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giovedì 26 aprile 2018

Non è il tempo l’unità di misura del lavoro

Siamo nel 2018 e secondo alcune ricerche e pareri, entro il 2020 o 2030, circa il 50% della forza lavoro di economie sviluppate come gli Stati Uniti lavorerà interamente da casa.

Da un lato continuo a leggere di questo crescente e logico trend. Poi parlo con colleghi, ex compagni di università, direttori HR di altre aziende e scopro due cose: che la maggioranza dei loro lavori, prevalentemente di concetto, sostanzialmente possono essere svolti ovunque con una connessione internet. E che tuttavia gli viene richiesta la presenza sul luogo di lavoro.
Insomma, si continua a fare una gran confusione fra produttività e risultati, ed un semplice baratto del proprio tempo per denaro. In Paesi come l’Italia, il sistema intricato di sindacati, giudici di parte, leggi del lavoro obsolete, di fatto impedisce l’evoluzione verso un sistema dove si possa remunerare il risultato e la voglia di crescere da un lato, e tagliare le tutele ai fannulloni, parassiti e disonesti.

Ma al di là delle leggi, persiste ancora un problema di mentalità globale. Infatti negli ultimi anni, lavorando fra Hong Kong e Singapore ho riscontrato lo stesso problema, nonostante in questi paesi le leggi sul lavoro siano estremamente permissive, consentendo all’azienda di licenziare un dipendente in due settimane di preavviso senza motivi particolari. In un contesto del genere non dovrebbe esserci il minimo problema nel monitorare il risultato dell’individuo, piuttosto che esigere un assurdo baratto tempo-denaro.

E invece questo problema di mentalità evidentemente richiede decenni per essere rimosso dal bagaglio culturale derivante probabilmente dal passaggio da economie di manifattura (dove il tempo equivale più o meno al denaro) a economie spostate sui servizi.
Per citare un esempio, mi telefona un head hunter per propormi un ruolo nel talent management, area di cui mi occupo ma in modo marginale. E mi chiede: “che percentuale del tuo tempo dedichi al talent management?”. E io: circa il 30%. A questo punto lui ritiene di non proseguire perchè il Director cerca una figura molto specializzata che si occupi di ciò al 100%. E io dico: “non vedo il problema. Lo so fare. So come gestire il ciclo annuale, l’ho fatto una volta, l’ho fatto due, posso farlo cento. Posso dedicarmici al 100%”. Ma niente. L’head hunter, uno che dovrebbe occuparsi di trovare le persone giuste per i ruoli giusti (forse in un mondo ideale…), voleva uno che già lo facesse al 100%.

Insomma gli interessava non solo quanto tempo dedicassi al talent management, a prescindere se poi metà di quel tempo lo usassi per giocare a solitario, ma addirittura la percentuale del totale. Che ovviamente più uno è produttivo, più viene diluita nelle altre attività che fa!

Per capire l’assurdità di questo modo di ragionare – usare il tempo come unità di misura per il lavoro – prendiamo l’esempio sopra e immaginiamolo applicato allo sport.

“Salve mi chiamo Michael Jordan”. “Salve. Cerchiamo una guardia da punti, lei lo fa?”. “Si, la faccio, ma ogni tanto. Soprattutto gioco ala piccola”. “Ah no mi dispiace, ne prendiamo uno scarso piuttosto, perchè il coach vuole proprio uno che già faccia l’ala piccola”. “Scusi, ma l’ho fatta, la so fare, basta che mi mettete lì e mi date la palla, poi io lo faccio eh”. “No mi dispiace, serve uno che l’abbia fatto a tempo pieno”. Per chi non seguisse il basket, nella stagione in cui Jordan fece la guardia da punti, viaggiò a una media di quasi 34 punti, 11 assist e 11 rimbalzi per partita…

Ovviamente poi il risultato non viene nemmeno contemplato. Insomma, rimanendo nella metafora cestistica sarebbe come chiedere: “Scusi lei tira da tre punti?”. “Si’”. “E sul totale dei tiri che fa in una partita, quanti sono quelli da tre?”. “Mah sono circa l’80%. Peccato che non ne segno neanche uno”. “Va benissimo così, la assumiamo, ci serve proprio uno che tiri da tre”. E magari già che ci siamo scartiamo anche un altro candidato che da tre tira solo una volta su cinque, ma non ne sbaglia mai uno?

Ecco, nel mondo dello sport le statistiche sono chiare, mentre nella vita e nel lavoro, a tutte le latitudini c’è tanta gente che parla molto bene e che passa il tempo – in percentuali varie – a tirare da tre senza neanche toccare il ferro

O a fare finta di tirare e accampare scuse. E poi ci sono alcuni, di solito pochi, che da tre la mettono dentro. E allora questo dovremmo fare ora che la tecnologia ce lo consente: passare meno tempo a ciondolare per il campo, creare leggi che aiutino a liberarsi di chi marca solo presenza, lasciare che la gente si alleni nel campo che preferisce, quando e come vuole, nel lavoro, nella vita, come nello sport. E a prescindere dall’ambito, dai tempi e dalla location, guardare solo a una cosa: se quel benedetto tiro da tre lo infili nel canestro.

Fonte: qui

mercoledì 22 novembre 2017

LA FINLANDIA DI KATAINEN, BUCO NERO DELL’EUROZONA PER DISOCCUPAZIONE, CROLLO DEL PIL, TAGLIO STIPENDI, AUMENTO TASSE


Il “mitico” commissario "Super Pallonaro" della UE Katainen ha alzato per l’ennesima volta il ditino contro l’Italia colpevole di “non fare abbastanza” per abbattere il debito pubblico e risanare i conti. Di questo personaggio ci siamo già occupati nel lontano 2014. Anche in quel caso, questo oligarca aveva attaccato pesantemente l’Italia, dimenticandosi del disastro di casa sua, la Finlandia.
Educazione vorrebbe che prima di criticare qualcuno, si guardasse alle erbacce del proprio orticello; e di piante infestanti, in Finlandia ce ne sono parecchie, tanto che viene sempre più considerata dalla stampa come il “nuovo caso Grecia”. E sapete il merito di chi è? Esatto, proprio di Katainen e delle sue folli e strampalate tesi economiche neoliberiste, quelle che stanno distruggendo il tessuto sociale dell’intera unione europea e della zona euro in particolare.
Vediamo quindi nel dettaglio i “successi” ed i “compiti a casa” svolti da questo inqualificabile politico:
– Disoccupazione in costante aumento: dal 6% del 2008 al 9,4% del 2017 (certo, sempre meglio della sgangherata Italia, ma abbiamo anche numeri di popolazione ben diversi)
– Crollo del Pil, che è ancora lontano dal livello pre crisi (esattamente come l’Italia tanto detestata da Katainen)
– Decisione di comprimere i diritti dei lavoratori per abbattere i salari (Germania docet) in modo da aumentare le esportazioni a scapito dei consumi interni. D’altra parte quello che conta sono gli utili delle aziende, mica il benessere dei cittadini ed il “mitico” pareggio di bilancio
– Aumento delle tasse
Se pure un quotidiano filo ue e filo euro come LaRepubblica arriva a titolare “Finlandia: crisi senza fine. Ecco perché rischia di diventare la Grecia del nord”, vuol dire che la situazione è drammatica.
Bene, sappiate che Katainen, in Finlandia non è un signor nessuno, dato che ne è stato primo ministro ed uno degli artefici di questo disastro. Ed un individuo del genere ha il coraggio di venire a dettar legge nei nostri confini? A prescindere che un simile personaggio NON dovrebbe più ricoprire ruoli pubblici, a che titolo viene a dare consigli al nostro paese quando le sue ricette si sono già dimostrate fallimentari?
Avessimo un governo ed una classe politica degna di questo nome, avremmo già risposto per le rime a siffatto individuo, rispedendogli a stretto giro di posta i suoi “consigli” e le sue “lettere e raccomandazioni”. Tuttavia, al momento, non abbiamo una classe politica, bensì dei politicanti troppo presi a cercare di salvare i propri privilegi e le proprie posizioni di potere a discapito dell’interesse nazionale, che prevede due soli passi: uscita dall’euro e dalla ue. Tutto il resto è assolutamente dannoso e controproducente per il Paese e per i suoi cittadini.
D’altra parte, basta confrontare i tassi di crescita dei paesi no euro della ue con quelli che adottano il sistema di cambi fissi (l’euro NON è un a moneta unica, ma solo un rapporto di cambi fissi come lo era lo SME!) per rendersi conto di quanto questo rappresenti una zavorra intollerabile alla crescita e, dato ancor più impietoso, i dati dei pasi extra ue con quelli dell’unione.
L’URSS è finita quando la miseria dei cittadini è diventata intollerabile: è auspicabile che questa ue venga smantellata prima di arrivare a quella situazione; nel frattempo è opportuno che alle prossime elezioni venga data forza a partiti in grado di rispondere per le rime al Katainen di turno.
Fonte: qui

P.S. se non sono dei falliti, non possono lavorare per la UE.