9 dicembre forconi

mercoledì 2 marzo 2016

MONTI? LETTA? RENZI? SEMPRE PEGGIO!

matteo-renzi-enrico-310980EUROSTAT E ISTAT BASTONANO RENZI: I DATI SULL’OCCUPAZIONE ERANO MIGLIORI CON ENRICO LETTA PREMIER

NEL GENNAIO 2014 L’ITALIA ERA AL 21° POSTO IN EUROPA PER LA DISOCCUPAZIONE: ORA E’ AL 23°, SORPASSATA DA SLOVACCHIA E BULGARIA -

Matteo, salutaci il jobs act: anche sulla disoccupazione giovanile rispetto alla media dei 28 paesi europei l’Italia è stata peggiore con Renzi rispetto a Letta.

C’erano a inizio 2014 18,30 punti più della media d’Europa, oggi la distanza si è allargata a 19,70 punti

Franco Bechis per www.limbeccata.it
CONFRONTO LETTA RENZI
CONFRONTO LETTA RENZI

Il confronto fra i due è impietoso. A due anni di distanza l’unica differenza vera fra i risultati del governo di Enrico Letta e quelli del governo di Matteo Renzi è nel ciclo economico: era ancora incerto ai tempi di Letta, con molti paesi a pil calante, ed è positivo nell’epoca Renzi. Così va il mondo!

Rispetto alla media dell’area dell’euro e a quella dell’Europa a 28, in tutti i dati macroeconomici Letta batte Renzi. Il più confronto più clamoroso e inatteso, vista la prosopopea che ha accompagnato il job act, viene dai dati sulla disoccupazione forniti da Eurostat e Istat il 1 marzo 2016. Anche sul lavoro dunque Letta batte Renzi(E GIA' ERAVAMO AL DISASTRO ECONOMICO/SOCIALE!!!). Basta guardare la classifica europea, dove tutti i paesi sono messi sullo stesso piano di fronte al ciclo economico.
MATTEO RENZI NELL UFFICIO DI LETTA A PALAZZO CHIGI
PALLONARI A CONFRONTO
Nel gennaio 2014, ultimo mese del governo Letta, l’Italia era al 21° posto nella classifica europea sulla disoccupazione (che va dal paese più virtuoso, con meno disoccupati- all’epoca l’Austria, a quello più negligente, con più disoccupati, la Grecia che era al 28° posto). Aveva dietro di sè Bulgaria, Slovacchia, Portogallo, Cipro, Croazia, Spagna e Grecia. L’Italia aveva 0,90 punti di disoccupazione più della media dei paesi dell’euro e 2,10 punti in più della media dei 28 paesi europei.
CONFRONTO LETTA RENZI 2
CONFRONTO LETTA RENZI
A gennaio 2016 con il governo Renzi l’Italia è scivolata in classifica di due posizioni: è al 23° posto in Europa sulla disoccupazione (il più virtuoso è la Germania e al 28° posto c’è sempre la Grecia).

L’Italia è stata sorpassata dalla Slovacchia che stava due posizioni indietro con Letta e ora si trova due posizioni davanti, e pure dalla sorprendente Bulgaria che le stava subito dietro al 22° posto ed oggi è al 15° posto in classifica, otto posizioni davanti a Renzi.

Appena meno peggio il confronto Letta-Renzi sulla percentuale di disoccupazione giovanile. Il job act non ha migliorato nulla: l’Italia era quartultima in Europa e quartultima per disoccupazione giovanile resta, con il 25° posto su 28 nella classifica che va dal paese più virtuoso (la Germania) a quello meno (la Grecia). Rispetto alla media dell’area dell’euro l’Italia è restata più o meno distante uguale (oltre 17 punti percentuali).
LETTA E RENZI
PALLONARI NELLA FOTO
Rispetto alla media dei 28 paesi europei l’Italia è stata peggiore con Renzi rispetto a Letta: c’erano a inizio 2014 18,30 punti più della media d’Europa, oggi la distanza si è allargata a 19,70 punti. Quindi anche sul solo settore che faceva immaginare un passo diverso, Renzi ha avuto un passo da lumaca rispetto a Letta che lui accusava proprio per questo. E attenti, perchè l’Italia è quartultima, ma in due anni Cipro che era quintultima con 1,40 punti in meno è andata meglio, e ha quasi 8 punti di vantaggio rispetto all’Italia.
La Croazia, terzultima era a 8,1 punti dall’Italia ed ora è appena a 4,8 punti. La Spagna- penultima era a 12,9 punti dall’Italia ed  oggi è a 5,7 punti. E la Grecia era ultima a 17,3 punti dall’Italia ma oggi è appena a 8,7 punti da Renzi.

Non solo il job act non ha prodotto nulla rispetto al ciclo economico, ma non è nemmeno riuscito a fare stare l’Italia in linea con gli altri paesi europei…

Un altro clamoroso bluff del governo in carica…

Fonte: qui

lunedì 29 febbraio 2016

Nel silenzio dei media, l'Arabia Saudita prepara l'invasione della Siria con un'esercitazione militare con altri 20 paesi

Arabia(21)

Il regime di Riad: "Si tratta dell'esercitazione militare più grande al mondo"

 

Le forze armate di 20 paesi hanno iniziato sabato delle esercitazioni militari su larga scala nel nord dell'Arabia Saudita. Lo ha riportato la Saudi Press Agency. 

Secondo il regime di Riad, l'obiettivo è quello di preparare le truppe ad una risposta efficacia contro la minaccia del terrorismo. Il nome dell'operazione scelto è “Treno Nord” ed è stata portata avanti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Giordania, Bahrain, Senegal, Sudan, Kuwait, Maldive, Marocco, Pakistan, Ciad, Tunisia, Comore, Gibuti, Oman, Qatar, Malesia coinvolto, Egitto e Mauritania.
 
Secondo il sito web dell'agenzia saudita, è "la più grande esercitazione militare al mondo in termini di numero di forze partecipanti, così come l'estensione della zona di manovra". Non si forniscono ulteriori dati o dettagli.
 
"Gli esercizi Treno Nord venuto in mezzo alle crescenti minacce terroristiche, così come l'instabilità politica e la sicurezza nella regione", si legge nell'articolo.
 
Il 4 febbraio, un portavoce delle forze armate saudite ha detto che se il suo paese riceverà una richiesta da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, sarà disposto a svolgere operazioni di terra contro il gruppo terroristico dello Stato Islamico (EI) in Siria.
 
Quindi: il principale sponsor della creazione, sostegno e finanziamento dell'Isis prepara con un'esercitazione militare con altri 20 paesi l'invasione della Siria “contro la sua stessa creatura(!???!)”, in ritirata per la liberazione in corso da parte dell'esercito siriano.
 

E il Truman Show(dell'Arabia Saudita e della Turchia!!!) può continuare.

Leggi: Assedio di Aleppo, dove muore la verità
 

giovedì 25 febbraio 2016

Gli Usa dovrebbero prepararsi al crollo dell'Arabia Saudita.

Arabia SauditaTre scenari sul possibile collasso di Riyad

Per mezzo secolo, l'Arabia Saudita è stata la chiave di volta della politica americana in Medio Oriente. Arabia Saudita e Stati Uniti hanno stretti rapporti che si basano molto sulle vendite di petrolio. Tuttavia, Washington potrebbe ritrovarsi a dover rivedere queste relazioni perché il Regno potrebbe presto crollare, dicono gli esperti.
"In effetti, l'Arabia Saudita non è uno Stato e può essere descritta in due modi: .. come entità politica con un modello di business intelligente, ma non sostenibile, o come un'entità così corrotta che assomiglia ad una organizzazione criminale verticalmente integrata.
In entrambi i casi, non può resistere per molto tempo", hanno scritto in un articolo per The Atlantic  Sarah Chayes del Carnegie Endowment for International Peace e Alex De Waal della Fletcher School presso la Tufts University.
 
Gli esperti spiegano che il re saudita è il CEO di un'azienda a conduzione familiare che converte il petrolio in denaro per l'acquisto della lealtà politica.
Gli Stati Uniti credono che il re abbia riserve infinite per portare avanti questa politica.
 
In realtà, l'accordo per congelare la produzione di petrolio e l'eventuale vendita della più grande compagnia petrolifera del paese, Aramco, sono segni di un urgente bisogno di entrate
 
Secondo Chayes e De Waal, per l'Arabia Saudita ci sono tre possibili scenari.
 
La prima è la lotta all'interno della famiglia reale, per i cui membri comprare la fedeltà diventerà sempre più costoso.
 
Il secondo è una guerra con un altro stato, dato il confronto tra Riyadh e Teheran in Yemen e Siria.
 
Il terzo è un sollevamento di civili o jihadisti nel paese.
 
Gli esperti dicono che Washington è di solito sorpresa quando stati presumibilmente stabili cominciano a sgretolarsi. Tuttavia, gli Stati Uniti d'America dovrebbero prepararsi per il crollo del regno e cambiare il corso delle relazioni bilaterali.
 
Notizia del: 
 
Fonte: qui

martedì 23 febbraio 2016

Ecco le spese nascoste dal governo sprecone: un miliardo a settimana

Schermata-2016-02-21-alle-19.30.1Ecco le spese nascoste dal governo sprecone: un miliardo a settimana

Lo studio Unimpresa che smaschera il premier: nel 2015 52 miliardi di uscite in più. E 26 di tasse

Roma Da una parte le parole, dall'altra i numeri. Sono le solite due facce del governo Renzi, anche in tema di revisione della spesa pubblica.


Ieri il consulente alla spending review e alter ego del premier, Yoram Gutgeld, ha scritto al Sole 24 Ore rivendicando(con le solite minchiate propagandische!!!) i «risultati importanti di un impegno che il governo intende proseguire» sostenendo che in due anni sono stati conseguiti oltre 25 miliardi di riduzione di spesa coniugati a una riduzione delle tasse per 28 miliardi. In quello stesso momento, il Centro studi Unimpresa smentiva l'ottimismo di Gutgeld.

Nel pomeriggio un'altra doccia fredda, questa volta proveniente dalla Funzione pubblica: nel 2014 le spese per consulenze esterne della Pa nel 2014 sono aumentate del 61,3% su base annua a 1,19 miliardi di euro.

Ma andiamo con ordine.

Secondo il Centro studi Unimpresa, infatti, non solo non è stata attuata una vera spending review, ma l'anno scorso è aumentato pure il carico fiscale.

In particolare, la spesa pubblica è cresciuta di 52 miliardi di euro, mentre le tasse sono cresciute di quasi 26 miliardi: l'esatto contrario di quanto affermato trionfalisticamente da Gutgeld.

Nel 2015 le uscite correnti del bilancio pubblico sono, infatti, passate dai 483,8 miliardi dell'anno precedente a 536,4 miliardi. Le entrate tributarie, invece, sono salite da 407,5 miliardi a 433,4 miliardi.

Ovviamente, il ritorno alla crescita registrato nel 2015 ha attenuato l'incidenza della pressione fiscale in relazione al Pil, ma quando si guardano i dati assoluti - al di là degli effetti del ciclo macroeconomico - si osserva come il concetto di riduzione delle tasse sia un fatto puramente nominalistico.

«Il governo ci prende in giro: sono chiacchiere quelle sulla spending review e sono chiacchiere pure quelle sulla sforbiciata al prelievo fiscale», ha commentato il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi sintetizzando il renzismo in uno slogan («Tante promesse, molti annunci e zero fatti concreti»).

Non poca sorpresa hanno poi destato i dati diffusi dal ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia.

Sono tornati, infatti, ad aumentare i compensi per gli incarichi conferiti da Regioni, ministeri, università e tutto il resto della Pa, sfiorando gli 1,2 miliardi.

Insomma, si è tornati a pescare fuori dal perimetro della Pa, che già conta 3,2 milioni di dipendenti. I dati, che emergono dall'Anagrafe delle prestazioni restituiscono una fotografia poco edificante.

Il numero di soggetti chiamati a consulenze e collaborazioni è aumentato del 15,7% su base annua nel 2014, ma ancora più significativo è l'incremento di quanti hanno ottenuto un compenso (+48%).

Il primato spetta al comparto delle Regioni, che nel 2014 ha registrato un aumento dei costi per la voce in questione del 113%, seguito da ricerca (+56%) e scuola (+55%).

Non si sottrae all'incremento nemmeno il comparto «ministeri e agenzie fiscali» (+32%).

Sommando tutto il capitolo incarichi, sia interni sia esterni, si ottiene un esborso di quasi 1,5 miliardi per quasi 600mila mandati, spalmati su oltre 300mila soggetti dei quali oltre la metà è esterna alla Pa.

Altro che svolta buona: la cara vecchia consulenza ai «fedeli devoti» è più viva che mai.

Fonte: qui

lunedì 22 febbraio 2016

L'esperto: "L'Italia è diventata fragile. E ora pagano i più deboli"(Ci voleva l’esperto?)

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L'esperto: "Il picco di decessi colpa di un welfare che non protegge la salute". Gli over 90 si moltiplicano, oggi i più a rischio sono i "figli della Lupa"

Roma - L'Italia è un Paese di vecchi, ma non è un Paese per vecchi. Si spiega anche così il dato che più colpisce tra le stime 2015 degli indicatori demografici dell'Istat, ossia l'impennata nei decessi.

L'anno scorso sono stati 653mila, il 9,1 per cento in più rispetto al 2014. Il tasso di mortalità (10,7 per mille) è il più alto dal secondo Dopoguerra, mentre la popolazione è sempre più anziana e, per la seconda volta dal 1952, si riduce (-2,3 per mille) nonostante il lieve aumento di residenti stranieri. «Di queste nuove stime - spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano - colpisce tutto. Crollano le nascite, aumentano le persone che si trasferiscono all'estero e, appunto, aumentano anche i decessi».

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Quali sono le cause di questo picco?

«La popolazione invecchia. E il problema non è solo la fascia di ultrasessantacinquenni, in crescita, ma quanti tra questi arrivano a 80 e anche a 90 anni. Quando, se il welfare non è forte, non sostiene e non incoraggia comportamenti adeguati per la difesa e il supporto delle condizioni di salute, è facile che arrivi un'impennata come questa. Insomma, se c'è vento forte, gli alberi più deboli cadono». Quindi mentre i baby boomers invecchiano, sono sempre più a rischio i «figli della Lupa», i tanti nati sotto il fascismo, che incentivava la natalità.

«Diciamo che è un campanello d'allarme. Ora la natalità non cresce, anzi. E in Italia la componente fragile della popolazione continua ad aumentare. Le conseguenze sono da valutare con attenzione». Il trend riguarda tutte le Regioni, dal Sud al Nord. «Sì, il fenomeno non è specifico di una parte del territorio, è diffuso in tutta la nazione. Ovviamente è una questione generale che anche gli altri paesi, ma ribadisco che è anche un segnale che dovremmo cogliere».

Che cosa ci dice questo picco di decessi?

«Ci dice che dobbiamo costruire una società diversa, piuttosto che tirare avanti questo welfare che gravita molto sulle famiglie e poco sul sostegno alle fasce più deboli, che sono in crescita costante. Se il tasso di mortalità è il più alto dal Dopoguerra è perché nel Dopoguerra non avevamo tanti anziani. Non dobbiamo guardare il passato, ma impegnarci a costruire un percorso futuro che tenga conto del fatto che diventiamo una società con sempre più grandi anziani, ossia over 80 e 85. A questa componente fragile serve un'attenzione diversa».

Eppure negli ultimi due anni il tasso di mortalità era sceso. Solo un caso?

«No, affatto. Ci sono anni più favorevoli e anni che lo sono meno. Per due anni molti di questi anziani sono riusciti a tirare avanti, ingrossando le fila di quella popolazione fragile, potenzialmente a rischio decesso. Come sappiamo la morte non può essere evitata, solo posticipata. Basta poco - fattori climatici, un'epidemia di influenza - e siccome la popolazione a rischio è maggiore, il dato dei decessi si compensa e il picco ha evidenza statistica».

E a questo si accompagna il calo delle nascite(la politica per la famiglia nel nostro paese è dimenticata da decenni, invece si preferisce parlare di panzane quali la "stepchild adoption"!!!).

«La demografia è come un edificio. Stiamo aggiungendo piani in alto, piuttosto incerti e fragili, e erodiamo sempre più le basi di questo edificio, sia con il calo del tasso di natalità sia perché molti se ne vanno, non trovando prospettive in questo Paese».

Non avrà mica ragione chi scappa da questo palazzo pericolante?

«Secondo me no. Ma certo bisogna consolidarlo. Migliorando le condizioni di vita per gli anziani e rinforzando il peso quantitativo dei giovani ma anche il loro contributo qualitativo al processo di crescita del Paese, evitando che vadano via o - se l'hanno già fatto - offrendo qualcosa per cui valga la pena tornare. L'Italia di potenzialità ne ha, ma ora è come un terreno fertile coltivato male. Se vogliamo che dia buoni frutti, dobbiamo coltivarlo meglio, insieme».


Fonte: qui

domenica 21 febbraio 2016

Renzi non è Cameron, l’Italia in mani Troike

 

06-renzicameron-iSei a normativa europea?”, parte in tromba un prontuario in lingua tedesca che istilla nel lettore tremendi dubbi: “Vivo in una casa non a normativa europea, la mia auto non è a normativa europea, la mia bici non è a normativa europea, svolgo un lavoro precario che elude le normative europee, non dialogo con la mia banca tramite smartphone perché non ho i soldi per cambiare telefonino… sono un povero fuorilegge?

Ma i dubbi che attanagliano i meno danarosi della zona Euro non turbano certo i sonni dei britannici. Sembra che l’Unione europea abbia poche carte da giocarsi per evitare la fuga del Regno Unito, a patto che tra Strasburgo e Bruxelles non decidano di cancellare una gran mole di normative europee:

le stesse che, in tutti questi anni, avrebbero cagionato la moria del 50 per cento delle imprese italiane.

È di qualche giorno fa la notizia che, più della metà delle imprese del Nord-Est, si sarebbero estinte perché non più in grado di reggere sul mercato, causa i costi lievitati per le normative europee.

Del resto l’Ue è stata fatta sulla carta in forza di regole e moneta.

Ma chi ha fabbricato quelle regole era (ed è) all’asciutto sulle diverse peculiarità economiche del Vecchio Continente.

Per farla breve, l’Europa farebbe poco al caso per il popolo britannico.

Troppa burocrazia, documenti incomprensibili, soprattutto una congerie di norme che, se applicate in Gran Bretagna, metterebbero l’artigianato dell’isola nelle stesse condizioni in cui versa oggi quello italiano.

 

“La mia filosofia è diametralmente opposta a quella di David Cameron. Io sono un federalista cresciuto sognando gli Stati Uniti d’Europa”, ripete intanto Matteo Renzi agli altri leader europei, dimenticando quanto l’accettazione supina delle normative europee abbia fatto lievitare la disoccupazione.

E non dimentichiamo come le normative europee stiano influenzando negativamente la crescita italiana:

nel Belpaese non si produce più nulla, e per il timore d’infrangere le normative.

Queste ultime ree della nuova ventata di tasse, come quella su ascensore e aria condizionata: la prima sarà per ogni famiglia d’un importo pari alla vecchia Tasi, mentre la seconda obbligherà i comuni ad indagini sugli eventuali utilizzatori d’aria condizionata domestica.

La Gran Bretagna non s’è uniformata che ad uno scarso 10 per cento di tutte le normative europee, mentre l’Italia le sta codificando tutte.

Piccolo particolare, il Regno Unito non ha nemmeno una multa Ue sul groppone, invece l’Italia ha totalizzato sanzioni europee per inottemperanza alle varie normative pari ad un quinto del proprio debito pubblico: dall’edilizia alle quote latte, dai rifiuti urbani al mancato adeguamento dei vettori (trasporto pubblico), dalle carceri ai diritti delle più svariate minoranze, dai campi rom inadeguati alle multe per le modalità d’accoglienza dei migranti… Una cifra iperbolica che, al pari del debito pubblico, starebbe sventrando lo stato italiano. Così l’Italia europeista sceglie di affogare, mentre il Regno Unito si difende perché ha ancora una moneta nazionale.

Di fatto l’Italia ha le mani legate, ed il popolo è costretto a rispettare tutte le normative ed a pagare tasse e multe Ue.

E chi lavora e risparmia potrebbe non essere nemmeno più padrone dei propri sacrifici. Infatti la gestione e l’uso discrezionale dei risparmi depositati nelle banche italiane sta per passare totalmente in mani straniere (pardon europee): tutto addebitabile alla direttiva europea Brrd, che designa le nuove norme del sistema bancario europeo: stabilendo nuove norme in materia di salvataggi bancari, e con la scusa di tutelare i risparmiatori, finisce per lasciare che i tedeschi decidano che uso fare dei risparmi italiani (ovviamente è una sintesi forzata, potrebbero anche decidere olandesi, belgi, lussemburghesi… mai italiani).

Di fatto per Renzi s’avvicina Waterloo, e perché il sommarsi di debito pubblico e mancati pagamenti delle svariate multe Ue stanno facendo tornare in auge lo spettro delle mani della Troika sul sistema italiano. Proprio come nell’estate 2014, quando l’allora direttore del Corriere della Sera (Ferruccio De Bortoli) lasciava la direzione anticipando la discesa della Troika nel Belpaese.

Oggi potrebbe serbare lo stesso compito del 2011, ovvero eseguire un prelievo forzoso e patrimoniale da 100 miliardi di euro: per dirla alla Mario Monti “per arrivare a delle ulteriori cessioni di sovranità sono necessarie delle crisi”. Cessione di sovranità significa incremento della povertà: ogni anno già versiamo 50 miliardi alla Bce per essere soci del Club dell’Euro”, altrettanti all’Ue per contribuire alle politiche europee.

La Gran Bretagna fissa i paletti, la Germania si rinforza, l’Italia in camicia viola dice che spezzeremo le reni ai burocrati di Bruxelles. Il solito capitan Fracassa questo Renzi: la storia ci ha regalato camicie in varie sfumature di grigio, nere care ad anarchici e fascisti, rosse da garibaldino e poi da comunista, verde da leghista… Oggi è il turno delle camicie viola, il loro simbolo è il giglio fiorentino, al posto del fez usano come copricapo un cappello goliardico duecentesco, come quello che per la vulgata indossava il Conte Ugolino. Buon appetito signor Renzi, ed alla faccia del popolo sovrano.

Fonte: qui

sabato 20 febbraio 2016

Isis, raid Usa in Libia contro mente delle stragi in Tunisia: 42 morti

Un raid americano in Libia ha preso di mira Noureddine Chouchane

Un raid americano in Libia ha preso di mira Noureddine Chouchane la presunta mente delle stragi dello scorso anno in Tunisia, al museo Bardo e sulla spiaggia di Sousse. Centrato un campo di addestramento dell'Isis a Sabratha, nell'ovest del Paese. Il bilancio è di «42 jihadisti uccisi». Lo scrive il New York Times citando una fonte occidentale. Ancora incerta la sorte di Chouchane.


Secondo la fonte citata dal Nyt, il tunisino Chouchane è considerato uno dei più influenti responsabili dell'Isis, ed è stato collegato alla strage del Bardo di marzo 2015, in cui morirono 24 persone tra le quali 4 italiani, e quella sulla spiaggia di Sousse, a giugno, che fece 38 vittime.

Jamal Naji Zubia, responsabile per i media stranieri di Tripoli, ha precisato che il raid americano ha centrato una casa colonica a diversi chilometri da Sabratha. I jihadisti uccisi nel raid sono soprattutto di nazionalità tunisina.

Fonte: qui