9 dicembre forconi: estero
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venerdì 8 febbraio 2019

LA GRANDE FUGA DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO

NON SOLO GIOVANI, ORA PARTONO ANCHE FAMIGLIE E OVER 60 
LA GERMANIA E’ LA META PIU’ GETTONATA, EFFETTO BREXIT: CROLLO DI PARTENZE PER LONDRA 
I PENSIONATI SCELGONO IL PORTOGALLO: + 140,4%
Francesco Sforza per “la Stampa”
italiani fuga all'esteroITALIANI FUGA ALL'ESTERO

In Europa è in atto un flusso migratorio di dimensioni paragonabili a quello successivo alla Seconda Guerra Mondiale: sono gli italiani che se ne vanno dall' Italia. A dirlo sono i registri dei connazionali residenti all' estero, a cui vanno sommati i dati incrociati da fonti esterne, come ad esempio le statistiche anagrafiche dei maggiori Paesi europei.

Il fenomeno dunque misura almeno il doppio rispetto ai numeri effettivamente censiti, che si riferiscono a cittadini italiani residenti all' estero per più di 12 mesi e che adempiono agli obblighi di legge iscrivendosi all' Aire (non tutti lo fanno, soprattutto fra i più giovani).

italiani fuga all'esteroITALIANI FUGA ALL'ESTERO
La Farnesina si sta attrezzando per rendere l' iscrizione ai registri una prassi consolidata: «Davanti alla sfida dei nuovi flussi di mobilità e degli oltre 5,5 milioni di italiani residenti all' estero - dice il direttore della Direzione degli italiani all' estero Luigi Maria Vignali - il ministero sta puntando decisamente sulla digitalizzazione dei servizi consolari: abbiamo attivato il Portale Fast-It e pensiamo di renderlo un vero e proprio "sportello consolare virtuale", per richiedere servizi e ottenere certificati direttamente on line».

Stando ai dati del ministero degli Esteri, se si guarda agli ultimi cinque anni, la mobilità italiana è passata dai 3,1 milioni di iscritti nel 2006 agli oltre 5,1 milioni del 2018. La fotografia scattata nel 2018 parla di 5.114.469 di italiani residenti stabilmente all' estero sui quasi 60 milioni e mezzo censiti nella stessa data in Italia. E solo nell' ultimo anno la comunità di iscritti è aumentata di 140 mila persone (+2,8%).
GIOVANI ITALIANI IN FUGAGIOVANI ITALIANI IN FUGA

Alcuni sono italiani che nascono già all' estero, altri sono quelli che acquisiscono la cittadinanza, altri ancora (pochissimi) quelli che si trasferiscono da un comune all' altro nella nazione estera in cui già vivono. Molti però espatriano, per la precisione il 52,8%; questo significa che gli italiani che hanno scelto di trasferire stabilmente la loro residenza fuori dai confini nazionali sono 123.193. Un po' come se si fosse svuotata, nell' ultimo anno, una città delle dimensioni di Monza o di Pescara.

Ma chi sono gli italiani che se ne vanno? Il 37,4 per cento ha un' età compresa tra i 18 e i 34 anni, ma la tendenza registra un aumento dell' età: rispetto all' anno precedente c' è stato nel 2017 un aumento di quasi il 3 per cento di persone che hanno tra i 35 i 49 anni. E il trend da allora è tutto in aumento. La maggioranza degli espatriati (56%) si trova oggi nella forbice compresa tra i 18 e i 44 anni, a cui si deve aggiungere un 19% di minorenni. Quest' ultimo dato è indicativo: la partenza di questi 24.570 minori (di cui il 16,6% ha meno di 14 anni e l' 11,5% meno di 10 anni) significa infatti che a spostarsi sono interi nuclei familiari.

Via dalle città Rispetto al passato, i nuovi italiani sono più istruiti: il 34,6 per cento ha la licenza media, il 34,8 è diplomato e il 30 è laureato. E come altri migranti, mandano i soldi a casa: le stime del 2016 parlano di sette miliardi di euro di rimesse dall' estero, circa mezzo punto di Pil. Cifra che non va a compensare l' investimento perduto, se si calcola che ogni dottore di ricerca che se ne va è costato allo Stato italiano circa 230 mila euro (un laureato 170 mila, un diplomato 90 mila).
ITALIANI IN FUGA 1ITALIANI IN FUGA 

A conferma che tra le ragioni della partenza possa esserci la ricerca di opportunità migliori di quelle offerte dal panorama nazionale c' è il dato geografico: sono le grandi aree metropolitane, quelle con forti o importanti strutture formative e professionali - dalle università alle grandi aziende - a produrre il maggior numero di «expat». Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza. Tra le Regioni in testa c' è la Lombardia, seguono Veneto, Sicilia, Emilia-Romagna e Liguria. Si va soprattutto in Europa, e poi in America (che significa anche America Latina, Brasile e Argentina in particolare).

Il Paese che accoglie in assoluto più italiani è la Germania, che a inizio 2018 ha registrato 20.007 nuovi ingressi, seguono Regno Unito e Francia, rispettivamente a quota 18.517 e 12.870. L' effetto Brexit si è fatto sentire: le presenze sono precipitate nel Regno Unito del 25,2%, ma il dato è probabilmente dovuto anche alla mancata iscrizione all' Aire di tanti che non sanno se restare o fare ritorno a casa. A una minore attrattività della Gran Bretagna corrisponde un aumento di interesse nei confronti della Francia, che a dispetto di tutto, ha visto, più di tutte le altre nazioni, l' arrivo di giovani nuclei familiari provenienti dall' Italia.
cascais 2CASCAIS

I migranti di rimbalzo Tra i cambiamenti sostanziali c' è da registrare poi un aumento della fascia d' età di chi parte: + 20,7% nella classe di età 50-64 anni; +35, 3% nella classe 65-74 anni; +78,6% dagli 85 anni in su. Molti, tra gli over 60, fanno parte della cosiddetta «emigrazione previdenziale», ovvero coloro che decidono di trascorrere la pensione in luoghi in cui le tasse e i costi della vita sono decisamente inferiori che in Italia; la testa della classifica è dominata come sempre dal Portogallo, che ha registrato un aumento del 140,4%, seguono Brasile (+32,0%), Spagna (+28,6%) e Irlanda (+24,0%).

cascais 1CASCAIS 






Altri invece sono genitori e nonni che raggiungono i figli e i nipoti stabiliti all' estero, oppure sono «migranti di rimbalzo», che rientrano in Italia, ma dopo un po' preferiscono tornare da dove erano partiti, o «migranti maturi disoccupati», quelli che a un certo punto si rendono conto di non riuscire a mantenere la propria famiglia in patria. E allora se ne vanno.

Fonte: qui

lunedì 24 settembre 2018

A MILANO LA STORICA FARMACIA CAIAZZO E’ FINITA SOTTO SEQUESTRO



DAL DEPOSITO DELLA FARMACIA VENIVANO ACQUISTATI MEDICINALI A PREZZI SCONTATI, IN GENERE MOLTO COSTOSI, DESTINATI A OSPEDALI PUBBLICI O PRIVATI. 

MA I FARMACI VENIVANO RIVENDUTI IN MERCATI PARALLELI ALL'ESTERO, DAL MEDIO ORIENTE ALL'ASIA, GENERANDO UN GIRO D'AFFARI FINO A 20 MILIONI L'ANNO. 

QUESTI STESSI FARMACI SAREBBERO SERVITI A CONFEZIONARE IL CONTRAMAL, LA DROGA DEI COMBATTENTI ISIS


Una vicenda piuttosto clamorosa, che arriva dal cuore di Milano: la storica farmacia Caiazzo è finita sotto sequestro preventivo, eseguito dai carabinieri del Nas su richiesta del pm meneghino David Monti. I sigilli sulla storica farmacia a pochi passi dalla stazione Centrale sono dovuti all'ultimo capitolo dell'operazione Contramal, che prende il nome - come sottolinea Il Giorno - dalla cosiddetta "droga del combattente" usata dai miliziani dell'Isis.

jihadisti isisJIHADISTI ISIS
Nel corso dell'indagine era emerso che dal deposito della farmacia venivano acquistati medicinali a prezzi scontati, in genere molto costosi, destinati a ospedali pubblici o privati. Ma secondo l'accusa i farmaci venivano rivenduti in mercati paralleli all'Estero, dal Medio Oriente all'Asia, generando un giro d'affari fino a 20 milioni l'anno. Questi stessi farmaci sarebbero serviti a confezionare proprio il Contramal. Un'operazione di riciclaggio e truffa ai danni dell'erario e delle case farmaceutiche.

Fonte: qui

venerdì 21 settembre 2018

Corsi abilitanti Tfa all’estero: una truffa da migliaia di euro e quale valore?

Tfa all’estero: Romania e Spagna vendono abilitazione online

E allora a che serve richiedere in maniera ostinata il vecchio ed ormai obsoleto TFA? Sono tanti/e i/le laureate/e, giovanissime e meno giovani, che cascano nella rete delle vendite di titoli abilitanti online, conseguibili in pochi mesi all’estero e validi anche in Italia, perché  “riconosciuti dal MIUR” come recitano gli stessi fantomatici promotori. Un Tfa conseguito online in Romania o in Spagna, per citare due mete ormai frontline da due anni e più, costa dai 3mila ai 9mila euro. Una specie di Master con tanto di attestato finale, pagato a caro prezzo e che va ritirato recandosi sul posto, giusto per dare quella parvenza di autenticità del titolo.
Conversazione riportata da OggiScuola.it

Scuole italiane accettano Tfa all’estero come validi?

E le scuole? Molte si lasciano “abbindolare” da questi titoli conseguiti all’estero, nascondendosi dietro l’equipollenza garantita dal MIUR, ma invece…qual è la realtà?
Dopo anni trascorsi sui libri universitari, con costi non indifferenti per ciascuna famiglia italiana, ogni giovane laureato in materie umanistiche o scientifiche, lingue straniere o giurisprudenza, deve fare un lungo percorso di studi, matti e disperatissimi, per conseguire l’abilitazione, altrimenti resta in panchina per tutta la sua vita in attesa prima del titolo e poi del posto vero e proprio.
Già… perché l’abilitazione dovrebbe rappresentare il simbolo della conoscenza assoluta di quella disciplina di cui uno ha conseguito il titolo. Purtroppo fatta la legge trovato l’inganno, perché  non sempre la fortuna favorisce chi veramente merita, molti giovani sono stati tagliati fuori dall‘ultimo concorso TFA svolto in Italia e si son dovuti accontentare di fare altro. Altri, disperati e ormai facili prede di truffatori, hanno messo via tutti i risparmi per comprare questi titoli online. E le truffate non tardano a farsi sentire, come le denunce arrivate alla redazione di OggiScuola, la più agghiacciante è quella di Martina, 40enne di Napoli, che si è lasciata convincere dalla buona fede e ha perso tutto.

Tfa all’estero, Striscia la Notizia denuncia le truffe abilitazioni in Romania 

Perché? Spesso sono organizzazioni criminali e fraudolente che collaborano tra Romania-Spagna ed Italia. Una realtà denunciata dalla stessa trasmissione Striscia La Notizia lo scorso marzo 2017
Oggi è risaputa l’esistenza di Eurosofia, garantito da sindacati e Orizzonte Scuola. Eppure, tra chi ha sempre studiato con onestà e caparbietà c’è tanta delusione e rammarico: “Non mi abbasserei mai a pagare tutti questi soldi per un titolo che non mi garantisce un posto fisso, ma solo quel di più per fregare un altro e passargli davanti nelle graduatorie o ai concorsi- ha denunciato Roberto Coppola, 39 anni, laureato in Lettere Moderne, non abilitato- L’abilitazione dovrebbe essere una cosa seria e la stessa serietà dovrebbero dimostrarla anche le scuole, rifiutando docenti che comprano titoli all’estero. D’altra parte è tutta una questione di business e di conflitto di interessi. Io però non ci sto”.

Tfa all’estero, Pas, Fit questi sconosciuti nella scuola di un tempo

E a mostrare disgusto per il nuovo sistema di abilitazione dei docenti è la professoressa Antonietta Grandone di Napoli, laureata in lettere classiche, docente per ben 40 anni ed ora in pensione: “Ai miei tempi tutto veniva fatto con regolarità e non c’era nessun timore di essere scavalcata in graduatoria. Non c’erano tutti questi mezzucci per avere l’abilitazione. Si faceva il concorso a Roma e bisognava tradurre un tema in latino. Non passavano tutti, ma soltanto i più bravi, che allora lo erano davvero! Poi si era ammessi alla prova orale. Una volta vinto il concorso si accedeva al Provveditorato di Napoli. Non occorreva agitarsi tanto, la chiamata all’insegnamento avveniva con rapidità. Oggi mi accorgo che i giovani, con poche o tante possibilità economiche, vanno in Romania o in Spagna a conseguire l’abilitazione, pagando cifre da capogiro (ho sentito anche 10 mila euro), studiando online, ma quale valore pensano che abbia questo titolo non meritato? Come potranno insegnare senza un’adeguata preparazione? Il Ministro non fa nulla per evitare tutto questo?- ed aggiunge la professoressa Grandone- Spero che si trovi una soluzione al più presto, perché di questo passo si sfornerà un quantitativo di asini in cattedra”.
Studere, studere…quid valere?
 Fonte: qui

Miur, abilitarsi in Romania, info e titoli ingannevoli 

Oggetto di valutazione e riconoscimento solo un numero complessivo di 173 istanze da italiani e rumeni, eppure 'vi era il boom di iscrizioni'.

Giudicati 'poco furbi' i docenti che non coglievano l'occasione di abilitarsi in Romania. Un'oasi che si proponeva agli insegnanti in attesa dell'attivazione del III ciclo del Tirocinio Formativo Attivo, con nessuna certezza di rientrare tra i fortunati alla frequenza dei corsi per la propria classe di concorso. Si era infatti diffusa la voce che ci fosse delle Università rumene che, con un'iscrizione e una frequenza ai corsi direttamente online, potessero rilasciare dei titoli di abilitazione all'insegnamento che poi sarebbe stati fatti riconoscere dal Miur. Addirittura in tempo per l'aggiornamento delle Graduatorie di Istituto 2017/20.

Notizie prive di fondamento

È lo stesso Miur a chiarire la situazione.

In una nota esplicativa in materia di riconoscimento della professione docente per chi consegue titoli abilitativi conseguiti in Romania, dichiara che 'È priva di fondamento la notizia [...] di 500 decreti emanati dal Miur per il riconoscimento di titoli di abilitazione all'insegnamento conseguiti in quel Paese [...]'. Sembrava dunque molto strano che 'con uno schiocco di dita' si potesse ottenere un titolo all'estero con riconoscimento in Italia per il quale è necessario superare tre selezioni (due scritte e una orale); frequentare un corso formativo di almeno 9 mesi e svolgere un tirocinio nella scuola. In base alle info circolate: frequenza online, e 'breve passaggio in Romania' per gli esami. Poi il Ministero avrebbe convalidato l'abilitazione. Tutto senza selezione.
Non dimentichiamo inoltre i prezzi.

In relazione alle ricerche di alcuni colleghi su Università 'di cui alcuni si sono fatti vanto di ricercare per l'iscrizione', dichiarando che queste 'sarebbero state certificate dal Miur', i costi variano dai 1.500 ai massimo 2.000 euro. Altri colleghi hanno invece dichiarato di dovere corrispondere solo i costi per sostenere l'esame. Inutile dire che queste informazioni hanno creato molti malumori tra i docenti, anche se in realtà, non conosciamo nessuno di questi insegnanti che ci abbia poi detto di frequentare i corsi abilitanti in Romania; alcuni non li abbiamo più sentiti, e anche i colleghi che ci avevano tanto preso in giro - non avendo creduto alla certificazione Miur di alcune Università della Romania - ora sorvolano sulla domanda.

Al Miur solo 173 istanze da Italia/Romania

Nel dettaglio della nota Miur, si informano i docenti che dal 2012 al corrente anno scolstico sono state oggetto di valutazione e/o riconoscimento un numero complessivo di 170 istanze di cittadini romeni che hanno frequentato i corsi di formazione in Romania e numero 3 istanze di cittadini italiani, che hanno invece svolto il percorso in Romania.

Nessun boom dunque di iscrizioni per conseguimento del titolo abilitante in Romania. Sono solo voci 'questo fa intendere il Ministero'. Inoltre, il Miur ha sottolineato di non aver stipulato convenzioni tra Università italiane e/o straniere, o enti privati, come già sembrava strano pensare che il Ministero potesse delegare altro Stato per la formazione dei suoi insegnanti, senza considerarne il lato economico.

Chiarita dunque la questione delle 'ingannevoli' abilitazioni in Romania, con preghiera che alcuni docenti 'smettano di giudicare sciocco chi non ricerca escamotage farlocche per abilitarsi'. È chiaro che a tutti noi farebbe piacere ottenere l'abilitazione a poco prezzo e presto, ma se non è possibile è necessario attendere il Tfa.Tutti i decreti di riconoscimento della professione docente sono stati pubblicati dal Miur alla pagina seguente: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/ 

Nel dettaglio la nota esplicativa in materia di abilitazioni all'estero e i chiarimenti sul titolo conseguito in Romania: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/.

28 Novembre 2016

Fonte: qui

“Chiarimenti sulle abilitazioni estere” 

I candidati devono tutelarsi e saper riconoscere i percorsi falsi a buon mercato.

Da anni ormai gli aspiranti docenti sono bombardati da notizie relative alla possibilità di potersi abilitare mettendo fine all’agonia dell’attesa dell’uscita dei TFA.
OS.it consiglia SIFE – Fin’ora sembra lamentino il fatto che non siano forniti gli strumenti per riconoscere una truffa da una abilitazione all’insegnamento conseguita all’estero regolarmente.. Ma è proprio così o siamo attirati sempre da ciò che apparentemente è piú semplice e meno costoso?!
In che modo il Ministero ci mette in guardia?
Partiamo dalla normativa:
Il riconoscimento delle qualifiche professionali, com’è noto, è disciplinato dal decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, di attuazione della Direttiva 2005/36/CE.

Il citato decreto legislativo disciplina il riconoscimento delle qualifiche professionali già acquisite in uno o più Stati membri dell’Unione europea, che permettono al titolare di tali qualifiche di esercitare nello Stato membro di origine la professione corrispondente.
Ai sensi dell’art. 4, comma 5, lett. m) del citato D.lgs. n. 206/2007, per “Stato membro d’origine” si intende lo Stato membro in cui il cittadino dell’Unione europea ha acquisito le proprie qualifiche professionali.
Diamo un’occhiata alla nota Ministeriale del 2014 
Dalla lettura della sopracitata nota il Ministero chiaramente indica che il tirocinio  così come gli esami vengano svolti nello Stato dove è ubicata l’ Università e NON in Italia poiché il master è volto ad acquisire il titolo in tale Stato e solo successivamente in Italia.
È importante chiarire che non vi è automatismo nei riconoscimenti della professione di docente, ma è prevista la valutazione della formazione attraverso l’analisi comparata dei percorsi formativi previsti nei due Stati membri coinvolti.
Bisogna preoccuparsi poi di accertarsi non che l’università sia pubblica o privata, ma che tale Ateneo sia inserito negli elenchi degli appositi enti atti a riconoscere la validità dell’erogazione del master in questione, cosi come regolare deve essere il centro dove si effettua il tirocinio, per regolare si intende non solo che sia una scuola autorizzata ma che abbia le convenzioni necessarie per poter accogliere i tirocinanti in corso di abilitazione.

Diamo un altro sguardo al sito del Ministero e ci imbattiamo in un’altra nota
In suddetta nota il Ministero chiarisce nuovamente la questione del tirocinio in loco e asserisce “ I dati circolati sulle abilitazioni in Romania, è priva di fondamento la notizia relativa a 500 decreti emanati dal Miur per il riconoscimento di titoli di abilitazione all’insegnamento conseguiti in quel Paese. Peraltro, secondo gli obblighi di legge, i decreti emessi sono pubblicati sul nostro sito istituzionale”.
Con qualche click sulla pagina ufficiale del Ministero riusciamo a visionare tutti i decreti di riconoscimento e ci sembra di capire che è dunque la Spagna ad avere il maggior numero di riconoscimenti, dove ci sono varie società come Sife Formazione che lavorano da anni in percorsi abilitanti e non solo sull’insegnamento sia in Italia che in Spagna, le quali si impegnano a dare le info più adeguate e rispettare le normative corrispondenti.
Altro punto molto richiesto dagli interessati è se le agenzie corrispondenti o le università estere siano o meno accreditate dal Miur.
Il Miur in quanto ministero italiano accredita solo istituzioni educative italiane e non può fare convenzioni nè accreditare centri stranieri.
I centri stranieri devono essere in regola con le normative del paese corrispondente ed il Miur valuta la regolarità dei percorsi e la congruità con i percorsi accademici italiani.
Tra i vari percorsi accademici esteri è proprio la Spagna ad avere l’ordinamento giuridico educativo e accademico più simile al nostro italiano, nel caso di piccole differenze di percorso il Miur può decidere anche di riconoscere l’abilitazione ma solo dopo aver svolto misure compensative.
Come stabilito dalla legge l’eventuale misura compensativa è scelta dallo studente tra esame attitudinale o tirocinio.

– La prova attitudinale si articola in una prova scritta/pratica e orale o in una prova orale sulla base dei contenuti delle materie stabilite dall’Autorità competente a seguito della Conferenza di servizi.
Consiste in un esame volto ad accertare le conoscenze professionali del richiedente effettuato allo scopo di valutarne l’idoneità ad esercitare la professione di docente. Le materie su cui svolgere l’esame sono scelte in relazione al confronto tra la formazione richiesta sul territorio nazionale e quella posseduta dal richiedente.
– Il tirocinio di adattamento consiste nell’esercizio in Italia della professione regolamentata corrispondente a quella in relazione alla quale è richiesto il riconoscimento. Gli obblighi, i diritti e i benefici sociali di cui gode il tirocinante sono stabiliti dalla normativa nazionale vigente, conformemente al diritto comunitario applicabile.
In conclusione gli approfondimenti e le note ministeriali del Miur chiariscono vari punti fondamentali, il primo dei quali è il concetto di “riconoscimento automatico”:
Non esiste automatismo nel riconoscimento del titolo e questo spiega il perchè gli interessati si affidino a società e consulenti professionisti, considerato il fatto che l’eventuale rilascio del provvedimento finale avviene soltanto dopo attenta analisi della documentazione prodotta, nonché dalla verifica dei presupposti giuridico-amministrativi.
Questo deve essere considerato come garanzia per tutti gli insegnanti in Italia che non dovranno sentirsi scavalcati da abilitati irregolari e per tutti coloro che conseguono le abilitazioni all’estero con regolarità e senza raggiri.

8 Marzo 2017
Fonte: qui


venerdì 20 maggio 2016

ISLANDA SENZA EURO? IN SPAVENTOSA CRESCITA! ECCO COSA NON VI DICONO!


Workers clear up dead herring worth  billions in exports  Tuesday Feb. 5 2013 from the shore of  Kolgrafafjordur, a small fjord on the northern part of Snaefellsnes peninsula, west Iceland, for the second time in two months. Between 25,000 and 30,000 tons of fish died in December and more now, due to lack of oxygen in the fjord thought to have been caused by a landfill and bridge constructed across the fjord in December 2004. The current export value of  the estimated 10,000 tons of herring amounts to ISK 1.25 billion ($ 9.8 million, euro 7.2 million), according to Morgunbladid newspaper. (AP Photo/Brynjar Gauti)(LaPresse/AP/Brynjar Gauti)

Visto che i media di regime non lo fanno, ve lo ricordiamo noi
Caso Grecia, c’è un precedente: nel 2010 il popolo Islandese con un referendum mandò a quel paese l’Europa

NEL MARZO DEL 2010 PIÙ DEL 93% DEI 300MILA ABITANTI DELL’ISOLA HA VOTATO “NO” ALLA RESTITUZIONE DI 3,9 MILIARDI DI EURO.

TRA IL 2009 E IL 2010 IL PIL DI REYKJAVIK È DIMINUITO DEL 10% E UNA RIPRESA HA INIZIATO A VEDERSI DAL 2011 QUANDO IL PAESE HA RITROVATO IL SENTIERO DELLA CRESCITA, MA LA CURA NON È STATA INDOLORE.

Per la Grecia che sta decidendo con un referendum quale deve essere l’atteggiamento nei confronti dei suoi creditori esiste un suggestivo precedente. Nel marzo del 2010 più del 93% dei 300mila abitanti dell’Islanda ha votato “No” alla restituzione di 3,9 miliardi di euro a Gran Bretagna e Olanda, entrambe colpite dal fallimento di tre banche del piccolo paese nordico. Sfortunatamente per i greci le similitudini sono più apparenti che reali e in ogni caso il voto liberatorio di Reykjavik non ha messo le ali ad un’economia che soffriva innanzitutto di mali propri. Facciamo un piccolo passo indietro.

Negli anni che precedono la crisi del 2008 l’Islanda attrae capitali dagli investitori esteri come se fosse un’idrovora grazie a tassi di interesse locali ben più alti (per combattere l’inflazione) rispetto a quelli statunitensi o dell’area Euro. Gli islandesi viceversa cercano di contrarre prestiti in euro o dollari su cui pagano interessi più bassi. Su entrambe le parti grava il rischio di cambio, ovviamente con dinamiche opposte. Se la corona si rafforza per un islandese è più facile ripagare i suoi debiti, se si indebolisce gli investitori esteri vedono diminuire il valore dei loro investimenti. In mezzo a questo vorticoso flusso di denaro proveniente da mezzo mondo, ci sono le banche islandesi che a loro volta si indebitano in valuta straniera e prestano in corone lucrando sulla differenza dei tassi.

Il “gioco” assume dimensioni impressionanti per un piccolo paese come l’Islanda. Le banche locali arrivano a gestire attività per 168 miliardi, quasi 20 volte il Pil dell’isola. Troppo anche se sembra una festa in cui tutti si divertono.

Non soddisfatte, le tre principali banche del paese aprono conti online in Gran Bretagna ed Olanda per i risparmiatori locali. In questo modo raccolgono valuta estera e la reinvestono in patria, di nuovo sfruttando la differenza dei tassi. Il 15 settembre 2008 la musica si ferma e la festa finisce all’improvviso nel peggiore dei modi. Il fallimento di Lehman Brothers paralizza i flussi di denaro, in tutto il mondo squilibri, debolezze ed esagerazioni finanziarie vengono alla luce. I capitali iniziano a fuggire dal paese e la corona perde il 50% del suo valore trascinando al ribasso tutti gli asset ad essa collegati.
Incapaci di ripagare i loro debiti, le banche islandesi falliscono una dopo l’altra.
Il governo è costretto a nazionalizzarle e per farlo deve farsi aiutare anche dal Fondo monetario internazionale a cui chiede un prestito di 5 miliardi di euro impegnandosi in cambio ad attuare misure di austerità fiscale. I conti online all’estero vengono abbandonati al loro destino garantendo solo minimi rimborsi. I risparmiatori inglesi e olandesi non pagano quasi dazio perché i soldi li mettono Londra e Amsterdam. Diventa una questione tra governi ma quello islandese “spariglia” il gioco rivolgendosi al popolo che con un referendum dice no alla restituzione dei soldi. L’Olanda rimarrà particolarmente scottata dalla vicenda e anche per questo motivo si dimostrerà particolarmente intransigente in altre situazioni a cominciare da quella greca.
L’Islanda è quindi riuscita con il voto popolare a liberarsi del debito verso gli stranieri. Ma la cura a cui si è sottoposta non è stata certo indolore e i risultati iniziano a vedersi solo ora. Ha dovuto salvare le sue banche spendendo una cifra pari al 30% del suo Pil e per farlo ha dovuto chiedere un prestito al Fondo monetario internazionale da 5 miliardi di euro.
Ha imposto rigidi controlli sull’esportazione di capitali che solo da poche settimane vengono gradualmente allentati. Tra costi dei salvataggi e aumenti del debito il costo complessivo della crisi è stato stimato al 65% del Pil. Tra il 2009 e il 2010 il Pil è diminuito del 10% e una ripresa ha iniziato a vedersi dal 2011 quando il paese ha ritrovato il sentiero della crescita (2% all’anno).
I turisti stranieri sono in forte crescita grazie al cambio favorevole così come le esportazioni. Il calvario insomma è durato un triennio. Come per l’Islanda anche per la Grecia la partita del debito è ormai soprattutto una questione tra governi. Le banche, sono state “graziate” nel 2011 dall’intervento degli Stati, e dei relativi contribuenti, portando comunque a casa un taglio del 50% del valore dei loro crediti. Proviamo a “traslare” il precedente islandese sulla situazione greca. Anche con una moneta propria il sistema bancario nazionale andrebbe sostenuto, di fatto nazionalizzato. Ipotizzando un costo dell’operazione simile a quello dell’Islanda servirebbero circa 60 miliardi di euro.
Dove trovarli dopo aver rotto con i creditori europei ed Fmi? Inoltre dal punto di vista delle relazioni internazionali una cosa è mettere in conto a due governi 3,9 miliardi di euro, un altro è scaricare debiti che sono enormemente superiori. Se il costo finale della crisi fosse simile a quello islandese si parlerebbe di 120 miliardi. Superata la bufera finanziaria, dopo un’inevitabile profonda recessione è possibile che anche la Grecia ritrovi la via della crescita. La via islandese è una strada che si può scegliere di percorrere. Basta sapere che farlo non sarà comunque indolore.

Fonte: qui