9 dicembre forconi

lunedì 16 aprile 2018

MACRON SENZA AVVERTIRE IL PARLAMENTO NÉ L’ONU NÉ L’EUROPA HA DATO L'ORDINE DI ATTACCARE LA SIRIA

TANTO PER DISTOGLIERE L’ATTENZIONE DAGLI SCIOPERI CHE STANNO METTENDO IN GINOCCHIO LA FRANCIA 

NON SOLO: LA DECISIONE È MATURATA DOPO UN INCONTRO DEFINITO STRATEGICO A PARIGI CON IL PRINCIPE SAUDITA MOHAMMED BIN SALMAN, DINASTIA SUNNITA STORICAMENTE NEMICA DELLA SIRIA E DELL'IRAN

Giorgio Gandola per La Verità

macron napoleoneMACRON NAPOLEONE
Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l' ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell' Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l' ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria.

Poiché non gli sembrava vero di poter vivere ‘L' ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali.

MACRON BIN SALMANMACRON BIN SALMAN
«Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche(balla!); la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un' Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita.

Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s' era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l' Italia scottata dall' affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. 

Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo.

IL PUPAZZO CON IL VOLTO DI MACRON IMPICCATO A NANTESIL PUPAZZO CON IL VOLTO DI MACRON IMPICCATO A NANTESattacco siria - aereo ingleseATTACCO SIRIA - AEREO INGLESE
Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un' adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l' attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell' Iran.

MACRON BIN SALMANMACRON BIN SALMAN
Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un' immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china.

La prova d' amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l' elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria.
MACRON TRA I SOLDATIMACRON TRA I SOLDATI

«Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. 

E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d' immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente.

La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese.

MACRON TRA I SOLDATIMACRON TRA I SOLDATI
Così l' ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l' Onu o il Parlamento (e su questo l' opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure.

attacco in siriaATTACCO IN SIRIA
La strategia non è nuova, l' aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l' Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l' Italia in un' avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini.

Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais.

Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove(mai esibite!) che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso.
macron attacca putin a versaillesMACRON ATTACCA PUTIN A VERSAILLES

In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell' impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all' unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l' Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica».
brigitte macronBRIGITTE MACRON

Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d' allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue.

Fonte: qui

Siria, Trump: "Le truppe americane torneranno a casa"

"Il presidente americano Donald Trump è stato chiaro affermando che vuole un ritorno a casa delle forze americane in Siria". È quanto afferma la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, replicando al presidente francese Emmanuel Macron, che aveva detto di aver convinto il tycoon a rimanere in Siria a lungo. Trump si aspetta inoltre che gli alleati degli Usa "si assumano maggiori responsabilità per mettere in sicurezza la regione". Fonte: qui

AnsaPoco dopo la portavoce della Casa Bianca ha precisato che "il presidente Trump è stato chiaro affermando che vuole un ritorno a casa delle forze americane in Siria",  e si aspetta che i partner regionali e gli alleati degli Stati Uniti "si assumano una maggiore responsabilità sia militare che finanziaria, per mettere in sicurezza la regione".

domenica 15 aprile 2018

Il petro-yuan può lanciare il renminbi come valuta globale e mettere in ginocchio il petro-dollaro



In un interessante serie di interviste di esperti finanziari raccolte oggi da RT emerge come i futures sul petrolio sostenuti dallo yuan possono nel medio periodo annientare il dominio del dollaro USA sul mercato del greggio. Tuttavia, il biglietto verde non cederà facilmente ila sua posizione di moneta egemone. "La domanda numero uno è quella di capire se la Cina sarà in grado di rendere il mercato petrolifero un suo mercato della domanda, e non il mercato delle forniture petrolifere scambiato in dollari come è ora", ha dichiarato Vladimir Rozhankovsky, analista di Global FX Investment.

La Cina ha recentemente superato gli Stati Uniti come il primo acquirente di petrolio al mondo. "La domanda numero due riguarda il futuro delle guerre commerciali. Se il commercio mondiale entra in una spirale mortale di sanzioni economiche reciproche, mantenere il commercio del petrolio in dollari sarà una questione di importanza strategica, o una questione di sopravvivenza per gli Stati Uniti", ha aggiunto l'analista.

Di conseguenza, Washington può minare deliberatamente l'immagine del petro-yuan attaccando le azioni cinesi. Questo potrebbe comportare la svalutazione dello yuan, rendendo il futuro del petrolio cinese meno attraente, ha proseguito Rozhankovsky.

Tuttavia, gli Stati Uniti hanno evidenti svantaggi su cui il petro-yuan può capitalizzare. Innanzitutto, il dollaro USA è ancora troppo forte, rendendo la produzione petrolifera nazionale molto costosa. In secondo luogo, gli Stati Uniti non hanno gasdotti transatlantici e le navi cisterna sono costose e altamente rischiose, ha aggiunto l'analista.

"La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è già iniziata. La Cina ha in programma di promuovere il renminbi come valuta di riserva e non c'è mossa migliore che acquistare materie prime nella sua valuta nazionale. Può risparmiare sulla conversione di valuta e diventare meno dipendente dal dollaro USA ", ha commentato Stanislav Werner, capo del dipartimento di analisi di Dominion.

L'analista nota che il mercato del petrolio ha un valore di 14 trilioni di dollari al momento, ed è più grande dell'economia cinese. "Le prime sessioni di trading sono state volatili, ma questa è una storia tipica per i nuovi strumenti finanziari. Gli Stati Uniti hanno una seria ragione per innervosirsi, perché in molti modi l'egemonia del dollaro USA viene dal commercio di petrolio in dollari ", ha concluso.

Fonte: qui

L’Unione €uropea non può essere democratizzata


Mentre la crisi interna dell’Unione Europea peggiora, e molti cittadini si ribellano contro quello che è diventato un progetto neoliberista, i politici europei si affrettano a spogliare i governi nazionali di ogni potere per impedire  ulteriori interventi democratici. Il centro-sinistra crede ancora che la UE sia una istituzione votata al bene dell’Europa. Omettono la domanda più importante: di quale Europa stiamo parlando?

Storia dell'U€ neoliberista


Stabilire il momento in cui il processo di integrazione europea si è volto al peggio non è compito facile. È una difficoltà dovuta al fatto che gli aspetti più nefasti (da una prospettiva progressista) di questo processo sono il risultato di decisioni apparentemente non nefaste prese nei decenni precedenti. Per semplificare, possiamo fissare il momento di svolta dell’Europa verso il neoliberismo intorno alla metà degli anni ’70, quando il regime cosiddetto “keynesiano”, adottato in occidente dopo la seconda guerra mondiale, stava attraversando una crisi conclamata.
La pressione salariale, i costi crescenti, e l’aumento della competizione internazionale avevano causato una riduzione dei profitti, provocando l’ira dei capitalisti. Ma, ad un livello più profondo, il regime di pieno impiego minacciava di costituire le fondamenta per un superamento del capitalismo stesso: una classe lavoratrice sempre più politicamente impegnata aveva iniziato a fare fronte con i movimenti della controcultura dei tardi anni ’60, chiedendo una democratizzazione radicale dell’economia e della  società.
Come l’economista polacco Michał Kalecki aveva anticipato trenta anni prima, il pieno impiego non era divenuto solamente una minaccia economica per la classe dominante, ma anche una minaccia politica.
Durante gli anni ’70 e ’80 ciò costituiva una preoccupazione per le 
élites, confermata da svariati documenti pubblicati all’epoca. Lo spesso citato documento della Commissione Trilaterale, Crisi della democrazia, datato 1975, sosteneva -dal punto di vista dell’establishment– che la situazione richiedeva una risposta a molteplici livelli. Una risposta mirata non solo a ridurre il potere contrattuale del lavoro, ma anche a promuovere un “più alto grado di moderazione nella democrazia” e un maggiore disimpegno (o “non impegno”) politico della società civile rispetto a quanto il sistema faceva, da raggiungere attraverso la diffusione dell'”apatia”.

Il secondo obiettivo –che la Commissione Trilaterale giudicava come una “precondizione fondamentale” per raggiungere il primo obiettivo, la transizione ad un nuovo ordine economico (cioè il neoliberismo)– è stato raggiunto, prima di tutto, mediante una graduale de-politicizzazione della politica economica. 

Ciò significava svuotare la sovranità nazionale e sottrarre la politica macroeconomica dal controllo democratico parlamentare –per esempio, rendendo le banche centrali formalmente indipendenti dai governi– isolando, in tal modo, la transizione neoliberistica dalla contestazione popolare. “Legando le proprie mani”, i governi erano in grado di ridurre i costi politici della transizione neoliberistica –che, chiaramente, comportava politiche impopolari– addossando la responsabilità ad accordi, trattati internazionali e istituzioni multilaterali. Tali politiche furono quindi presentate come l’inevitabile risultato della nuova e dura realtà della globalizzazione.

In Europa occidentale, questa lotta per smobilitare i movimenti popolari è stata portata alla sua più estrema conclusione. Nel 1971, a seguito del collasso del sistema di cambi fissi di Bretton Woods, la maggior parte dei Paesi europei continuò a sperimentare varie forme di accordi valutari. Ciò condusse, infine, alla creazione dello SME (Sistema Monetario Europeo), che, in sostanza, ancorava tutte le valute partecipanti al marco tedesco e, per consequenza, alle posizioni “anti-keynesiane” e anti-inflazionistiche della Bundesbank. La strategia ebbe successo nel promuove una maggiore coesione del tasso di cambio, ma l’aggiustamento ricadde interamente sulle spalle dei Paesi con alta inflazione e valuta più debole. Le loro valute si apprezzarono in termini reali e trasmisero un impulso disinflazionistico attraverso lo SME. Questa “disinflazione competitiva” portò alla bassa crescita e alta disoccupazione che caratterizzò l’economia europea ngli anni ’80, generando deficit strutturali delle partite correnti in Paesi come Italia e Francia.

La decisione delle nazioni con valuta più debole di partecipare allo SME condusse le stesse ad una perdita di competitività e di quote di esportazione, mentre beneficiò in modo enorme le nazioni con valuta forte (in particolare la Germania). Dal punto di vista delle prime, sembrerebbe trattarsi di una decisione in larga misura autodistruttiva. Tuttavia, una simile decisione non può essere compresa ragionando esclusivamente in termini di interesse nazionale, ma dovrebbe essere vista come il modo in cui una parte della comunità nazionale è stata in grado di porre vincoli ad un’altra, come ha notato James Heartfield.

Fu la reazione alla lotta distributiva degli anni ’70, quando il capitale europeo si rivolse allo Stato per disciplinare la classe lavoratrice e le sue organizzazioni, con l’intento –prima di tutto– di ristabilire la redditività del capitale attraverso la compressione dei salari. In tal senso, la logica della “disinflazione competitiva”, contenuta nello SME, consentiva ai politici nazionali, adesso “privati” dello strumento della svalutazione competitiva, di presentare la compressione dei salari e l’austerità fiscale come i soli mezzi attraverso i quali fosse possibile recuperare la competitività del proprio Paese.

Il prisma della “de-politicizzazione”, una volontaria e cosciente limitazione dei diritti di sovranità dello Stato da parte delle élites nazionali, ci aiuta a comprendere tutte le fasi successive del processo di integrazione europea.
Un passo decisivo fu compiuto nel 1986, con il Single European Act (Atto Unico Europeo), che abolì il controllo dei capitali in tutta la CEE. Quei controlli erano stati la ragione principale di qualsiasi senso di stabilità valutaria in Europa fino a quel momento -ma ciò fu ignorato dal rapporto Delors del 1989, che era l’estensione logica della legislazione del mercato unico e che fungeva da modello per il Trattato di Maastricht del 1992. Questo trattato (formalmente Trattato dell’Unione Europea o TUE) stabilì un calendario ufficiale per la creazione di una unione monetaria europea.

La maggior parte degli Stati partecipanti acconsentì ad adottare l’euro come propria valuta ufficiale, e a trasferire il controllo della politica monetaria dalle rispettive banche centrali alla Banca Centrale Europea (BCE) entro il 1999. La Germania insistette anche perché l’unico obiettivo della BCE fosse tenere bassa l’inflazione: il primo, se non l’unico, criterio per agire doveva essere assicurare la stabilità dei prezzi. Inoltre, gli articoli da 123 a 135 della versione aggiornata del Trattato di Maastricht, il Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea, proibisce in modo chiaro alla BCE di finanziare i deficit pubblici.

Col senno di poi, lo scopo appare chiaro: estendere la logica del libero mercato alle finanze pubbliche degli Stati, e così attivare un effetto di disciplina. Abbiamo visto i brutti effetti di questo in seguito alla crisi finanziaria 2007-2009. Jean-Clude Trichet, ex presidente della BCE, non ha fatto mistero del fatto che il rifiuto della banca centrale di sostenere i mercati dei titoli pubblici nella prima fase della crisi finanziaria era finalizzato a costringere i governi della zona euro a consolidare i loro bilanci.

Il trattato di Maastricht stabiliva, inoltre, limiti rigorosi in termini di deficit e debito/PIL per gli Stati membri, che sono stati successivamente ristretti. Ciò, in sostanza, privava i Paesi della loro autonomia fiscale, senza trasferire questo potere di spesa a un’autorità superiore. Come ha scritto Heartfield, l’unione monetaria può quindi essere considerata essenzialmente “un processo di de-politicizzazione di un asse centrale dell’amministrazione economica e fiscale: la moneta”. In questo senso, l’istituzione dell’euro può essere considerata il punto finale dei decenni di guerra delle élites europee alla sovranità e alla democrazia.

Come scrisse il grande economista britannico Wynne Godley nel 1992, “il potere di emettere la propria moneta, di disporre della propria banca centrale, è ciò che, più di tutto, definisce l’indipendenza nazionale”. Pertanto, adottando l’euro, gli Stati membri hanno effettivamente acquisito lo status di autorità locali o colonie.

La questione centrale dei trattati europei

La portata dei trattati europei, tuttavia, va ben oltre la politica fiscale e monetaria. Attraverso di essi si stabilisce, in realtà, la struttura giuridica fondamentale della politica economica dell’Unione Europea. Ed essa è rimasta immutata nella sostanza. I principi guida dell’UE sono chiaramente indicati nel capitolo sulla politica economica, in cui si afferma che l’UE e i suoi Stati membri devono condurre una politica economica “in conformità al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” e rispettare i principi guida dei “prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie solide e una bilancia dei pagamenti sostenibile”.

Altri articoli rilevanti del TFUE includono:

  • Articolo 81, che proibisce ogni intervento dei governi in materia economica “che possa pregiudicare il commercio tra Stati membri”;
  • L’articolo 121, che conferisce al Consiglio Europeo e alla Commissione Europea – entrambi organismi non eletti – il diritto di “formulare… gli indirizzi di massima per le politiche economiche degli Stati membri e dell’Unione”;
  • L’articolo 126, che regola le misure disciplinari da adottare in caso di deficit eccessivo;
  • L’articolo 151, che stabilisce che la politica sociale e riguardante il lavoro della UE, terrà conto della necessità di “mantenere la competitività dell’economia dell’Unione”;
  • L’ Articolo 107, che vieta gli aiuti di Stato alle industrie nazionali strategiche.
I trattati hanno  incorporato il neoliberismo nel tessuto stesso dell’Unione Europea, mettendo di fatto al bando le politiche “keynesiane” che erano state comuni nei decenni precedenti. Essi impediscono la svalutazione della moneta e l’acquisto diretto da parte della banca centrale del debito pubblico (per quei paesi che hanno adottato l’euro). Impediscono politiche di gestione della domanda o l’uso strategico degli appalti pubblici e impongono severe restrizioni alla previdenza sociale e alla creazione di occupazione attraverso la spesa pubblica. I trattati hanno gettato le basi per una reingegnerizzazione su larga scala delle economie e delle società europee.

Le implicazioni giuridiche di questi trattati – che sono spesso oscurate da considerazioni sociali ed economiche – devono essere prese in seria considerazione. Questo perché, nonostante la Francia e l’Olanda abbiano votato contro una costituzione europea nel 2005, “in definitiva, i trattati stabiliscono un ordine costituzionale per l’UE”. Un ordine costituzionale molto particolare, dovuto alla sua natura sovranazionale (e quindi intrinsecamente non democratica). Infatti, a differenza delle costituzioni nazionali, tale ordine non può essere modificato democraticamente dai cittadini: può soltanto essere emendato all’unanimità nel contesto di un nuovo accordo internazionale – che, in termini pratici, significa che non è modificabile.

L’unica cosa che i singoli Stati possono fare è ripudiare l’intera struttura. Come ha affermato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, all’inizio del mandato di SYRIZA, “non può esserci alcuna scelta democratica contro i trattati europei”.

Inoltre, a differenza di altre costituzioni e quadri giuridici, che generalmente sono tesi a definire la relazione tra le varie istituzioni di uno Stato e i diritti fondamentali dei cittadini, questa costituzione europea di fatto “stabilisce una specifica filosofia economica (o ideologia) sulla quale poi basa – o meglio ‘costituzionalizza’ – regolamenti dettagliati che vincolano la sua politica economica”.  Lo fa anche ancorando norme e regolamenti all’interno delle costituzioni nazionali, svuotandole, in tal modo, progressivamente dall’interno. Ciò conferisce poteri immensi alla Corte di Giustizia Europea, che ha l’ultima parola sulle controversie legali tra governi nazionali e istituzioni della UE. Non sorprende che Alec Stone Sweet, un esperto di diritto internazionale, l’abbia definito un “colpo di Stato giuridico”.

Negli ultimi anni il costituzionalismo autoritario dell’Unione Europea si è evoluto in una forma ancora più anti-democratica che si sta allontanando dagli elementi di democrazia formale, portando alcuni osservatori a suggerire che l’UE “potrebbe facilmente diventare il prototipo post-democratico e persino una struttura di governo pre-dittatoriale contro la sovranità nazionale e le democrazie “. Lo abbiamo visto in Grecia nel 2015, quando la BCE ha tagliato la liquidità di emergenza alle banche greche per mettere in riga il governo di SYRIZA e costringerlo ad accettare il terzo memorandum di salvataggio.

Per concludere, qualsiasi convinzione che la UE possa essere “democratizzata” e riformata in una direzione progressista è una pia illusione. Non  sarebbe soltanto  necessario un impossibile allineamento dei movimenti/ governi di sinistra per emergere simultaneamente a livello internazionale, ma,  ad un livello più fondamentale, un sistema creato con l’obiettivo specifico di limitare la democrazia non può essere democratizzato. Può essere soltanto rifiutato. 

Per concessione di Comedonchisciotte
Fonte: qui
Data dell'articolo originale: 08/02/2018

Il Pentagono sta pianificando una “lunga guerra” su tre fronti contro Cina e Russia

Mentre, immersi in un mondo di propaganda, siamo spinti ogni giorno a pensare in termini di “pericolo russo” o “pericolo cinese”, nella politica estera militare degli Stati Uniti è in atto un profondo quanto largamente ignorato riorientamento strategico. L’attuazione di una immensa linea di contenimento militare delle superpotenze concorrenti su tre fronti (India-Pacifico, Europa, Medio Oriente) minaccia di portare a una nuova corsa agli armamenti e a una rischiosa riedizione della Guerra Fredda in versione ventunesimo secolo. Ne parla in un documentato articolo pubblicato su “Foreign Policy In Focus” l’esperto di geopolitica e politica energetica Michael Klare.

Di Michael Klare, 4 aprile 2018.

Se pensavate che con la “guerra globale al terrorismo” una singola potenza si fosse spinta decisamente troppo in là, aspettate.

Bisogna vederla come la più importante operazione di pianificazione militare in atto sulla Terra in questo momento.

Ma chi ci sta anche solo prestando attenzione, tra i continui avvicendamenti alla Casa Bianca, gli ultimi tweet, le rivelazioni sugli scandali sessuali e le inchieste di ogni tipo? Eppure è sempre più evidente che, grazie all’attuale pianificazione del Pentagono, sia iniziata la versione della Guerra Fredda del ventunesimo secolo (con pericolosi nuovi rivolgimenti) e praticamente nessuno se ne è neanche reso conto.

Nel 2006, quando il Dipartimento della Difesa definì il suo ruolo futuro nel campo della sicurezza, stabilì solo una missione prioritaria: la “lunga guerra” contro il terrorismo internazionale. “Con i suoi alleati e partner, gli Stati Uniti devono essere pronti a condurre questa guerra in molte località contemporaneamente e per diversi anni a venire”spiegò quell’anno la Quadrennial Defense Review del Pentagono.

Dodici anni dopo, il Pentagono ha ufficialmente annunciato che quella  lunga guerra volge al termine – anche se continuano a  imperversare almeno sette conflitti nati per sedare insurrezioni nel Grande Medio Oriente e in Africa – e una nuova lunga guerra è iniziata: una campagna permanente per contenere la Cina e la Russia in Eurasia.

“Non il terrorismo, ma la grande competizione per il potere si è delineata come sfida centrale per la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti”, ha  dichiarato a gennaio il  tesoriere del Pentagono David Norquist, presentando una richiesta di finanziamento di 686 miliardi di dollari. “È sempre più evidente che Cina e Russia vogliono dare al mondo una forma coerente con i loro modelli autoritari e, in questo processo, sostituire l’ordinamento libero e aperto che ha consentito la sicurezza globale e la prosperità dalla Seconda guerra mondiale.”

Naturalmente, il modo in cui il Presidente Trump è impegnato a preservare questo “ordinamento libero e aperto” rimane discutibile, data la sua determinazione ad abolire i trattati internazionali e innescare una guerra commerciale globale. Allo stesso modo, se Cina e Russia cercano veramente di minare l’ordine mondiale esistente o semplicemente vogliono renderlo meno incentrato sugli Stati Uniti è una domanda che merita attenzione: ma  oggi non ne ottiene.

La ragione è piuttosto semplice. I titoli a caratteri cubitali che avremmo dovuto leggere su qualsiasi giornale (ma non li abbiamo letti) sono questi: l’esercito americano ha deciso per il nostro futuro. Ha impegnato se stesso e la nazione in una lotta geopolitica su tre fronti per controbattere alle mire espansive della Cina e della Russia in Asia, Europa e Medio Oriente.

Per quanto questo cambiamento strategico possa essere importante, non ne sentirete parlare dal presidente, un uomo privo dell’attenzione necessaria a un progetto strategico a lungo raggio e che vede il russo Vladimir Putin e il cinese Xi Jinping come “amici-nemici” piuttosto che avversari temibili. Per cogliere pienamente i cambiamenti epocali che si stanno verificando nella pianificazione militare degli Stati Uniti, è necessario immergersi nel mondo dei documenti del Pentagono: i documenti di bilancio e le “dichiarazioni di posizione” annuali dei comandanti delle aree regionali, che già supervisionano l’implementazione dell’appena nata strategia su tre fronti.

La nuova scacchiera geopolitica

Questa rinnovata enfasi della pianificazione militare degli Stati Uniti su Cina e Russia riflette il modo in cui i più alti ufficiali militari stanno ora riesaminando l’equazione strategica globale, in un processo iniziato molto prima che Donald Trump entrasse alla Casa Bianca. Sebbene dopo l’11 settembre i comandanti di alto grado avessero abbracciato in pieno l’approccio “lunga guerra contro il terrore”, il loro entusiasmo per le interminabili operazioni di antiterrorismo che non portavano da nessuna parte, in aree remote e talvolta strategicamente insignificanti del mondo, negli ultimi anni ha cominciato a calare, mentre guardavano la Cina e la Russia modernizzare le loro forze militari e usarle per intimidire i vicini.

Mentre la lunga guerra contro il terrore alimentava una vasta e ininterrotta  espansione delle Special Operations Forces (SOF) del Pentagono – ora un esercito segreto di 70.000 uomini all’interno del più grande establishment militare – forniva sorprendentemente pochi obiettivi o lavoro vero alle forze “pesanti” dell’esercito: i corpi di carri armati, i battaglioni della Marina, gli squadroni di bombardieri dell’Air Force e via dicendo. Sì, l’Air Force in particolare ha svolto un ruolo di supporto nelle recenti operazioni in Iraq e in Siria, ma i militari regolari sono stati in gran parte emarginati e sostituiti, lì e altrove, dalle forze SOF e dai droni con equipaggiamento leggero.

La pianificazione di una “vera guerra” contro un “avversario di pari forza” (cioè con forze e armamenti simili ai nostri) fino a poco tempo fa aveva una priorità molto più bassa rispetto ai conflitti interminabili del Paese in tutto il Grande Medio Oriente e l’Africa. Questo allarmava e perfino irritava i militari regolari, il cui momento, a quanto pare, ora è finalmente arrivato.

“Oggi stiamo emergendo da un periodo di atrofia strategica, consapevoli che il nostro vantaggio competitivo si è eroso”,  recita la nuova Strategia di difesa nazionale del Pentagono. “Siamo di fronte a un crescente disordine globale, caratterizzato dal declino del vecchio ordine internazionale basato sulle regole” – un declino attribuito per la prima volta ufficialmente non ad al-Qaeda né all’ISIS, ma al comportamento aggressivo di Cina e Russia. Anche Iran e Corea del Nord sono identificate come minacce importanti, ma di natura nettamente secondaria rispetto alla minaccia rappresentata dalle due grandi potenze concorrenti.

Non dovrà sorprendere che questo cambiamento richieda non solo una maggiore spesa per materiale militare costoso e ad alta tecnologia, ma anche un ridisegno della mappa strategica globale, che vada a vantaggio delle forze militari regolari. Durante la lunga guerra al terrore, la geografia e i confini apparivano meno importanti, dato che le cellule terroristiche sembravano in grado di operare in qualsiasi luogo in cui l’ordine costituito stesse sgretolandosi. L’esercito americano, convinto di dover essere ugualmente agile, si preparò a schierarsi (più spesso con le forze speciali) in campi di battaglia lontani in tutto il pianeta, lasciando perdere i confini.

Nella nuova mappa geopolitica, invece, l’America si trova ad affrontare avversari ben armati con l’intenzione di proteggere i propri confini, così le forze statunitensi vengono ora schierate in una versione aggiornata della più vecchia e familiare linea su tre fronti.

In Asia, gli Stati Uniti e i loro alleati chiave (Corea del Sud, Giappone, Filippine e Australia) devono opporsi alla Cina, lungo una linea che si estende dalla penisola coreana alle acque del Mar Cinese Meridionale e Orientale e dell’Oceano Indiano. In Europa, gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato si comporteranno allo stesso modo con la Russia, su un fronte che si estende dalla Scandinavia e dalle Repubbliche baltiche verso sud fino alla Romania e poi a est attraverso il Mar Nero fino al Caucaso. Tra questi due teatri di contesa si trova il sempre più turbolento Grande Medio Oriente, con gli Stati Uniti e i suoi due alleati cruciali, Israele e Arabia Saudita, che fronteggiano un punto di appoggio russo in Siria e un Iran sempre più assertivo, nonché in avvicinamento a Cina e Russia .

Dal punto di vista del Pentagono, questa sarà la mappa strategica per il futuro prevedibile. Possiamo aspettarci che la maggior parte dei prossimi investimenti e delle iniziative militari si concentrino sul rafforzamento della forza navale, aerea e terrestre degli Stati Uniti sul lato interno di queste linee, nonché sull’attaccare i punti deboli di Russia e Cina lungo le linee stesse.

Non c’è modo migliore per cogliere le dinamiche di questa prospettiva strategica modificata che immergersi nelle “dichiarazioni di posizione” annuali dei capi dei “comandi combattenti unificatidel Pentagono” , o delle sedi unite di esercito/marina/aeronautica/corpo dei marine, che coprono i territori intorno a Cina e Russia: il Pacific Command (PACOM), con la responsabilità di tutte le forze statunitensi in Asia; il Comando europeo (EUCOM), che copre le forze statunitensi dalla Scandinavia al Caucaso; e il Central Command (CENTCOM), che supervisiona il Medio Oriente e l’Asia centrale, dove sono ancora in corso tante guerre anti-terrorismo combattute dagli Usa.

I comandanti di più alto grado di queste meta-organizzazioni sono i più potenti funzionari statunitensi nelle loro aree di responsabilità ed esercitano molto più potere di qualsiasi ambasciatore americano di stanza nella regione (e spesso anche di capi di Stato locali). Questo rende le loro dichiarazioni – e le liste della spese per armi che invariabilmente le accompagnano – davvero significative per chiunque voglia cogliere la visione del Pentagono sul futuro militare globale americano.

Il fronte indo-pacifico

Il comandante del PACOM è l’ammiraglio Harry Harris Jr., aviatore navale di lunga data. Nella sua annuale dichiarazione sulla posizione, consegnata alla Commissione per i servizi armati del Senato il 15 marzo, Harris ha dipinto un quadro fosco della posizione strategica dell’America nella regione dell’Asia-Pacifico.

Oltre ai pericoli posti da una Corea del Nord dotata di armi nucleari, ha affermato, la Cina sta emergendo come una formidabile minaccia per gli interessi vitali dell’America. “La rapida evoluzione dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) in una moderna forza di combattimento ad alta tecnologia continua ad essere al tempo stesso impressionante e preoccupante”, ha affermato. “Le capacità del PLA stanno progredendo più velocemente che in qualsiasi altra nazione al mondo, beneficiando di finanziamenti solidi e in posizione di priorità”.

L’aspetto più minaccioso, a suo avviso, è il progresso cinese nello sviluppo di missili balistici a raggio intermedio (IRBM) e di navi da guerra avanzate. Questi missili, spiega, possono colpire le basi statunitensi in Giappone o sull’isola di Guam, mentre la marina cinese in espansione può sfidare la Marina degli Stati Uniti in mari al largo della costa cinese e un giorno forse la supremazia dell’America nel Pacifico occidentale. “Se questo programma [di costruzione navale] continuerà”, dichiara, “la Cina supererà la Russia diventando la seconda flotta più grande del mondo entro il 2020, se misurata in termini di sottomarini e navi di classe fregata o più grandi”.

Per contrastare questi sviluppi e contenere l’influenza cinese è necessario, ovviamente, spendere ancora più dollari dei contribuenti per sistemi d’arma avanzati, in particolare missili di precisione. L’ammiraglio Harris ha richiesto un enorme aumento degli investimenti in armamenti di questo tipo, per sopraffare le capacità cinesi attuali e future e garantire il predominio militare statunitense sullo spazio aereo e marittimo cinese. “Per scoraggiare potenziali avversari nell’Indo-Pacifico”, ha dichiarato, “dobbiamo costruire una forza più micidiale, investendo nei mezzi critici e sfruttando l’innovazione”.

La sua lista dei desideri sul fronte dei finanziamenti è stata impressionante. Soprattutto, ha parlato con grande entusiasmo degli aerei e dei missili di nuova generazione – i cosiddetti sistemi “anti-accesso/interdizione” nel gergo del Pentagono – in grado di colpire le batterie IRBM cinesi e altri sistemi destinati a mantenere le forze americane a distanza di sicurezza dal territorio cinese.

Ha anche accennato al fatto che non gli dispiacerebbe disporre di nuovi missili con armi nucleari per questo scopo – missili, ha suggerito, che potrebbero essere lanciati da navi e aerei e che in questo modo eviterebbero [le restrizioni poste da, ndt] il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio, di cui gli Stati Uniti sono un firmatario, che vieta i missili nucleari a medio raggio terrestri. (Per dare un’idea dell’arcano linguaggio sul nucleare del Pentagono, ecco come si è espresso: “Dobbiamo continuare ad ampliare le capacità di attacco in teatri conformi al Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio per contrastare efficacemente le capacità ‘anti-accesso/interdizione’ [A2/AD] e le tattiche di conservazione delle forze dell’avversario”)

Infine, per rafforzare ulteriormente la linea di difesa degli Stati Uniti nella regione, Harris ha chiesto un rafforzamento dei legami militari con vari alleati e partner, tra cui Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia. L’obiettivo del PACOM, ha affermato, è di “mantenere una rete di alleati e partner che la pensano come noi, per coltivare reti di sicurezza di principio, che rafforzano l’ordine internazionale aperto e libero”. Idealmente, ha aggiunto, questa rete comprenderà l’India, estendendo ulteriormente l’accerchiamento della Cina.

Il teatro europeo

La visione di un futuro altrettanto battagliero, anche se popolato da attori diversi in un paesaggio diverso, è stato offerto dal generale dell’esercito Curtis Scaparrotti, comandante dell’EUCOM, in una  deposizione tenuta davanti alla commissione per i servizi armati del Senato l’8 marzo.

Per lui, la Russia è l’altra Cina. Come ha riportato in una descrizione agghiacciante, “la Russia cerca di modificare l’ordinamento internazionale, spezzare la NATO e minare la leadership USA per proteggere il suo regime, riaffermare il dominio sui paesi confinanti e ottenere una maggiore influenza in tutto il mondo… La Russia ha dimostrato la volontà e capacità di intervenire nei paesi confinanti e di proiettare verso l’esterno il suo potere, specialmente in Medio Oriente”.

Questa, non c’è bisogno di dirlo, non è la prospettiva che mostra di condividere il presidente Trump, che è apparso da tempo riluttante a criticare Vladimir Putin o a dipingere la Russia come un avversario a tutti gli effetti. Per i funzionari militari e dell’intelligence americani, tuttavia, la Russia rappresenta senza dubbio la principale minaccia per gli interessi della sicurezza degli Stati Uniti in Europa. Oggi se ne parla in un modo che dovrebbe riportare alla memoria l’era della Guerra Fredda. “La nostra massima priorità strategica”, ha affermato Scaparrotti, “è di impedire alla Russia di impegnarsi in ulteriori aggressioni e di esercitare un’influenza maligna sui nostri alleati e partner. [A tal fine,] stiamo… aggiornando i nostri piani operativi per fornire opzioni di risposta militare in difesa dei nostri alleati europei contro l’aggressione russa”.

La punta di diamante della spinta anti-russa dell’EUCOM è l’European Deterrence Initiative (EDI), un progetto che il presidente Obama ha avviato nel 2014, in seguito all’annessione russa della Crimea. Originariamente noto come  European Reassurance Initiative, l’EDI ha lo scopo di rafforzare le forze USA e NATO dispiegate negli “Stati in prima linea” – Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia – di fronte alla Russia sul “fronte orientale” della NATO. Secondo la lista dei desideri del Pentagono presentata a febbraio, intorno ai 6,5 miliardi di dollari dovranno essere destinati all’EDI nel 2019. La maggior parte di questi fondi sarà utilizzata per accumulare munizioni negli Stati in prima linea, migliorare l’infrastruttura di base dell’aeronautica, condurre più esercitazioni militari congiunte con le forze alleate e fare avvicendare ulteriori forze appoggiate dagli Stati Uniti nella regione. Inoltre, circa 200 milioni di dollari saranno devoluti a una missione “informazione, addestramento ed equipaggiamento” del Pentagono in Ucraina.

Come il suo omologo nel teatro del Pacifico, anche il generale Scaparrotti ha una esosa lista di desideri riguardante futuri approvvigionamenti di armi, compresi aerei avanzati, missili e altre armi ad alta tecnologia che, sostiene, neutralizzeranno le forze russe che si sono modernizzate. Inoltre, riconoscendo l’abilità della Russia nella guerra informatica, chiede un investimento sostanziale nella tecnologia informatica e, come l’ammiraglio Harris, accenna in modo criptico alla necessità di maggiori investimenti in armi nucleari di un tipo che potrebbe essere “utilizzabile” in un futuro campo di battaglia europeo .

Tra est e ovest: il comando centrale

La supervisione di una sorprendente serie di guerre contro il terrorismo nella vasta e sempre più instabile regione che si estende dal confine occidentale del PACOM a quello orientale dell’ EUCOM è affidata al  Comando centrale degli Stati Uniti.

Per gran parte della sua storia moderna, il CENTCOM si è concentrato sull’antiterrorismo e le guerre in Iraq, Siria e Afghanistan in particolare. Ora, tuttavia, mentre la precedente lunga guerra continua, il Comando sta già iniziando a posizionarsi in vista di una nuova versione della lotta perpetua, rivisitata, della Guerra Fredda, un piano – per far risorgere una parola datata – per  contenere sia la Cina sia la Russia nel Grande Medio Oriente.

In una recente testimonianza davanti al Comitato sui servizi armati del Senato, il comandante del CENTCOM, generale dell’esercito Joseph Votel, si è concentrato sullo stato delle operazioni USA contro l’ISIS in Siria e contro i talebani in Afghanistan, ma ha anche affermato che il contenimento della Cina e della Russia è diventato parte integrante della futura missione strategica del CENTCOM: “La Strategia nazionale di difesa recentemente resa pubblica giustamente identifica il risorgere della grande competizione di potere come nostra principale sfida alla sicurezza nazionale e vediamo gli effetti di quella competizione in tutta la regione”.

Grazie al sostegno dato al regime siriano di Bashar al-Assad e agli sforzi per esercitare la sua influenza su altri attori chiave nella regione, la Russia, ha affermato Votel, sta giocando un ruolo sempre più cospicuo nell’area di responsabilità del CENTCOM. E anche la Cina sta cercando di accrescere il suo peso geopolitico sia economicamente sia attraverso una presenza militare, piccola ma in crescita. Di particolare interesse, ha affermato Votel, è il porto gestito dai cinesi a Gwadar in Pakistan sull’Oceano Indiano e una nuova base cinese a Gibuti sul Mar Rosso, di fronte allo Yemen e all’Arabia Saudita. Tali strutture, ha affermato, contribuiscono alla “posizione militare e alla proiezione della forza” della Cina nell’area di responsabilità del CENTCOM e segnalano una sfida futura per l’esercito americano.

In queste circostanze, ha testimoniato Votel, è necessario per il CENTCOM unirsi al PACOM e all’EUCOM nella resistenza contro l’assertività cinese e russa. “Dobbiamo essere preparati ad affrontare queste minacce, non solo nelle aree in cui si trovano, ma anche nelle aree in cui hanno influenza”. Senza fornire dettagli, ha proseguito affermando: “Abbiamo sviluppato… ottimi piani e processi su come lo faremo.

Che cosa ciò significhi non è del tutto chiaro. Ma nonostante la campagna elettorale di Donald Trump sul ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, dall’Iraq e dalla Siria dopo la sconfitta dell’ISIS e dei talebani, sembra sempre più chiaro che l’esercito americano si sta preparando a schierare le sue forze in quei paesi (e forse altri) dell’area di responsabilità del CENTCOM a tempo indeterminato – combattendo il terrorismo, naturalmente, ma assicurando anche che ci sarà una presenza militare statunitense permanente in aree che potrebbero vedere un’intensificazione della competizione geopolitica tra le maggiori potenze.

Un invito al disastro

In modo relativamente rapido, i comandanti militari americani hanno dato seguito all’affermazione che gli Stati Uniti sono entrati in una nuova lunga guerra, abbozzando i contorni di una linea di contenimento che si estenderebbe dalla penisola coreana intorno all’Asia attraverso il Medio Oriente in parti dell’ex Unione Sovietica nell’Europa orientale e fino ai paesi scandinavi. Secondo il loro piano, le forze militari americane – supportate dagli eserciti di fidati alleati – dovrebbero presidiare ogni segmento di questa linea, uno schema grandioso per bloccare gli ipotetici progressi dell’influenza cinese e russa che, nella sua portata globale, fa tremare l’immaginazione. Gran parte della nostra storia futura potrebbe essere modellata da un simile sforzo sproporzionato.

Le domande per il futuro includono se questa sia una politica strategica solida e veramente sostenibile. Il tentativo di contenere la Cina e la Russia in questo modo provocherà indubbiamente delle contromosse, alcune delle quali sono sicuramente difficili da sostenere, compresi gli attacchi informatici e vari tipi di guerre economiche.

E se pensavate che con la “guerra globale al terrorismo” in enormi aree del mondo una singola potenza si fosse spinta decisamente troppo in là, aspettate. Mantenere forze ampie e ben equipaggiate su tre fronti estesi si rivelerà estremamente costoso e andrà certamente in conflitto con le priorità di spesa interne, provocando discussioni divisive sul mantenimento del progetto.

Tuttavia, la vera domanda – al momento non posta a Washington – è: in primo luogo, perché seguire una politica simile? Non ci sono altri modi per affrontare l’acuirsi di comportamenti provocatori da parte di Cina e Russia? Quello che appare particolarmente preoccupante, in questa strategia dei tre fronti, è la sua immensa capacità di scontri, calcoli sbagliati, escalation e, infine, di vera e propria guerra, e non semplicemente grandiosi piani di guerra.

In più punti lungo questa linea globale – il Mar Baltico, il Mar Nero, la Siria, il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale, per citarne solo alcuni – le forze degli Stati Uniti e della Cina o della Russia sono già in contatto in misura significativa , spesso sgomitando per la posizione in modo potenzialmente ostile. In qualsiasi momento uno di questi contatti potrebbe provocare uno scontro a fuoco, che a sua volta potrebbe portare a un’escalation involontaria e, infine, a un possibile combattimento a tutto campo. E da lì, potrebbe svilupparsi praticamente tutto, incluso l’uso di armi nucleari.

È chiaro che a Washington si dovrebbe riflettere seriamente prima di impegnare gli americani in una strategia che renderà questo sempre più probabile e potrebbe trasformare quella che è ancora solo la pianificazione di una lunga guerra, in una vera lunga guerra, con conseguenze letali.



Michael T. Klare,  collaboratore fisso di TomDispatch , è docente di Studi sulla pace e la sicurezza mondiale all’Hampshire College (Amherst, Massachusetts) e autore, tra i suoi libri più recenti, di The Race for What’s Left. Una versione sotto forma di film documentario del suo libro Blood and Oil è disponibile presso la Media Education Foundation. Seguilo su Twitter su @mklare1.