9 dicembre forconi: tempo
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giovedì 26 aprile 2018

Non è il tempo l’unità di misura del lavoro

Siamo nel 2018 e secondo alcune ricerche e pareri, entro il 2020 o 2030, circa il 50% della forza lavoro di economie sviluppate come gli Stati Uniti lavorerà interamente da casa.

Da un lato continuo a leggere di questo crescente e logico trend. Poi parlo con colleghi, ex compagni di università, direttori HR di altre aziende e scopro due cose: che la maggioranza dei loro lavori, prevalentemente di concetto, sostanzialmente possono essere svolti ovunque con una connessione internet. E che tuttavia gli viene richiesta la presenza sul luogo di lavoro.
Insomma, si continua a fare una gran confusione fra produttività e risultati, ed un semplice baratto del proprio tempo per denaro. In Paesi come l’Italia, il sistema intricato di sindacati, giudici di parte, leggi del lavoro obsolete, di fatto impedisce l’evoluzione verso un sistema dove si possa remunerare il risultato e la voglia di crescere da un lato, e tagliare le tutele ai fannulloni, parassiti e disonesti.

Ma al di là delle leggi, persiste ancora un problema di mentalità globale. Infatti negli ultimi anni, lavorando fra Hong Kong e Singapore ho riscontrato lo stesso problema, nonostante in questi paesi le leggi sul lavoro siano estremamente permissive, consentendo all’azienda di licenziare un dipendente in due settimane di preavviso senza motivi particolari. In un contesto del genere non dovrebbe esserci il minimo problema nel monitorare il risultato dell’individuo, piuttosto che esigere un assurdo baratto tempo-denaro.

E invece questo problema di mentalità evidentemente richiede decenni per essere rimosso dal bagaglio culturale derivante probabilmente dal passaggio da economie di manifattura (dove il tempo equivale più o meno al denaro) a economie spostate sui servizi.
Per citare un esempio, mi telefona un head hunter per propormi un ruolo nel talent management, area di cui mi occupo ma in modo marginale. E mi chiede: “che percentuale del tuo tempo dedichi al talent management?”. E io: circa il 30%. A questo punto lui ritiene di non proseguire perchè il Director cerca una figura molto specializzata che si occupi di ciò al 100%. E io dico: “non vedo il problema. Lo so fare. So come gestire il ciclo annuale, l’ho fatto una volta, l’ho fatto due, posso farlo cento. Posso dedicarmici al 100%”. Ma niente. L’head hunter, uno che dovrebbe occuparsi di trovare le persone giuste per i ruoli giusti (forse in un mondo ideale…), voleva uno che già lo facesse al 100%.

Insomma gli interessava non solo quanto tempo dedicassi al talent management, a prescindere se poi metà di quel tempo lo usassi per giocare a solitario, ma addirittura la percentuale del totale. Che ovviamente più uno è produttivo, più viene diluita nelle altre attività che fa!

Per capire l’assurdità di questo modo di ragionare – usare il tempo come unità di misura per il lavoro – prendiamo l’esempio sopra e immaginiamolo applicato allo sport.

“Salve mi chiamo Michael Jordan”. “Salve. Cerchiamo una guardia da punti, lei lo fa?”. “Si, la faccio, ma ogni tanto. Soprattutto gioco ala piccola”. “Ah no mi dispiace, ne prendiamo uno scarso piuttosto, perchè il coach vuole proprio uno che già faccia l’ala piccola”. “Scusi, ma l’ho fatta, la so fare, basta che mi mettete lì e mi date la palla, poi io lo faccio eh”. “No mi dispiace, serve uno che l’abbia fatto a tempo pieno”. Per chi non seguisse il basket, nella stagione in cui Jordan fece la guardia da punti, viaggiò a una media di quasi 34 punti, 11 assist e 11 rimbalzi per partita…

Ovviamente poi il risultato non viene nemmeno contemplato. Insomma, rimanendo nella metafora cestistica sarebbe come chiedere: “Scusi lei tira da tre punti?”. “Si’”. “E sul totale dei tiri che fa in una partita, quanti sono quelli da tre?”. “Mah sono circa l’80%. Peccato che non ne segno neanche uno”. “Va benissimo così, la assumiamo, ci serve proprio uno che tiri da tre”. E magari già che ci siamo scartiamo anche un altro candidato che da tre tira solo una volta su cinque, ma non ne sbaglia mai uno?

Ecco, nel mondo dello sport le statistiche sono chiare, mentre nella vita e nel lavoro, a tutte le latitudini c’è tanta gente che parla molto bene e che passa il tempo – in percentuali varie – a tirare da tre senza neanche toccare il ferro

O a fare finta di tirare e accampare scuse. E poi ci sono alcuni, di solito pochi, che da tre la mettono dentro. E allora questo dovremmo fare ora che la tecnologia ce lo consente: passare meno tempo a ciondolare per il campo, creare leggi che aiutino a liberarsi di chi marca solo presenza, lasciare che la gente si alleni nel campo che preferisce, quando e come vuole, nel lavoro, nella vita, come nello sport. E a prescindere dall’ambito, dai tempi e dalla location, guardare solo a una cosa: se quel benedetto tiro da tre lo infili nel canestro.

Fonte: qui

martedì 27 marzo 2018

L’India, Moro, Renzi: tracce di presente


«Tutte queste pippe sul ceto medio impoverito che si ribella contro la globalizzazione hanno un buco nero, però», mi dice Marco, amico da una vita e orientalista, di ritorno dal millesimo viaggio in India, che studia e frequenta da trent’anni.
E mi racconta appunto di quel Paese, che certo dalla globalizzazione ha avuto più benefici che danni: quasi un miliardo di persone liberate dalla paura di morire di fame, duecento milioni delle quali ormai con un livello di vita da borghesia occidentale, auto, vestiti, tecnologie, viaggi all’estero e tutto il resto.
Com’è che anche in un contesto del genere – arricchimento generale, non impoverimento generale – la politica vive una fase così simile a quella europea e americana, insomma perché stanno sparendo anche lí gli attori storici della democrazia (a iniziare dal Congress Party) a tutto vantaggio delle forze ipernazionaliste, tradizionaliste, ultrainduiste, sovraniste, attaccate come patelle al passato glorioso del Paese e alla sua identità religiosa? Com’è che Narendra Modi somiglia così tanto a Trump, a Salvini, a Le Pen e a Orban, e stravince un’elezione dopo l’altra proclamando l’anticosmopolitismo proprio come i suoi colleghi occidentali?
Com’è che tutto questo avviene in un Paese che tutto è stato fuori che danneggiato dalla globalizzazione?

Non ho una risposta certa, io indologo non sono e mi limito a ipotizzare che pure lì le ragioni siano tante e intrecciate, proprio come da noi. Suppongo che anche in India, come in Occidente, sia riduttivo cercare una spiegazione “monoeziologica”, insomma una sola causa.
Certo, anche lì hanno i loro “forgotten”, i tagliati fuori dall’arricchimento, a cui si aggiungono le masse di “displaced”, i contadini cacciati dalle loro terre per far posto a miniere di bauxite o fabbriche della Tata.
Ma questo non basta a spiegare il successo dell’ultrà nazionalista Modi.
Piuttosto viene da pensare che la reazione al globalismo, in India, abbia tra le sue ragioni anche alcune concause simili a quelle che hanno contribuito al successo dei nazionalismi reazionari nostrani, ai Trump e ai Salvini insomma.
Ad esempio, il disastro provocato dall’eccesso di velocità.

Non sono indologo, dicevo, ma quel Paese un po’ lo conosco e l’ho studiato anch’io, e su alcuni effetti della globalizzazione laggiù qualche anno fa scrissi un libro, seppur da semplice cronista.
E insomma ho visto come sono stati incredibilmente rapidi e tumultuosi i cambiamenti, da quelle.parti.
Anche quelli visibili a occhio nudo, paesaggistici e urbanistici. E quelli sociali, culturali, tecnologici eccetera.
Ho visto le vacche che erano sacre da millenni buttate fuori dalle metropoli perché ostacolavano il traffico.
Ho visto i McDonalds sfrattare templi indú secolari.
Ho visto Facebook sostituire la Bhagavadgītā nelle letture mattutine.
Ho visto bambine nei villaggi piu sperduti del Chhattisgarh guardare la sera lo stesso cartone animato che guarda mia figlia a Roma.
E cosí via.
E il tutto è avvenuto in vent’anni, forse meno.
Una centrifuga incontrollata, velocissima, impazzita.

L’essere umano ha per sua natura una capacità limitata di adattamento ai cambiamenti.
Il primo limite è dato dal tempo: abbiamo bisogno di un certo lasso di tempo per adattarci a ogni novità, qualsiasi novità.
Vale per il lavoro – quando cambia il capo o quando più semplicemente quando ci spostano d’ufficio; nella vita quotidiana, nelle abitudini, nel bar sotto casa che diventa un ristorante cinese, perfino quando “cambia il tempo” nel banale senso meteorologico; ancor più quando, per un lutto familiare, cambia il contesto affettivo attorno a noi.
A proposito, è noto che il terzo lutto psicologico per gravità – dopo la morte di una persona cara e la fine di una relazione sentimentale – è un trasloco. Un cambiamento quasi sempre deciso e non subíto, eppure comunque traumatico per la nostra stabilità.
Dopo un po’ di tempo però ci abituiamo anche al trasloco, restauriamo una “comfort zone” fatta di nuove abitudini, il trauma iniziale è superato.

Ma ci vuole un po’ di tempo, appunto. Un po’ di tempo per elaborare l’accaduto e mettere in funzione le nostre capacità di adattamento.


La capacità di adattamento, si sa, è la chiave della sopravvivenza. Le specie che non si adattano, si estinguono.
La migliore capacità di adattamento consiste nella resilienza, nello sfruttare ogni cambiamento – anche in negativo – per trarne un miglioramento più avanti, nel medio termine.
All’opposto della resilienza c’è la resistenza rigida e non flessibile, la negazione di quanto ormai è avvenuto, il rinchiudersi nel passato.
Eppure la reazione di resistenza e rifiuto è profondamente umana. Ed è del tutto comprensibile quando i cambiamenti sono troppo rapidi, improvvisi, tumultuosi, sconvolgenti.
Per maturare processi positivi di adattamento e di resilienza abbiamo bisogno di tempo.
Siamo umani, non software.

Siamo umani, non software. Quindi abbiamo bisogno di un po’ di tempo.
Lo racconta benissimo “Sully”, il penultimo film di Clint Eastwood.
Sully è il pilota di un aereo di linea a cui si spengono improvvisamente i motori, subito dopo il decollo. Lui atterra sul fiume Hudson, salva tutti ma lo mettono sotto indagine: i simulatori dimostrano che poteva portare l’apparecchio all’aeroporto piú vicino, se avesse virato in quella direzione appena i motori erano andati in avaria.
Ma Sully (spoiler) spiega in aula che i simulatori non sono rimasti immobilizzati venti secondi sotto shock com’era invece accaduto a lui, essere umano. E passati quei venti secondi, virare verso l’aeroporto avrebbe significato schiantarsi sulle case di New York.
La commissione allora ritarda il simulatore di quei venti secondi – beneficio concesso all’imperfezione dell’essere umano – e così scopre che aveva ragione Sully: dopo venti secondi non c’era alternativa all’Hudson.
Siamo umani, non robot, e per adattarci al cambiamento (i motori improvvisamente in avaria, in questo caso) abbiamo bisogno di tempo.

Ho finito di leggere ieri il libro di Marco Damilano su Aldo Moro. Si intitola “Un atomo di verità”. Tra le altre cose, è uno spaccato di storia contemporanea pieno di spunti per capire il presente.
Ad esempio, il valore immenso del tempo per chi fa politica. La comprensione di quando occorre velocità e quando invece riflessione, ponderatezza e quindi maggiore lentezza.
Ma attenzione: fondamentale è anche la distinzione tra l’immobilismo plumbeo e peloso dei conservatori e l’illuminata, “progressista”, necessità di far depositare le polveri per vedere meglio le cose. E per non farle precipitare.
Nel caso di Moro, ci si riferisce in particolare al suo obiettivo di una vita: superare in Italia il muro di Yalta e far incontrare le masse popolari cattoliche con quelle socialiste e comuniste. Un obiettivo che passava prima attraverso la creazione del Centrosinistra Dc-Psi poi con la visionaria ma graduale apertura al Pci di Berlinguer, ostacolatissima dagli americani (Kissinger in testa) ma anche da tanti poteri italiani, nella Chiesa, nella destra, nel padronato industriale, nei servizi, nella P2 e in Gladio, nella stessa Dc.
Il libro di Damilano contrappone l’illuminata gradualità di Moro alla famelica velocità di Berlusconi, che infatti considerava lo statista democristiano “un intralcio sulla porta” e che molto rapidamente, tre lustri dopo via Fani, avrebbe incassato i frutti politici del fallimento della Prima Repubblica, fallimento non sconnesso dalla sanguinosa interruzione del disegno di Moro.

Viene da chiedersi se la deliberata gradualità di Moro non rappresenti un modo di far politica opposto anche a quello di Renzi: che ha fatto della velocità un valore in sé, assoluto, indipendente dai suoi effetti. Così come valore assoluto e indipendente dai suoi effetti sono per Renzi il nuovo e il cambiamento, contrapposti alla palude, alla stagnazione, al vecchio.
Abbiamo visto che fine ha fatto – per umana reazione – questa totemizzazione del nuovo in sé e soprattutto questa mitizzazione della iper velocità. Una reazione di rifiuto irritato, se non furioso.
E anche nella stessa area politica il leader con più consenso è oggi il moroteo Gentiloni. Detto “er Moviola”. Quindi lento per definizione, di fronte ai turbolenti cambiamenti oggettivi intorno a noi.
Perché siamo umani, abbiamo bisogno di tempo.

Non so se dopo tutta questa lunga argomentazione, lenta anche da leggere, ho risposto un po’ alla domanda sull’India che mi poneva il mio amico orientalista.
Non so cioè se è chiaro il filo rosso che unisce Trump, Salvini, Le Pen, Orban e Narendra Modi.
Non so se sono riuscito a intravedere e proporre elementi comuni tra situazioni così lontane e diverse: il nuovo che è andato troppo in fretta, incontrollato e ingovernato; la politica che non ha voluto o saputo gestirlo, né renderlo coerente con i tempi di adattamento umani – anzi, in qualche sciagurato caso mitizzandolo e liberandolo da tutte le redini. E poi, inevitabili, le reazioni umane a tutto questo, dal Kentucky alla Bretagna, dall’Italia al Madhya Pradesh.
“La Storia ultimamente ha preso ad andare molto più in fretta di una volta”, ci insegnava all’università il grande Enrico Decleva. Lo diceva nel 1980: poi la Storia ha solo accelerato – e parecchio.
Oltre la nostra capacità di adattamento.
Serve quindi un sacco di politica – di buona, forte e saggia politica – per governare questa centrifuga impazzita.
Per liberarci dalla tenaglia di selvaggia innovazione e cieca controreazione.
Per far sì che, come il sabato di Gesú, il nuovo sia per l’uomo – e non sia l’uomo sacrificato al nuovo.

Fonte: qui