9 dicembre forconi: produttività
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lunedì 30 settembre 2019

IL‘’FINANCIAL TIMES’’ È D’ACCORDO CON PUTIN (“IL LIBERALISMO È DIVENTATO OBSOLETO”) E LANCIA L’ALLARME: ''LO SVILUPPO INCONTROLLATO DELLA FINANZA FRENA LA CRESCITA E AUMENTA LE DISEGUAGLIANZE. OGGI NEI PAESI OCCIDENTALI I FIGLI GUADAGNANO MENO DEI PADRI E LA RICCHEZZA SI CONCENTRA NELLE MANI DI POCHISSIMI. UNO SCENARIO SUDAMERICANO DOVE SPUNTANO I LEADER XENOFOBI''


Articolo di Martin Wolf per Financial Times pubblicato da “il Fatto quotidiano”
donna legge il financial times 7DONNA LEGGE IL FINANCIAL TIMES

"Anche se le singole aziende che rappresentiamo perseguono scopi aziendali privati, collettivamente noi condividiamo tutti un impegno fondamentale nei confronti di chiunque sia interessato dalle nostre attività". Con questa frase, l' associazione americana Business Roundtable, che riunisce i capi di 181 tra le più grandi aziende del mondo, ha sancito l' abbandono del tradizionale principio per cui "le aziende esistono essenzialmente per fare gli interessi dei loro azionisti", e solo i loro. È stato senza dubbio un evento. Ma qual è, e quale dovrebbe essere, la sua esatta portata?
MARTIN WOLFMARTIN WOLF

Per rispondere è necessario partire dalla constatazione che finora qualcosa è andato storto. Nel corso degli ultimi 40 anni, soprattutto negli Usa, ha preso il sopravvento una sorta di trinità diabolica composta da rallentamento della produttività, inasprimento delle disuguaglianze ed esplosione di enormi choc finanziari.

Come hanno osservato Jason Furman dell' Università di Harvard e Peter Orszag di Lazard Frères in un articolo dell' anno scorso: "Dal 1948 al 1973, il reddito mediano reale delle famiglie negli Stati Uniti è aumentato del 3% all' anno. A questo ritmo () la probabilità che un figlio avesse un reddito superiore a quello dei suoi genitori era del 96%. Dal 1973 in poi il reddito della famiglia mediana è cresciuto invece solo dello 0,4% all' anno (), con la conseguenza che il 28% dei figli oggi ha un reddito inferiore a quello dei genitori".
globalizzazione1GLOBALIZZAZIONE

La produttività al palo 
Come mai l' economia non produce? La responsabilità è in gran parte dovuta all' espansione del capitalismo di rendita, che accumula e non investe. "Rendita" significa in questo caso un livello di benefici che eccede di gran lunga la soglia necessaria a indurre l' offerta di beni, servizi, terreni o manodopera nella società.

Così il "capitalismo della rendita" descrive un' economia in cui il potere politico e di mercato permette a un numero ristretto di individui e grandi aziende di estrarre una grande quantità di profitti da tutti gli altri. Da solo, tuttavia, questo fenomeno non basta a spiegare i risultati deludenti degli ultimi anni.
globalizzazioneGLOBALIZZAZIONE

Come sostiene Robert Gordon, professore di Scienze sociali alla Northwestern University, nella seconda metà del XX secolo si è verificato anche un rallentamento del tasso di innovazione. La tecnologia, inoltre, ha creato una maggiore dipendenza delle economie dai laureati aumentando i loro salari relativi, fenomeno che spiega in parte la crescita delle disuguaglianze. Ma la quota di ricchezza detenuta dall' 1% dei redditi più alti è passata dall' 11% del 1980 al 20% nel 2014, e questo non si può spiegare soltanto con il mutamento tecnologico.

LA MAPPA DELLE POPOLAZIONI GLOBALI TRA CINQUE ANNILA MAPPA DELLE POPOLAZIONI GLOBALI TRA CINQUE ANNI
Lo spauracchio stranieri 
A sentire i dibattiti politici in corso in molti Paesi, specie negli Usa e nel Regno Unito, si potrebbe concludere che la performance deludente dell' economia sia dovuta alle importazioni dalla Cina o agli immigrati a basso salario, o a entrambe le cose. Gli stranieri sono i capri espiatori ideali, ma l' idea che l' aumento delle disuguaglianze e il rallentamento dell' incremento della produttività siano dovuti agli stranieri è falsa.

Hong Kong registra una grande disuguaglianza socialeHONG KONG REGISTRA UNA GRANDE DISUGUAGLIANZA SOCIALE
Qualunque Paese occidentale ad alto reddito oggi intrattiene più scambi commerciali con i Paesi emergenti di quanto non facesse quarant' anni fa. Tuttavia, l' aumento delle disuguaglianze è variato in modo sostanziale da Paese a Paese, e questo è dipeso dal diverso comportamento delle singole istituzioni dell' economia di mercato e dalle scelte di politica interna.

Nella sua panoramica dell' ampia letteratura accademica sul tema, l' economista di Harvard, Elhanan Helpman, giunge alla conclusione che "la globalizzazione basata su commercio estero e delocalizzazione non è stata un grande fattore di aumento delle disuguaglianze. Lo confermano numerosi studi su vari eventi in tutto il mondo". Lo spostamento di molte attività produttive all' estero, principalmente in Cina, potrebbe aver parzialmente ridotto gli investimenti nelle economie ad alto reddito, ma questo effetto non può essere stato abbastanza forte da ridurre in modo significativo l' incremento della produttività. ()
TRUMP A WALL STREETTRUMP A WALL STREET

Il presidente Trump, invece, ragiona da mercantilista ingenuo e sostiene che la causa della perdita di posti di lavoro stia negli squilibri commerciali bilaterali, risultato di cattivi accordi commerciali. È vero che la bilancia commerciale degli Stati Uniti è in disavanzo, mentre quella dell' Unione europea è in surplus, ma le politiche commerciali delle due aree sono abbastanza simili.
trump wall streetTRUMP WALL STREET

Queste non spiegano gli equilibri bilaterali, e gli equilibri bilaterali non spiegano gli equilibri globali. () Le ricerche mostrano che l' effetto dell' immigrazione sul reddito reale della popolazione nativa e sulla posizione fiscale dei Paesi di accoglienza, è stato molto limitato e spesso positivo. Piuttosto che concentrarsi sui danni causati dal commercio e dalla migrazione, idea politicamente remunerativa ma sbagliata, è molto più produttivo prendere in esame il capitalismo della rendita contemporaneo.

FINANZIAMENTI PUBBLICIFINANZIAMENTI PUBBLICI
Il dogma della rendita 
La finanza gioca qui un ruolo chiave, a vari livelli. Quando viene liberalizzata tende alla metastasi, perché comincia a finanziare redditi, profitti (spesso illusori) e le sue stesse attività con la sua capacità di creare credito e denaro. Uno studio del 2015 di Stephen Cecchetti ed Enisse Kharroubi per la Banca dei Regolamenti Internazionali afferma che "lo sviluppo finanziario è positivo solo fino a un certo livello, oltre il quale diventa un freno alla crescita. E un settore finanziario in rapida crescita è dannoso per la crescita della produttività aggregata".
schiavo finanziarioSCHIAVO FINANZIARIO

Quando il settore finanziario cresce rapidamente, dicono gli autori, fa sì che vengano assunte persone di talento, che poi finiscono a fare mutui immobiliari, perché offrono più garanzie, distogliendo così risorse umane di talento per impiegarle in settori improduttivi e inutili. Anche in questo caso la crescita eccessiva del credito porta quasi sempre a crisi, come hanno dimostrato Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel libro Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria (Il saggiatore, 2010).

Questo è il motivo per cui nessun governo si sognerebbe mai di lasciare che il settore finanziario (ipoteticamente "orientato dal mercato") operi da solo e senza guida. Ma ciò crea a sua volta per la finanza enormi opportunità di guadagnare nella totale irresponsabilità: una sorta di gioco del lancio della moneta in cui se esce testa vincono loro e se esce croce perdiamo tutti. La crisi è garantita.

tempesta finanziariaTEMPESTA FINANZIARIA
La finanza scava poi disuguaglianze sempre più grandi. Thomas Philippon della Stern School of Business, e Ariell Reshef della Paris School of Economics hanno dimostrato che i guadagni relativi dei professionisti della finanza sono esplosi negli anni 80, dopo la deregolamentazione della finanza. Hanno anche stimato che gli "utili" rappresentavano tra il 30 e il 50% del divario retributivo con il resto del settore privato.

Questa esplosione dell' attività finanziaria a partire dagli anni 80 non ha aumentato la crescita della produttività. Semmai l' ha abbassata, soprattutto dopo la crisi. Vale lo stesso per l' esplosione delle retribuzioni dei manager, che non è altro, di fatto, che un' altra forma di estrazione di rendita.
CRISI FINANZIARIACRISI FINANZIARIA

Come osserva Deborah Hargreaves, fondatrice dell' High Pay Centre, nel Regno Unito il rapporto tra la retribuzione media di un amministratore delegato e il salario medio di un lavoratore è passato da 48 a 1 nel 1998 a 129 a 1 nel 2016. Negli Usa lo stesso rapporto è passato da 42 a 1 nel 1980 a 347 a 1 nel 2017. () Il fatto di essere pagati in proporzione al prezzo delle azioni della propria azienda ha dato ai manager un incentivo enorme a far sì che quel prezzo si alzasse sempre di più, a costo di manipolare i guadagni o contrarre prestiti per acquistare azioni. Senza aggiungere nessun valore alle aziende, ma producendo solo una grande quantità di ricchezza per gli stessi manager. Un problema correlato è rappresentato poi dai conflitti di interessi, in particolare per l' indipendenza dei revisori dei conti.
CRISI FINANZIARIACRISI FINANZIARIA

In sintesi, le decisioni delle aziende sono prese sulla base di considerazioni finanziarie personali dei loro manager. E, come ricorda l' economista indipendente Andrew Smithers nel suo libro Productivity and the bonus culture, tutto ciò avviene a spese degli investimenti aziendali e quindi della crescita della produttività.

Nessuna concorrenza 
Una questione forse ancora più fondamentale è il declino della concorrenza. A proposito degli Stati Uniti, Jason Furman e Peter Orszag affermano che esistono le prove di un aumento del tasso di concentrazione del mercato, di una diminuzione del tasso di ingresso di nuove imprese e, infine, di una riduzione della quota di ricchezza detenuta da imprese giovani rispetto a 30 o 40 anni fa.

CRISI FINANZIARIACRISI FINANZIARIA
(). Tutto ciò è indice di un indebolimento della concorrenza e di un aumento delle rendite monopolistiche. Inoltre, gran parte dell' aumento delle disuguaglianze deriva dall' esistenza di enormi divari salariali per i lavoratori con competenze simili che lavorano in imprese diverse: un' altra forma di estrazione di rendita.

TRUMP A WALL STREETTRUMP A WALL STREET





Una parte della spiegazione è data dall' avvento di sempre più mercati dove "chi vince prende (quasi) tutto": le superstar del mercato e le loro aziende acquisiscono rendite monopolistiche che è difficile scalfire (). Gli esempi lampanti sono le esternalità di rete, ovvero i vantaggi derivanti dall' utilizzo di una rete usata anche dai concorrenti, e i costi marginali nulli di piattaforme monopolistiche come Facebook, Google, Amazon, Alibaba e Tencent.

trump wall streetTRUMP WALL STREET
Un' altra forza naturale di questo tipo è rappresentata dalle esternalità di rete degli agglomerati, come ha segnalato Paul Collier nel suo The Future of Capitalism. Le aree metropolitane di successo come Londra, New York, la Bay Area in California, generano potenti meccanismi di feedback attirando e premiando persone di talento. Ciò va a svantaggio delle imprese e delle persone che restano nelle città che restano indietro. () Tuttavia, la rendita monopolistica non è solo il prodotto di queste tendenze economiche, naturali seppur preoccupanti. È anche il risultato della politica. Negli anni 70, negli Usa, il giurista Robert Bork sosteneva che il "benessere dei consumatori" dovrebbe essere l' unico obiettivo delle politiche antitrust.

BLOOMBERG BUSINESSWEEK FACEBOOKBLOOMBERG BUSINESSWEEK FACEBOOK
() L' effetto è stato una certa condiscendenza nei confronti del potere monopolistico, purché mantenesse i prezzi bassi. Ma gli alberi ad alto fusto privano gli alberelli della luce di cui hanno bisogno per crescere, e lo stesso vale per le aziende giganti. () L' evasione fiscale Un aspetto veramente disdicevole del principio della continua ricerca di accrescere le rendite è l' altissima evasione fiscale.

Le grandi imprese (e quindi anche i loro azionisti) traggono beneficio dai beni pubblici (sicurezza, sistemi legali, infrastrutture, forza lavoro istruita e stabilità sociopolitica) forniti dalle più potenti democrazie liberali del mondo, ma sono anche nella posizione perfetta per sfruttare le scappatoie fiscali, specialmente quelle aziende in cui è difficile determinare l' esatta localizzazione della produzione o dell' innovazione.

International Business Machines Corporation IBMINTERNATIONAL BUSINESS MACHINES CORPORATION IBM



Le maggiori sfide della tassazione per le grandi aziende sono rappresentate dalla concorrenza fiscale, l' erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili. La prima è visibile nel calo delle aliquote fiscali, le ultime nel trasferimento della proprietà intellettuale nei paradisi fiscali, nella crescita di debiti deducibili dalle imposte sugli utili maturati nelle giurisdizioni a tassazione più elevata e, infine, nella manipolazione dei prezzi di trasferimento tra un' impresa e l' altra.

salvini orbanSALVINI ORBAN
Uno studio del Fmi del 2015 ha calcolato che l' erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili hanno ridotto le entrate annuali a lungo termine nei Paesi Ocse di circa 450 miliardi di dollari (ossia l' 1% del Pil) e nei Paesi non Ocse di poco più di 200 miliardi di dollari (l' 1,3% del Pil). Si tratta di cifre significative nel contesto di una tassazione che nel 2016, nei Paesi Ocse, è cresciuta in media soltanto del 2,9% del Pil, e solo del 2% negli Usa.

Brad Setser del Council on Foreign Relations mostra che le società statunitensi registrano profitti 7 volte superiori nei piccoli paradisi fiscali (Bermuda, Indie occidentali britanniche, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Singapore e Svizzera) rispetto a quelli ottenuti in 6 grandi economie (Cina, Francia, Germania, India, Italia e Giappone). Questo è ridicolo. ()

manifestazione a milano contro salvini e orban 20MANIFESTAZIONE A MILANO CONTRO SALVINI E ORBAN 
In tutti questi casi, le rendite non vengono semplicemente sfruttate. Vengono create attraverso pressioni per creare scappatoie fiscali distorsive sleali e dirette contro le basilari normative che regolano fusioni, pratiche anti-concorrenziali, comportamenti finanziari scorretti e che tutelano l' ambiente e il mercato del lavoro. Le lobby delle grandi aziende sopraffanno gli interessi dei comuni cittadini. ()

populismoPOPULISMO





Non da ultimo, poiché alcune economie occidentali sono diventate più latinoamericane nella distribuzione dei redditi, anche la loro politica è diventata più latinoamericana. Alcuni dei nuovi populisti occidentali riflettono su cambiamenti radicali, ma necessari, nelle politiche di concorrenza, leggi e fiscalità. Ma altri si affidano alle sirene xenofobe e continuano a promuovere un capitalismo truccato per favorire una piccola élite. Tutte queste attività potrebbero anche finire, intendiamoci, e sarebbe la morte stessa della democrazia liberale.

Populismo webPOPULISMO WEB



I membri della Business Roundtable e i loro pari hanno questioni importanti da porsi.
() Dovranno chiedersi come questa constatazione andrà a influire nel modo in cui sono abituati a fissare le loro retribuzioni e ad avvalersi (anzi, a creare attivamente) delle scappatoie fiscali e normative.

Dovranno, non da ultimo, riconsiderare le loro attività nell' arena pubblica. Cosa stanno facendo per garantire, per esempio, migliori leggi per il governo delle grandi imprese, un sistema fiscale equo ed efficace, una rete di sicurezza per chi viene colpito da forze economiche che trascendono il suo controllo, un ambiente locale e globale più sano e una democrazia capace di rispondere ai desideri dell' ampia maggioranza?
POPULISMO - SALVINI LE PEN . PETRYPOPULISMO - SALVINI LE PEN . PETRY

Abbiamo bisogno di un' economia capitalistica dinamica, che dia a tutti la legittima convinzione di poter partecipare ai benefici. Quello che invece sembriamo avere di fronte adesso è sempre più spesso un capitalismo della rendita instabile, dove la concorrenza è indebolita e la crescita della produttività langue, la disuguaglianza è elevata. Il tutto, non a caso, in un contesto democratico sempre più degradato. () I nostri sistemi economici e politici devono cambiare il loro modo di funzionare, altrimenti soccomberanno. Fonte: qui

lunedì 24 dicembre 2018

Il percorso verso la depressione globale

L'economia mondiale non ha mai affrontato una situazione più pericolosa. Mentre molti hanno appena iniziato a discutere se una recessione inizierà nel 2019 o nel 2020, pochissimi percepiscono il "buco nero" in cui l'economia globale sta per essere risucchiata ...
Il buco ha due principali "forze gravitazionali": l'ampia diffusione del rischio e la stagnazione della crescita della produttività. La banca centrale che si intromette con i loro programmi di acquisto di obbligazioni (QE) ha seriamente distorto i prezzi nei mercati dei capitali, il che significa che anche il rischio è stato erroneamente valutato in grande scala. Anche le implicazioni e le ripercussioni del periodo di sei anni di stagnazione della crescita della produttività globale non sono state comprese. Questi sviluppi intrecciati porteranno l'economia mondiale in una grave crisi economica, una depressione globale.

Non vedere alcun rischio, non sentire alcun rischio

Abbiamo dedicato la maggior parte del  numero  di marzo della nostra Q-review per spiegare in che modo i programmi di acquisto di attività (QE) delle banche centrali hanno creato un ambiente che incoraggia l'assunzione di rischi, la leva finanziaria e la ricerca di rendimento. Al centro di tutto ciò vi è la soppressione dei rendimenti sui beni considerati sicuri, in particolare i titoli di stato, che sono stati l'obiettivo principale dei loro programmi di QEIl QE ha creato un impulso straordinario e pluriennale di liquidità artificiale della banca centrale costretta nel sistema finanziario. Mentre le principali banche centrali continuavano a pompare, alla fine ha finito per aumentare il prezzo di quasi ogni singola classe di attività nel mondo con la possibile eccezione dei metalli preziosi.
Mentre la leva finanziaria può essere di solito misurata con una certa metrica adeguata (come il debito-reddito o -equity), la valutazione del rischio finanziario richiede un punto di riferimento considerato privo di rischio. Questo crea un problema sconcertante, perché i programmi di QE delle banche centrali hanno creato una situazione in cui non abbiamo punti di riferimento non manipolati che ci dicano quale sia il tasso di rendimento "senza rischi". Quindi, attualmente non c'è modo di dire la differenza tra attività che possono essere considerate sicure e quelle che non possono, e quindi nessun modo per misurare il rischio di un'attività finanziaria con una ragionevole certezza. Il vero rischio si rivelerà solo dopo che la liquidità artificiale indotta dalla banca centrale si ritirerà e la bolla immobiliare scoppierà. Quando ciò accade, è probabile che vedremo i bilanci di numerose banche, società, i governi e le famiglie si deteriorano in insolvenza. Purtroppo, le banche centrali hanno effettivamente creato Black Swans, eventi su larga scala sconosciuti e imprevedibili, che minacciano di indebolire i mercati finanziari.

'La grande stagnazione'

La massiccia intromissione dal mercato ha lasciato l'economia globale sia meno dinamica (innovativa) che più fragile. I salvataggi di banche e imprese in difficoltà combinate con una politica monetaria straordinariamente allentata hanno creato un periodo prolungato di crescita stagnante della produttività totale dei fattori (TFP), una "grande stagnazione".
Figura. Tassi di crescita regionali e globali della produttività totale dei fattori (TFP) in punti percentuali. Fonte: GnS Economics, Conference Board
La stagnazione nella crescita della produttività dimostra che le aziende non sono state in grado di aumentare l'efficacia della loro produzione (produttività), il principale  motore di miglioramenti durevoli degli standard di vitaIn questo modo mostra, effettivamente, la  "zombificazione"  dell'economia globale.
Quando i tassi di interesse aumentano e la disponibilità di credito diminuisce, gli "zombi", cioè le società con bilanci eccessivamente indebitati incapaci di coprire i costi degli interessi, inizieranno a fallireLa bancarotta del conglomerato globale di Steinhoff lo scorso anno e le finanze del gigante aziendale statunitense General Electric sono i primi segnali di questo. Il destino di GE e Steinhoff sarà condiviso da molti quando la crisi entrerà in azione. Ad esempio, si stima che  oltre il 14%  delle aziende dello S & P 1500 siano zombi.
Questa diminuzione del tasso di crescita della produttività mostra anche che l'economia mondiale non è stata in grado di crescere organicamente, ma è dipesa   dallo stimolo continuo (che ha peggiorato il problema). Quando questo stimolo viene ritirato, l'economia collasserà.

Nella depressione

Attualmente, l'economia globale affronta le minacce da tre fronti.
  • Il rallentamento della Cina minaccia di rimuovere il supporto critico per i settori di esportazione e importazione globali, che interesseranno in particolare l'Eurozona. Alla fine, il rallentamento in Cina si trasformerà in un "atterraggio duro" (vedi  Q-review 2/2017 ).
  • Ritirare la liquidità artificiale della banca centrale globale rischia di far crollare il mercato globale delle attività e del credito (vedi  Q-review 1/2018 ).
  • L'aumento dei tassi di interesse e l'inasprimento delle condizioni monetarie minacciano di far crollare il settore aziendale globale zombificato (si veda, ad esempio,  Q-review 3/2017 ).
Questi colpiranno tutti i lati dell'economia globale, invertendo la crescita del commercio globale, dei flussi finanziari e del reddito. Non c'è assolutamente nessun altro fine a questo di una depressione globale.

lunedì 5 novembre 2018

Nuovi choc finanziari sistemici? Lo teme anche il Fondo Monetario Internazionale


Non c’è mai stata “grande simpatia” per il Fondo Monetario Internazionale. Le sue politiche e le condizioni imposte hanno fortemente indebolito le economie di molti paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, ma non solo.
Ciò nonostante, i suoi recenti report, il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report, sono interessanti e condivisibili. Evidenziano l'emergere di nuovi rischi sistemici e "le grandi sfide per l'economia globale al fine di evitare una seconda Grande Depressione".
Il Fondo si chiede anzitutto se "la nuova architettura finanziaria", creatasi in questi anni, sia sufficiente e sicura. Poi elenca "le nubi che appaiono all'orizzonte": una ripresa globale ineguale e non equilibrata; i dazi e le altre tensioni commerciali; la crescita preoccupante dello "shadow banking", soprattutto negli Usa e in Cina, fino a 70.000 miliardi di dollari; l'indebolimento del multilateralismo e il pericoloso aumento delle decisioni unilaterali. A ciò si aggiungono la caduta negli investimenti, la carenza di capitali e il calo di produttività nelle varie economie.
Allo stesso tempo, però, i mercati finanziari sono rimasti "vivaci" e stranamente indifferenti ai rischi di un improvviso irrigidimento delle condizioni finanziarie. Infatti, il progressivo accantonamento dei Quantitative easing, l'aumento dei tassi di interessi della Federal Reserve, il dollaro più forte e la politica dei dazi stanno provocando maggiori pressioni del mercato in molte economie emergenti, determinando forti fughe di capitali. Il Fondo stesso stima già che esse potrebbero superare i 100 miliardi di dollari in breve periodo.
Le conseguenze sono già visibili: forti svalutazioni di alcune monete, crescenti difficoltà nel finanziamento dei debiti con l'estero e un profondo cambiamento nel portfolio titoli di alcune economie emergenti.
In particolare è il caso dell'Argentina, del Brasile e della Turchia che, nei mesi scorsi hanno subito una svalutazione monetaria a due cifre. Per l'Argentina il Fondo ha già stanziato 57 miliardi di dollari per evitare una nuova bancarotta.
Il "forte appetito al rischio" finora ha mascherato le sfide che i mercati emergenti dovranno affrontare, se le condizioni finanziarie dovessero peggiorare. In tale evenienza, afferma il Fmi, il pericolo di contagio sarebbe inevitabile.
Le politiche finanziarie restrittive metterebbero inevitabilmente in discussione il sistema globale. L'intero debito mondiale, senza contare quello del settore bancario e finanziario, è cresciuto fino al 250% dl pil. Era del 200% nel 2008. Nei citati report si evidenzia che le borse e i valori di certi asset, come gli immobili e altri titoli, sono fortemente sopravalutati.
Al recente meeting annuale del Fmi, tenutosi sull'isola indonesiana di Bali, la direttrice Christine Lagarde, ha quantificato tale debito in 182.000 miliardi di dollari.
Secondo i report, la liquidità immessa dai Quantitative easing a tasso zero avrebbe fatto emergere "una nuova struttura di mercato". Essa, però, deve essere ancora "messa alla prova" per verificare la sua capacità di assorbire nuovi choc.
Nonostante gli aumenti di capitale e le altre misure di garanzia, il sistema bancario internazionale resta, quindi, esposto ai rischi rappresentati dagli alti debiti contratti dai governi, dalle imprese e dalle famiglie
Inoltre nel sistema vi sono troppi "asset opachi e illiquidi" con un uso esagerato di fondi in valute estere.
Pertanto, secondo il Fmi, ancora oggi l'85% delle 24 economie coinvolte nella crisi bancaria del 2008, 18 delle quali erano del settore avanzato, manifesta deviazioni negative rispetto al trend precedente la crisi. Il livello produttivo di oltre il 60% delle citate 24 economie resta ancora sotto i livelli di prima della crisi.
L'Italia, purtroppo, è uno di questi paesi.
Il Fondo fa un appello a rivedere globalmente le regole del sistema economico-finanziario, resistendo alle pressioni di quanti vorrebbero, invece, cancellare anche quelle poche finora realizzate.
Un auspicio condivisibile. Soprattutto se si considera che molti strumenti finanziari utilizzati per fronteggiare la crisi del 2008-9 non sono più disponibili.
Fonte: qui

giovedì 26 aprile 2018

Non è il tempo l’unità di misura del lavoro

Siamo nel 2018 e secondo alcune ricerche e pareri, entro il 2020 o 2030, circa il 50% della forza lavoro di economie sviluppate come gli Stati Uniti lavorerà interamente da casa.

Da un lato continuo a leggere di questo crescente e logico trend. Poi parlo con colleghi, ex compagni di università, direttori HR di altre aziende e scopro due cose: che la maggioranza dei loro lavori, prevalentemente di concetto, sostanzialmente possono essere svolti ovunque con una connessione internet. E che tuttavia gli viene richiesta la presenza sul luogo di lavoro.
Insomma, si continua a fare una gran confusione fra produttività e risultati, ed un semplice baratto del proprio tempo per denaro. In Paesi come l’Italia, il sistema intricato di sindacati, giudici di parte, leggi del lavoro obsolete, di fatto impedisce l’evoluzione verso un sistema dove si possa remunerare il risultato e la voglia di crescere da un lato, e tagliare le tutele ai fannulloni, parassiti e disonesti.

Ma al di là delle leggi, persiste ancora un problema di mentalità globale. Infatti negli ultimi anni, lavorando fra Hong Kong e Singapore ho riscontrato lo stesso problema, nonostante in questi paesi le leggi sul lavoro siano estremamente permissive, consentendo all’azienda di licenziare un dipendente in due settimane di preavviso senza motivi particolari. In un contesto del genere non dovrebbe esserci il minimo problema nel monitorare il risultato dell’individuo, piuttosto che esigere un assurdo baratto tempo-denaro.

E invece questo problema di mentalità evidentemente richiede decenni per essere rimosso dal bagaglio culturale derivante probabilmente dal passaggio da economie di manifattura (dove il tempo equivale più o meno al denaro) a economie spostate sui servizi.
Per citare un esempio, mi telefona un head hunter per propormi un ruolo nel talent management, area di cui mi occupo ma in modo marginale. E mi chiede: “che percentuale del tuo tempo dedichi al talent management?”. E io: circa il 30%. A questo punto lui ritiene di non proseguire perchè il Director cerca una figura molto specializzata che si occupi di ciò al 100%. E io dico: “non vedo il problema. Lo so fare. So come gestire il ciclo annuale, l’ho fatto una volta, l’ho fatto due, posso farlo cento. Posso dedicarmici al 100%”. Ma niente. L’head hunter, uno che dovrebbe occuparsi di trovare le persone giuste per i ruoli giusti (forse in un mondo ideale…), voleva uno che già lo facesse al 100%.

Insomma gli interessava non solo quanto tempo dedicassi al talent management, a prescindere se poi metà di quel tempo lo usassi per giocare a solitario, ma addirittura la percentuale del totale. Che ovviamente più uno è produttivo, più viene diluita nelle altre attività che fa!

Per capire l’assurdità di questo modo di ragionare – usare il tempo come unità di misura per il lavoro – prendiamo l’esempio sopra e immaginiamolo applicato allo sport.

“Salve mi chiamo Michael Jordan”. “Salve. Cerchiamo una guardia da punti, lei lo fa?”. “Si, la faccio, ma ogni tanto. Soprattutto gioco ala piccola”. “Ah no mi dispiace, ne prendiamo uno scarso piuttosto, perchè il coach vuole proprio uno che già faccia l’ala piccola”. “Scusi, ma l’ho fatta, la so fare, basta che mi mettete lì e mi date la palla, poi io lo faccio eh”. “No mi dispiace, serve uno che l’abbia fatto a tempo pieno”. Per chi non seguisse il basket, nella stagione in cui Jordan fece la guardia da punti, viaggiò a una media di quasi 34 punti, 11 assist e 11 rimbalzi per partita…

Ovviamente poi il risultato non viene nemmeno contemplato. Insomma, rimanendo nella metafora cestistica sarebbe come chiedere: “Scusi lei tira da tre punti?”. “Si’”. “E sul totale dei tiri che fa in una partita, quanti sono quelli da tre?”. “Mah sono circa l’80%. Peccato che non ne segno neanche uno”. “Va benissimo così, la assumiamo, ci serve proprio uno che tiri da tre”. E magari già che ci siamo scartiamo anche un altro candidato che da tre tira solo una volta su cinque, ma non ne sbaglia mai uno?

Ecco, nel mondo dello sport le statistiche sono chiare, mentre nella vita e nel lavoro, a tutte le latitudini c’è tanta gente che parla molto bene e che passa il tempo – in percentuali varie – a tirare da tre senza neanche toccare il ferro

O a fare finta di tirare e accampare scuse. E poi ci sono alcuni, di solito pochi, che da tre la mettono dentro. E allora questo dovremmo fare ora che la tecnologia ce lo consente: passare meno tempo a ciondolare per il campo, creare leggi che aiutino a liberarsi di chi marca solo presenza, lasciare che la gente si alleni nel campo che preferisce, quando e come vuole, nel lavoro, nella vita, come nello sport. E a prescindere dall’ambito, dai tempi e dalla location, guardare solo a una cosa: se quel benedetto tiro da tre lo infili nel canestro.

Fonte: qui