giovedì 5 ottobre 2017
DOPO I SILENZI DEL “BAIL IN”, LA BANKITALIA ALZA LA VOCE CONTRO LA BCE
VIA NAZIONALE CONTRO LA PROCEDURA DI SVALUTAZIONE DELLE SOFFERENZE ELABORATA A FRANCOFORTE
SE DOVESSE PASSARE, IL CONTO PER GLI ISTITUTI ITALIANI SAREBBE DI 8-10 MILIARDI
Rosario Dimito per il Messaggero
Stretta ulteriore della Vigilanza Bce sui crediti deteriorati delle banche europee che riaccende le divergenze con alcune banche centrali nazionali, tra le quali Bankitalia. L'indicazione dell'organo presieduto da Danièle Nouy è di rafforzare ulteriormente i criteri con cui vengono coperti i nuovi crediti deteriorati, alzando al 100% le coperture dopo 2 anni di vintage se i crediti sono non garantiti (unsecured) e dopo 7 anni di vintage se sono garantiti (secured).
Oggi dovrebbe essere posta in consultazione l'ultima versione delle linee guida che prevedranno un giro di vite sulle svalutazioni relative ai nuovi flussi di crediti anomali mediante alcune applicazioni automatiche che, come conseguenza, potrebbe rallentare la riapertura del rubinetto delle banche per assecondare la ripresa economica. Queste istruzioni contenute nella bozza dell'addendum, datata 1 settembre, alle linee guida della Banca centrale europea sono destinate a gettare benzina sul fuoco. Il documento consentirà alle banche, associazioni, accademici, Autorità di formulare commenti e apportare suggerimenti.
LA ZAVORRA
«Le banche italiane si stanno liberando della pesante zavorra accumulata nei durissimi anni di recessione dell'economia reale», ha detto durante un convegno a Milano della scorsa settimana sul Fintech, il vice direttore generale di Bankitalia Fabio Panetta che è anche membro del Supervisory board della Bce, più volte critico rispetto alla mano dura della Nouy contro gli istituti, «I prestiti deteriorati si stanno riducendo a ritmi che solo pochi mesi fa alcuni ritenevano irraggiungibili. L'attività di vigilanza deve ora proseguire in maniera graduale evitando impulsi prociclici - ha proseguito Panetta, facendo intendere la linea morbida da utilizzare per favorire la ripresa - accompagnando questo miglioramento e consentendo agli intermediari di tornare a finanziare in pieno l'economia italiana».
Il giro di vite che la Vigilanza vuole imporre, contrasta con questo approccio. Secondo stime autorevoli anche se ancora approssimative, l'innalzamento delle coperture potrebbe provocare in un triennio almeno altri 8-10 miliardi di altri accantonamenti.
Eppure le banche italiane ad agosto hanno ridotto lo stock delle sofferenze nette a 65,8 miliardi, il valore più basso da marzo 2013. «Nessun valutatore internazionale si aspettava una massiccia e rapida riduzione delle sofferenze - spiega Antonio Patuelli, presidente dell'Abi - è possibile si vada avanti con questo ritmo e in tal caso l'Italia stupirà il mondo. L'importante, puntualizza il leader dell'Abi, «è bloccare il terremoto normativo». Un siluro evidente alla recrudescenza e stillicidio delle regole sul credito. Anche il governatore Ignazio Visco ha preso di recente posizione. «Le regole servono - ha detto qualche giorno fa - è importante che siano ben disegnate».
Le banche della zona euro hanno oltre 1.000 miliardi di npl che appesantiscono i loro bilanci e frenano l'erogazione del credito, un problema per la Bce dato che la debole crescita delle attività annulla lo stimolo che la banca cerca di dare tenendo bassi i tassi. «Ora che la situazione economica è molto migliorata», ha spiegato la presidente Nouy nei giorni scorsi anticipando il senso dei criteri, «dobbiamo vedere un progresso molto significativo nel caso degli npl».
Le linee guida di imminente varo non sono vincolanti. Bce però potrebbe pretendere che le banche motivino i comportamenti difformi compilando un report sulla compliance ogni anno. Le regole si applicano ai nuovi crediti anomali a partire dall'1 gennaio 2018 e lo stock dei vecchi crediti deteriorati sarà trattato con vintage pari a zero, quindi fra sette anni (se secured) dovranno essere essere svalutati del 100%. Il vintage è il tempo trascorso da quando un credito entra tra i deteriorati. Il documento parla di «almeno un sentiero lineare» fino al raggiungimento dell'obiettivo prudenziale nel corso dei sette anni, quindi gli istituti dovranno ripartirli pro rata annuale.
Fonte: qui
IL JOBS ACT NON ENTRA IN PARLAMENTO E I PARLAMENTARI SI ARRANGIANO COME AL SOLITO!
MA QUALE JOBS ACT?
PURE IN PARLAMENTO LA RIFORMA HA FALLITO...
INFATTI I PORTABORSE DI DEPUTATI E SENATORI SONO STATI ASSUNTI CON FINTE PARTITE IVA, O CON CONTRATTI “CO.CO.CO” O A TEMPO DETERMINATO
PRENDONO FRA GLI 800 ED I 1200 EURO AL MESE. MA PER LE COLLABORAZIONI I PARLAMENTARI RICEVONO 3.900 EURO AL MESE
Antonella Baccaro per il Corriere della Sera
Una borsa, un badge e un passo svelto. I collaboratori parlamentari attraversano i corridoi che contano al seguito di un onorevole avvolti da un velo di mistero. Quanti sono? Come vengono pagati? A questa domanda hanno tentato per la prima volta di dare una risposta, nel luglio scorso, i questori della Camera Stefano Dambruoso (Civici e Innovatori) e Paolo Fontanelli (Mdp). «Il dato complessivo che ci risulta è di 612 contratti - riportò allora il Sole 24 Ore - dei quali 315 (51%) di collaborazione. Mentre gli altri sono suddivisi tra 150 contratti di lavoro subordinato (25%) e 147 autonomi (24%). Non sono disponibili per ora cifre sugli importi».
Stime di questo tipo non sono ancora state fatte al Senato ma è ragionevole ipotizzare che i numeri vadano dimezzati. Circa la retribuzione, nel silenzio dell' ufficialità, è l' Aicp, Associazione dei collaboratori parlamentari, a dare qualche cifra: la stima oscilla tra gli 800 e 1.200 euro mensili netti.
I tipi di contratto in essere sono almeno tre: vecchi co.co.co, finte partite Iva travestite da consulenze e contratti a tempo determinato. «A volte qualcuno di noi finisce per lavorare per due-tre parlamentari contemporaneamente - spiega il vicepresidente di Aicp, Josè De Falco - altrimenti non si arriverebbe a fine mese».
Il problema della retribuzione è centrale in questa vicenda: il budget mensile a disposizione dei parlamentari per pagare i collaboratori è pari a 3.690 euro alla Camera e a 4.180 euro al Senato. Si tratta di «spese per le attività istituzionali», vale a dire, consulenze, convegni, sostegno alle attività politiche sul territorio, utilizzo di banche-dati, ecc.
Funziona in questo modo: la cifra viene erogata per l' intero subito e poi solo per metà deve essere rendicontata quadrimestralmente; l' altra metà invece è erogata forfettariamente. Decidere quanta parte di questo budget riservare al collaboratore sta a ogni parlamentare che ha anche l' obbligo di depositare presso gli uffici competenti il contratto del proprio assistente, scegliendo il tipo. «Quello che accade molto spesso - racconta De Falco - è che ai collaboratori vengano riservate le briciole».
Eppure le promesse non sono mancate. Ad esempio, lo stesso Dambruoso, presentando i dati aveva rinviato a una settimana dopo ulteriori rivelazioni, in concomitanza con la presentazione della relazione sul bilancio della Camera per il triennio. In realtà niente altro è stato svelato, mentre nella relazione si legge che «i deputati questori hanno ulteriormente approfondito il tema della disciplina del rapporto di lavoro tra deputato e collaboratore, tenuto conto delle soluzioni individuate dai principali Paesi europei, e confermano che l' attuale situazione di bilancio non consente di destinare al pagamento diretto delle retribuzioni dei collaboratori da parte dell' Amministrazione risorse finanziarie equivalenti a quelle impiegate negli altri Parlamenti».
Ma qual è lo schema seguito dall' Ue? Il parlamentare sceglie in autonomia il tipo di contratto ma questo poi viene stipulato dall' amministrazione. Un modo semplice per rendere trasparenti retribuzioni e contratti che ora, per lo più, non prevedono tutele per malattie e maternità e ovviamente neanche tredicesima. Un disegno di legge che ci permetterebbe di raggiungere lo standard europeo è all' esame da tempo della commissione Lavoro alla Camera.
«Sì, ma basterebbe che l' ufficio di presidenza ci convocasse per raggiungere un accordo» auspica il vicepresidente Aicp. Ieri la presidente della Camera Laura Boldrini ha incoraggiato l' ufficio di presidenza a muoversi in questo senso. Sperando sia la volta buona.
Fonte: qui
PURE IN PARLAMENTO LA RIFORMA HA FALLITO...
INFATTI I PORTABORSE DI DEPUTATI E SENATORI SONO STATI ASSUNTI CON FINTE PARTITE IVA, O CON CONTRATTI “CO.CO.CO” O A TEMPO DETERMINATO
Fonte: qui
VENEZIA: MOSE, STORIA DI UN GRANDE FALLIMENTO
DOVEVA ENTRARE IN FUNZIONE NEL 2011 E NON SI VEDRA’ PRIMA DEL 2022
I COSTI SONO LIEVITATI DA 1,6 A 5,5 MILIARDI
TUTTA L'OPERA È STATA SEGNATA DA EPISODI DI CORRUZIONE, CON UN GIRO DI MAZZETTE PER COPRIRE LAVORI E OPERE MAL PROGETTATI E PEGGIO REALIZZATI
Roberto Giovannini per “la Stampa”
II cassoni subacquei sono intaccati dalla corrosione, da muffe, e dall' azione (davvero non si poteva prevedere?) dei peoci , le umili cozze. Le paratoie già posate in mare non si alzano per problemi tecnici. Quelle ancora da montare, lasciate a terra, si stanno arrugginendo per la salsedine nonostante le vernici speciali; chissà che accadrà quando saranno posate sul fondale.
La storia del MOSE (la sigla sta per Modulo Sperimentale Elettromeccanico), il sistema di paratoie mobili concepite nel lontano 1981 per proteggere in modo sicuro Venezia e il suo inestimabile patrimonio artistico dalle alte maree che invadono la Laguna provenienti dall' Adriatico, è davvero un' antologia degli orrori.
Invece di costare 1,6 miliardi di euro, ne è già costato 5,5; invece di entrare in funzione nel 2011, se tutto va bene partirà all' inizio del 2022.
Tutta l'opera è stata segnata da gravissimi episodi di corruzione, sanzionati in un processo che si è appena concluso e che ha rivelato un turbinoso giro di mazzette per coprire lavori e opere mal progettati e peggio realizzati. Ora poi si scopre ora che per completare l' opera e riparare le strutture già rovinate ci vorranno la bellezza di altri 700 milioni, più almeno altri 105 milioni di euro l' anno per garantirne il funzionamento e la manutenzione, soldi che non si sa chi dovrà sborsare.
Ma quel che è più paradossale, nonostante un esborso pazzesco, una volta in funzione il sistema di 78 paratie mobili chiuderà la porta alle maree eccezionalmente alte, da 110 centimetri a tre metri. Ma non potrà fare nulla per limitare i danni quando arrivano le «acque medio-alte», quelle tra gli 80 e i 100 centimetri, sempre più ricorrenti.
In realtà, dicono gli esperti, sin dall' inizio si sapeva che questo «gioiello di ingegneria nazionale» era stato pensato per fronteggiare situazioni estreme, come i 194 centimetri della tremenda alluvione del 4 novembre del 1966. Il sistema di paratoie mobili a scomparsa, poste alle cosiddette «bocche di porto» (i varchi che collegano la laguna con il mare aperto attraverso i quali si attua il flusso e riflusso della marea) di Lido, San Nicolò, Malamocco e Chioggia, potrà isolare temporaneamente la laguna di Venezia dal mare Adriatico, innalzandosi nel giro di cinque ore.
Ma nella zona di Piazza San Marco basta una pioggia un po' intensa - come l' 11 settembre - per allagare tutto.
A suo tempo, il Consorzio Venezia Nuova, l' organismo - oggi commissariato - che gestisce la realizzazione del MOSE, aveva proposto una costosissima operazione di isolamento completo di Piazza San Marco e della Basilica, con la posa di un' enorme guaina. Ma a breve la piazza sarà messa al sicuro fino a 110 centimetri di acqua alta con un intervento che costa solo 2 milioni di euro.
Tra cui speciali «tappi» di gomma e metallo nella Basilica per bloccare l' entrata della marea dal sottosuolo, e l' innalzamento dei masselli della piazza.
Insomma, non sempre il gigantismo paga. E quel che è peggio è che secondo una perizia commissionata dal Provveditorato alle Opere Pubbliche di Venezia, braccio operativo del Ministero delle Infrastrutture, il MOSE rischia cedimenti strutturali per la corrosione elettrochimica dell' ambiente marino e per l' uso di acciaio diverso da quelli dei test. Le cerniere che collegano le paratoie mobili alla base in cemento - ce ne sono 156, ognuna pesa 36 tonnellate, un appalto da 250 milioni affidato senza gara al gruppo Mantovani - sono ad altissimo rischio (probabilità dal 66 al 99 per cento) di essere già inutilizzabili.
Un controllo ha mostrato che le cerniere del MOSE di Treporti, sott' acqua da tre anni e mezzo, presentano già uno stato avanzato di corrosione. Nelle prove di questi mesi si sono viste paratoie che non si alzano, altre che non rientrano nella sede per i detriti accumulati, problemi alle tubazioni, un cassone esploso nel fondale di Chioggia.
Una nave speciale (costata 52 milioni) per trasportare le paratoie in manutenzione al rimessaggio in Arsenale ha ceduto al primo tentativo di sollevare una delle barriere.
Infine, uno studio del Cnr, che ha aggiornato la mappa del fondale della Laguna, oltre a scoprire nei fondali copertoni, elettrodomestici, relitti di barche, persino containers, avverte che le strutture già posate del MOSE hanno generato una preoccupante erosione dei fondali. Le opere pubbliche, specie quelle mirate a difendere il nostro territorio (a maggior ragione dal rischio climatico) sono fondamentali. Ma il MOSE è il simbolo di quel che non si deve fare.
Fonte: qui
L’UNIONE EUROPEA ‘STANGA’ AMAZON CON UNA SANZIONE DA 250 MILIONI DI EURO (2 BRUSCOLINI)
AMAZON HA USUFRUITO PER 10 ANNI DI UN SISTEMA FISCALE ‘AD HOC’ CHE GLI HA PERMESSO DI NON PAGARE UNA MONTAGNA DI TASSE
INDOVINATE CHI HA MESSO IN PIEDI QUESTA TRUFFA FISCALE?
JUNCKER, ALL’EPOCA PREMIER LUSSEMBURGHESE E OGGI PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA!
1. STANGATA UE SU AMAZON,RESTITUISCA 250MLN A LUSSEMBURGO
(ANSA) - Il Lussemburgo ha dato ad Amazon "vantaggi fiscali non dovuti per 250 milioni di euro", un comportamento "illegale perché le ha consentito di pagare molte meno tasse di altre aziende". In pratica "tre quarti dei suoi profitti non sono stati tassati" grazie ad un accordo fiscale (tax ruling) stretto nel 2003. Lo scrive la Commissione Ue al termine della sua indagine partita ad ottobre 2014, e chiede al Granducato di recuperare gli aiuti da Amazon.
2. AMAZON NEL MIRINO DELLA UE STANGATA PER EVASIONE FISCALE - L'ACCUSA: AVER USUFRUITO PER DIECI ANNI DI UN SISTEMA FISCALE "AD HOC" IN LUSSEMBURGO
Marco Bresolin per La Stampa
Dopo Apple, ora tocca ad Amazon. La Commissione europea presenterà oggi il conto alla società di Jeff Bezos, che per un decennio ha usufruito di un sistema fiscale "ad hoc" in Lussemburgo che le ha concesso di risparmiare parecchio. «Diverse centinaia di milioni di euro», secondo i calcoli del Financial Times, una cifra pari alle tasse dovute e non versate che ora dovrebbero andare nelle casse del Granducato. «Aiuti di Stato illegittimi», per l' Antitrust europeo, che ne chiede la restituzione.
Molto probabilmente sia l' azienda che il piccolo Stato fondatore dell' Ue contesteranno l' accusa. Perché lo "sconto", o meglio il trattamento di favore, è frutto di un regolare accordo fiscale (tax ruling) stipulato tra la società e il Lussemburghese nel 2003.
In quegli anni a capo del governo lussemburghese c' era Jean-Claude Juncker, attuale presidente della Commissione europea. La stessa istituzione che oggi - al termine di un' inchiesta iniziata tre anni fa - contesterà l' accordo perché avrebbe concesso benefici indebiti al gigante dell' e-commerce.
La vicenda ricalca grossomodo quanto successo un anno fa con il maxi-provvedimento ad Apple, condannata dalla Commissione a versare 13 miliardi di euro di tasse arretrate al governo irlandese.
Anche in quel caso il "trucco" usato dal colosso di Cupertino era frutto di accordi stipulati con il governo di Dublino. A breve dovrebbe concludersi un' altra indagine avviata da Bruxelles contro McDonald' s, sempre per tasse non pagate nel piccolo Granducato.
La sfida della web tax Questi casi non hanno nulla a che vedere con la maxi-multa inflitta a Google all' inizio dell' estate: 2,4 miliardi di euro per abuso di posizione dominante (secondo l' accusa, il servizio Google Shopping avrebbe sfavorito i concorrenti). Casi diversi, ma che vedono tutti contrapporsi Bruxelles con le grandi aziende americane. E lo scontro è destinato ad accentuarsi se mai dovesse vedere la luce la proposta della Web Tax, il provvedimento spinto da Francia, Italia, Germania e Spagna che punta a far pagare alle aziende digitali le tasse nei Paesi in cui fanno profitti.
Una sfida non semplice, vista l' attività "immateriale" di queste società che consente loro di far figurare i profitti nei Paesi con un regime fiscale più conveniente. L' idea avanzata dai quattro - che però raccoglie ancora molte resistenze all' interno della stessa Ue - prevede di tassare il fatturato.
Ma non affronta quello che è il vero problema alla base delle scorciatoie fiscali: la differenze nei sistemi di imposizione tra gli stessi Paesi Ue. Finché alcuni Stati continueranno a offrire regimi più conveniente, le aziende continueranno a stabilire lì le loro sedi fiscali.
La lotta alle frodi Iva
Sempre oggi la Commissione presenterà un altro provvedimento che riguarda la sfera fiscale, ma nel campo dell' Iva.
Bruxelles ha messo a punto una proposta per combattere le frodi nelle transazioni transfrontaliere. A oggi - per esempio - se un' azienda francese vende a un' azienda italiana, la transazione è esente da Iva.
Attraverso un meccanismo di compravendite, molte società usano questa falla a scopo fraudolento: la Commissione ha stimato danni pari a 50 miliardi di euro l' anno. L' idea è di allineare il sistema delle transazioni transfrontaliere a quelle nazionali, introducendo l' aliquota Iva in vigore nel Paese dell' acquirente e un sistema di compensazione tra le agenzie fiscali degli Stati. Per Bruxelles la misura è in grado di ridurre le frodi dell' 80%.
CATALOGNA - IL PARTITO DI SINISTRA CUP: ‘LUNEDÌ PROCLAMEREMO L’INDIPENDENZA’. E MADRID INVIA L’ESERCITO
INDAGATO PER SEDIZIONE IL CAPO DEI MOSSOS, LA POLIZIA REGIONALE, ACCUSATO DI AVER MESSO IN PERICOLO LA SICUREZZA DEGLI AGENTI DELLA GUARDIA CIVIL DURANTE LE PROTESTE
ECCO COSA PENSA DI FARE IL GOVERNO CENTRALE
Francesco Olivo per www.lastampa.it
I segnali parlano chiaro: non c’è alcun ponte tra Madrid e Barcellona. Anzi, si avvicina la resa dei conti. A poche ore dal durissimo discorso del re Filippo VI che ha attaccato le ambizioni secessioniste della Catalogna, oggi sono arrivati, uno dopo l’altro, nuovi elementi di rottura. Il capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma, Josep Lluis Trapero è indagato per sedizione e venerdì prossimo dovrà presentarsi nella capitale spagnola per essere interrogato. Intanto il partito della sinistra indipendentista catalana, la Cup, (Candidatura d’Unitat Popular), annuncia che alla plenaria del Parlament di Barcellona lunedì, si «proclamerà l’indipendenza e la Repubblica catalana».
Contro la convocazione il partito socialista catalano ha presentato un ricorso alla Corte costituzionale. Il governo spagnolo assicura che reagirà, che la tensione stia salendo lo dimostra anche una notizia che arriva da Madrid: la decisione di inviare due convogli militari in Catalogna. Per il momento si tratterebbe solo di “supporto logistico” spiega il ministero della Difesa, ma la mossa viene letta a Barcellona con una un’unica interpretazione: «Ci invadono».
Le accuse contro il capo dei Mossos
Contro «il maggiore» Josep Lluis Trapero l’accusa è grave: aver messo in pericolo la sicurezza degli agenti della Guardia Civil impegnati lo scorso 20 settembre in un’operazione che ha portato all’arresto di 14 funzionari della Generalitat catalana. In quelle ore di tensione, decine di migliaia di manifestanti si radunarono sotto la sede dell’assessorato all’Economia, dove era in corso la perquisizione della polizia spagnola, che cercava prove contro il referendum definito illegale dalla Corte costituzionale.
Un assedio durato ore nel centro di Barcellona, che ha costretto i poliziotti a restare chiusi dentro l’edificio per quasi 24 ore. L’ipotesi della magistrata è che i Mossos d’Esquadra non abbiano rispettato gli ordini che arrivavano, per poter evacuare il palazzo senza mettere a rischio la sicurezza dei colleghi.
Gli agenti spagnoli riuscirono a uscire soltanto all’alba, scortati proprio dai Mossos, tra gli insulti dei manifestanti. A rimetterci era stata l’automobile della Guardia Civil, parcheggiata sotto il palazzo e diventata una specie di palco per dei comizi improvvisati e poi distrutta dai giovani indipendentisti. Indagati anche gli organizzatori di quella protesta, il presidente delle associazioni Assemblea Nazionale catalana, Jordi Sanchez e Omnium cultural, Jordi Cuixart, veri motori del processo indipendentisti.
Cup: proclameremo l’indipendenza lunedì
Il presidente catalano Puigdemont riferirà lunedì mattina davanti al parlamento di Barcellona convocato per una seduta straordinaria sui «risultati e sui loro effetti» del referendum.
Lo ha deciso l’ufficio di presidenza dell’assemblea. Secondo il Psc, che rappresenta in Catalogna il Psoe spagnolo, la riunione è «illegale» in base alle decisioni della Corte costituzionale contro il referendum di indipendenza. Il segretariato del Parlament ha avvertito che, in base ai pronunciamenti della Corte spagnola, la sessione non dovrebbe tenersi. Il partito di sinistra Cup che fa parte del fronte secessionista ha chiesto che nella sessione si approvi una dichiarazione di indipendenza.
Le risposte di Madrid
Il governo spagnolo sta valutando diverse opzioni per una risposta legale proporzionata a un’eventuale dichiarazione di indipendenza da parte del governo regionale catalano, mossa considerata illegale oltre ogni proporzione. Le misure evocate potrebbero arrivare all’attivazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola, fino a un’eventuale sospensione dell’autonomia regionale catalana. Sembra esclusa l’ipotesi di una mediazione internazionale così come il dialogo con chi a loro parere «non rispetta lo stesso statuto di autonomia catalano». Dal governo si dicono anche «fiduciosi» che la Commissione europea sosterrà le posizioni di Madrid.
Fonte: qui
L'EX TERRORISTA CESARE BATTISTI È STATO ARRESTATO
L'EX MEMBRO DEI PROLETARI ARMATI PER IL COMUNISMO (PAC) STAVA CERCANDO DI FUGGIRE IN BOLIVIA
NEL 2010 HA OTTENUTO LO STATUS DI RIFUGIATO POLITICO IN BRASILE DALL'EX PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, LUIZ INACIO LULA DA SILVA
Ansa.it
L'ex terrorista Cesare Battisti è stato arrestato nella città di Corumbà, alla frontiera tra Brasile e Bolivia.
Secondo la versione online del quotidiano O Globo, le autorità brasiliane sarebbero convinte che l'ex membro dei Proletari armati per il comunismo (Pac) stesse cercando di fuggire in Bolivia. L'italiano sarebbe stato fermato dalla polizia stradale federale durante un normale blitz. Condannato all'ergastolo in via definitiva per quattro omicidi commessi durante gli anni di piombo, Battisti nel 2010 ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Brasile dall'ex presidente della Repubblica, Luiz Inacio Lula da Silva.
Fonte: qui
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