9 dicembre forconi

mercoledì 28 marzo 2018

IL BOICOTTAGGIO PER FINTA - CINQUE PAESI PENSANO DI UNIRSI AL 'BOICOTTAGGIO DIPLOMATICO' DEI MONDIALI RUSSI, CIOE' NON MANDARE I LORO RAPPRESENTANTI ALLA CERIMONIA D'APERTURA


mondiali 2018MONDIALI 2018
Sei nazioni stanno pensando di non inviare i loro funzionari a Mosca ai Mondiali di calcio in segno di solidarietà all’Inghilterra, dopo che un’ex spia russa e sua figlia sono stati avvelenati col gas nervino a Londra il 4 marzo scorso, scrive il Sun.

I paesi che potrebbero rinunciare a inviare i loro funzionari sarebbero Polonia, Islanda, Danimarca, Australia e Giappone ma la lista potrebbe allungarsi.

mondiali 2018 russiaMONDIALI 2018 RUSSIA
Nella sua battaglia ‘personale’ contro Putin, Theresa May ha annunciato la settimana scorsa che tutti i ministri del suo governo, più il principe William, mancheranno all’appuntamento.

Il presidente della Polonia Andrzej Duda è stato il primo leader mondiale ad affiancarsi alla protesta della May dichiarando che non parteciperà alla cerimonia d’apertura a Mosca il 14 giugno.

andzej Duda presidente polaccoANDZEJ DUDA PRESIDENTE POLACCO
Tuttavia nessuna delle 32 nazionali in competizione abbandonerà il torneo temendo che un boicattaggio totale andrebbe a danno di milioni di tifosi in tutto il mondo, e soprattutto dei politici in carica: a nessuno importa nulla se una spia russa pluripregiudicata si fa una sniffata di gas nervino, mentre se gli togli la goduria dei mondiali ti vengono a cercare a casa con la mannaia. Gli italiani ne sanno qualcosa...

Anche il ministro degli esteri inglese, Boris Johnson, ha sottolineato come l’assenza della nazionale inglese sarebbe una “punizione” ai suoi sostenitori e ai giocatori.

boicottaggio mondialiBOICOTTAGGIO MONDIALI
L’ex capo della FIFA Sepp Blatter, un grande amico e sponsor di Putin (ricambiato) ha twittato: “Il calcio ha oltre 2 miliardi di tifosi. La Coppa del Mondo è l’evento sportivo più importante al mondo perciò nessun boicottaggio. Giochiamo in pace e per la pace!”

Stazione spaziale cinese arrivata a 200 chilometri dalla Terra

La stazione spaziale cinese, la Tiangong 1, si trova adesso alla distanza media di 200 chilometri dalla Terra e a mano a mano che perde energia scende al ritmo di quattro o cinque chilometri al giorno. Lo ha detto all’Ansa Luciano Anselmo, dell’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione A. Faedo del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr). Anselmo fa parte degli esperti che in questi giorni stanno lavorando ai calcoli sui quali si basano le previsioni di rientro della stazione spaziale cinese, fuori controllo e destinata a precipitare sulla Terra, probabilmente nella settimana di Pasqua: la data più probabile è il Primo aprile. C’è il rischio che qualche detrito possa cadere sull’Italia.
Discesa veloce
«Considerando che l’orbita percorsa dalla stazione Tiangong 1 non è circolare, possiamo dire che il punto più vicino alla Terra si è abbassato un po’ sotto i 200 chilometri e adesso la stazione spaziale cinese sta scendendo abbastanza in fretta», ha osservato Anselmo. Questo, ha spiegato, accade perché più il veicolo perde progressivamente energia, più l’orbita si abbassa. Al momento «è confermata la tendenza secondo cui il rientro potrebbe avvenire il primo aprile con il margine di un giorno in più o in meno, quindi fra il 31 marzo e il 2 aprile».
Le ipotesi sulla caduta
Al momento ogni previsione è indicativa perché, ha proseguito Anselmo, «ci sono ancora numerose variabili da prendere in considerazione». Ad esempio, il rientro potrebbe essere anticipato da eventuali tempeste geomagnetiche, oppure potrebbe modificare il modo in cui il veicolo è orientato nello spazio: potrebbe, ad esempio, diventare più aerodinamico. «Idee ragionevolmente più affidabili sulla finestra di rientro saranno possibili soltanto nelle ultime 36 ore», ha detto ancora Anselmo. Da quel momento in poi, ha aggiunto, comincerà una sorta di «gioco di esclusione» che porterà a cancellare aree sempre più vaste dalla mappa dei possibili siti di rientro. Se i radar americani, russi e tedeschi continueranno a funzionare regolarmente anche nella settimana di Pasqua «si potrebbe arrivare a una situazione nella quale già sei ore prima si potrebbe escludere il 97% delle aree della fascia a rischio», quella che si trova fra 42,8 gradi di latitudine Nord e 42,8 gradi di latitudine Sud e che comprende anche l’Italia, da Firenze in giù, accanto a gran parte del Sudamerica e parte di quella centro-settentrionale, l’Africa, l’Asia meridionale, l’Oceania e naturalmente gli oceani.
Fonte: qui


Stazione spaziale cinese sorvegliata speciale (Ansa)

LA CASELLATI PERSE UNA CAUSA E COSTRINSE UNA GIORNALISTA DISOCCUPATA A PAGARE LE SPESE LEGALI

NON C’È MICA SOLO L’ASSUNZIONE DELLA FIGLIA AL MINISTERO O LA NIPOTE DI MUBARAK NEL PALMARES DELLA NEOPRESIDENTE DEL SENATO

La storia l'ha raccontata nel 2016 il Mattino di Padova con l'articolo che riportiamo e prima, nel gennaio 2014, l'aveva denunciata anche Ossigeno, ossia l'associazione che da anni denuncia le minacce e le pressioni cui giornalisti che minacciano la libertà di stampa.

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATIMARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI
La copertina del libro non ha un grande appeal, ma l'interno è polvere da sparo. Si intitola «Io non taccio» e racconta otto storie di ordinaria fatica giornalistica. Di quel giornalismo cosiddetto d'inchiesta, che spesso è solo il tentativo onesto di descrivere la realtà quando ci si imbatte in potentati costruiti utilizzando le istituzioni. Incarichi pubblici sfruttati come proprietà privata, posizioni di rilievo sociale ottenute con il voto ma usate a beneficio di chi le occupa e di pochi ammanicati, a spese degli ignari elettori. I potenti non gradiscono mai che se ne parli. Di qualunque partito siano, qualunque formazione culturale abbiano, è l'unica pubblicità che odiano. Per stroncarla non esitano a intimidire, minacciare. Non querelano neanche più davanti al giudice penale. Pretendono direttamente i danni in sede civile, secondo l'impostazione teorizzata negli anni Novanta da Massimo D'Alema. Non certo l'unico.

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATIMARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI
Nel Veneto Lia Sartori amava ripetere: «I giornalisti bisogna denunciarli, anche perché non hanno i soldi per pagarsi l'avvocato». È vero. Per il giornalista paga l'azienda, sempre se non scompare prima del processo, come è accaduto a Padova in uno degli otto casi narrati nel libro, intitolato «Gli intoccabili della città del Santo». 

La giornalista si chiama Roberta Polese, lavorava come cronista di giudiziaria per «Il Padova», quotidiano gratuito del gruppo Epolis che ha chiuso nel settembre 2010. Poche settimane prima, il 19 luglio 2010, Roberta scrive un articolo intitolato «Arpav, scoperto l'uomo ombra, boss dei computer con parenti vip».

LUDOVICA CASELLATILUDOVICA CASELLATI
Questo signore è Marco Serpilli, lavora a San Servolo, alla Venice International University che ha ottenuto dall'Arpav, agenzia della Regione Veneto, una consulenza di 250.000 euro per cambiare il sistema informatico. Costo 715.000 euro. Più la consulenza fanno 965.000 euro, tutti a carico delle casse pubbliche. Il sospetto dei pm padovani Federica Baccaglini e Paolo Luca, che indagano sulla vicenda, è che il cambio del sistema informatico non fosse necessario all'Arpav, ma sia servito solo per affidare la consulenza. Capirete.

Si dà il caso che Serpilli sia il marito di Ludovica Casellati, figlia della senatrice di Forza Italia Elisabetta Alberti Casellati, già famosa perché da sottosegretario alla sanità nel 2005 aveva assunto la stessa Ludovica nella segreteria del ministero, con uno stipendio di 60.000 euro l'anno. «Quasi il doppio di quanto guadagna un funzionario ministeriale del 9° livello con 15 anni di anzianità», scrisse Gian Antonio Stella. Questi retroscena sono gossip o fanno parte della notizia? 

Roberta Polese decide che trattandosi di soldi pubblici il collegamento Serpilli-Casellati non è faccenda privata e lo scrive. Le casca il mondo addosso. Elisabetta Casellati la cita per danni, pretende 250.000 euro per l'onore infangato. Serpilli sostiene di c'entrare meno ancora, in quanto non direttamente indagato e querela per diffamazione.

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATIMARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI
Il gruppo Epolis ha chiuso. La Polese è aggredita in civile e in penale e deve reggere da sola, pagandosi gli avvocati. E' disoccupata, ha un bambino piccolo, si gioca la casa dei genitori. E' disperata. L'aiuto le arriva da una categoria che non fa spesso regali ed è bello scriverlo: due penalisti padovani, Giovanni Lamonica e Giuseppe Pavan, si offrono di difenderla gratis. Davanti al giudice civile l'assiste Luisa Miazzi, l'avvocato del sindacato giornalisti. Il 29 maggio 2013 la prima vittoria in sede penale (gup Domenica Gambardella), il 3 ottobre 2013 la seconda in civile (giudice Gianluca Bordon). Citare Serpilli e il rapporto di affinità con la senatrice Casellati faceva parte del diritto di cronaca, nessun illecito. 

Elisabetta Casellati è condannata a pagare 8.250 euro di spese legali. Ma può fare ricorso e usa la minaccia per costringere la Polese a sobbarcarsi metà delle spese. Roberta, che ha vinto e ha solo un lavoro precario, per evitare l'appello che è un rischio si trova a dover pagare 4.125 euro all'illustre senatrice che ha perso. Può rifiutare e affrontare il secondo giudizio, ma due anni di angoscia l'hanno provata, non se la sente. Risolve la situazione il sindacato giornalisti che nella gestione di Daniele Carlon e Massimo Zennaro si accolla i quattromila e rotti euro della Casellati. 
BERLUSCONI E MARIA ELISABETTA CASELLATIBERLUSCONI E MARIA ELISABETTA CASELLATI

Ma la senatrice non è sempre stata così esosa. Anche lei in altri momenti ha avuto slanci di altruismo: per esempio quando si trattò di fare una colletta per pagare la multa di 70.000 euro nella causa persa da Giancarlo Galan – allora capo indiscusso del suo partito – contro la Rai di Venezia, non esitò a mettere mano al portafoglio. In 19 amici si divisero la spesa, 3700 euro a testa. Generosità targata, direte. Ma ben riposta: oggi è entrata a far parte del Csm, indicata da quel partito che non ha ancora sospeso Galan.

Fonte: qui

martedì 27 marzo 2018

L’India, Moro, Renzi: tracce di presente


«Tutte queste pippe sul ceto medio impoverito che si ribella contro la globalizzazione hanno un buco nero, però», mi dice Marco, amico da una vita e orientalista, di ritorno dal millesimo viaggio in India, che studia e frequenta da trent’anni.
E mi racconta appunto di quel Paese, che certo dalla globalizzazione ha avuto più benefici che danni: quasi un miliardo di persone liberate dalla paura di morire di fame, duecento milioni delle quali ormai con un livello di vita da borghesia occidentale, auto, vestiti, tecnologie, viaggi all’estero e tutto il resto.
Com’è che anche in un contesto del genere – arricchimento generale, non impoverimento generale – la politica vive una fase così simile a quella europea e americana, insomma perché stanno sparendo anche lí gli attori storici della democrazia (a iniziare dal Congress Party) a tutto vantaggio delle forze ipernazionaliste, tradizionaliste, ultrainduiste, sovraniste, attaccate come patelle al passato glorioso del Paese e alla sua identità religiosa? Com’è che Narendra Modi somiglia così tanto a Trump, a Salvini, a Le Pen e a Orban, e stravince un’elezione dopo l’altra proclamando l’anticosmopolitismo proprio come i suoi colleghi occidentali?
Com’è che tutto questo avviene in un Paese che tutto è stato fuori che danneggiato dalla globalizzazione?

Non ho una risposta certa, io indologo non sono e mi limito a ipotizzare che pure lì le ragioni siano tante e intrecciate, proprio come da noi. Suppongo che anche in India, come in Occidente, sia riduttivo cercare una spiegazione “monoeziologica”, insomma una sola causa.
Certo, anche lì hanno i loro “forgotten”, i tagliati fuori dall’arricchimento, a cui si aggiungono le masse di “displaced”, i contadini cacciati dalle loro terre per far posto a miniere di bauxite o fabbriche della Tata.
Ma questo non basta a spiegare il successo dell’ultrà nazionalista Modi.
Piuttosto viene da pensare che la reazione al globalismo, in India, abbia tra le sue ragioni anche alcune concause simili a quelle che hanno contribuito al successo dei nazionalismi reazionari nostrani, ai Trump e ai Salvini insomma.
Ad esempio, il disastro provocato dall’eccesso di velocità.

Non sono indologo, dicevo, ma quel Paese un po’ lo conosco e l’ho studiato anch’io, e su alcuni effetti della globalizzazione laggiù qualche anno fa scrissi un libro, seppur da semplice cronista.
E insomma ho visto come sono stati incredibilmente rapidi e tumultuosi i cambiamenti, da quelle.parti.
Anche quelli visibili a occhio nudo, paesaggistici e urbanistici. E quelli sociali, culturali, tecnologici eccetera.
Ho visto le vacche che erano sacre da millenni buttate fuori dalle metropoli perché ostacolavano il traffico.
Ho visto i McDonalds sfrattare templi indú secolari.
Ho visto Facebook sostituire la Bhagavadgītā nelle letture mattutine.
Ho visto bambine nei villaggi piu sperduti del Chhattisgarh guardare la sera lo stesso cartone animato che guarda mia figlia a Roma.
E cosí via.
E il tutto è avvenuto in vent’anni, forse meno.
Una centrifuga incontrollata, velocissima, impazzita.

L’essere umano ha per sua natura una capacità limitata di adattamento ai cambiamenti.
Il primo limite è dato dal tempo: abbiamo bisogno di un certo lasso di tempo per adattarci a ogni novità, qualsiasi novità.
Vale per il lavoro – quando cambia il capo o quando più semplicemente quando ci spostano d’ufficio; nella vita quotidiana, nelle abitudini, nel bar sotto casa che diventa un ristorante cinese, perfino quando “cambia il tempo” nel banale senso meteorologico; ancor più quando, per un lutto familiare, cambia il contesto affettivo attorno a noi.
A proposito, è noto che il terzo lutto psicologico per gravità – dopo la morte di una persona cara e la fine di una relazione sentimentale – è un trasloco. Un cambiamento quasi sempre deciso e non subíto, eppure comunque traumatico per la nostra stabilità.
Dopo un po’ di tempo però ci abituiamo anche al trasloco, restauriamo una “comfort zone” fatta di nuove abitudini, il trauma iniziale è superato.

Ma ci vuole un po’ di tempo, appunto. Un po’ di tempo per elaborare l’accaduto e mettere in funzione le nostre capacità di adattamento.


La capacità di adattamento, si sa, è la chiave della sopravvivenza. Le specie che non si adattano, si estinguono.
La migliore capacità di adattamento consiste nella resilienza, nello sfruttare ogni cambiamento – anche in negativo – per trarne un miglioramento più avanti, nel medio termine.
All’opposto della resilienza c’è la resistenza rigida e non flessibile, la negazione di quanto ormai è avvenuto, il rinchiudersi nel passato.
Eppure la reazione di resistenza e rifiuto è profondamente umana. Ed è del tutto comprensibile quando i cambiamenti sono troppo rapidi, improvvisi, tumultuosi, sconvolgenti.
Per maturare processi positivi di adattamento e di resilienza abbiamo bisogno di tempo.
Siamo umani, non software.

Siamo umani, non software. Quindi abbiamo bisogno di un po’ di tempo.
Lo racconta benissimo “Sully”, il penultimo film di Clint Eastwood.
Sully è il pilota di un aereo di linea a cui si spengono improvvisamente i motori, subito dopo il decollo. Lui atterra sul fiume Hudson, salva tutti ma lo mettono sotto indagine: i simulatori dimostrano che poteva portare l’apparecchio all’aeroporto piú vicino, se avesse virato in quella direzione appena i motori erano andati in avaria.
Ma Sully (spoiler) spiega in aula che i simulatori non sono rimasti immobilizzati venti secondi sotto shock com’era invece accaduto a lui, essere umano. E passati quei venti secondi, virare verso l’aeroporto avrebbe significato schiantarsi sulle case di New York.
La commissione allora ritarda il simulatore di quei venti secondi – beneficio concesso all’imperfezione dell’essere umano – e così scopre che aveva ragione Sully: dopo venti secondi non c’era alternativa all’Hudson.
Siamo umani, non robot, e per adattarci al cambiamento (i motori improvvisamente in avaria, in questo caso) abbiamo bisogno di tempo.

Ho finito di leggere ieri il libro di Marco Damilano su Aldo Moro. Si intitola “Un atomo di verità”. Tra le altre cose, è uno spaccato di storia contemporanea pieno di spunti per capire il presente.
Ad esempio, il valore immenso del tempo per chi fa politica. La comprensione di quando occorre velocità e quando invece riflessione, ponderatezza e quindi maggiore lentezza.
Ma attenzione: fondamentale è anche la distinzione tra l’immobilismo plumbeo e peloso dei conservatori e l’illuminata, “progressista”, necessità di far depositare le polveri per vedere meglio le cose. E per non farle precipitare.
Nel caso di Moro, ci si riferisce in particolare al suo obiettivo di una vita: superare in Italia il muro di Yalta e far incontrare le masse popolari cattoliche con quelle socialiste e comuniste. Un obiettivo che passava prima attraverso la creazione del Centrosinistra Dc-Psi poi con la visionaria ma graduale apertura al Pci di Berlinguer, ostacolatissima dagli americani (Kissinger in testa) ma anche da tanti poteri italiani, nella Chiesa, nella destra, nel padronato industriale, nei servizi, nella P2 e in Gladio, nella stessa Dc.
Il libro di Damilano contrappone l’illuminata gradualità di Moro alla famelica velocità di Berlusconi, che infatti considerava lo statista democristiano “un intralcio sulla porta” e che molto rapidamente, tre lustri dopo via Fani, avrebbe incassato i frutti politici del fallimento della Prima Repubblica, fallimento non sconnesso dalla sanguinosa interruzione del disegno di Moro.

Viene da chiedersi se la deliberata gradualità di Moro non rappresenti un modo di far politica opposto anche a quello di Renzi: che ha fatto della velocità un valore in sé, assoluto, indipendente dai suoi effetti. Così come valore assoluto e indipendente dai suoi effetti sono per Renzi il nuovo e il cambiamento, contrapposti alla palude, alla stagnazione, al vecchio.
Abbiamo visto che fine ha fatto – per umana reazione – questa totemizzazione del nuovo in sé e soprattutto questa mitizzazione della iper velocità. Una reazione di rifiuto irritato, se non furioso.
E anche nella stessa area politica il leader con più consenso è oggi il moroteo Gentiloni. Detto “er Moviola”. Quindi lento per definizione, di fronte ai turbolenti cambiamenti oggettivi intorno a noi.
Perché siamo umani, abbiamo bisogno di tempo.

Non so se dopo tutta questa lunga argomentazione, lenta anche da leggere, ho risposto un po’ alla domanda sull’India che mi poneva il mio amico orientalista.
Non so cioè se è chiaro il filo rosso che unisce Trump, Salvini, Le Pen, Orban e Narendra Modi.
Non so se sono riuscito a intravedere e proporre elementi comuni tra situazioni così lontane e diverse: il nuovo che è andato troppo in fretta, incontrollato e ingovernato; la politica che non ha voluto o saputo gestirlo, né renderlo coerente con i tempi di adattamento umani – anzi, in qualche sciagurato caso mitizzandolo e liberandolo da tutte le redini. E poi, inevitabili, le reazioni umane a tutto questo, dal Kentucky alla Bretagna, dall’Italia al Madhya Pradesh.
“La Storia ultimamente ha preso ad andare molto più in fretta di una volta”, ci insegnava all’università il grande Enrico Decleva. Lo diceva nel 1980: poi la Storia ha solo accelerato – e parecchio.
Oltre la nostra capacità di adattamento.
Serve quindi un sacco di politica – di buona, forte e saggia politica – per governare questa centrifuga impazzita.
Per liberarci dalla tenaglia di selvaggia innovazione e cieca controreazione.
Per far sì che, come il sabato di Gesú, il nuovo sia per l’uomo – e non sia l’uomo sacrificato al nuovo.

Fonte: qui

LA NUOVA DIRETTIVA DELLA COMMISSIONE EUROPEA TRASFORMA I COMMERCIALISTI IN “SPIE” DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

IN CHE MODO? OBBLIGANDOLI PER LEGGE A COMUNICARE GLI “SCHEMI DI PIANIFICAZIONE FISCALE AGGRESSIVA” PREDISPOSTI PER I LORO CLIENTI 

ECCO COSA PUO’ ACCADERE…

Andrea Bassi per “il Messaggero”

EVASIONE FISCALEEVASIONE FISCALE
Il grido di allarme è arrivato, per ora inascoltato, anche al Tesoro. I commercialisti rischiano di trasformarsi in sceriffi del Fisco. Questo potrebbe essere l'effetto della direttiva della Commissione europea approvata qualche giorno fa, il 13 marzo scorso, dall'Ecofin. Lo scopo delle nuove norme europee è nobile: impedire le evasioni fiscali transfrontaliere, quelle, per intendersi, che hanno reso famosi alcuni schemi messi in atto per esempio dalle multinazionali del web come il «double irish», che ha permesso a società come Apple di pagare pochi spiccioli di tasse a fronte di fatturati miliardari.

Solo che per raggiungere lo scopo, l'Europa ha deciso di trasformare tutti i consulenti fiscali, commercialisti in testa, in spie delle Agenzie delle Entrate dei vari paesi. In che modo? Obbligandoli per legge a comunicare gli «schemi di pianificazione fiscale aggressiva» predisposti per i loro clienti.
evasione-fiscaleEVASIONE-FISCALE

LE CONTRADDIZIONI
Il primo problema è che la definizione di pianificazione fiscale aggressiva è molto lasca, e dunque i commercialisti, ma anche gli altri consulenti fiscali, come gli avvocati tributaristi, si potrebbero trovare nelle condizioni di dover comunicare molte operazioni messe a punto per i loro clienti.

Nel documento inviato prima dell'approvazione della direttiva al ministero del Tesoro, il Consiglio Nazionale dei dottori commercialisti, ha sottolineato, per esempio, come l'Ace, l'aiuto alla crescita economica, una misura per incentivare gli investimenti voluta dal governo italiano, venga considerata dalla Commissione europea una pratica aggressiva.
EVASIONE FISCALEEVASIONE FISCALE

Ma il punto sostanziale è un altro. «Obbligare le persone a comunicare alle pubbliche autorità l'esistenza di atti o fatti illegali», si legge nel documento del Consiglio Nazionale dei commercialisti, «è il sogno di ogni governo». Se da un lato è vero che «informatori volontari» sono normalmente previsti dalla legge, e anche protetti, come nel caso dei whistleblowers, dall'altro l'obbligo di denuncia, soggetto a sanzioni penali in caso di violazione, «non è frequente anche in relazione a situazioni che sono chiaramente particolarmente gravi». Nemmeno in caso di rapina a mano armata o di rapimento esiste un obbligo di denuncia, ricorda il documento del Consiglio nazionale.

«Sul fine della proposta di direttiva», spiega Alessandro Solidoro, consigliere nazionale dei commercialisti con delega alle attività internazionali, «siamo tutti d'accordo. Che le tasse vadano pagate dove il reddito viene prodotto», sottolinea, «è un principio fondamentale». Il problema, secondo Solidoro, è un altro.

Agenzia delle entrateAGENZIA DELLE ENTRATE
«Il legislatore», spiega, «ha scritto la normativa avendo in testa le grandi società di consulenza, che spesso giocano su due tavoli: quello di consulenti dei governi per scrivere le legislazioni fiscali, e quello di consulenti delle multinazionali». In alcuni, anche clamorosi, si legge ancora nel documento del Consiglio Nazionale dei commercialisti, gli schemi elusivi derivavano da aiuti di Stato, e quindi già noti all'autorità competente alla quale dovrebbero essere comunicati.

LE CONSEGUENZE
Ma quali sono concretamente le controindicazioni per i commercialisti di questo obbligo di delazione? Innanzitutto, spiegano, i loro clienti potrebbero essere preoccupati di confidare la loro situazione complessiva effettiva, così inducendoli in errore. Cosa accadrebbe poi, se la segnalazione fosse considerata falsa o inutile? Ci potrebbero essere delle ritorsioni legali da parte degli stessi clienti.
logo agenzia delle entrateLOGO AGENZIA DELLE ENTRATE

Qualcuno rischierebbe di finire a processo senza aver violato la legge. Insomma, «un obbligo di comunicazione soggetto a sanzione», spiegano, «trasformerebbe un privato e onesto cittadino in un pubblico ufficiale, col rischio che molti (in buona o cattiva fede) potrebbero denunciare altri per il solo fatto di non averne ricevuto una buona impressione, o per limitare le proprie responsabilità». Senza contare che i clienti potrebbero rivolgersi a studi di Paesi extracomunitari che non hanno lo stesso obbligo di segnalazione. «La Svizzera», osserva Solidoro, «dista solo 74 chilometri dal mio ufficio». Molto a questo punto dipenderà da come l'Italia recepirà la direttiva, che dovrà diventare legge entro il 2019.

Fonte: qui

La Russia continua a comprare oro

Oggi vi sveliamo che anche l’Oro Fisico ha un chiaro e innegabile legame col Cremlino e fa parte del complotto russo per dominare il mondo.
Pare che anche a febbraio 2018 la Banca Centrale Russa (BCR) abbia incrementato le riserve di metallo giallo di 800.000 once, ovvero 24.88 tonnellate portando il totale a 1882 tonnellate.
“Siamo di fronte ad un devastante attacco ai valori dell’occidente” questo il commento che serpeggia fra le banche centrali occidentali.
In questo grafico possiamo apprezzare il sottile piano di Vladimir Putin per screditare i sistemi monetari occidentali basati sulla buona fede nella indiscutibile onestà nella moneta stampata a mentula canis per il bene dell’umanità.
Il piano Russo è appoggiato, inoltre, anche dalla banca centrale del Kazakhstan che ogni mese aggiunge circa 3 tonnellate di metallo giallo alle sue riserve ormai da 3 anni consecutivi (bastardi!).
Persino la Turchia ormai ex alleato continua nella sua opera di accumulo del metallo giallo.
Siate Consapevoli, Siate Preparati.
P.S. tra 6 anni, quando zio Vladimir avrà esaurito questo mandato la Russia potrebbe avere 3000 tonnellate di oro.
Fonte: qui

CAPITALISTI COI CAPITALI DEGLI ALTRI - LUIGI ABETE: LA GUARDIA DI FINANZA INDAGA SUL FINANZIAMENTO DA PARTE DI BNL (DI CUI È PRESIDENTE) DEI CINECITTÀ STUDIOS (DI CUI È AZIONISTA)

IN PARTICOLARE, UN PRESTITO DA 15 MILIONI CONCESSO IN SOLE 7 ORE 

UN DIRIGENTE AL TELEFONO: ‘TI RENDI CONTO? HO FATTO DELIBERARE TUTTO IN 7 ORE. CIOÈ, NON ESISTE, DI SOLITO CI VOGLIONO 7 MESI…’


Luigi Abete e le pressioni per far finanziare da BNL, di cui è presidente, l'acquisto di una sua azienda, Cinecittà Studios. A raccontare la vicenda è un'inchiesta della Guardia di Finanza (Abete non è indagato) coordinata dalla Procura di Bari. E' possibile ottenere da una banca un prestito da 15 milioni di euro in 7 ore? Sì, soprattutto se si è i presidenti di quella banca, scrive Repubblica. L'indagine nasce per caso ascoltando al telefono un dirigente della banca Giuseppe Pignataro, ora interdetto dai magistrati pugliesi per il suo comportamento nella questione delle Ferrovie Sud Est.

luigi abete diego della valle alessandro profumo andrea della valleLUIGI ABETE DIEGO DELLA VALLE ALESSANDRO PROFUMO ANDREA DELLA VALLE
Il 30 giugno 2017 Pignataro riceve una telefonata di Luigi Abete: si parla della vendita all'Istituto Luce di un ramo di azienda di Cinecittà Studios, società partecipata da Italian Entertainment Group Spa, riconducibile ad Abete. Per procedere al finanziamento, che è previsto dal decreto milleproroghe, l'Istituto Luce ha chiesto un anticipo alla BNL, proprio la banca che ha in pegno il capitale sociale di Cinecittà Studios. Come spiega ancora Repubblica, la società di Abete, infatti, è in crisi ed è esposta proprio con la banca BNL. In sostanza, quindi, BNL dovrebbe finanziare Istituto Luce per rientrare di un proprio credito con l'azienda del suo presidente.

diego della valle luigi abeteDIEGO DELLA VALLE LUIGI ABETE
Un pasticcio, tanto che fino alla mattina del 30 giugno la burocrazia della banca fa resistenza, non procedendo a deliberare il finanziamento. Si vuole procedere con prudenza per un potenziale conflitto di interessi. Esiste poi anche un secondo problema sulla natura dell'operazione, visto che il finanziamento c'è, ma manca il decreto attuativo che di fatto lo concede. Pignataro inizia però una serie di telefonate con i dirigenti della banca, una trentina almeno, fatte tutte in un pomeriggio, per cercare di sbloccare l'operazione. Cosa che alla fine gli riesce.

"Ti rendi conto? In sette ore ho fatto deliberare tutto", dice la sera al telefono con un amico. "E tu sai cosa significa da noi deliberare in 7 ore, no? cioè, non esiste ci vogliono sette mesi anche per pratiche semplici. Un'operazione da quindici milioni, eh! (...) Praticamente ho smosso mezza banca, per non dire tutta la banca. Se andava a Parigi erano cazzi!". Bnp Paribas ha acquisito la banca nel 2006, spiega Repubblica. Quando l'a.d. di Bnl Andrea Munari viene a conoscenza dell'operazione non la prende bene e chiede una relazione dettagliatissima. "Le procedure interne sono state regolari e sono stati rispettati tutti i nostri protocolli interni", fanno sapere ora da Bnl.

Fonte: qui