9 dicembre forconi

martedì 7 novembre 2017

Ecco chi possiede il debito pubblico americano



GIAPPONE E CINA HANNO MILLE MILIARDI CIASCUNO. LA FED RIDUCE L’ACQUISTI DI TITOLI PUBBLICI
Dietro la scelta del presidente Donald Trump di scegliere come nuovo presidente della Fed Jerome H. Powell c’è anche il problema del quatitative easing americano.

COSA FARÀ IL NUOVO GOVERNATORE

Infatti non è solo la Bce ad aver inondato il mercato di soldi attraverso l’acquisto dei debito pubblico (e, in parte, anche di quello privato, cioè delle aziende) degli Stati, ma anche la Banca centrale americana lo ha fatto. Janet Jellen, l’attuale presidente, infatti, ha per un anno acquistato il debito pubblico emesso dallo Stato federale, esattamente come faceva la Banca d’Italia con il debito pubblico dello Stato prima che venisse sancita la separazione di via Nazionale dal Tesoro. In Usa, invece, questa separazione, di fatto, non c’è.

CHI POSSIEDE IL DEBITO PUBBLICO AMERICANO

La Fed ha quindi comprato per un anno 50 miliardi di dollari di debito pubblico dello Stato ogni mese e, sulla scia di quanto ha deciso la Bce in Europa, ha deciso di ridurre la quantità di denaro destinata a comprare il debito dello Stato. Il 14 giugno di quest’anno ha infatti annunciato che da 50 miliardi al mese il suo impegno scenderà ad appena 10 miliardi al mese.

IL PROBLEMA DI VENDERE DEBITO

A questo punto Washington deve rivolgersi a investitori privati per trovare chi compri il proprio debito e potrebbe non essere semplicissimo, a meno che Trump non decida, come ha promesso in campagna elettorale, di rivedere da cima a fondo il budget statale riducendo le spese anche abolendo l’Obamacare. Sembra sia obbligatorio farlo dato che con Obama il debito pubblico ha raggiunto livelli mai toccati prima.
Attualmente, come mostra il grafico sopra, i maggiori possessori di debito pubblico americano sono due Paesi asiatici: Giappone e Cina. Il primo ha 1.118,5 miliardi di bond americani e il secondo ne possiede 1.087,6. Tutti gli altri Paesi sono molto distanziati: l’Irlanda, che è al terzo posto, ha appena 315 miliardi.

IL FATTORE CINESE

Questo significa che se il futuro governatore darà seguito all’annuncio della Fed di ridurre gli acquisti, Trump dovrà per forza rivolgersi a questi due Paesi per convincerli a continuare a finanziare gli Stati Uniti. Stando bene attento ad un fatto: secondo il Peterson Institute for International Economics (Piie) un apprezzamento del dollaro del 10% farebbe aumentare il deficit Usa di 300 miliardi di dollari.
I dati si riferiscono al: marzo 2017
Fonte: US Department of the Treasury, Federal Reserve Board
Fonte: qui

Il coraggio di dire che saremo più poveri

Prima o poi bisognerà che qualcuno trovi il coraggio di dire agli italiani che saranno più poveri, anche se penso che la gente nella sua saggezza già lo sappia. 

Solo non saprei chi dovrebbe dare l’annuncio, non i politici, che continuano a promettere nuove pensioni, nuovi bonus e nuovo deficit, insomma, che la cicala continui a cantare, fino a che non finirà l’estate. 

Non una classe di burocrati e dirigenti pubblici, complici dei politici nello sfasciare lo Stato e neppure la società civile, dove regna la divisione tra chi, grazie alla globalizzazione, si ingrassa e chi s’ incazza perché perde ruolo e potere d’acquisto. 

Forse ce lo dirà il tempo, che come il generale inverno, è lento, ma non perde mai una battaglia. Di certo alcune cose le sappiamo: l’Europa è stata fino a pochi decenni fa la padrona del mondo, dividendo questo potere con gli Usa, dopo la seconda guerra mondiale. Nascere bianchi ed europei era un vero colpo di culo, ancora oggi il 50% del welfare mondiale è in Europa, solo che il centro del mondo si va spostando, dopo tanto tempo, verso l’Asia. 

Là c’è la fabbrica del mondo, là i grandi mercati, là la tecnologia e con il riarmo del Giappone, là la forza militare. 

L’impero russo sarà un impero locale e solo gli Usa e i loro alleati asiatici lotteranno con la Cina per la supremazia mondiale. 

Mentre la vecchia, cara Europa, piena di Capitali imperiali, Londra, Parigi, Madrid, Vienna, Mosca, non riesce a far altro che quello che ha sempre fatto: dividersi, visto che non è più conveniente fare guerre. 

In realtà, sono sempre più forti le forze che vogliono la frammentazione, prima gli iugoslavi, poi cechi e slovacchi, poi valloni e fiamminghi, infine scozzesi, irlandesi e catalani e non è finita, abbiamo due Macedonie, due Albanie e via dividendo. 

Un po’ ci si divide per diversità etniche e religiose, molto per denaro, se questo cala, ognuno ne reclama di più. 

Eppure i nostri concorrenti, in quanto a diversità, non scherzano: pensiamo all’India e agli stessi Usa, ma ragionano in termini planetari, sanno che il vecchio ordine coloniale è saltato. Oltretutto l’Asia è un continente dalle culture millenarie, antecedenti alle nostre, inglesi e francesi lo trasformarono nella periferia del mondo e ora quelli stanno confinando noi alla periferia. 

L’Europa è vecchia, forte nella manifattura, ma inesistente nelle nuove imprese originate da internet, negli studi genetici e nelle intelligenze artificiali. Nella finanza, nelle banche e nel farmaceutico, teniamo il passo grazie alla forza della Svizzera che è in Europa, ma con un solo piede. 

E l’Italia? 

E’ la periferia della periferia, perdiamo forze giovani e qualificate e importiamo africani, competiamo ormai solo sul costo del lavoro, con la lodevole eccezione degli esportatori, che innovano processi e prodotti, ma si tratta sempre di scarpe e stoffa, come nel passato remoto e remotissimo. 

Chi lo dice a chi è giovane adesso, che il suo orizzonte è buio, a meno di non emigrare, agli anziani che il welfare è una bella favola, che però per usufruirne bisogna pagare? 

Chi lo dice agli italiani che stiamo tornando indietro ad anni dimenticati e che si sta formando una nuova leva di rentier, una volta erano i nobili proprietari di terre, oggi sono i proprietari del denaro, che serve solo a produrne altro, non investimenti, non lavoro, solo reddito? 

Che i ricchi diventano ricchi e sempre meno numerosi e soprattutto più vecchi. 

Si può chiedere a dei vecchi di progettare il futuro? 

Insomma, lì si ritorna, alla vecchia Europa, formata da paesi vecchi, pieni di vecchi, con pochi ricchi e sempre più poveri, che fanno parlare la politica solo al presente: pensioni, pensioni, pensioni, ma anche i vecchi vivono male, senza che ci sia un futuro.

Fonte: qui

AUTODISTRUZIONE DI TRUMP, HILLARY, HOLLYWOOD, E TUTTO IL RESTO…

Come vi spiega la Botteri  molte sere,  un procuratore speciale di nome Robert Mueller sta raccogliendo le “prove”  che Putin ha influito sulle presidenziali Usa facendo eleggere Trump, e che Trump è colluso con Putin e gli interessi della Russia, nemica degli Stati Uniti. Ha già incriminato un faccendiere, Manafort, e  da  questo  sta allargando le indagini, che  lambiscono sempre più decisivamente il presidente in carica.
Ebbene:  esistono e si moltiplicano prove patenti che, invece, è stata Hillary Clinton a favorire gli interessi russi; insomma che è a lei che dovrebbero essere rivolte le accuse e le indagini di un procuratore speciale.  Ci sono documenti che vengono fuori,  e testimoni che stanno parlando, come la capessa del Comitato Elettorale Democratico Donna Brasile – ma niente scalfisce la narrativa:  è Trump il complice di Putin.
Non so se riesco a comunicare al lettore il terrore che prende un vecchio giornalista quando vede una così invincibile  spudorata  menzogna ufficiale, il  contrario esatto della verità. E’ lo stesso terrore di chi ha visto il totalitarismo sovietico all’opera.

e’ stata Hillary a vendere uranio a Mosca

Ricapitoliamo i fatti. Nel 2009,  mentre Hillary era ministra degli Esteri, una società canadese, controllata da un amico e donatore dei Clinton – Uranium One –  riesce a prendere il controllo del 20% delle miniere d’uranio statunitensi; una commissione speciale, che ha il compito di verificare la liceità delle vendite di attivi strategici nazionali a stranieri, dà tutte le autorizzazioni richieste.  Fanno parte di tale comitato  (Committee on Foreign Investment in the United States)  il ministro degli esteri o un suo rappresentante, il ministro della giustizia di Obama, un delegato della Casa Bianca, esperti e tecnici; essi hanno dato l’autorizzazione alla vendita dell’uranio ai canadesi, dopo la raccomandazione del capo dell’FBI, che era allora chi? Ma nient’altri che Robert Mueller!  Ossia lo stesso procuratore speciale che oggi cerca di incastrare Trump con l’accusa di  collusioni con Mosca.
Ormai è appurato che la società “canadese” era in realtà la facciata di copertura di una ditta russa, emanazione della statale Rosatom, presieduta  da un  amico di Putin. Lo sapeva già allora perfettamente l’FBI, che aveva tutte le prove di come questa ditta avesse versato mazzette in Usa e Canada. Anzi: un informatore dell’FBI aveva infiltrato la Uranium One e faceva rapporti  a federali su quello  che la ditta faceva veramente.  Ebbene:  costui ha ricevuto l’ordine di tacere. Da chi? Non può averlo ricevuto che da Mueller, allora capo dell’FBI  ed oggi accusatore di Trump, o dal ministro della giustizia di Obama, Eric  Holder. Adesso il ministro della giustizia di Trump ha dato all’informatore il permesso di parlare – a chi? – alla commissione giustizia del Senato  e della Camera.   Che non mostrano  una  gran fretta di ascoltarlo.
Fatto sta che il governo Obama, era perfettamente al corrente del fatto che la ditta canadese era una facciata della Rosatom. Nonostante ciò, Hillary Clinton  – ministra degli esteri – fu tra quelli che diedero l’autorizzazione alla vendita dell’uranio americano. Subito dopo, il presidente della ditta “canadese” fece una donazione alla  famosa Clinton Foundation l’ente “senza scopo di lucro” e beneficente, sulla carta  che perpetua le glorie del marito ed ex presidente, Bill. A quanto ammontò la disinteressata donazione? Alla  modesta cifra di 145 milioni di dollari.
Insomma una tangente milionaria, data indirettamente alla moglie attraverso il marito. Oggi si sa che la Clinton Foundation è stata  usata spudoratamente come collettore di mazzette del genere, da  parte di privati e stati sovrani (per esempio  arabi) per avere un occhio di favore  sui loro affari da parte del Dipartimento di Stato.


patetico

Oltretutto, appena data l’autorizzazione alla  vendita, l’ex presidente Bill Clinton è stato invitato a Mosca a tenervi una conferenza: dietro grazioso compenso di mezzo milione di dollari per mezz’oretta,  pagato da una importante banca russa vicina al Cremlino;  Bill fu perfino, allora, ricevuto da Vladimir  Vladimirovic.
Attenzione: non si tratta solo di un gigantesco caso di corruzione a  beneficio del Clinton. Poiché la corruzione ha riguardato la cessione di un attivo strategico nazionale,  come sottolinea l’analista Charles Gave, l’accusa può essere di tradimento a favore  di uno stato stranieri ostile, il che comporta la pena di morte: quella che fu comminata ai coniugi Rosenberg, mandati nel ’53  alla sedia elettrica per aver  ceduto a Stalin i segreti della fabbricazione della Bomba..

Obama sapeva

E’ istruttivo enumerare quanti e quali personalità potrebbero   essere chiamate in correità di Hillary per  tradimento: il ministro della giustizia di Obama (Holder), Obama stesso (non poteva non sapere), e Robert Mueller, l’allora capo dell’FBI  che sapeva tutto, e intimò all’informatore dell’FBI  di non dire niente. Quello stesso Mueller, non  ci stanchiamo di ripeterlo, che oggi è l’accusatore speciale di Trump per il presunto Russiagate.
Adesso Donna Brazile, la nuova presidente del Comitato Nazionale Democratico (succeduta a Debbie Wasserman Schultz (j), riconosciuta  colpevole di aver favorito  truffaldinamente  la Clinton contro l’altro candidato, Bernie Sanders, nelle primarie) sta scaricando i Clinton, padroni del Partito, ormai pericolosi.  Così  sappiamo, fra l’altro nuove cose:
Sul famigerato dossier che rivelava come, in un viaggio in Russia, Trump avesse avuto incontri con prostitute a Mosca (con “pioggia  d’oro”) che lo rendevano ricattabile e ricattato dai russi.  L’ex ambasciatore britannico a Mosca avrebbe dato questo dossier così compromettente a chi? Al senatore McCain, nemicissimo di Trump. McCain l’avrebbe  girato a James Comey, allora direttore dell’FBI (è succeduto a Mueller); Comey l’avrebbe mostrato ad Obama, e poi a Trump. Immediatamente il dossier è venuto a conoscenza dei media, che l’hanno diffuso.
E’ bene ricordare che quel dossier è stato confezionato  da un britannico di nome Christopher Steele, ex agente dei servizi MI6,  per anni mandato dai servizi britannici a Mosca, poi tornato a capeggiare al MI6 l’ufficio Russia.  Messosi in proprio e creata  la sua agenzia privata di informazioni,  Steele viene  contattato perché fabbrichi appunto un dossier compromettente su Trump – cosa che il   personaggio fa, probabilmente ascoltando suoi contatti nei servizi russi.
Ora sappiamo chi ha commissionato  il dossier a Steele, pagandoglielo anche: Hillary Clinton e i suoi complici al vertice del  Partito Democratico USA.  L’hanno fatto attraverso uno studio di avvocati,  per aggirare le norme che vietano ad un candidato di servirsi di stranieri per  la sua  campagna elettorale.

Comey (FBI) pagò il dossier diffamatorio

E’ un trucco, ricorda Charles Gave, che Hillary ha già usato. Per esempio nel 1992 quando assoldò uno studio di avvocati per spargere diffamazioni  su un bel numero di donne che avevano accusato  di stupro Bill Clinton.  E’ una vicenda che oggi assumerebbe un intenso interesse per i media, se volessero indagare,  sulla scia dell’altro accusato di stupri da famose attrici, quel Harvey Weinstein che è grande amico, donatore e  raccoglitore di fondi per la campagna di Hillary.  Interessante anche sapere che Kevin Spacey,  l’attore oggi rivelato pedofilo “predatore”,  insieme ai Clinton è stato ospite per anni dell’aereo privato del finanziere Jeffrey Epstein, il cosiddetto “Lolita Express”.  Epstein, j,  giudicato colpevole per  aver violato almeno un centinaio di ragazzine tredicenni, condannato a pene miti per aver risarcito le vittime con denaro,  portava ai suoi ospiti sul suo Lolita Express sia nella sua isola privata nei Caraibi, Little St James, sia in località delle isole Vergini o africane dove  gli ospiti  potevano sfogare i loro viziosi  istinti su  bambini e bambine al riparo da ogni conseguenza penale.  Insomma ci sarebbe tutto un filone d’inchiesta, con l’incubo (per i Clinton) del “Pizzagate” sullo  sfondo.


Grandi amici, ed ospiti del “Lolita Express” (sotto, il piano di volo coi nomi dei passeggeri: Bill cLinton e Kevin Spacey)

Ma niente. I media non s’interessano. Non s’interessano nemmeno alla notizia che il direttore dell’Fbi Comey, quando ricevette da McCain il dossier di Steele,  versò all’ex agente MI6 ben 50 mila dollari perché continuasse a scavare sui presunti vizi di Trump a Mosca  – quando ormai Trump era stato eletto  e  il dossier visibilmente pieno di falsità.
I media invece hanno dipinto Comey come un alto  servitore dello Stato tutto d’un pezzo l’estate scorsa, quando Trump – presidente – lo ha licenziato dalla poltrona dell’FBI, e Comey è  subito stato richiesto in audizione dal Congresso dove ha diffamato Trump e riconfermato che  secondo lui c’è stata una “massiccia interferenza russa” nelle elezioni Usa, s’intende a favore di Trump – mentre  abbiamo visto che se mai, c’è stata a favore di Hillary Clinton.
Attenzione: il fatto che Comey abbia pagato un agente straniero (Steele) per manipolare   la situazione politica americana,  è in sé un delitto federale che vale 30 anni di galera, specie se  commesso dal capo del FBI.
In realtà, sappiamo perché l’ha detto lo stesso Comey, il vero motivo per cui Trump lo ha licenziato: a gennaio, appena eletto,  il neo-presidente chiamò Comey a cena alla Casa Bianca, e gli chiese lealtà: “Mi aspetto lealtà, ho bisogno di lealtà”.    E’ il minimo che un presidente possa chiedere, e Comey declinò l’impegno.
La domanda di Donald Trump assume un significato  tragico, alla luce dei fatti. Robert Mueller come procuratore speciale sul RussiaGate,   quello che ora cerca  le prove della sua collusione  con  Putin con metodi che ricordano quelli di Mani Pulite (incriminare, incarcerare per far parlare) lo ha nominato lui stesso, Trump  –  certo, su indicazione del vice-attorney generale Rod Rosenstein, che credeva un uomo leale.
Ora, Mueller è un   servente del Deep State se mai ce n’è uno: uomo fedele  della famiglia Bush, è  uno degli autori dei grandi (e grossolani) depistaggi sui veri autori dei mega-attentati dell’11 Settembre, impedendo che le indagini andassero nella giusta direzione; ha parimenti   sviato  l’indagine sulle lettere all’antrace, accusandone un innocente.
E’ ovvio che uno che ha aiutato i Bush a coprire la verità sull’11 Settembre, consideri un pericoloso nemico l’intruso Donald Trump, che durante la campagna elettorale ha  minacciato di togliere  il segreto sull’attentato, dando chiaramente ad intendere di non credere alla versione ufficiale.   Ma Trump evidentemente non sapeva chi fosse, si è fidato di Rosenstein.
Durante  la campagna elettorale, Trump aveva minacciato più volte di nominare un prosecutore speciale per stabilire le gravissime responsabilità di Hillary; non l’ha fatto, e non lo fa nemmeno adesso  – e si lamenta  che non lo faccia  il procuratore Jeff Sessions: un  altro  che ha nominato lui, dopotutto. Gliela aveva indicato qualcuno  che credeva leale.    Parimenti casuale appare la sua nomina del nuovo governatore della Federal Reserve, uno che era già nel board e gli è stato indicato, James Powell (almeno è il primo non-ebreo  dal 1987,  dopo Greenspan, Bernanke, Yellen…).
Insomma  sembra la  tragedia di un uomo sprovveduto che non ha attorno a sé una sola personalità che gli sia insieme leale e conosca la “macchina” e il Deep State e  le sue trappole.  Un repubblicano che il Partito Repubblicano   tradisce, ostruisce, sabota e che vuole morto.
“L’amministrazione Trump è tanto occupata ad autodistruggersi – commenta The Saker – che non si preoccupa più dell’Ucraina, del Kurdistan, e ciò implica che non si prende cura nemmeno davvero  del Santo dei Santi, Israele”.
Ma nello stesso tempo assistiamo all’autodistruzione della dinastia Clinton, del Partito Democratico, dei circoli globalisti che lo sostengono – travolti dalla tempesta di accuse di vizi sessuali innominabili, che non salvano nessuno.
Dopo Weinstein brutale stupratore, scopriamo  che  è  un ex trader del Soros Fund Management, Howie Rubin, 62 anni, sposato con tre figli, ad essere accusato da diverse ex  ragazze-copertina di Playboy  di averle violentate e torturate.  Attratte ad una festa nel superattico di Manhattan da 8 milioni di dollari, le ragazze scoprivano che il padrone era del tipo  sadico-dominante-bondage-disciplinante (in sigla, BDSM): le introduceva in una sala  trasformata in una  segreta (dungeon), piena di catene ed altri oggetti di tortura,   le legava, imbavagliava e picchiava selvaggiamente, poi le violentava duro, urlando: “Ti stupro come stupro mia figlia!”. Una delle ragazze fu pestata tanto, che “il suo impianto destro” – il seno finto – “si rovesciò”.  Le  andò meglio della vittima di Fatty Arbuckle.  Rubin l’ha risarcita con 20 mila dollari, facendole firmare un “Accordo di non-divulgazione”  (NDA, Non Disclosure Agreement).  Un avvocato complice del milionario finanziere ebreo faceva firmare alle ragazze questo impegno, NDA, prima degli incontri. Una obbligazione legale, legalissima,  a tacere. Le ragazze erano “pagate da 2  mila a 5 mila dollari”. Uno sfruttamento di una speciale povertà:  essere sulla copertina di Playboy  è una introduzione al bel mondo della prostituzione di lusso, a quelle ragazze – certamente provenienti da qualche landa contadina del MidWest – saranno sembrati molti quei soldi, e saranno state contente di conoscere gente così importante.


Howard Rubin, trader di Soros, arrestato per orribili violenze e stupri.

Ma questi ricchi  usano un sesso fatto di pura violenza e brutalità; nemmeno un accenno di un preliminare, nemmeno un sorriso o una gentilezza; giù a stuprare  una bestia inferiore, un animale parlante con cui  non c’è da dire nulla se non sfogare la foia, senza ritegno che si ha davanti a un essere umano.
Persino l’ex presidente George HW Bush, il capostipite  della dinastia, grande vecchio repubblicano, uno che la sa lunga sulla morte di Kennedy,   93 anni, si è dovuto scusare perché – dalla sedia a rotelle – ha palpato il sedere di un paio di attrici.   Poi ha accusato Trump di “estremismo, faziosità e suprematismo bianco. Io ho votato Hillary”, ha concluso.
E’ un terremoto  morale e materiale che scuote “un po’ tutte le satrapie e i potentati dello Stato Profondo”, mi scrive da Washington l’amico Pascali: “la Cia ossia il Bush  Intelligence Center,  il FBI, il Dipartimento di Stato, i media, la macchina delle destabilizzazioni chiamata Soros, il sistema monolitico  unificato chiamato “bi-partitismo”, l’apparato di  riciclaggio chiamato Las Vegas, la rete di droga, guerra culturale, prostituzione e ricatto chiamata Hollywood,  il supremo sancta santo rum chiamato  Fed, sono scossi dalle fondamenta. Rabbia e paura colgono gli oligarchi del regime. A Washington c’è chi dice che la pubblicazione di alcuni documenti sull’assassinio Kennedy è una delle tante spade di Damocle che pende su costoro”
In questa,  accade che  il neocon de noantri ex comunista ex Cia  Giuliano Ferrara, il 2 novembre, pubblica su Il Foglio: “Trump ha fatto una campagna elettorale con l’aiuto di Putin: le prove”
Eccola la pistola fumante di Trump
Nella decomposizione demagogica americana un fatto non si può più negare: Trump ha fatto una campagna elettorale con l’aiuto di Putin. In attesa dei processi, le prove politiche esistono e sono queste
2 Novembre 2017 alle 06:16
Vorrei poter comunicare ai lettori il mio orrore. L’orrore  che si provava davanti alle menzogne totali, prive di ogni vergogna,   che  la Pravda enunciava contro capi del partito finiti in disgrazia, che processati “confessavano”  e venivano eliminati col colpo alla nuca. Perché questo Ferrara era un caporione comunista, figlio di caporioni stalinisti (suo padre Maurizio Ferrara direttore dell’Unità, sua madre segretaria di Togliatti); avesse vinto il comunismo, ci troveremmo Ferrara ad  operare le repressioni e i processi-farsa, o  a commentarli applaudendo alle condanne come direttore dell’Unità-Pravda. Per tempo diventato informatore della Cia  restando nel PCI, il Ferrara  è diventato neocon per amore d’Israele; ed  oggi  elenca “le prove” della collusione di Trump.

Preparatevi ad una maxi-svalutazione cinese


La Cina è un’economia relativamente aperta; quindi è soggetta alla Trinità Impossibile. La Cina ha anche cercato di raggiungere l’impossibile negli ultimi anni con risultati prevedibili.
A partire dal 2008 la Cina ha legato il suo tasso di cambio al dollaro USA. La Cina ha anche avuto una bilancia dei pagamenti aperta per consentire uno scambio libero di yuan per dollari e ha preferito una politica monetaria indipendente.
Il problema è che la Trinità Impossibile dice che non si possono avere tutte e tre le cose. Questo modello è stato convalidato diverse volte sin dal 2008, in quanto la Cina è inciampata in una serie di inversioni monetarie.
Per esempio, la Cina ha tentato l’impossibile nel 2008 con un peg col dollaro intorno a 6.80. È stato concluso bruscamente nel giugno 2010, quando la Cina ruppe il peg valutario e permise al tasso di cambio di passare da 6.82 a 6.05 a gennaio 2014 — un apprezzamento del 10%.
Questa rivalutazione dei tassi di cambio è avvenuta in risposta alle lamentele del Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Geithner, sulla “manipolazione valutaria” della Cina attraverso un peg basso col dollaro nel periodo 2008-2010.
Dopo il 2013, la Cina ha invertito il corso e ha perseguito una costante svalutazione dello yuan a partire da 6.05 a gennaio 2014 a 6.95 a dicembre 2016. Alla fine del 2016, lo yuan cinese era tornato dov’era quando gli Stati Uniti urlavano alla “manipolazione valutaria”.
Solo adesso c’è una nuova figura a puntare il dito contro la Cina. Il nuovo critico americano non è più il timido Tim Geithner, ma Donald Trump.
Durante tutta la sua campagna elettorale Trump ha minacciato di etichettare la Cina un manipolatore di valuta. Una volta che Trump è stato eletto, la Cina si è impegnata in una politica di riconciliazione monetaria.
La Cina ha sostenuto la sua moneta con un peg leggero. La fascia di negoziazione è stata particolarmente ristretta nella prima metà del 2017, intorno a 6.85.
A differenza del peg 2008-2010, la Cina ha parzialmente evitato la Trinità Impossibile chiudendo la bilancia dei pagamenti e aumentando i tassi insieme alla FED, abbandonando così la sua politica monetaria indipendente.
Questo anche in contrasto con il suo comportamento quando s’è trovata di fronte al fallimento nel voler battere la Trinità Impossibile. Nel 2015 la Cina vi è sfuggita non chiudendo la bilancia dei pagamenti, ma spezzando il peg monetario.
Nell’agosto 2015 la Cina ha progettato una svalutazione improvvisa dello yuan. Il dollaro ha guadagnato il 3% in due giorni.
I risultati sono stati disastrosi.
Le azioni statunitensi sono calate dell’11% in poche settimane. C’era una minaccia di contagio finanziario globale e una crisi di liquidità, evitate però dalla decisione della FED: spostare il “rialzo” del tasso d’interesse degli Stati Uniti dal settembre 2015 al dicembre successivo.
La Cina ha condotto un’altra svalutazione dal novembre al dicembre 2015. Questa volta la Cina non ha perseguito un attacco furtivo, ma ha eseguito la svalutazione a piccoli passi.
I risultati sono stati altrettanto disastrosi, come il precedente agosto. Le azioni statunitensi sono calate dell’11% dal 1° gennaio 2016 al 10 febbraio 2016. Ancora una volta, una crisi è stata evitata solo da una decisione della FED di ritardare il rialzo del tasso d’interesse da marzo e giugno 2016.
L’impatto che queste due precedenti svalutazioni hanno avuto sul tasso di cambio è mostrato nel grafico qui sotto.
A metà di quest’anno, l’amministrazione Trump s’è lamentata ancora una volta della manipolazione della valuta cinese. Ciò parzialmente in risposta alla mancanza di volontà della Cina di aiutare gli Stati Uniti a trattare con la Corea del Nord riguardo i suoi programmi nucleari e missilistici.
Da parte sua, la Cina non ha voluto una guerra commerciale o monetaria con gli Stati Uniti prima del congresso nazionale del partito comunista cinese. Il presidente Xi Jinping gioca un delicato gioco politico interno e non vuole agitare le acque a livello di relazioni internazionali. La Cina s’è nuovamente riconciliata con gli USA consentendo al tasso di cambio di salire da 6.90 a 6.45 la scorsa estate.
La Cina è sfuggita alla Trinità Impossibile nel 2015 svalutando la propria valuta. La Cina vi è sfuggita nuovamente nel 2017 chiudendo parzialmente la bilancia dei pagamenti, aumentando i tassi d’interesse e permettendo allo yuan di apprezzarsi rispetto al dollaro, così da rompere il peg del tasso di cambio.
Il problema per la Cina è che queste soluzioni sono tutte insostenibili. La Cina non può tenere chiusa la bilancia dei pagamenti senza danneggiare gli afflussi di capitale vitali. 
Chi investirà in Cina se non si possono portare fuori i soldi?
Inoltre la Cina non è in grado di mantenere i tassi d’interesse elevati, perché i relativi costi manderanno in bancarotta le imprese statali insolventi e porteranno ad un aumento della disoccupazione, fatto socialmente destabilizzante.
La Cina non può mantenere uno yuan forte, perché ciò danneggerà le esportazioni, i lavori connessi al settore dell’export e provocherà un’importazione della deflazione attraverso prezzi più bassi delle importazioni. Una moneta artificialmente inflazionata consente inoltre di scaricare le riserve di valuta estera necessarie per mantenere il peg.
Dal momento che la Trinità Impossibile è veramente impossibile nel lungo periodo e poiché le soluzioni correnti della Cina non sono sostenibili, cosa può fare per risolvere il suo triplice problema politico?
Il percorso più ovvio, e quello che probabilmente verrà attuato, è una maxi-svalutazione dello yuan a circa 7.95 o più giù.
Questo percorso interromperebbe i flussi in uscita dei capitali, perché essi sono guidati dalle paure di una svalutazione. Una volta che la svalutazione entra in vigore, non c’è più alcuna urgenza di portare fuori i soldi dalla Cina. Infatti nuovi fondi dovrebbero iniziare ad entrare, per approfittare dei prezzi molto bassi in valuta locale.
Ci sono primi segnali che questa politica di svalutazione sia già in atto. Lo yuan è sceso notevolmente il mese scorso, da 6.45 a 6.62. Questa assomiglia ad una svalutazione furtiva, ma un po’ più aggressiva rispetto a quella nel 2015.
Anche la situazione geopolitica è matura per una svalutazione cinese. Una volta che il congresso nazionale del partito terminerà a fine ottobre, il presidente Xi avrà assicurato le sue ambizioni politiche e non avrà più bisogno di evitare di agitare le acque.
La Cina non ha avuto un grande impatto sulle ambizioni nucleari della Corea del Nord. Mentre la guerra tra la Corea del Nord e gli USA si avvicina, né la Cina né gli Stati Uniti avranno un incentivo vicendevole per cooperare tra loro su questioni commerciali bilaterali e monetarie.
Trump e Xi stanno preparando un approccio ad una guerra commerciale e ad una rinnovata guerra tra valute. Una maxi-svalutazione dello yuan è l’arma più potente di Xi.
Infine le contraddizioni interne della Cina stanno raggiungendo il punto di saturazione. La Cina deve affrontare un sistema bancario insolvente, una bolla immobiliare ed un sistema Ponzi di gestione patrimoniale da $1,000 miliardi.
Un yuan molto più debole darebbe alla Cina un certo spazio di manovra, cercando di utilizzare il denaro fiat per attutire alcuni di questi problemi.
Svalutazioni meno pesanti dello yuan hanno portato a crash delle azioni degli Stati Uniti. Cosa significherà una nuova maxi-svalutazione per gli USA?
Potremmo avere una risposta abbastanza presto.
Saluti,
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it

TRUMP HA NOMINATO JEROME POWELL COME NUOVO PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE AMERICANA

‘IL MERCATO DEL LAVORO CONTINUA A RAFFORZARSI, L’ATTIVITÀ ECONOMICA CRESCE’, ANNUNCIA IL FOMC, IL BRACCIO DI POLITICA MONETARIA CHE HA LASCIATO I TASSI INVARIATI
Al.An. per ‘Il Sole 24 Ore’

JANET YELLEN JEROME POWELLJANET YELLEN JEROME POWELL
La Casa Bianca ha notificato al governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, 64 anni, che è lui il prescelto per la prossima presidenza della banca centrale. Secondo il Wall Street Journal il presidente Donald Trump ha già parlato con Powell martedì. Trump ha puntato quindi sul repubblicano Powell per sostituire Janet Yellen, il cui mandato scade a febbraio 2018. L’annuncio formale è atteso per domani.

Come previsto, intanto, la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi all'1-1,25%, livello a cui furono portati lo scorso giugno con una stretta di 25 punti base; allora la banca centrale americana aveva annunciato il secondo rialzo dei tassi dell'anno in corso, il quarto da giugno 2006. La decisione è stata annunciata dal Federal Open Market Committee, il braccio di politica monetaria della Fed, al termine della sua settima e penultima riunione del 2017, iniziata ieri. Circa il nuovo rialzo dei tassi atteso nel meeting di dicembre, non sono arrivati segnali contrari. Intanto la riduzione storica del bilancio, iniziata in ottobre, «sta procedendo». Wall Street ha reagito tiepidamente, con guadagni moderati.

JEROME POWELLJEROME POWELL
«Il mercato del lavoro - è l’analisi del Fomc - ha continuato a rafforzarsi e l’attività economica è cresciuta a passo sicuro» nonostante i danni miliardari (quindi la crescita del Pil sarebbe stata anche maggiore) causati dai recenti uragani Harvey e Irma, che hanno colpito rispettivamente Texas e Florida. La Federal Reserve continua ad aspettarsi che l'economia americana vada in modo tale che «aggiustamenti graduali» dei tassi saranno necessari. Nel documento, ancora una volta, l'istituto spiega che «probabilmente» i tassi, «per un po’, resteranno sotto i livelli che ci si aspetta prevalgano nel lungo termine. Tuttavia, il percorso effettivo... dipenderà dall'outlook economico così come emergerà dai dati in arrivo».

Questo porta gli investitori a continuare ad aspettarsi una stretta nell'ultima riunione del 2017, quella in calendario il 12 e 13 dicembre. Stando alla fotografia scattata dalla banca centrale Usa, il tasso di disoccupazione è «sceso ulteriormente» (a settembre è stato al 4,2% e dovrebbe restare a tale livello a ottobre). Le spese delle famiglie «si sono espanse a passo moderato», come detto nel documento di settembre, e la crescita degli investimenti fissi da parte delle aziende «è accelerata nei trimestri recenti»; anche in questo caso la frase è rimasta invariata rispetto alla riunione precedente.
DONALD TRUMP JEROME POWELLDONALD TRUMP JEROME POWELL

La Fed ha sottolineato che i prezzi della benzina sono saliti per via degli uragani, che hanno mandato in tilt il centro nevralgico del settore energetico Usa, «spingendo l'inflazione a settembre. Tuttavia l'inflazione per altre voci come generi alimentari ed energia rimane soft». Il dato resta infatti sotto il tasso di crescita annua del 2% a cui punta la Fed.

Trump: Yellen «eccellente», ma sceglie Powell

«Eccellente». Così Donald Trump ha definito oggi Janet Yellen, il governatore della Federal Reserve il cui mandato scadrà nel febbraio del 2018. Le parole del presidente degli Stati Uniti sono arrivate prima di un incontro nella Cabinet Room della Casa Bianca con la sua squadra di governo. Domani è attesa la consacrazione del prossimo governatore della banca centrale Usa; in pole position c’era fino a poche ore fa Jerome Powell, dal 2012 membri del board della Fed. In serata la conferma che proprio a Powell è già stata comunicata la nomina dalla Casa Bianca, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

Il 25 ottobre, Trump aveva definito «magnifica» la prima donna arrivata alla guida della Fed: l'aveva voluta nel 2014 l'allora presidente Barack Obama. In quel giorno aveva detto che lui e il governatore della banca centrale Usa stanno «andando bene» insieme, riferimento al rally di Wall Street di cui ripetutamente si attribuisce i meriti.

Fonte: qui

ARRIVA LA RIFORMA FISCALE DELL’ERA TRUMP: TASSE ALLE IMPRESE DAL 39 AL 20%, AI PRIVATI DAL 12%, INCENTIVI A RIMPATRIARE I CAPITALI (CENTINAIA DI MILIARDI)


NONOSTANTE QUELLO CHE SCRIVONO I GIORNALI SUL PRESIDENTE ABUSIVO, L’ECONOMIA AMERICANA CORRE, LA FIDUCIA CRESCE. 

E PERSINO IL ‘WASHINGTON POST’ È COSTRETTO AD AMMETTERE CHE I DEMOCRATICI MENTONO QUANDO DICONO CHE LA RIFORMA DI TRUMP COLPIRÀ LE CLASSI MEDIE
Maria Giovanna Maglie per Dagospia

Tasse corporate, alle imprese, dal 39 al 20 per cento, quattro aliquote in tutto per i privati cittadini, la più alta al 39%, le altre tre al 12, 25 e 35%, intoccati i risparmi per il pensionamento, via però’ la maggior parte delle deduzioni locali, decise da Stati e città; 12% in tutto sui capitali di aziende che rientrano nel Paese. I repubblicani presentano una riforma delle tasse molto attesa, non ne è stata pensata una nuova da quella di Ronald Reagan del 1986, e quella di oggi ha ambizioni analoghe.

TRUMP SOLDITRUMP SOLDI
Completamente diversi i momenti storici, questo presidente e’ contestato nella sua legalità con tutti i mezzi legittimi e illegittimi, e non solo dall'opposizione democratica, ma dell'intero corpo tecnocratico e burocratico, da giornali e tv. Non più dal mondo della finanza, che pure non lo voleva.

Un superprocuratore indaga su ingerenze e collusioni con il governo russo con tutte le implicazioni che questo comporta nei rapporti internazionali, discorsi di impeachment vengono eseguiti tutti i giorni, ma fino a ora né una prova né una notizia di indagine sul presidente sono emerse. Il terrorismo è tornato a colpire l'America due giorni fa a New York.

Sono elementi che di solito preludono a stagnazione e depressione economica, comunque all'incertezza che uno stato di crisi porta, invece la situazione economica e’ florida, l'attesa di questa riforma è forte, i segnali dalla Finanza molto vistosi; soprattutto la disoccupazione è al 4%, minimo storico, mentre è al massimo, 82%, la fiducia degli americani che si traduce sempre nella convinzione di farcela a perseguire e conquistare l'American dream.

La fiducia riguarda soprattutto un'economia che viene considerata risanata e il ritorno ai posti di lavoro e a una ricchezza mantenuta all'interno del paese. Il sondaggio lo ha eseguito il Pew Research Center. Nel 2014, per fare un esempio, il CNN’s American Dream project testimoniava che il 60% degli americani riteneva irraggiungibile il suo sogno e pensava anche che mai avrebbero potuto ottenerlo i loro figli.

evasori fiscoEVASORI FISCO
Un anno fa la Ripon Society riferiva che il 70% della classe media era certa che la generazione seguente non avrebbe goduto delle stesse garanzie di oggi, che per milioni e milioni di americani Il sogno americano ormai era da dimenticare. Ora addirittura un 36% dice che l'ha raggiunto e un 46% che ce la farà presto.

Della rinnovata fiducia fa sicuramente parte l'attesa della riforma delle tasse che è centrale nella classe media nonostante i democratici già accusino la riforma di essere pensata con un occhio di favore ai milionari come Trump, insinuino soprattutto che il buco di bilancio che sarà creato verrà prima o poi pagato dei meno abbienti.

Certo, sulla strada della riforma c'è la mancata abolizione della riforma della sanità, l'Obamacare, che è un costo altissimo e nei prossimi 10 anni andranno trovate le coperture per 1,5 triliardi di dollari.

I repubblicani rispondono abbastanza naturalmente, in modo perfino scontato, che il rischio è calcolato e che gli sgravi avranno un grande impatto sia sui consumi che sulla produzione, che ci saranno posti di lavoro e vantaggio economico dal ritorno delle grandi multinazionali che in questi anni avevano riparato all'estero per evitare le tasse di Obama.

Per i privati cittadini la tassazione del 25% comincia a 45mila dollari, quella del 35 a 200mila dollari, del 39 a 500mila dollari. Le coppie sposate che fanno denuncia comune sono favorite, 25% a 90mila dollari, 35% a 260mila, il 39% a 1milione.

IL WASHINGTON POST FACT CHECK SUI DEMOCRATICIIL WASHINGTON POST FACT CHECK SUI DEMOCRATICI
Un sistema piu forte di deduzioni standard dovrebbe sostituire e alleggerire le proteste per il taglio alle deduzioni locali di Stati o di città, come per esempio New York, che vengono aboliti. Aumentano infatti da 6 a 12mila per gli individui, da 12mila a 24 mila per le coppie sposate.

Questi sono i primi dati, è una riforma complessa, va studiata con attenzione, così come vanno seguite le polemiche. Una prima curiosità. Il Washington post, che come noto detesta Trump e la sua politica, ha fatto un primo factcheck delle dichiarazioni dei democratici secondo le quali le classi medie pagheranno di più e ha dedotto, documentato e titolato che i democratici mentono.