welfare europeo.

Il grosso del “lavoro sporco” è già stato fatto, con le varie “riforme” del mercato occupazionale che hanno azzerato i diritti dei dipendenti, senza contare i tagli alla sanità e la privatizzazione selvaggia dei servizi essenziali, come trasporti, acqua ed energia. 

Resta il boccone più grosso, quello delle pensioni: Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppoterremotare la previdenza pubblica significa, tra l’altro, scatenare la corsa alle pensioni integrative, private, secondo lo schema italiano della legge Fornero.
Tutto questo, conclude Claudio Conti, serve ad «affermare concretamente il principio che tutto è dovuto all’interesse del mercato capitalistico e nulla alle popolazioni». Si teme dunque che «anche le pensioni già in essere dovranno subire tagli forsennati, come è stato imposto alla Grecia». 

Neoliberismo, reinterpretato dal neo-feudalesimo europeo che nega l’istituto strategico del deficit positivo, la spesa pubblica come investimento strategico, sociale ed economico. 

La logica resta quella, aberrante (puro delirio anti-economico) del pareggio di bilancio: impossibile spendere più di quanto si produce (il che è vero solo per famiglie e aziende, mai per uno Stato che sia sovrano della sua moneta, da emettere in quantità necessaria per sostenere il sistema-paese). 
In più, l’ordoliberismo teutonico impugna a senso unico il falso dogma del bilancio in pareggio: «Nel settore finanziario, infatti, nulla viene rimproverato a quanti (ad iniziare da Deutsche Bank) hanno accumulato perdite, debiti, “sofferenze” sistemiche inaffrontabili». 
In quel caso, al contrario, lo Stato è generosissimo: ogni sforzo pubblico è stato invocato (e ottenuto) per “salvare” gli istituti di credito rigorosamente privati. E ora, chiosa “Contropiano”, il fatto che alcune voci del bilancio pubblico (persino tedesco) siano considerate sacrificabili, significa una sola cosa: la resa dei conti è ogni giorno più vicina.

Fonte: qui