9 dicembre forconi

mercoledì 15 giugno 2016

THE TELEGRAPH IN PRIMA PAGINA, OGGI: ''L'ITALIA E' AVVIATA AL FALLIMENTO, PER SALVARSI DEVE USCIRE ORA DALL'EURO''

ar_image_4896_lLONDRA - "La situazione di alcuni Stati, come l'Italia - scrive l'economista Roger Bootle, presidente esecutivo di Capital Economics, sul quotidiano britannico The Telegraph - esemplifica bene i problemi dell'Unione Europea.

Il fallimento economico del paese, con il default, sarebbe molto piu' pericoloso di quello della Grecia: si tratta dell'ottava potenza del mondo, con una presenza in importanti settori industriali".

Queste esatte parole campeggiano oggi in prima pagina sul quotidiano britannico, che senza mezzi termini mette in grande evidenza la bancarotta dell'Italia, dandola come un evento non solo possibile, ma probabile.

"Dal lancio dell'euro, nel 1999 - prosegue l'articolo -  il prodotto interno lordo dell'Italia e' cresciuto complessivamente del tre per cento, che è un dato umiliante. Nello stesso periodo, per fare un confronto, quello spagnolo e' aumentato del 30 per cento e quello statunitense del 35 per cento (con eleganza, l'economista evita di citare la crescita del Pil britannico negli ultimi 16 anni, ma basti dire che dal gennaio del 2015 è cresciuto fino ad oggi di oltre il 5%)".

"La modesta performance dell'Italia - continua l'economista - comporta varie conseguenze. La più grave delle quali è la disoccupazione nel paese: il tasso nazionale italiano di disoccupazione e' dell'undici per cento ma al Sud si arriva al venti e tra i giovani al 35".

Ed è interessante osservare come il Jobs Act non venga neppure preso in considerazione, data la sua totale inefficacia.

Ma l'economista Roger Bootle non si ferma alla disoccupazione per tratteggiare il quadro di un'Italia avviata al default: "Il debito pubblico italiano è al 130 per cento del Pil. I prestiti non performanti delle banche sono il 17 per cento, contro il due per cento della Germania e il quattro della Francia. Le cause hanno principalmente radici interne, in un sistema politico che sembra incapace di attuare riforme radicali, ma  la ragione principale è un'altra: l'adozione della moneta unica e' stata un disastro per un paese non competitivo che ha perso la possibilita' di svalutare la propria moneta".

Parole chiare e nette, analisi centrata al cento per cento e come sempre ignorata in Italia.

Infine, la conclusione di Bootle sulla prima pagina del Telegraph, uno dei più autorevoli e seguiti quotidiani britannici:

La combinazione tra le pratiche italiane e i valori tedeschi è stata devastante per l'Italia.

Il caso italiano dimostra anche che vari presunti fattori di miglioramento delle performance economiche offerti dall'Ue non sono poi cosi' rilevanti. L'Italia fa parte del mercato unico, siede al tavolo delle decisioni, non ha barriere doganali e tariffe, ha alcune compagnie di successo ed e' stata a lungo tra i paesi piu' euroentusiasti.

Ora, pero', la situazione sta cambiando profondamente, la crisi la sta avviando al fallimento e l'euroscetticismo e' in crescita. Lasciare l'euro a questo punto arrivata, per l'Italia sarebbe la salvezza e sarebbe un buon inizio di rinascita" conclude Bootle.

Micidiale. E come sempre, del tutto ignorato dalla stampa italiana a senso unico a sinistra.
lunedì 13 giugno 2016

Fonte: ilnord.it

OLIMPIADI, NO GRAZIE

malago-e-montezemolo-renzi-639822TRAVAGLIO: “PER GARANTIRE UNA GESTIONE OCULATA DEI FONDI PER LE OLIMPIADI A ROMA, HANNO SCELTO I SIMBOLI DELL'EFFICIENZA E DEL RISPARMIO:

MONTEZEMOLO, CELEBRE I MONDIALI DI CALCIO ITALIA ‘90 CON SPESE LIEVITATE DELL’85%,

E MALAGÒ, CHE SI È GUADAGNATO LA MEDESIMA FAMA CON I MONDIALI DI NUOTO 2009”

“Il governo Monti almeno una l'aveva azzeccata: ritirò la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020. Poi arrivò Renzi e ripropose il modello panem et circenses, anzi solo circenses: il panem se lo strapperanno di bocca i romani per pagare più tasse comunali e ripianare i buchi dell' Evento”

Stralcio dell'articolo di Marco Travaglio per il “Fatto Quotidiano”
Siccome Roma ha un debito fra i 12 e i 15 miliardi (la cifra esatta è il quarto segreto di Fatima) e non riesce neppure a finanziare i lavori per la Metro C iniziati nella notte dei tempi, i partiti che si sono mangiati la Capitale per vent'anni hanno avuto un'idea geniale: candidarla alle Olimpiadi 2024, una cosettina da niente che dovrebbe costare fra i 5 e i 10 miliardi (ma siamo in Italia e non poniamo limiti alla lievitazione).
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700 milioni spesi per il palazzetto di Calatrava con le vele a pinna a Tor Vergata
Più che altro lo fanno per portare fortuna sia a Roma, sia all' Italia: Atene, per dire, non fece in tempo a organizzare i Giochi del 2000 che la Grecia era già colata a picco per non risollevarsi mai più. E chi poteva venire dopo Atene, a parte Parigi e Los Angeles che se la passano un filino meglio? Roma, naturalmente.
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MONTEZEMOLO RENZI
Per garantire una gestione oculata dei fondi, si son scelti due simboli dell' efficienza e del risparmio nei grandi eventi sportivi: Luca Cordero di Montezemolo, già celebre per la perfetta efficienza dei Mondiali di calcio Italia 90 (spese lievitate dell' 85%, tant' è che i famigerati stadi, nel frattempo estinti o sbriciolati, abbiamo finito di pagarli con l' ultima rata del mutuo nel dicembre scorso, nel giro di appena 25 anni); e Giovanni Malagò, che si è guadagnato sul campo, anzi sull' acqua, la medesima fama con i Mondiali di Nuoto 2009 (700 milioni per il palazzetto di Calatrava con le vele a pinna a Tor Vergata, piscine di dimensioni sbagliate e/o sequestrate, cattedrali nel deserto in preda ai tossici e alle sterpaglie e buchi di bilancio, ovviamente furono colpa di molti).
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MONTEZEMOLO RENZI
Per questi e altri motivi, il governo Monti almeno una l'aveva azzeccata: ritirò immantinente la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020. Poi arrivò Renzi e ripropose il modello panem et circenses, anzi solo circenses: il panem se lo strapperanno di bocca i romani per pagare più tasse comunali e ripianare i buchi dell' Evento, nella malaugurata eventualità che venga assegnato alla loro città.
MALAGO MONTEZEMOLO RENZI
MALAGO MONTEZEMOLO RENZI
Gli economisti la definiscono "maledizione del vincitore" e non è un' esclusiva italiana: tutte le Olimpiadi dell'ultimo cinquantennio vengono annunciate come eventi benefici e balsamici per la città ospitante, con preventivi miracolosamente attivi, e regolarmente si concludono - dopo ben 15 giorni di feste e tricchetracche - con enormi sbilanci per comuni e governi, cioè con giganteschi cetrioli infilati nelle terga dei cittadini. Insomma: le Olimpiadi le vince chi le perde e le perde chi le vince. Per fortuna ci sono i Radicali, che hanno proposto un referendum tra i cittadini romani, cioè fra i destinatari dell' immancabile cetriolo. [....]




Fonte: qui

L’UOMO ESTINTO: C’È LA DATA (VICINISSIMA) LA TERRA RIDOTTA IN CENERE, NASA AL LAVORO

1465670713581.jpg--l_uomo_estinto__c_e_la_data__vicinissima___la_terra_ridotta_in_cenere__nasa_al_lavoroUn allarme “finale” per il pianeta Terra. Lo scorso venerdì due piccoli asteroidi ci hanno sfiorato, e ancor più allarmante, forse, è il fatto che gli astronomi se ne siano accorti soltanto pochi giorni prima. Il più piccolo dei due è passato a 80mila km dalla Terra, il più grande a 450mila km.
Ma a preoccupare è un altro asteroide, del diametro di circa 2,5 km, che si è avvicinato alla Terra nella notte tra domenica venerdì. Il punto è che gli astronomi prevedono che tra 12 anni, nell’ottobre del 2028, le cose potrebbero andare molto peggio: è previsto infatti che l’asteroide possa tornare, per giunta con una rotta in grado di collidere con il nostro pianeta. L’impatto con un corpo celeste di simili dimensioni, spiegano gli esperti, potrebbe causare l’estinzione dell’uomo.
Nel frattempo, la Nasa lavora a piani per la deviazione di asteroidi in rotta di collisione con la Terra. L’ipotesi è quella di piazzare grosse cariche esplosive sulla superficie di una massa non troppo lontana da noi per forzarne il cambio di strada. Il primo esperimento di tal genere dovrebbe tenersi nel 2020.

Crescono le tensioni nel Mar Cinese orientale: la Russia come mediatrice

000006133Il conflitto per le isole contese nella regione dell’Asia-Pacifico ancora una volta finiscono sotto i riflettori dei media internazionali. Tokyo protesta a Pechino dopo che una fregata cinese è entrata nelle acque dell’arcipelago contestato nel Mar Cinese orientale. Il portavoce del Ministero della Difesa giapponese Yoshitomo Mori ha detto che un cacciatorpediniere della Marina giapponese ha rilevato la nave cinese che entrava nella zona contigua, un’area di 24 miglia nautiche oltre le acque territoriali, delle isole Senkaku, note anche come Diaoyu, il 9 giugno.
Il Viceministro degli Esteri Akitaka Saeki convocava l’ambasciatore della Cina Chen Yonghua, presentando una protesta “dalla grave preoccupazione” e la domanda che la nave militare cinese lasciasse immediatamente la zona. “Siamo preoccupati che questa azione aumenti le tensioni”, aveva detto il capo di gabinetto del Giappone Yoshihide Suga in conferenza stampa a Tokyo. “I ministeri correlati lavorano per affrontarlo e lavoreremo a stretto contatto con gli Stati Uniti”, osservava Suga. Il Ministero della Difesa cinese rispondeva che la Marina Militare ha tutto il diritto di operare in acque cinesi. L’incidente avviene mentre Giappone, Stati Uniti ed India lanciano l’importante esercitazione navale congiunta Malabar, dal 10 giugno, nel vicino Pacifico occidentale. Mentre gli Stati Uniti non approvano le rivendicazioni territoriali di Tokyo sulle isole, hanno detto che il territorio controllato dai giapponesi rientra nel trattato di sicurezza con Tokyo che obbliga Washington a difendere il Giappone da un attacco. I rapporti tra Cina e Giappone sono tesi per la contesa territoriale. Le isole hanno una superficie totale di circa 7 kmq e si trovano a nord-est di Taiwan, ad est della Cina continentale e a sud-ovest della più meridionale prefettura del Giappone, Okinawa, e sono controllate dal Giappone. Il territorio ha un peso trovandosi vicino importanti rotte, ricche zone di pesca e potenziali giacimenti di petrolio e di gas. Le isole sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente concorrenza tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico.

Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islands_blog_main_horizontal_risultatoIl Giappone prese il controllo delle isole nel 1894-1895 durante la prima guerra sino-giapponese, attraverso la firma del Trattato di Shimonoseki che assegnava le isole alla città di Ishigaki nella Prefettura di Okinawa. Dopo la scoperta di potenziali giacimenti di petrolio sottomarini nel 1968 e il trasferimento nel 1971 del controllo amministrativo delle isole dagli Stati Uniti al Giappone, la Cina sostiene che le isole sono parte del territorio cinese almeno dal 1534, affermando che la Dichiarazione di Potsdam (che il Giappone accettò col trattato di pace di San Francisco) chiedeva che il Giappone rinunciasse al controllo di tutte le isole, ad eccezione delle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu e Shikoku, affermando che ciò significa che il controllo delle isole Senkaku dovrebbe passare alla Cina. Il governo giapponese non accetta tale controversia, affermando che le isole sono parte integrante del Giappone. Tokyo ha respinto i reclami che le isole fossero controllate dalla Cina prima del 1895 e che fossero contemplate dalla Dichiarazione di Potsdam o dal trattato di pace di San Francisco.
La disputa ebbe toni relativamente tranquillamente per decenni.
Ma nell’aprile 2012, nuovi reclami si ebbero dopo che il governatore di destra di Tokyo, Shintaro Ishihara, disse apertamente che avrebbe usato il denaro pubblico per comprare le isole dal proprietario, un privato giapponese. Il governo giapponese raggiunse un accordo per acquistare tre delle isole dal proprietario per bloccare il piano più provocatorio di Ishihara. Questo fece arrabbiare la Cina, innescando proteste pubbliche e diplomatiche. Da allora le navi del governo cinese navigano regolarmente in ciò che il Giappone dichiara acque territoriali delle isole. Il rischio di un conflitto nella regione è significativo. Cina, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Brunei e Filippine competono su rivendicazioni territoriali e giurisdizionali, in particolare sui diritti di sfruttamento dei possibilmente grandi giacimenti regionali di petrolio e gas. La libertà di navigazione nella regione Asia-Pacifico è un’altra questione controversa, in particolare tra Stati Uniti e Cina, per il diritto delle navi militari statunitensi di operare nelle duecento miglia della zona economica esclusiva (ZEE) della Cina. A maggio, una nave da guerra statunitense navigò dimostrativamente entro 12 miglia da un’isola artificiale costruita dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, l’operazione doveva dimostrare che gli Stati Uniti si oppongono agli sforzi della Cina per limitare la navigazione nello specchio d’acqua strategico.

La soluzione alle insicurezze della regione può venire da Mosca. Data la crescente importanza della regione dell’Asia-Pacifico per la Russia quale potenza regionale, Mosca ha interessi fondamentali nell’impedire che in qualsiasi disputa nel Mar Cinese Meridionale vi sia l’escalation militare. L’influenza della Russia nella regione è in rapida asceta. La Russia fa parte del vertice dell’Asia orientale, il forum in cui si discute della sicurezza marittima. Potrebbe svolgere un ruolo come membro del forum dei Ministri della Difesa dell’ASEAN, comprendente Cina e Stati Uniti. Mentre la tensione sale tra Cina e Stati Uniti e scontri si verificano tra Cina e Stati rivieraschi sulle isole contese, i Paesi della regione vedono il valore della partecipazione russa. Ciò accade proprio mentre gli statunitensi appaiano confusi sulla regione nonostante il loro cosiddetto Asia Pivot. E
lizabeth Wishnick della Columbia University scrive nella sua nota dal titolo “Russia: nuovo attore nel Mar Cinese Meridionale” che “Anche se la Russia è sostenuta dalla Cina nelle posizioni mondiali, a livello regionale i leader russi cercano di migliorare l’indipendenza del Paese agendo attraverso una sempre più variegata diplomazia nel sud-est asiatico, verso gli alleati tradizionali come il Vietnam, ma anche verso partner inattesi come le Filippine”. “È una strategia che richiederebbe alla Russia di non prendere posizione su chi ha cosa, ma che le consentirebbe di sostenere le azioni basate sul diritto internazionale riducendo le tensioni”, dice Carlos D. Sorreta, direttore dell’Istituto degli Esteri filippino. Il 14 aprile, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in una intervista a media cinesi, giapponesi e mongoli illustrava la posizione della Russia sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale.
Lavrov ha ribadito la posizione tradizionale di Mosca sulla questione, esprimendo sostegno a una soluzione diplomatica, l’impegno alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), e il rispetto della Dichiarazione del 2002 relativa alla condotta delle parti nel Mar Cinese Meridionale (DOC). Accolse con favore la rapida conclusione di un codice di condotta vincolante (COC) e toccò anche il tema dell’internazionalizzazione della controversia sul Mar Cinese Meridionale dicendo: “La nostra posizione è decisa dal desiderio, naturale per qualsiasi Paese normale, di vedere una composizione delle liti direttamente tra i Paesi interessati, in maniera politica e diplomatica, senza alcuna interferenza da terzi o qualsiasi tentativo d’internazionalizzare tali controversie”. Il maggiore vantaggio della Russia è che non ha rivendicazioni territoriali nel Sud-Est Asiatico. E, a differenza degli Stati Uniti che cercano d’estendere la loro influenza nella regione dell’Asia-Pacifico e che in realtà preparano freneticamente un futuro scontro, l’interesse della Russia risiede nella redistribuzione di potere nella regione. La Russia non si oppone a nessuno nella regione dell’Asia-Pacifico. Si sforza di sviluppare buone relazioni con Cina, Giappone, Vietnam, Sud e Nord Corea, così come altri Stati della regione. La Russia è un attore internazionale che non si schiera. È un mediatore perfetto capace di abbattere le tensioni e trovare una soluzione al problema. In ogni caso, i colloqui sono l’unico modo per risolvere le controversie regionali.image.axdLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

RIFORMA DEL LAVORO, LA FRANCIA A FERRO E FUOCO

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SE NON SONO HOOLIGANS, CI PENSANO GLI ANTAGONISTI CHE SI OPPONGONO ALLA RIFORMA DEL LAVORO DI HOLLANDE A CREARE UN PO' DI GUERRIGLIA URBANA: SCONTRI CON LA POLIZIA, LANCIO DI OGGETTI, DECINE DI FERITI

Francia: scontri al corteo sul lavoro. Oltre 20 feriti e 15 fermati

In centinaia lanciano oggetti contundenti, sei fermi. Ieri un grande corteo di protesta contro la riforma del lavoro

(Ansa), 14 Giu 2016 - Una città sottosopra, nel pieno dell'Euro 2016, con immagini da guerriglia e almeno 40 feriti, tra cui 29 poliziotti e 58 fermi tra le fila dei casseur. Nella Francia dei veleni non bastava l'allerta massima per il terrorismo.

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FRANCIA RIFORMA DEL LAVORO SCONTRI E FERITI AL CORTEO
A Parigi la manifestazione indetta dai sindacati contro la riforma del Lavoro si è trasformata in campo di battaglia. Sassi, bastoni, bottiglie, vetrine infrante, auto rovesciate e bici in fiamme. Addirittura l'assalto all'ospedale pediatrico in cui è ricoverato l'orfano dei due poliziotti massacrati ieri sera da uno jihadista dell'Isis.
A fine giornata, nel consueto balletto di cifre, la CGT parla di 1,3 milioni di persone in piazza. Più prudente la questura, secondo cui ha partecipato al corteo un massimo di 125.000 manifestanti.
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FRANCIA RIFORMA DEL LAVORO SCONTRI E FERITI AL CORTEO
Sicuro è che questa volta le frange estreme sono state più numerose, visibili e violente. Una furia cieca messa in campo da autonomi e black bloc vestiti di nero che poco aveva da spartire con la pacifica contestazione del Jobs act di Hollande. Le ore più difficili sono state quelle del pomeriggio.
E a nulla sono serviti gli appelli alla calma lanciati dal ministro dell'Interno, Bernard Cazeneuve, già alle prese con la minaccia jihadista, gli hooligans, e l'immensa sfida della sicurezza nelle dieci città che ospitano l'europeo.
Partita alle 13:15 da Place d'Italie la manifestazione è sfociata quasi subito nel caos.
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FRANCIA RIFORMA DEL LAVORO SCONTRI E FERITI AL CORTEO
Centinaia di manifestanti con il passamontagna hanno cominciato a bersagliare le forze dell'ordine con tutto ciò che trovavano sotto mano. Immediata la risposta della Police Nationale. Lacrimogeni, proiettili di gomma, idranti, per la prima volta un idrante: la polizia in assetto antisommossa ha usato tutti i mezzi a disposizione per arginare la furia devastatrice. Ma non c'è verso, nel giro di un'ora la violenza dilaga lungo l'intero tracciato.
All'angolo tra Boulevard Raspail e Boulevard Montparnasse, nel cuore della rive gauche parigina, un uomo finisce a terra colpito alla schiena dal lancio di un razzo. Sarà uno dei primi feriti della lunga giornata. Ne seguiranno altri. Vetrine dei negozi, pensiline dei bus, cartelli stradali, il curatissimo arredo urbano della capitale, nulla sfugge alla piena dei teppisti.

martedì 14 giugno 2016

ALLARME BANCHE: TORNANO A SALIRE LE SOFFERENZE

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ORA LE RATE NON PAGATE VALGONO 198 MILIARDI DI EURO E QUELLE PIU' A RISCHIO (CIOE' SPAZZATURA CHE SPESSO SI TRASFORMA IN PERDITE) AMMONTANO A 84 MILIARDI (IN UN ANNO SONO CRESCITE DEL 2%)

Gli istituti si consolano con la crescita del credito al consumo e ringraziano le famiglie che si indebitano per comprare tablet e smartphone (negli ultimi 12 mesi boom di 21 miliardi)

Per le imprese, invece, si è registrata una diminuzione delle erogazioni di quasi 16 miliardi (-2%), da 806 miliardi a 790 miliardi

Tornano a salire le sofferenze bancarie ad aprile: in un anno le rate non pagate dei finanziamenti sono cresciute di 6,7 miliardi di euro arrivando a 198 miliardi (+2%): a pesare è soprattutto il peso delle sofferenze delle imprese, salite di 4 miliardi a 140,7 miliardi (+3%), mentre quelle relative alle famiglie ammontano a 37 miliardi e sono cresciute di quasi 2 miliardi.
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Le sofferenze lorde valgono 198 miliardi, mentre quelle nette sono cresciute di 1,6 miliardi (+2 miliardi) a quasi 84 miliardi. Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale i prestiti al settore privato sono complessivamente saliti di quasi 5 miliardi (+0,34%), dai 1.405 miliardi di aprile 2015 ai 1.409 miliardi di aprile 2016: a spingere la ripresina dei finanziamenti bancari è il credito al consumo, cresciuto di quasi 22 miliardi (+35%), e il ramo mutui casa, aumentato di oltre 4 miliardi (+1%); per le imprese, invece, si è registrata una diminuzione delle erogazioni di quasi 16 miliardi (-2%), da 806 miliardi a 790 miliardi, causata dalla discesa dei prestiti a breve di 16 miliardi e di quelli di lungo periodo di 15 miliardi, mentre i finanziamenti di medio periodo sono saliti di 15 miliardi.
Secondo lo studio dell'associazione Unimpresa, basato su dati della Banca d'Italia, complessivamente lo stock dei finanziamenti al settore privato è lievemente cresciuto da aprile 2015 ad aprile 2016 di 4,8 miliardi (+0,34%): il totale dei prestiti è salito da 1.405,08 miliardi a 1.409,8 miliardi.
Un risultato legato all'aumento delle erogazioni alle famiglie sostenute da una dinamica in forte accelerazione del credito al consumo, comparto salito di 21,8 miliardi in un anno da 60,9 miliardi a 82,7 miliardi (+35,91%): si tratta dei prestiti erogati per una finalità specifica, in particolare per l'acquisto di automobili, elettrodomestici, televisori, tablet, smartphone, computer, arredamento per la casa e viaggi.
Lieve crescita anche per i mutui di 4,5 miliardi da 357,9 miliardi a 362,5 miliardi (+1,28%), mentre si registra un calo di 5,6 miliardi per i prestiti personali scesi da 179,5 miliardi a 173,9 miliardi (-3,15%). Complessivamente i finanziamenti alle famiglie sono saliti di 20,8 miliardi da 598,4 miliardi a 619,2 miliardi (+3,48%). Resta in generale negativo il quadro per le imprese che hanno visto calare i finanziamenti di 15,9 miliardi da 806,6 miliardi a 790,6 miliardi (-1,98%).
Le aziende nell'ultimo anno hanno assistito alla riduzione dei finanziamenti di quasi tutti i tipi di durata. Sono calati i prestiti a breve termine (fino a 1 anno) per 16,06 miliardi (-5,43%) da 296,03 miliardi a 279,9 miliardi e quelli di lungo periodo (oltre 5 anni) di 15,5 miliardi (-4,13%) da 376,05 miliardi a 360,5 miliardi, mentre quelli di medio periodo (fino a 5 anni), in controtendenza, sono cresciuti di 15,6 miliardi (+11,61%) da 134,5 miliardi a 150,2 miliardi.
Parallelamente c'è la questione delle rate dei finanziamenti non rimborsati: in totale le sofferenze sono passate dai 191,6 miliardi di aprile 2015 ai 198,3 miliardi di aprile 2016 (+3,52%) in aumento di 6,7 miliardi; a gennaio scorso le sofferenze ammontavano a 202,05 miliardi. Nel dettaglio, la quota di crediti deteriorati che fa capo alle imprese è salita da 136,3 miliardi a 140,7 (+3,21%) in aumento di 4,3 miliardi. La fetta relativa alle famiglie è cresciuta da 35,5 miliardi a 37,4 miliardi (+5,16%) in salita di 1,8 miliardi.
accantonamenti sofferenze bancarie
ACCANTONAMENTI SOFFERENZE BANCARIE
Per le imprese familiari c'è stato un aumento di 416 milioni da 15,5 miliardi a 15,9 miliardi (+2,67%). Le "altre" sofferenze (Pa, onlus, assicurazioni, fondi pensione) sono passate invece da 4,07 a 4,1 miliardi (+2,95%) con 120 milioni in più. Le sofferenze nette sono passate da 82,2 miliardi di aprile 2015 a 83,9 miliardi di aprile 2016 in aumento di 1,6 miliardi (+2,04%).
Ad aprile 2015 le sofferenze corrispondevano al 13,64% dei prestiti bancari (1.405,8 miliardi), percentuale salita al 14,07% ad aprile scorso, quando i finanziamenti degli istituti erano passati a 1.409,8 miliardi. Rispetto alla fine del 2010 le sofferenze sono più che raddoppiate: in poco più di cinque anni, da dicembre 2010 ad aprile 2016, sono salite da 77,8 miliardi a 198,3 miliardi in salita di quasi 120 miliardi. A fine 2011 erano a 107,1 miliardi; alla fine del 2012 a 124,9 miliardi.
Fonte: qui

Questa impennata del Greggio continuerà? 6 ragioni per cui lo farà

Gli analisti si chiedono se la recente impennata del greggio (che ora oscilla vicino ai 50 dollari al barile) sia semplicemente il risultato delle temporanee interruzioni della produzione o se l’eccesso di scorte si stia davvero riducendo.

Le attuali condizioni del mercato sembrano essere il risultato della convergenza di molteplici fattori, ciascuno dei quali potrebbe far cambiare l’andamento e frenare l’impennata del greggio.

1) La Domanda Estiva

Di solito, la domanda di greggio aumenta nei mesi estivi. Negli Stati Uniti, il consumo americano di benzina raggiunge il picco tra giugno ed agosto, in genere segnando 90.000 barili in più al giorno. L’Arabia Saudita è un paese piccolo, ma dipende in larga parte dal greggio per la fornitura energetica dei servizi basilari (il che spiega perché investe in energie rinnovabili come con ilnuovo accordo sull’energia eolica stipulato con la General Electric. Nella sola Arabia Saudita, la richiesta di energia per i condizionatori nei mesi estivi arriva a 0,9 milioni di barili di greggio in più al giorno. Questo aumento della domanda stagionale sembra essere coinciso con le numerose interruzioni delle forniture quest’anno.
 2) Il Consumo di Greggio in Asia
 La domanda di greggio da parte della Cina resta forte, ma non perché i consumi cinesi stiano continuando ad aumentare. La maggior parte dell’incremento sembra connesso al fatto che la Cina sta esportando una quantità maggiore di prodotti raffinati, specialmente gasolio. In altre parole, la Cina sta comprando greggio ad un prezzo conveniente, lo raffina e vende i prodotti raffinati ai partner commerciali regionali. Se questo nuovo business delle esportazioni possa continuare a supportare la domanda cinese di greggio dipenderà perlopiù dalle necessità dei suoi partner commerciali e potrebbe non essere sostenibile.L’India, invece, potrebbe essere sul punto di diventare il prossimo grande centro di produzione. Se la campagna governativa del “Produrre in India” avrà successo, la domanda di greggio e prodotti raffinati del paese potrebbe segnare un’impennata. L’AIE prevede che la domanda indiana salga dai 4 milioni di barili al giorno del 2015 a 10 milioni di barili al giorno nel 2040. L’OPEC sembra essere d’accordo e considera l’India una fonte dell’aumento futuro della domanda. Tuttavia, queste previsioni si basano sulla crescita vista in Cina nell’ultimo decennio e potrebbero non essere valide per l’economia indiana per via delle diverse condizioni politiche e sociali.

3) Le Scorte di Petrolio da Scisto

Rappresentano un grande punto interrogativo nell’equazione. Molti giacimenti di petrolio da scisto in Nord Dakota sono stati abbandonati per via degli alti costi di estrazione nella zona, mentre la produzione in Oklahoma e Texas va a gonfie vele. Il numero degli impianti di trivellazione è effettivamente salito negli Stati Uniti la scorsa settimana, per la prima volta in undici settimane. Tuttavia, non è ancora chiaro se questo nuovo aumento possa fare la differenza nel conteggio delle scorte globali. Allo stesso tempo, il numero delle compagnie nel settore del petrolio da scisto che hanno dichiarato bancarotta continua ad aumentare. Questo fatto si associa alle vendite di asset alle compagnie di private equity che non sono attrezzate per far funzionare gli impianti di trivellazione e pagano il minimo per mantenerli fino a quando non potranno rivenderli ottenendo un profitto. L’idea prevalente è che non appena il prezzo del greggio salirà, molti giacimenti torneranno in attività. Tuttavia, la realtà è più complicata. Il costo della produzione varia a seconda della compagnia, della posizione geografica ed addirittura all’interno di un determinato giacimento. Ci sono troppe variabili per prevedere con esattezza cosa succederà, in particolare con il prezzo del greggio che oscilla vicino al profitto.

4) Le Interruzioni delle Forniture Nigeriane

I Vendicatori del Delta del Niger stanno ancora creando scompiglio in Nigeria. Di recente hanno rifiutato le trattative con il governo nigeriano ed hanno attaccato un altro impianto della Chevron (NYSE:CVX). La Shell (NYSE:RDSa) ha fermato addirittura le riparazioni di un oleodotto che il gruppo aveva attaccato mesi fa. Non è chiaro a questo punto se i sabotatori si placheranno accontentandosi dei vecchi sussidi che il governo nigeriano una volta pagava per tenerli buoni. Visto che il governo non sembra capace o non vuole scontrarsi con loro militarmente, questo conflitto – e le conseguenti interruzioni delle forniture – sembrano destinati a persistere almeno per i prossimi mesi.

5) L’Aumento della Produzione Iraniana

D’altra parte, la crescita della produzione iraniana sembra compensare la riduzione di quella nigeriana. La produzione di greggio in Iran è vicina a 4 milioni di barili al giorno ed il paese ha reso noto che continuerà ad aumentarla nei prossimi mesi. Tuttavia, l’Iran non ha ancora ottenuto investimenti esteri concreti per gli asset di petrolio e gas. Il paese ha firmato dei memorandum d’intesa con l’Italia, la Corea del Sud ed il Giappone ma non ha ancora stretto gli accordi con le imprese. Questo principalmente perché il governo iraniano non ha ancora determinato definitivamente i termini per gli investitori esteri, un controverso problema politico in Iran.Il paese ha dichiarato che annuncerà i termini a giugno o luglio ma, a questo punto, chi può dirlo?

6) Le Speculazioni dei Mercati

Le azioni degli speculatori sembrano sempre amplificare l’andamento del mercato del greggio.
Il numero dei nuovi impianti di trivellazione terrà gli speculatori alla larga dai recenti massimi del greggio?
O la dichiarazione dell’OPEC secondo cui il mercato “sta tornando in equilibrio” sarà un nuovo importante fattore?
Oppure gli speculatori potrebbero approfittare del fatto che i magazzini di greggio sono ancora pieni, comportando un calo del prezzo. La stessa volatilità fa aumentare la possibilità per i traders di avere un profitto. Sia che i fondamentali indichino o meno che i prezzi potrebbero restare così alti ed aumentare ancora, gli speculatori hanno numerose ragioni per far oscillare i prezzi attuali.
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