9 dicembre forconi: mortalità
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domenica 26 maggio 2019

IN ITALIA CRESCE LA MORTALITÀ CAUSATA DALLE INFEZIONI OSPEDALIERE: SI È PASSATI DAI 18.668 DECESSI DEL 2003 A 49.301 DEL 2016

INFERMIERA CORSIA
INFERMIERA CORSIA

IN 13 ANNI LE MORTI SONO RADDOPPIATE SIA TRA GLI UOMINI CHE TRA LE DONNE 

L'ITALIA CONTA IL 30% DI TUTTE LE MORTI PER SEPSI NEI 28 PAESI UE 

L’AUMENTO È OSSERVATO IN TUTTE LE FASCE D'ETA', MA CON DIFFERENZE TRA NORD E SUD…

corsia ospedaleCORSIA OSPEDALE
Allarme rosso per la mortalità causata dalle infezioni ospedaliere: si è passati dai 18.668 decessi del 2003 a 49.301 del 2016. L'Italia conta il 30% di tutte le morti per sepsi nei 28 Paesi Ue.

Il dato emerge dal Rapporto Osserva salute 2018 presentato oggi a Roma. "C'è una strage in corso, migliaia di persone muoiono ogni giorno per infezioni ospedaliere, ma il fenomeno viene sottovalutato, si è diffusa l'idea che si tratti di un fatto ineluttabile", ha detto Walter Ricciardi, Direttore dell'Osservatorio nazionale sulla salute.

corsia ospedaleCORSIA OSPEDALE
In 13 anni, dal 2003 al 2016, il tasso di mortalità per infezioni contratte in ospedale è raddoppiato sia per gli uomini che per le donne. L'aumento del fenomeno è stato osservato in tutte le fasce d'età, ma in particolar modo per gli individui dai 75 anni in su.

I tassi regionali, spiega il rapporto Osserva salute, presentano un'alta variabilità geografica, con valori più elevati nel Centro e nel Nord e valori più bassi nelle regioni meridionali.
CORSIA OSPEDALECORSIA OSPEDALE
Nel 2016 per gli uomini i valori più alti sono stati registrati in Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, i più bassi in Campania e Sicilia. Per quanto riguarda le donne, i più alti sono in Emilia Romagna e Liguria e livelli minori in Campania e Sicilia come per gli uomini. Il gap territoriale può in parte essere legato alla maggiore attenzione da parte delle strutture ospedaliere nel riportare le cause di morte nel certificato. Fonte: qui

giovedì 2 maggio 2019

I MICROBI RESISTENTI AI FARMACI CAUSANO LA MORTE DI 700MILA PERSONE NEL MONDO OGNI ANNO

IN ASSENZA DI AZIONI PER CONTRASTARE IL FENOMENO, ENTRO IL 2050 I DECESSI COLLEGATI ALLE INFEZIONI RESISTENTI AGLI ANTIBIOTICI SONO DESTINATI A RAGGIUNGERE QUOTA 10 MILIONI L'ANNO, DIVENTANDO LA PRIMA CAUSA DI MORTE AL MONDO…
Antonio Grizzuti per “la Verità”

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C' è un' emergenza sanitaria che non può più attendere e non stiamo parlando del morbillo, ormai vera star mediatica in grado di guadagnarsi un giorno sì e l' altro pure le pagine dei quotidiani nazionali e internazionali.

Le conseguenze di questa malattia pur grave e pericolosa, specie perché a farne le spese sono in larga misura i bambini, impallidiscono di fronte ai disastri provocati dall' antimicrobico resistenza, la specifica capacità da parte dei microrganismi di resistere ai farmaci progettati per annientarli. Un killer più subdolo rispetto al morbillo ma allo stesso tempo molto più letale. Il quadro dipinto nel report pubblicato lunedì dall' Interagency coordination group on antimicrobial resistance, una task force di esperti creata ad hoc dall' Onu e dall' Organizzazione mondiale della sanità, non lascia spazio all' immaginazione.

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Ogni anno nel mondo i patogeni resistenti ai farmaci causano la morte di 700.000 persone, ben 230.000 delle quali sono imputabili alla tubercolosi multiresistente.
Se da soli questi numeri non fossero abbastanza spaventosi, sono gli scenari dipinti dallo studio a togliere il sonno: in assenza di azioni per contrastare il fenomeno, entro il 2050 i decessi collegati alle infezioni antimicrobico resistenti sono destinati a raggiungere quota 10 milioni l' anno.
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Solo nei Paesi a più alto reddito, i morti stimati dal 2015 al 2050 sono pari a 2,4 milioni, quasi il doppio degli abitanti di Milano. Nel caso le previsioni dovessero rivelarsi corrette, la resistenza agli antibiotici si trasformerebbe nella prima causa di morte al mondo.

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Una classifica guidata oggi dalla cardiopatia ischemica (9,4 milioni di decessi l' anno), seguita dall' infarto (5,8 milioni) e dalla broncopneumopatia cronica ostruttiva (3 milioni). Tanto per fare un paragone, a livello globale le morti causate da morbillo nel 2017 sono state circa 110.000 (un sesto rispetto a quelle legate all' antimicrobico resistenza) mentre in Italia i decessi nel 2018 stati 8 su poco più di 2.500 casi.
Le conseguenze sul piano economico si preannunciano tragiche: il danno potrebbe essere paragonabile a quello causato dalla crisi economica del 2008, costringendo 24 milioni di persone in condizioni di povertà.
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L' antimicrobico resistenza a detta degli stessi esperti dell' Istituto superiore di sanità ha preso la piega di una «vera e propria priorità di sanità pubblica a livello mondiale non soltanto per le importanti implicazioni cliniche (aumento della morbilità, letalità, durata della malattia, possibilità di sviluppo di complicanze, possibilità di epidemie), ma anche per la ricaduta economica delle infezioni da batteri antibiotico-resistenti, dovuta al costo aggiuntivo richiesto per l' impiego di farmaci e di procedure più costose, per l' allungamento delle degenze in ospedale e per eventuali invalidità».
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Ma allora perché l' argomento fatica a decollare a livello di opinione pubblica, mentre l' emergenza vaccini è sempre sulla cresta dell' onda mediatica? Forse perché nel caso dell' antimicrobico resistenza non ci sono no vax da additare e «somari» (come ama definirli il professor Roberto Burioni) da catechizzare, e di conseguenza il tema risulta molto meno spendibile.

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Qualche mese fa aveva fatto discutere la pubblicazione di uno studio sulle conseguenze della resistenza agli antimicrobici da parte di un team di ricercatori dello European center for disease control, l' agenzia dell' Unione europea che ha come obiettivo il monitoraggio e la difesa nei confronti delle malattie infettive. Nello studio si calcola che nel 2015 per colpa dell' antimicrobico resistenza siano morte in Europa più di 33.000 persone, un terzo delle quali (10.700) solo nel nostro Paese.

antibiotici pillole pasticcheANTIBIOTICI PILLOLE PASTICCHE
Ma il clamore provocato dal documento si esaurì nel giro di pochi giorni. Gli esiti del monitoraggio per il periodo 2012-2016, pubblicati dall' Iss ai primi di aprile, evidenziano che in Italia «la resistenza agli antibiotici per tutti i patogeni sotto sorveglianza si mantiene elevata, generalmente superiore alla media europea». La situazione più complessa riguarda la resistenza ai carbapenemi da parte del batterio Klebsiella pnemuoniae (responsabile della polmonite, ma anche di infezioni del tratto urinario e delle ferite) con picchi del 35% rispetto a una media europea del 7,4%.

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Nel documento, la task force auspica un' azione energica e coordinata per fronteggiare il problema. Le cinque linee guida espresse dagli esperti vanno da un' accelerazione nell' elaborazione dei programmi nazionali, a maggiori investimenti nella ricerca, passando per l' impegno verso soluzioni più sostenibili dal punto di vista economico e ambientale. Non ci sono solo le misure essenziali per contrastare il propagarsi delle infezioni (rispetto delle norme igieniche, accesso ai farmaci, disponibilità di acqua pulita), ma anche e soprattutto l' abuso di antimicrobici nel campo della salute umana e veterinaria e in agricoltura.

morti causate da batteri resistenti agli antibioticiMORTI CAUSATE DA BATTERI RESISTENTI AGLI ANTIBIOTICI
Comportamenti tipici dei Paesi industrializzati che da qui a qualche decennio potrebbero condurci sull' orlo della più grave emergenza sanitaria dai tempi dell' epidemia di influenza spagnola.

Fonte: qui

venerdì 14 settembre 2018

LA PERCENTUALE DI CASI DI TUMORE IN EUROPA RISULTA IN AUMENTO MA, DIMINUISCE IL TASSO DI MORTALITÀ


SECONDO L’ULTIMO RAPPORTO DELL'ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ IL 2,4% DELLA POPOLAZIONE NEI 53 PAESI DELLA "REGIONE EUROPA" HA AVUTO IL CANCRO NEL 2014: UN INCREMENTO DEL 50% RISPETTO AL 2000 


La percentuale di casi di tumore in Europa risulta in aumento ma diminuisce il tasso di mortalità. Emerge dall'ultimo rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla "Salute in Europa". Il 2,4% della popolazione nei 53 Paesi della "regione Europa" dell'Oms ha avuto il cancro nel 2014, pari ad un incremento del 50% rispetto al 2000.

Negli Stati nordici come la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, la Danimarca e l'Islanda, la percentuale di casi di tumore è al 5% mentre è all'1,8% in 10 ex repubbliche sovietiche.

Nell'Unione europea, nel 2013, la percentuale di tumori era al 2,8%, con una maggiora diffusione tra le donne (2,9%) rispetto agli uomini (2,7%). I nuovi casi di tumore al seno sono saliti del 30% tra il 2000 e il 2014 quando sono stati registrati 110 casi ogni 100.000 donne. Il tasso di mortalità per tumore al seno, dagli anni Novanta, è diminuito a 20 vittime ogni 100.000 donne nel 2015, pari al 21% nell'Ue, dal 26,8% nel 2000.
chirurghi tumoreCHIRURGHI TUMORE

I casi di tumore al collo dell'utero risultano in progressiva diminuzione e le morti sono state praticamente dimezzate nell'Unione europea da dagli anni Settanta, con tre vittime ogni 100.000 donne nel 2015.

Anche i tumori ai bronchi, alla trachea e ai polmoni presentano variazioni in seno alla "regione Europa". In Francia, ad esempio, tra il 2000 e il 2015, sono raddoppiati da 47 a 70 casi ogni 100.000 persone, a fronte di un incremento dell'11% registrato in media nell'Ue.

TUMORE DEL SANGUETUMORE DEL SANGUE
Nella "regione Europa" sono risultati in media invariati a 40 casi per 100.000 abitanti nel 2014. Le morti, per questo tipo di tumori, sono scese nell'intera area del 13% rispetto al 2000 con alcune eccezioni. In Francia il tasso di moralità ha subito una discesa di appena il 2%, con 34,6 morti ogni 100.000 abitanti mentre in Portogallo è aumentato del 10% nello stesso periodo.

Fonte: qui

martedì 24 aprile 2018

SEIMILA ITALIANI HANNO L’AIDS E NON LO SANNO

L’ALLARME DELL’ISTITUTO SUPERIORE DELLA SANITÀ: QUASI TUTTI HANNO CONTRATTO IL VIRUS PER VIA SESSUALE 

PIÙ COLPITI I MASCHI, MA LA DIAGNOSI TARDIVA POTREBBE NON ESSERE SUFFICIENTE 

ECCO COME SAPERE SE SI HA L’HIV…

Stefania Del Principe per www.diariodelweb.it

AIDSAIDS
L’HIV continua a mietere vittime. Se fino a mezzo secolo fa le campagne contro questo temibile virus erano all’ordine del giorno, oggi se ne sente parlare decisamente meno. E, probabilmente anche a causa di ciò, il patogeno continua ad agire indisturbato. Ma ciò che più stupisce e spaventa è che secondo recentissime stime ci sono almeno seimila pazienti affetti da HIV in stadio avanzato ma non sanno neppure di averlo. Ecco gli sconcertanti dati emersi dall’Istituto Superiore della Sanità.

Seimila persona affette da virus

AIDSAIDS
I dati parlano chiaro e lanciano un ulteriore allarme per quanto riguarda uno dei più temibili virus della storia: più di seimila persone in Italia hanno contratto l’HIV da anni ma non sanno neppure di averlo. I risultati sono stati ottenuti da uno studio coordinato da Vincenza Regine dell’Istituto Superiore della Sanità e pubblicati su Eurosurveillance. «Si tratta di uno studio che ha messo in luce le caratteristiche e il numero di queste persone. E' importante, perché si quantifica il dato dei pazienti che sono andati avanti a lungo senza una diagnosi», ha dichiarato ad Adnkronos Ganni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità.
virus hivVIRUS HIV

Più maschi che femmine

Durante lo studio è anche emerso che i maschi sono stati gli individui più colpiti e rappresentano ben l’82,8% dei casi. Quasi tutti sembrano aver contratto il virus per via sessuale, di cui il 33,4% con rapporti eterosessuali e il 35% con persone appartenenti allo stesso sesso. Mentre la regione con il maggior numero di soggetti infetti sembra essere la Liguria. Le persone non ancora diagnosticate con un HIV in fase avanzata presentano un numero di linfociti CD4 inferiore e 350 cell/μL.

virus hivVIRUS HIV

Le conseguenze di una diagnosi tardiva

«La diagnosi tardiva dell'infezione ha conseguenze negative sia per il singolo che a livello di popolazione. I pazienti rispondono in modo insufficiente alla terapia antiretrovirale, e il loro trattamento è spesso complesso e costoso». Senza considerare che i pazienti affetti da HIV hanno anche un elevato rischio di incappare in eventi clinici negativi e morte. «Il tempo medio tra l'infezione da HIV e la diagnosi, pur migliorando, è ancora quasi quattro anni – spiegano gli esperti di Eurosurveillance  - Poiché l'inizio del trattamento antiretrovirale precoce riduce la morbilità e la mortalità tra gli individui HIV-positivi e riduce la trasmissione dell'HIV ai partner HIV-negativi, è essenziale che le persone vengano diagnosticate precocemente.

virus hivVIRUS HIV
Al fine di ridurre ulteriormente il tempo dall'infezione da HIV alla diagnosi, i paesi dovrebbero prendere in considerazione l'implementazione e il potenziamento degli approcci innovativi per promuovere un maggiore accesso e l'accettazione dei test dell'HIV da parte dei più a rischio, inclusi test basati sulla comunità, test autodiagnostici e campionamento domestico, così come test guidati dalle condizioni dell'indicatore».

Cos’è l’HIV e come si trasmette

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L’HIV è un retrovirus che può provocare infezioni croniche che non rispondono positivamente ai meccanismi di difesa innescati dal sistema immunitario. Si può essere infettati dal virus per via sessuale (sperma o liquido vaginale), con una trasfusione di sangue, durante la gravidanza o attraverso il latte materno. Una volta che la persona è stata infettata, le cellule interessate possono attivare immediatamente la replicazione virale oppure possono rimanere inattive per mesi o addirittura anni senza che il soggetto sviluppi sintomi. In questo caso le cellule vengono definite latentemente infette, ma possono comunque trasmettere il virus ad altri individui.

Come agisce l’HIV 

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L'HIV attacca il sistema immunitario del corpo, in particolare le cellule CD4 ( cellule T ) – si legge sul sito del Center of Disease Control and Prevention - che aiutano il sistema immunitario a combattere le infezioni. Se non trattato, l'HIV riduce il numero di cellule CD4 (cellule T) nel corpo, rendendo la persona più soggetta a sviluppare infezioni o tumori correlati all'infezione. Nel corso del tempo, l'HIV può distruggere così tante di queste cellule che il corpo non è più in grado di combattere le infezioni e le malattie. È una malattia che necessita di cure continue perché senza terapia il tempo stimato per la sopravvivenza ha una media di dieci anni.
spot tedesco anti aidsSPOT TEDESCO ANTI AIDS

Come si fa a sapere se si ha l’HIV?

Non esiste nessun altro metodo se non quello di seguire un apposito esame del sangue. Sul sito del CDC si legge che «Alcune persone possono sperimentare una malattia simile all'influenza entro 2 o 4 settimane dall’infezione (infezione da stadio 1 HIV). Ma alcune persone potrebbero non sentirsi male durante questa fase. I sintomi simil-influenzali comprendono febbre, brividi, rash, sudorazione notturna, dolori muscolari, mal di gola, affaticamento, linfonodi ingrossati o ulcere della bocca. Questi sintomi possono durare da pochi giorni a diverse settimane. Durante questo periodo, l'infezione da HIV potrebbe non apparire su un test HIV, ma le persone che lo hanno sono altamente infettivi e possono diffondere l'infezione ad altri. Se hai questi sintomi, questo non significa che hai l'HIV. Ognuno di questi sintomi può essere causato da altre malattie. Ma se hai questi sintomi dopo una potenziale esposizione all'HIV, consulta un medico e informalo del tuo rischio», concludono gli esperti.

Fonte. qui

lunedì 22 febbraio 2016

L'esperto: "L'Italia è diventata fragile. E ora pagano i più deboli"(Ci voleva l’esperto?)

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L'esperto: "Il picco di decessi colpa di un welfare che non protegge la salute". Gli over 90 si moltiplicano, oggi i più a rischio sono i "figli della Lupa"

Roma - L'Italia è un Paese di vecchi, ma non è un Paese per vecchi. Si spiega anche così il dato che più colpisce tra le stime 2015 degli indicatori demografici dell'Istat, ossia l'impennata nei decessi.

L'anno scorso sono stati 653mila, il 9,1 per cento in più rispetto al 2014. Il tasso di mortalità (10,7 per mille) è il più alto dal secondo Dopoguerra, mentre la popolazione è sempre più anziana e, per la seconda volta dal 1952, si riduce (-2,3 per mille) nonostante il lieve aumento di residenti stranieri. «Di queste nuove stime - spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano - colpisce tutto. Crollano le nascite, aumentano le persone che si trasferiscono all'estero e, appunto, aumentano anche i decessi».

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Quali sono le cause di questo picco?

«La popolazione invecchia. E il problema non è solo la fascia di ultrasessantacinquenni, in crescita, ma quanti tra questi arrivano a 80 e anche a 90 anni. Quando, se il welfare non è forte, non sostiene e non incoraggia comportamenti adeguati per la difesa e il supporto delle condizioni di salute, è facile che arrivi un'impennata come questa. Insomma, se c'è vento forte, gli alberi più deboli cadono». Quindi mentre i baby boomers invecchiano, sono sempre più a rischio i «figli della Lupa», i tanti nati sotto il fascismo, che incentivava la natalità.

«Diciamo che è un campanello d'allarme. Ora la natalità non cresce, anzi. E in Italia la componente fragile della popolazione continua ad aumentare. Le conseguenze sono da valutare con attenzione». Il trend riguarda tutte le Regioni, dal Sud al Nord. «Sì, il fenomeno non è specifico di una parte del territorio, è diffuso in tutta la nazione. Ovviamente è una questione generale che anche gli altri paesi, ma ribadisco che è anche un segnale che dovremmo cogliere».

Che cosa ci dice questo picco di decessi?

«Ci dice che dobbiamo costruire una società diversa, piuttosto che tirare avanti questo welfare che gravita molto sulle famiglie e poco sul sostegno alle fasce più deboli, che sono in crescita costante. Se il tasso di mortalità è il più alto dal Dopoguerra è perché nel Dopoguerra non avevamo tanti anziani. Non dobbiamo guardare il passato, ma impegnarci a costruire un percorso futuro che tenga conto del fatto che diventiamo una società con sempre più grandi anziani, ossia over 80 e 85. A questa componente fragile serve un'attenzione diversa».

Eppure negli ultimi due anni il tasso di mortalità era sceso. Solo un caso?

«No, affatto. Ci sono anni più favorevoli e anni che lo sono meno. Per due anni molti di questi anziani sono riusciti a tirare avanti, ingrossando le fila di quella popolazione fragile, potenzialmente a rischio decesso. Come sappiamo la morte non può essere evitata, solo posticipata. Basta poco - fattori climatici, un'epidemia di influenza - e siccome la popolazione a rischio è maggiore, il dato dei decessi si compensa e il picco ha evidenza statistica».

E a questo si accompagna il calo delle nascite(la politica per la famiglia nel nostro paese è dimenticata da decenni, invece si preferisce parlare di panzane quali la "stepchild adoption"!!!).

«La demografia è come un edificio. Stiamo aggiungendo piani in alto, piuttosto incerti e fragili, e erodiamo sempre più le basi di questo edificio, sia con il calo del tasso di natalità sia perché molti se ne vanno, non trovando prospettive in questo Paese».

Non avrà mica ragione chi scappa da questo palazzo pericolante?

«Secondo me no. Ma certo bisogna consolidarlo. Migliorando le condizioni di vita per gli anziani e rinforzando il peso quantitativo dei giovani ma anche il loro contributo qualitativo al processo di crescita del Paese, evitando che vadano via o - se l'hanno già fatto - offrendo qualcosa per cui valga la pena tornare. L'Italia di potenzialità ne ha, ma ora è come un terreno fertile coltivato male. Se vogliamo che dia buoni frutti, dobbiamo coltivarlo meglio, insieme».


Fonte: qui