9 dicembre forconi

venerdì 29 marzo 2019

SVEZIA: RICICLAGGIO RECORD PER SWEDBANK, FRODE DA 135 MILIARDI DI EURO TRA SOLDI DEGLI OLIGARCHI RUSSI E CRIMINALI VARI

LO SCANDALO EMERGE NON DA UN'INCHIESTA DEI MAGISTRATI LOCALI, MA DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA AMERICANO E DELLA SEC, CHE HANNO SCOPERCHIATO UN ''GROVIGLIO INCESTUOSO'' TRA FINANZA, POLITICA E SOCIETÀ SVEDESE. 

LICENZIATA IN TRONCO LA CEO

Mario Ajello e Andrea Bassi per “il Messaggero”

swedbankSWEDBANK
Si considerano un Paese al di sopra di ogni sospetto, dalla reputazione inattaccabile. Si percepiscono come la nazione della trasparenza economica e finanziaria. Eppure il presidente del consiglio di amministrazione di Swedbank, Lars Idermark, che ieri ha licenziato su due piedi l' amministratore delegato della banca Brigitte Bonnesen, ha candidamente ammesso davanti alle incalzanti domande della stampa, che in quindici giorni, non ha trovato nemmeno un minuto di tempo per dare un' occhiata a un documento importante: «Non ho letto quel rapporto», ammette Idermark.

Sono le pagine - sconosciute al pubblico da molto tempo, ma rese note dalla stampa quindici giorni fa - che stanno terremotando una delle maggiori banche svedesi e mettendo a nudo la natura oligarchica e il sistema da consorteria che dominano il mondo della finanza di quel Paese. Una terra in cui, a dispetto delle apparenze, e di una presunta correttezza, tutto è nascosto e così deve restare. Proprio come racconta questa storia.
swedbankSWEDBANK

IL DOSSIER SEGRETO
La vicenda è venuta alla luce, non da un' indagine della magistratura locale, ma da un' inchiesta del Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti e dalla Sec. Riguarda la più grande operazione di riciclaggio mai registrata in Europa: 135 miliardi di euro. L' accusa è di frode aggravata e di insider trading. Il ceo Bonnesen di Swedbank ieri è stata licenziata in seguito al raid della polizia nella sede centrale dell' istituto. Un sistema venuto alla luce solo per il pressing americano. Le autorità svedesi, come da consuetudine, a dispetto del mito della trasparenza, si erano chiuse a riccio.

birgitte bonnesen di swedbankBIRGITTE BONNESEN DI SWEDBANK
Louise Brown, portavoce di Trasparency International, ha sottolineato come «in un Paese piccolo come la Svezia, i legami stretti tra le alte sfere della finanza fanno da muro a qualsiasi critica e tentativo di fare chiarezza». La polvere, insomma, va ben tenuta sotto il tappeto. La controprova è che il direttore generale dell' Autorità di controllo, che avrebbe dovuto indagare sullo scandalo, Erik Thedeen, ha dovuto lasciare il dossier al suo vice a causa dei suoi stretti legami di amicizia con il direttore generale della Swedbank.

AUTOINDULGENZA
Questa vicenda di massiccio riciclaggio di denaro russo nei paesi baltici è collegata allo scandalo gemello di Danske Bank, accusata a sua volta dello stesso reato, dopo che nelle filiali in Estonia sono venute alla luce operazioni sospette per 230 miliardi di dollari. Swedbank, secondo gli inquirenti, sarebbe un «canale per ripulire capitali di alcuni fra gli uomini più potenti dell' ex Unione Sovietica, tra cui il deposto presidente dell' Ucraina: Viktor Yanukovich. Ma lo scandalo con epicentro Stoccolma sta diventando un intrigo transoceanico.

Secondo il canale della televisione pubblica Svt, rientrano nell' affaire anche i pagamenti che l' ex presidente ucraino ha fatto nei confronti di Paul Manafort, l' ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump. Lo scandalo solleva interrogativi non soltanto sul riciclaggio del sistema bancario svedese, ma in generale sulla reputazione di un Paese che, a dispetto dei fatti, si reputa moralmente superiore pur avvalendosi di metodi omertosi, spesso rimproverati a torto ai paesi mediterranei.

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Come ammette del resto Per Bolund, il ministro di centro-sinistra delle Finanze. Il quale osserva: «Swedbank avrebbe dovuto cooperare con le Autorità, invece ha fatto esattamente l' opposto, e questo è del tutto inaccettabile. Ha messo a rischio la reputazione della Svezia». Per settimane il ceo Bonnesen ha negato, mentendo, qualsiasi tipo di analogia e di parentela tra questo scandalo e quello della danese Danske. Le autorità americane si erano messe in moto dopo che dai Panama Papers dello studio Mossad Fonseca, era emerso il coinvolgimento di una serie di banche nordiche.
Ma tra queste la Swedbank aveva provato a minimizzare il proprio coinvolgimento, dicendo che si trattava di poche decine di conti e tutti afferenti a cittadini svedesi. Salvo poi dover impattare con la realtà di centinaia di conti movimentati da cittadini russi. Un tentativo di mettersi al riparo nella speranza di non essere investiti dalla bufera.
Proprio mentre le Autorità degli altri Paesi coinvolti si attivavano per fare luce sulla vicenda.

Ma le Autorità di regolamentazione svedesi, come ha sostenuto ieri anche il Financial Times, «sono troppo indulgenti».

STA SUCCEDENDO UN GRAN CASINO CON LA SWEDBANK, LA BANCA COINVOLTA NELLO SCANDALO RICICLAGGIO PER 135 MILIARDI DI EURO E PROTETTA DAL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA 
L’ISTITUTO HA OCCULTATO PER SETTIMANE IL DOSSIER CHE DOVREBBE FARE CHIAREZZA E ORA PURE L’AGENZIA GOVERNATIVA CHE DOVREBBE INDAGARE SE NE LAVA LE MANI 
I LEGAMI DELLE BANCHE DEL NORD CON I RUSSI

SWEDBANK, PROVE CENSURATE E IL GOVERNO FERMA L' INCHIESTA
Mario Ajello e Andrea Bassi per “il Messaggero”

Montesquieu, il grande teorico dell' Esprit des lois, incentrato sul rispetto delle leggi, delle autorità e della divisione dei poteri, non aveva un buon concetto della Svezia. La vedeva somigliante «a un fiume di cui si tagliassero le acque alla sorgente, mentre vengono sviate dal suo corso». Insomma, come un posto arido e non costruttivo.

lars idermark presidente swedbank 1LARS IDERMARK PRESIDENTE SWEDBANK
Oggi il padre del liberalismo troverebbe sostegno nel suo giudizio, di fronte al potere bancario di quel Paese che sta facendo di tutto per impedire che il potere giudiziario cerchi di fare luce nel mega scandalo dei 135 miliardi di euro riciclati attraverso i conti dela Swedbank. E che cosa direbbe Montesquieu, così affezionato all' equilibrio dei poteri, davanti alla Sweden' s Economic Crime Authority - l' Agenzia del ministero della giustizia il cui ruolo è indagare e perseguire i reati finanziari - che si sta lavando le mani riguardo al sospetto di maxi riciclaggio da parte di uno dei più importanti istituti di credito svedesi?

IL DOSSIER NASCOSTO
Per giorni, tutti i media nazionali e internazionali sono rimasti appesi in attesa di una decisione dell' Agenzia governativa. Dopo che la banca aveva occultato per settimane il dossier-verità, rimasto intonso sulla scrivania del presidente Lars Idermark - «non ho trovato il tempo per leggerlo» - e che successivamente al licenziamento in tronco dell' amministratore delegato Brigitte Bonnesen, è finito nell' occhio del ciclone e giovedì potrebbe essere a sua volta dimissionato.
swedbank 1SWEDBANK

Ebbene il braccio investigativo del ministero della giustizia si è trincerato dietro un alibi a dir poco fragile. Ovvero: «I fatti della Swedbank», spiegano all' Agenzia, «sono avvenuti prima del 2014, quando ancora non era in vigore la legge restrittiva sull' antiriciclaggio».

Il che significa allontanare lo scandalo dalle proprie competenze e non voler approfondire. E mentre il governo chiude gli occhi, la magistratura è costretta ad arretrare dal muro eretto dalla banca a protezione dei propri confini. Invalicabili.
lars idermark presidente swedbank 2LARS IDERMARK PRESIDENTE SWEDBANK

Il procuratore capo svedese per le questioni finanziarie, Thomas Langrot, ha accusato Swedbank nei giorni scorsi anzitutto di aver bloccato la polizia, quando ha fatto irruzione nel quartier generale dell' istituto a caccia di documenti sulla frode multi miliardaria. Il procuratore ha anche sostenuto che il board di Swedbank, si è rifiutato di consegnare proprio il rapporto sulle presunte violazioni nei conti riguardanti cittadini dei Paesi dell' est nelle filiali baltiche della banca.

«Non mi è mai capitato che una banca o un altro attore nei mercati finanziari - spiega Langrot - si sia opposto all' accesso a documenti o a informazioni necessarie per le nostre indagini». Gli avvocati della banca si sono appellati al segreto professionale, sostenendo che quei documenti rientravano nella sfera confidenziale della difesa.

Di fatto, come scrive la stampa internazionale a cominciare dal Financial Times, «una vera e propria guerra di parole è scoppiata tra i procuratori svedesi e Swedbank, aumentando ulteriormente la pressione sul più grande istituto di credito dei Paesi baltici per lo scandalo del riciclaggio». Il muro della banca non è stato, in realtà, eretto soltanto dai top manager. A voltare lo sguardo dall' altra parte sono un po' tutti, compresi i dipendenti. Lo ha ben spiegato l' investitore internazionale Bill Browder, del fondo Hermitage Capital, le cui denunce hanno contribuito a far emergere lo scandalo.
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LE COMPLICITÀ
«Gli impiegati della Swedbank, che erano responsabili delle relazioni con i clienti - ha scritto Browden nella lettera-denuncia alle autorità svedesi - sono stati reticenti e non hanno provato a fermare le transazioni sospette. In diversi casi, i segnali di pericolo erano chiari e bisogna chiedersi se i dipendenti hanno consapevolmente depistato e se sono stati complici».

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L' effetto del mega scandalo è stato, per ora, la perdita in Borsa del 35 per cento del valore azionario della banca. L' Autorità svedese di sorveglianza finanziaria, che pure sta tentando di indagare sul riciclaggio, ha detto di «non essere preoccupata per la stabilità finanziaria dell' istituto». Il direttore generale dell' organismo, Erik Thedeen, ha detto di essere «in stretto contatto con la banca, nel caso dovessero esserci sviluppi». Una posizione a dir poco attendista, al punto che, l' Autorità di sorveglianza, prevede di arrivare alle prime conclusioni sulla vicenda non prima del prossimo mese di ottobre. Evidentemente a quelle latitudini si ha un senso del tempo estremamente dilatato.

DANSKE BANK, SWEDBANK, ING, CREDIT AGRICOLE E NON SOLO. TUTTI GLI INTRECCI CON LA BANCA PRIVATA RUSSA TROIKA DIALOG SECONDO STRASBURGO
Stefano Masa per www.startmag.it

swedbank 3SWEDBANK
Deplorevole. Questo è il giudizio espresso dal Parlamento europeo nei confronti della lotta al riciclaggio di denaro. Nella sua recente “Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale” vengono menzionati i recenti casi che hanno visto alcune banche appartenenti all’Ue in veste di parte attiva al sistema di riciclaggio. Nel documento si rileva come, sia al punto 234 che al 235, l’organo europeo condanna – per ben due volte – tale reato giudicandolo come deplorevole.

lars idermark presidente swedbank 3LARS IDERMARK PRESIDENTE SWEDBANK
Nel 2018 ha tenuto banco il caso della Danske Bank che, attraverso la sua filiale estone, ha registrato un flusso in ingresso e in uscita di operazioni per un valore superiore a 200 miliardi di euro: per molti è stato identificato come un’azione di portata storica per il vecchio continente. Ma la storia ha il proprio corso e, come spesso accade, il presunto traguardo finale rappresenta invece una linea di partenza per una corsa caratterizzata da più ampi orizzonti.
danske bankDANSKE BANK





E così è accaduto e sta accadendo nel corso di quest’anno: nella più recente e attuale rassegna stampa internazionale trova evidenza la Swedbank AB. Non si tratta di una piccola banca che, al fine di poter far quadrare i propri conti, si cimenta in “operazioni border line”. Tutt’altro. È il principale istituto di credito svedese ed è rappresentativo di una realtà molto solida: nei recenti stress test Eba, grazie ai suoi ratio patrimoniali, occupava il terzo posto per “Cet1 – Scenario avverso 2020” sia Fully loaded che Transitional Cet1. Inoltre, nel corso degli ultimi dieci anni, ha registrato una perdita d’esercizio solo nel 2009 (con il paese in recessione) mentre tra il 2011 e il 2018 gli utili sono praticamente raddoppiati.

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Per la Swedbank i reati sono quello di riciclaggio di denaro, frode aggravata ed insider trading: non trapelano molte indiscrezioni su tali presunte attività poiché, come si sa, la Svezia è riconosciuta per la sua riservatezza talvolta sinonimo di omertà. Tra i fatti più significativi, e degni di cronaca, vi è solo il licenziamento dell’amministratore delegato Birgitte Bonnesen alla vigilia dell’incontro annuale con il proprio (ed ormai ex) consiglio di amministrazione.

Le operazioni sospette riconducibili l’istituto svedese ammonterebbero ad un valore prossimo ai 135 miliardi di euro. Un ulteriore ed ampio filone di riciclaggio dopo quello di Danske Bank.

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Il Parlamento europeo rende noto come ci sia preoccupazione per quanto accaduto finora. Consultando la suddetta relazione – al punto 235 di quest’ultima – si legge: «Osserva con preoccupazione che il caso “Troika Laundromat” ha anche rivelato pubblicamente come 4,6 miliardi di USD provenienti non solo dalla Russia siano passati attraverso banche e imprese europee; sottolinea che al centro dello scandalo c’è la Troika Dialog, già una delle maggiori banche d’investimento private russe, e la rete che potrebbe aver permesso all’élite russa al potere di usare segretamente i proventi illeciti per acquisire azioni di società statali, acquistare beni immobili sia in Russia che all’estero e beni di lusso; deplora inoltre il fatto che diverse banche europee sarebbero state coinvolte in tali operazioni sospette, ovvero Danske Bank, Swedbank AB, Nordea Bank Abp, ING Groep NV, Credit Agricole SA, Deutsche Bank AG, KBC Group NV, Raiffeisen Bank International AG, ABN Amro Group NV, Cooperatieve Rabobank U.A. e l’unità olandese di Turkiye Garanti Bankasi A.S.”.
birgitte bonnesen di swedbankBIRGITTE BONNESEN DI SWEDBANK

Come appare evidente, l’elenco degli istituti di credito coinvolti in questa “deplorevole azione” è ampio. Da sottolineare inoltre come, gran parte dei soggetti menzionati, non è stato (per ora) oggetto di cronaca finanziaria: probabilmente è per tale motivo la manifesta “preoccupazione” in capo al Parlamento europeo.
danske bank 2DANSKE BANK





Si rimane pertanto in attesa di importanti sviluppi: non solo perché il dossier è ampio, ma soprattutto perché deplorevole.

Fonte: qui

LA MAGGIORANZA PERDE VOTI: PER IL “SÌ” ALLA LEGGE SULLA LEGITTIMA DIFESA I GIALLO-VERDI SONO ARRIVATI A QUOTA 142 SENATORI (SULLA CARTA SONO 165 VOTI), CON 6 ASSENTI INGIUSTIFICATI TRA I 5STELLE E ALTRI 10 "IN MISSIONE"

SALVINI E’ INSOFFERENTE VERSO CONTE CHE HA SMESSO DI ESSERE SUPER PARTES E SI E’ SCHIACCIATO SUL M5S

Alberto Gentili per “il Messaggero”

Matteo Salvini, dopo il sì alla legge sulla legittima difesa, ha esultato: «E' un giorno bellissimo per l' Italia». Ma non lo è stato per il governo e per la sua maggioranza.
DANILO TONINELLI LUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINIDANILO TONINELLI LUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINI
Perché sui banchi dell' esecutivo non c' è stata traccia dei ministri a 5Stelle e perché ben pochi sono stati gli applausi dei senatori grillini all' annuncio del via libera. Segno della distanza e della tensione che ormai divide Lega e Movimento.
La criticità è anche numerica.

Per l' ennesima volta i giallo-verdi in Senato si sono attestati sotto la soglia dell' autosufficienza: 142 voti e non 161, la quota della maggioranza assoluta a palazzo Madama. All' appello sono mancati 16 senatori grillini: dieci in missione e perciò giustificati e 6 assenti, tra cui le ribelli Paola Nugnes ed Elena Fattori.

LUIGI DI MAIO MATTEO SALVINI GIUSEPPE CONTELUIGI DI MAIO MATTEO SALVINI GIUSEPPE CONTE
Un copione ripetuto spesso nell' ultimo mese. Per il voto di martedì 20 marzo contro il processo a Salvini per il caso Diciotti i voti giallo-verdi furono 153. Il giorno dopo, per bocciare la mozione di sfiducia a Danilo Toninnelli presentata da Pd e Forza Italia, i no di Lega e 5Stelle si sono fermati a quota 159. Due in meno del quorum salvifico. Eppure, sulla carta, la maggioranza di governo a palazzo Madama conta su 165 voti: 107 del Movimento e 58 della Lega.

Dietro a questo indebolimento c' è la tensione crescente tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte da una parte, Salvini dall' altra. Il capo della Lega non nasconde la propria insofferenza verso il premier che non considera più super partes.

CONTE SALVINI DI MAIO BY SPINOZACONTE SALVINI DI MAIO 
«Troppe volte, dalla Tav all' autonomia, si è schierato con i 5Stelle, non è più neutrale», dice un alto esponente del Carroccio, dove si fa sempre più forte il pressing su Salvini affinché stacchi la spina «alla strana alleanza» sgradita soprattutto al Nord. Pressing che finora il vicepremier e ministro dell' Interno ha stoppato: «Fidatevi di me, ci conviene restare con i grillini.

Grazie a questo governo siamo centrali anche a livello internazionale. Questa alleanza ci sta permettendo di fare quello che per anni abbiamo sognato di fare. In più, continuiamo a vincere. Dunque...».

conferenza stampa su reddito di cittadinanza e quota 100 28CONFERENZA STAMPA SU REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100 28
Dunque, Salvini tira dritto. Mastica amaro per il tradimento di Conte, non lo reputa più il «mediatore», ma non ha alcuna intenzione di sfiduciarlo: «Il saldo è comunque positivo per noi». Il problema, per il governo, è che monta anche l' insofferenza del premier e soprattutto di Di Maio. Dopo la nuova batosta elettorale in Basilicata, il vicepremier grillino ha dichiarato: «Riceviamo dalla Lega un trattamento ingiusto. C' è sempre qualche parolina, qualche graffio, che sporca i nostri provvedimenti. E' accaduto sullo sblocca-cantieri, quando Salvini ci ha apostrofato come quelli del no, è successo sul memorandum per la Nuova via della seta». E prima ancora sul reddito di cittadinanza.

LA VENDETTA 
Ebbene, l' idea che si sta facendo strada nel Movimento è quella di rispondere punto per punto alle «sporcature» e ai «graffi» leghisti.
conferenza stampa su reddito di cittadinanza e quota 100 14CONFERENZA STAMPA SU REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100
Come l' ha spiegato Di Maio parlando con i suoi: «Salvini si fa vanto delle misure contro i migranti.

Ma adesso possiamo cominciare a dire che i rimpatri non sono stati fatti. Possiamo anche far presente che dovrebbe stare più al Viminale, invece che in campagna elettorale permanente». In estrema sintesi: «Come lui fa opposizione interna, così faremo noi».
Gli effetti della svolta già si vedono. La ministra alla Salute Giulia Grillo ha bocciato senza appello la castrazione chimica per gli stupratori, un evergreen della Lega: «E' impossibile il nostro sì».

conferenza stampa su reddito di cittadinanza e quota 100 2CONFERENZA STAMPA SU REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100
Il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, ha chiesto «spiegazioni» a Salvini sul perché il governo non si è costituito parte civile nel processo contro Antonello Montante, ex presidente degli industriali siciliani finito in manette. Secca la risposta del ministro che, guarda caso, ha tirato in ballo il premier: «Il Viminale voleva farlo, ma la presidenza del Consiglio non l' ha ritenuto opportuno. Per ulteriori delucidazioni, Morra si rivolga a Conte». La controreplica: «Salvini venga in Commissione a spiegare».

La guerra a colpi di fuoco amico, lo scontro tra le due opposizioni interne è cominciata. Da capire quanto durerà il governo, atteso in autunno da una legge di bilancio monstre.

Fonte: qui

Inverigo, scontro frontale fra treni in stazione: 7 feriti, 51 passeggeri contusi

martedì 26 marzo 2019

IGOR IL RUSSO È STATO CONDANNATO ALL'ERGASTOLO

IL CRIMINALE E’ STATO PROCESSATO A BOLOGNA PER GLI OMICIDI DEL BARISTA DAVIDE FABBRI E DEL VOLONTARIO VALERIO VERRI (E PER UNA SERIE DI ALTRI REATI) 

DOPO UNA LATITANZA DI OTTO MESI, IL KILLER (ALL’ANAGRAFE NORBERT FEHER) È STATO ARRESTATO IN SPAGNA A DICEMBRE 2017 E DA ALLORA È IN CARCERE A SARAGOZZA…

IGOR IL RUSSO CONDANNATO ALL'ERGASTOLO
(ANSA) - Igor il russo è stato condannato all'ergastolo. Il gup Alberto Ziroldi ha deciso il massimo della pena per il killer serbo, al secolo Norbert Feher, processato a Bologna in abbreviato per gli omicidi del barista Davide Fabbri e del volontario Valerio Verri e per altri reati. Feher, dopo una latitanza di otto mesi, è stato arrestato in Spagna a dicembre 2017 e da allora è in carcere a Saragozza.

IGOR: VEDOVA FABBRI, MIO MARITO UCCISO DALLO STATO
igor il russoIGOR IL RUSSO
(ANSA) - "Chi lo ha ammazzato non è stato Igor, ma è stato lo Stato, perché questa persona non doveva essere qui in Italia". Sono le parole di Maria Sirica, vedova di Davide Fabbri, oggi per la prima volta in aula nel processo all'uomo accusato dell'omicidio del marito, il killer Norbert Feher alias Igor Vaclavic. Il riferimento è al fatto che il serbo in precedenza aveva avuto un'espulsione.

"Non è giusto che una persona viene nel locale e può ammazzare le persone. Non è giusto. Mi ha lasciato un trauma. Io non ce la faccio più", ha aggiunto Sirica, affiancata dal suo avvocato Giorgio Bacchelli. Che effetto le ha fatto vedere per la prima volta, dopo l'assalto nel suo bar di Budrio, l'imputato collegato in video? "Lo volevo vedere da vicino per dirgli un po' delle mie cose che ho dentro. Perché non è giusto che una persona viene a fare una rapina e deve ammazzare le persone. Qui siamo in Italia e tutto è permesso", ha detto la vedova al termine dell'udienza in tribunale a Bologna.
IGOR IL RUSSOIGOR IL RUSSO

IGOR: LE VITTIME CHIEDONO DANNI PER OLTRE 4,5 MILIONI
(ANSA) - Le vittime di Igor il russo hanno chiesto risarcimenti danni per circa 4,7 milioni complessivi, nelle loro arringhe durante il processo in abbreviato al killer serbo. Il difensore dei familiari di Davide Fabbri, avvocato Giorgio Bacchelli, ha chiesto infatti un milione per la vedova di Davide Fabbri, e cinquecentomila euro per il padre della vittima, Franco Fabbri, ucciso l'1 aprile 2017 nel bar 'Il Gallo' di Riccardina di Budrio.
igor vaclavic prima dell arrestoIGOR VACLAVIC PRIMA DELL ARRESTO

L'avvocato Fabio Anselmo ha chiesto 2,1 milioni per la famiglia di Valerio Verri, mentre l'avvocato Denis Lovison ha chiesto un milione per Marco Ravaglia, agente provinciale ferito nell'agguato in cui morì Verri, l'8 aprile 2017 a Portomaggiore. E' infine di 50mila euro la richiesta della provincia di Ferrara, rappresentata dall'avvocato Alberto Bova. Il difensore di Norbert Feher, avvocato Gianluca Belluomini, ha chiesto l'assoluzione da alcuni capi di imputazione, l'esclusione delle aggravanti e una pena che non sia l'ergastolo. Sentenza prevista intorno alle 14.30.

Fonte: qui

TARANTINI E LE CENE ELEGANTI QUEL FILO LUNGO 10 ANNI CHE LEGA IL GENERALE BARDI A BERLUSCONI

FINÌ NELL'INCHIESTA SULLA P4 E IN QUELLA SULLE CORRUZIONI DI ALCUNI FINANZIERI (WOODCOCK). HA SUBITO PERQUISIZIONI VIOLENTE E ONTE MEDIATICHE. 

MA PER LUI LA PROCURA HA DOVUTO POI SEMPRE CHIEDERE L'ARCHIVIAZIONE. 

QUELLE INCHIESTE BLOCCARONO LA SUA CARRIERA NELLA GUARDIA DI FINANZA. ORA LA SUA RIVALSA

Giuliano Foschini per ''la Repubblica''

vito bardi con silvio berlusconiVITO BARDI CON SILVIO BERLUSCONI
C' è un filo lungo dieci anni che unisce il generale della Guardia di Finanza in pensione, Vito Bardi, e l' ex premier, Silvio Berlusconi. Una storia che parte a giugno del 2009 da Bari e arriva oggi qui a Potenza, dove Bardi è in pole per diventare il nuovo governatore della Basilicata. Fortemente voluto proprio dal Cavaliere.

Bardi è stato al cuore di uno dei passaggi più drammatici e delicati di quella fase che segnò l' inizio della fine dell' avventura politica di Silvio Berlusconi. Fu l' alto ufficiale che per primo conobbe, in un pomeriggio di giugno del 2009, quando poteva essere ancora depotenziato, l' affaire di Patrizia D' Addario, Gianpaolo Tarantini e della sua scuderia di ragazze per "l' utilizzatore finale".

Silvio Berlusconi, appunto. Un segreto, quello, che Bardi ha custodito per anni anche davanti ai magistrati di Lecce che, quando gli chiesero come fossero andate le cose, si sentirono rispondere soltanto un elenco infinito di "non so" e "non ricordo".

vito bardi 20120310 5072189VITO BARDI 20120310 5072189
26 Giugno 2009, quindi. L' Italia aveva appena scoperto Tarantini: dopo le interviste di Patrizia D' Addario prima e Barbara Montereale poi, si era aperto lo scrigno delle "cene eleganti" a Palazzo Grazioli. Dell' inchiesta nei palazzi romani nessuno sapeva nulla, e tutti avevano un disperato bisogno di sapere. Da Bari temevano fughe di notizie e per questo avevano tenuto il massimo riserbo fino alle uscite pubbliche delle due ragazze. Nella Legione allievi di Bari viene così convocata una riunione tra i magistrati e i finanzieri che stanno conducendo l' indagine, il procuratore appena nominato dal Csm, Antonio Laudati. E Bardi, appunto. Che arriva a riunione in corso.

foto visita generale vito bardiFOTO VISITA GENERALE VITO BARDI
Perché c' è Bardi? «Per riprendere aspramente e con toni assai duri il colonnello del nucleo di Polizia tributaria che aveva omesso di tenerlo aggiornato sul contenuto e lo sviluppo delle indagini» scrivono i magistrati di Lecce. Ai quali il pm che conduceva l' inchiesta, Giuseppe Scelsi raccontò: «La durezza dell' intervento dell' ufficiale aveva poi determinato uno stato di intimidazione e di tensione del personale». Perché Bardi voleva sapere? E soprattutto perché lui, che all' epoca era comandante interregionale del Sud, e non il comandante regionale, Luciano Inguaggiato, che in linea gerarchica avrebbe dovuto gestire la cosa?

I pm di Lecce hanno provato a fare questa domanda a Bardi ma «non soltanto - scrivono- si è trincerato dietro una serie di non ricordo ma, per giustificare la sua cattiva memoria, ha addirittura prospettato il dubbio di non essere stato presente a quella riunione».
Come andarono effettivamente le cose quel giorno, e soprattutto perché, non si è quindi mai riuscito a ricostruire con certezza.
vito bardiVITO BARDI

Certo è che Bardi poco dopo diventò vice comandante generale della Finanza, esponente di quella corrente di generali dalle ottime relazioni (Niccolò Pollari, Michele Adinolfi, per non parlare di Emilio Spaziante, arrestato per tangenti nell' inchiesta del Mose) che ha scritto la pagina nera degli ultimi anni delle Fiamme gialle in Italia.

E che anche tanti polveroni giudiziari ha sollevato, seppur come nel caso di Bardi poi finiti nel nulla: il generale è finito per due volte - nell' inchiesta sulla P4 e in quella sulle corruzioni di alcuni finanzieri - nel registro degli indagati del pm John Henry Woodcock. Ha subito perquisizioni violente e onte mediatiche. Ma è stato vittima di due errori giudiziari: per lui la procura ha dovuto poi sempre chiedere l' archiviazione. Quelle inchieste bloccarono però inevitabilmente la sua carriera nell' arma. Ora, dieci anni dopo, grazie al Cavaliere, è arrivato il tempo della politica.

Fonte: qui

CESARE BATTISTI HA AMMESSO DI ESSERE RESPONSABILE DEI 4 OMICIDI PER CUI È STATO CONDANNATO!

L'EX TERRORISTA SI ERA SEMPRE PROCLAMATO INNOCENTE 

IL PROCURATORE DI MILANO, FRANCESCO GRECO: "FA GIUSTIZIA DI TANTE POLEMICHE CHE CI SONO STATE IN QUESTI ANNI" 

IL PM NOBILI: "I 4 OMICIDI, I 3 FERIMENTI E UNA MAREA DI RAPINE E FURTI PER AUTOFINANZIAMENTO, CORRISPONDE AL VERO"

BATTISTI: HA AMMESSO AL PM I 4 OMICIDI
(ANSA) - Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Pac arrestato a gennaio dopo quasi 40 anni di latitanza, ha ammesso per la prima volta, davanti al pm di Milano, Alberto Nobili, di essere responsabile dei 4 omicidi per cui è stato condannato.

cesare battistiCESARE BATTISTI
BATTISTI: I 4 OMICIDI PER CUI È STATO CONDANNATO
(ANSA) - L'ex terrorista dei Pac, i Proletari armati per il comunismo, Cesare Battisti, è stato condannato in via definitiva per quattro omicidi, due commessi materialmente, due in concorso: quello del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, quello del gioielliere Pierluigi Torregiani e del commerciante Lino Sabbadin, che militava nel Msi, uccisi entrambi da gruppi dei Pac il 16 febbraio 1979, il primo a Milano e il secondo a Mestre; e quello dell'agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. Battisti si era finora sempre dichiarato innocente. Oggi ha ammesso per la prima volta le proprie responsabilità di fronte ai pm.
cesare battistiCESARE BATTISTI

BATTISTI: GRECO, SUA AMMISSIONE FA GIUSTIZIA
(ANSA) - L'ammissione di Cesare Battisti che per la prima volta ha detto di essere responsabile dei 4 omicidi per i quali è stato condannato, "fa giustizia di tante polemiche che ci sono state in questi anni, rende onore alle forze dell'ordine e alla magistratura di Milano e fa chiarezza su un gruppo, i Pac, che ha agito dalla fine degli anni '70 in modo efferato". Lo ha detto il procuratore di Milano, Francesco Greco.

BATTISTI: LUI A PM, SENTENZE SUI PAC SONO VERITÀ
cesare battistiCESARE BATTISTI
(ANSA) - Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, "i 4 omicidi, i 3 ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero". Così il pm di Milano Alberto Nobili, ha riassunto le ammissioni fatte da Cesare Battisti davanti al magistrato, al quale l'ex terrorista ha anche spiegato: "Io parlo delle mie responsabilità, non farò i nomi di nessuno".

cesare battisti 5CESARE BATTISTI
BATTISTI: PM NOBILI, RICONOSCIMENTO IMPORTANTISSIMO
(ANSA) - "E' un riconoscimento importantissimo al lavoro dei magistrati, una sorta di 'onore delle armi' per chi lo ha inquisito". Così Alberto Nobili, capo del pool anti terrorismo milanese, ha commentato le ammissioni fatte da Cesare Battisti in un interrogatorio davanti a lui.

Fonte: qui

COSTRETTE A LAVORARE ANCHE VENTI ORE AL GIORNO, PRIVATE DELLA LIBERTÀ DI MOVIMENTO E DI COMUNICARE COL MONDO ESTERNO, PAGATE CON POCHI SPICCIOLI PER LE ESIGENZE QUOTIDIANE

SONO LE GIOVANI DONNE DEL TAMIL NADU, IN INDIA, CHE LAVORANO NELL'INDUSTRIA CHE PRODUCE FILATI PER LE CATENE DI FAST FASHION…
Gioia Giudici per "www.ansa.it"
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Costrette a turni estenuanti, anche di venti ore al giorno, private della libertà di movimento e di comunicare col mondo esterno, pagate non con uno stipendio mensile, ma con una modesta somma di denaro per le esigenze quotidiane: sono le giovani donne del Tamil Nadu, nell'India meridionale, che lavorano nell'industria tessile locale, che produce filati per le catene di fast fashion.

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Le loro storie sono raccontate nel documentario 'Fashion victims' firmato da Chiara Cattaneo e Alessandro Brasile, in anteprima al Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina, il 28 marzo a Milano.

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Chiara e Alessandro non sono documentaristi, ma entrambi si sono ritrovati a lavorare sulla filiera tessile indiana: lui, fotografo, aveva scattato alcuni servizi insieme a delle ong locali, mentre lei da 10 anni si occupa di cooperazione nel tessile in quella zona.

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Sono state le ong presenti nella zona a chiedere loro di far conoscere questa storia, di cui si sa poco, perché "i sistemi di certificazione - raccontano - si concentrano o nella fase iniziale della filiera come la coltivazione o su quella finale del confezionamento, che sono le più tracciabili, mentre quello della filatura è un segmento complesso dal punto di vista logistico, difficile da tracciare, che ci è sembrato interessante raccontare".

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Ascoltando le ragazze che hanno lavorato nelle fabbriche e le organizzazioni che offrono loro supporto, Chiara e Alessandro si sono resi conto che "essendo un segmento inesplorato è come se ci fosse mano libera per uno sfruttamento che, anche se non a livello giuridico, rasenta condizioni di schiavitù". "Era come stare in prigione, dalla fabbrica non ci si licenzia, si scappa" ha raccontato una delle ragazze intervistate.

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Le giovani e giovanissime che lavorano nella fabbriche spesso provengono da zone povere e rurali, dove non ci sono fonti di reddito alternative né per loro né per le loro famiglie, anche a causa del persistente declino dell'agricoltura. È in questi villaggi che i "broker", agendo da intermediari tra le aziende alla ricerca di una manodopera numerosa e docile e una popolazione locale sempre più disperata, ogni anno reclutano migliaia di giovanissime.
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Le ragazze vengono portate nelle aziende, dove oltre a lavorare, sono costrette anche a vivere, negli ostelli annessi alle fabbriche - anche se spesso né loro né le loro famiglie e persino alcuni broker sono a conoscenza di questo.
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Vengono assunte attraverso schemi di reclutamento e sfruttamento come lo 'Sumangali scheme', per il quale devono lavorare da tre a cinque anni e, solo al termine del periodo stabilito, dovrebbero ricevere il pagamento cumulativo di quanto guadagnato. Cifre che vanno dai cinquecento agli ottocento euro e che sognano di usare come dote per il proprio matrimonio.
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"E non sempre succede: in uno dei miei viaggi - racconta Brasile - ho incontrato una ragazza che mi ha detto che dopo 4 anni la fabbrica non le ha pagato nulla, dicendole che il suo lavoro era illegale, ma che se voleva la avrebbero assunta". Ma c'è di peggio: "una ragazzina di 16 anni dopo 4 mesi di lavoro ha avuto un ictus perché lavorava 16 ore al giorno e, con questi ritmi, gli incidenti sono all'ordine del giorno".
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C'è poi una zona grigia - aggiunge Cattaneo - fatta di sfruttamento del lavoro minorile e di abusi sessuali, uno dei quali si sarebbe concluso con un omicidio, poi fatto passare per suicidio.

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Gli autori preferiscono però non indugiare sui casi più gravi perché "l'intento del documentario - sottolineano - non è solo quello di denunciare lo sfruttamento dei lavoratori ma di stimolare una riflessione più approfondita: non sono gli indiani che sfruttano le operaie, è il sistema del fast fashion che così non funziona, né per chi ci lavora né tantomeno per l'ambiente e per i consumatori".

Fonte: qui