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sabato 10 novembre 2018

LE BANCHE ITALIANE STANNO AGGIRANDO L'EFFETTO SPREAD SUI CONTI


BASTA UN ESCAMOTAGE CONTABILE: TRASFERENDO TITOLI DI STATO DAL PORTAFOGLIO DI TRADING (DOVE SI CONTABILIZZANO I TITOLI DISPONIBILI PER LA VENDITA) AL PORTAFOGLIO DELLE OBBLIGAZIONI LIQUIDABILI SOLO ALLA LORO SCADENZA. 

PERCHÉ L’OBBLIGO IMPOSTO DALLA BCE DI “RI-PREZZARE” LE OBBLIGAZIONI AL VARIARE DEL LORO VALORE NON SI APPLICA SUL PORTAFOGLIO DEI BOND VENDIBILI SOLO A FINE SCADENZA

Fernando Soto per www.startmag.it

Banche italiane in azione per scongiurare effetti negativi dello spread sui conti. E’ la strategia avviata da tempo dagli istituti di credito italiani, come ha svelato oggi il Sole 24 Ore.
jean pierre mustier con elkette l alce peluche di mustierJEAN PIERRE MUSTIER CON ELKETTE L ALCE PELUCHE DI MUSTIER

ECCO CHE COSA STANNO FACENDO INTESA SANPAOLO, UNICREDIT, BANCO BPM E NON SOLO
Da Intesa Sanpaolo a Unicredit, da Banco Bpm a Bnl-Bnp Paribas, sono già diverse le banche che stanno cambiando dal punto di vista contabile la collocazione dei titoli di Stato italiani in portafoglio per evitare di svalutare i bond a causa dell’incremento dello spread.

TUTTI I DETTAGLI SULL’ESCAMOTAGE AVVIATO DALLE BANCHE PER EVITARE L’EFFETTO SPREAD SUI CONTI
Come? Trasferendo titoli di Stato dal portafoglio di trading (dove si contabilizzano i titoli disponibili per la vendita) al portafoglio in cui vengono custodite le obbligazioni liquidabili solo alla loro scadenza.

ECCO L’EFFETTO DELLE MOSSE DELLE BANCHE SUI BOND ITALIANI
In questo modo l’obbligo imposto dalla Bce di “ri-prezzare” le obbligazioni al variare del loro valore (se il prezzo di mercato sale c’è una rivalutazione, se scende una svalutazione in bilancio) non si applica sul portafoglio dei bond vendibili solo a fine scadenza.

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Ecco un estratto dell’approfondimento di Alessandro Plateroti pubblicato oggi sul Sole 24 Ore:
carlo messinaCARLO MESSINA
Per quanto provate dalla grande crisi del debito e da due recessioni in 10 anni, il sistema non è affatto il Jurassic Park del credito europeo: non solo per la sua resilienza ai danni collaterali dell’instabilità politica, ma soprattutto per la competenza e l’astuzia con cui sta utilizzando un’importante innovazione contabile introdotta in Italia dal fine dell’anno scorso.

COME FUNZIONA IL TRASFERIMENTO
Si tratta della possibilità di trasferire quantità consistenti di Titoli di Stato dal portafoglio di trading (dove si contabilizzano i titoli disponibili per la vendita) al portafoglio in cui vengono custodite le obbligazioni liquidabili solo alla loro scadenza. La differenza è sostanziale: l’obbligo imposto dalla Bce di “ri-prezzare” le obbligazioni al variare del loro valore (se il prezzo di mercato sale c’è una rivalutazione, se scende una svalutazione in bilancio) non si applica sul portafoglio dei bond vendibili solo a fine scadenza.

GLI EFFETTI CONTABILI
Poiché il «mark-to-market» è richiesto solo sul primo dei due portafogli, è sufficiente spostare nel “reparto protetto” del bilancio percentuali crescenti di BTP posseduti dalla banca per eliminare o almeno ridurre notevolmente il rischio di avvitamento patrimoniale generato dal «doom loop», l’erosione del capitale innescata dal crollo prolungato dei prezzi dei bond. Il modo è molto semplice: quando i bond nel portafoglio di trading vanno in scadenza, i proventi vengono reinvestiti in altri Titoli di Stato che vengono poi ricontabilizzati nel portafoglio di lungo termine dove non c’è obbligo di svalutare.
LA SEDE DELLA BPM - BANCA POPOLARE DI MILANO - A PIAZZA MEDA A MILANOLA SEDE DELLA BPM - BANCA POPOLARE DI MILANO - A PIAZZA MEDA A MILANO

I NUMERI IN BALLO
Per aver un’idea del fenomeno in atto, basti pensare che alla fine del secondo trimestre 2018, meno del 9% delle obbligazioni sovrane italiane erano detenute fino alla scadenza: alla fine del terzo trimestre, la quota era già salita al 14%. Ma la strada da colmare rispetto ai concorrenti esteri e soprattutto europei (solo in Italia non era di fatto consentito) è ancora lunga.

GLI STRESS TEST
Ed è bene tenere presente che negli stress test dell’Eba non è neppure prevista: è ovvio che in una simulazione di grave shock finanziario, è inevitabile il crollo patrimoniale della banca. In America, al contrario, la Fed si è guardata bene dall’imporre procedure di questo genere.

COME SI COMPORTA UNICREDIT
Per quanto riguarda i casi concreti, le banche italiane che hanno rivelato di aver cominciato a utilizzare lo scudo contabile sui BTP sono per ora le più grandi. Unicredit, per esempio, mira a ridurre l’esposizione del bilancio alla variazione dei tassi sui titoli di stato di oltre un terzo il prossimo anno: ciò significa che qualsiasi ulteriore aumento dei rendimenti le costerà meno in termini di minusvalenze.
spreadSPREAD

COSA FANNO INTESA SANPAOLO E BANCO BPM
Anche il Banco BPM ha confermato la stessa scelta, portando nella sezione a valore protetto oltre il 50% dei bond posseduti, mentre Intesa Sanpaolo ha classificato il 32% del debito italiano in bilancio nella sezione vincolata alla scadenza, una quota leggermente superiore a quella del trimestre precedente.

DOSSIER BNL-BNP PARIBAS
Nel bilancio della BNL, banca del gruppo francese BNP Paribas, tutte le obbligazioni italiane sono detenute fino alla scadenza, il che significa che non ha registrato finora alcuna perdita dovuta al rischio-Italia.

Quando si escludono i pregiudizi, questa la realtà sulla resilienza delle banche italiane. Se anche gli investitori prestassero più attenzione, avrebbero certamente meno motivi per preoccuparsi delle nostre banche.

Fonte: qui

mercoledì 17 ottobre 2018

Le sofferenze delle banche italiane cominciano dai Btp

Chi si domanda perché mai le banche italiane (ma anche le assicurazioni) guardino febbrilmente all’aumento degli spread dei nostri titoli di stato rispetto al Bund tedesco deve tenere a mente un paio di cose che sono successe negli ultimi sei mesi: lo spread è costantemente cresciuto, e lo consistenze dei titoli pubblici nelle nostre banche pure. Ecco cosa è successo lato spread.
Stavamo intorno a 120 punti a fine aprile, e abbiamo toccato i 315 il 9 ottobre. Quasi 200 punti in più. Possiamo stimare, moltiplicando 200 punti base per la durata media del nostro debito che è di circa 7 anni, che il valore teorico dei Btp italiani sia diminuito mediamente di circa il 14%. Quindi anche di quelli in pancia alle banche. A proposito, andiamo a vedere le ultime consistenze dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia.
Come si può vedere ad aprile le consistenze di titoli pubblici ad aprile erano pari a 341 miliardi di euro circa, 250 dei quali erano Btp. Le consistenze aumentano gradualmente nel mese di maggio in poi, arrivando a 373 miliardi a fine luglio. Tale aumento di consistenze, a fronte di un aumento dello spread, che ha diminuito il valore dello stock esistente, può spiegarsi solo a fronte di maggiori acquisti. Ossia le banche hanno comprato titoli pubblici, malgrado le perdite sullo stock provocate dall’aumento dello spread. Il calo di agosto delle consistenze, diminuite a 364 miliardi, può spiegarsi o con la decisione delle banche di vendere titoli, o di smettere di comprarne, o con una erosione del valore dello stock. Probabilmente le tre cose sono accadute insieme. Rimane il fatto che la prima fonte di sofferenza per le banche italiane negli ultimi sei mesi non è stato il debito delle imprese. E’ stato il Btp.
Fonte: qui

BANCHE ITALIANE in TILT. Cosa succede e chi è a rischio?

I supervisori europei stanno monitorando la liquidità delle banche italiane “con molta preoccupazione”






Con i rendimenti dei titoli di stato italiani che negli ultimi mesi sono arrivati ai massimi livelli in oltre 4 anni, il settore che è stato il più colpito è stato quello bancario, il quale ha perso un terzo del suo valore di mercato nei sei mesi successivi al picco di aprile.





Mentre i rendimenti più elevati tendono ad essere positivi per le banche locali, le quali possono guadagnare un profitto maggiore sul margine d'interesse netto, l'Italia negli ultimi anni è stata un caso emblematico in cui le cose sono andate "alla rovescia", in gran parte a causa delle massicce riserve di debito sovrano italiano nelle banche nazionali.

E, come ha scritto di recente Bloomberg, mentre i bilanci delle banche italiane sono molto migliorati dalla crisi del debito sovrano nel 2011, le banche hanno utilizzato gran parte dei fondi successivamente iniettati dalla Banca Centrale Europea per acquistare ancora più debito sovrano.

Come mostrato di seguito, le istituzioni finanziarie del Paese detengono di gran lunga il maggior numero di obbligazioni statali tra i creditori in Europa. In particolare, secondo i dati della BCE, le banche italiane detengono circa €375 miliardi di obbligazioni nazionali (o il 10% dei loro attivi) e l'impennata dei rendimenti, danneggiando il valore di tali possedimenti, erode i loro livelli di capitale rendendole particolarmente vulnerabili ad ulteriori aumenti.





Ciò significa che quando i prezzi dei titoli italiani crollano, come stanno facendo ora, ciò porta alla sottocapitalizzazione delle banche e, se il calo dei prezzi è abbastanza ampio, potrebbe addirittura portare all'insolvenza bancaria.

Di qui l'aumento dei prezzi delle azioni e l'aumento dei CDS al crescere delle probabilità di default.





Commentando questo problema strutturale che affligge le banche italiane, Luigi Zingales, professore di finanza presso la School of Business dell'Università di Chicago, ha dichiarato a fine settembre che "l'Italia si trova di fronte ad un circolo vizioso che può portare ad una crisi simile a quella del 2011". Peggio ancora, Zingales ha avvertito che "dal 2011 non è cambiato nulla a livello europeo" aggiungendo che "senza il completamento delle misure bancarie e di sostegno, l'Italia rischia una spirale negativa come accaduto nel 2011. L'incertezza sta facendo salire gli spread delle obbligazioni, influenzando così i bilanci delle banche ed il loro costo di finanziamento, e in ultima analisi la loro capacità di dare credito".

Ecco che ritorna la proverbiale spirale distruttiva.

Ora sembra che l'Europa stessa stia cominciando ad essere preoccupata perché, secondo la Reutersle autorità europee di vigilanza bancaria hanno intensificato il monitoraggio dei livelli di liquidità delle banche italiane a causa delle turbolenze nei mercati dei giorni scorsi, cosa che ha provocato un forte aumento dei rendimenti dei titoli di stato del Paese.

E visto che l'Italia è l'unica nazione che, dopo la Grecia, corre il rischio più alto di una corsa agli sportelli bancarie, l'ultima cosa che l'UE vuole (o la BCE può permettersi) è innescare un panico bancario con la notizia che le banche ora sono "intensamente monitorate", così la Reuters ha citato una fonte europea di alto livello la quale ha affermato che "non c'è motivo di allarmarsi".

Naturalmente l'alternativa vuole che ci sia ragione di allarmarsi, e si formerebbero improvvisamente file per ritirare i propri depositi e risparmi e poi parcheggiarli in un qualche posto molto più sicuro.

Secondo la Reuters, il monitoraggio UE riguarda sia i depositi dei clienti sia il mercato interbancario, utilizzato dalle banche per prestarsi denaro reciprocamente senza richiedere garanzie collaterali, ha detto la fonte, aggiungendo che non c'è "nessun segnale di allarme".

Inoltre l'ampia liquidità fornita dalla BCE durante anni di politica monetaria ultraespansionistica sta proteggendo il mercato interbancario da qualsiasi tensione, hanno detto i trader di Milano.

Ancora più importante, le banche italiane non hanno visto alcuna fuga di depositi nonostante le recenti turbolenze sui mercati ed i prezzi delle banche in ribasso: a luglio i depositi nelle banche italiane erano a €2,390 miliardi, in calo da €2,410 miliardi a giugno.

Questo potrebbe cambiare presto se l'UE continuerà a scavare, spingendo la popolazione locale a chiedersi perché Bruxelles è così nervosa.

Nel frattempo l'Italia continua la disputa con l'UE sul suo bilancio, lo spread del debito sovrano continua a salire e gli analisti di Credit Suisse avvertono che uno spread superiore a 400 punti base non sarebbe sostenibile per le banche italiane.Secondo le stime, un ampliamento di 200 punti base a partire da fine giugno ridurrebbe in media il coefficiente patrimoniale dei creditori italiani di 66 punti base. E questo potrebbe innescare la necessità di un aumento di capitale, hanno detto gli analisti, incluso Carlo Tommaselli.





Per ora, il motivo principale per cui i depositanti locali sono rimasti ottimisti malgrado il calo dei prezzi delle azioni e l'accelerazione del declino della capitalizzazione, è che molti confidano che il capo della BCE, Mario Draghi, non permetterà mai che le banche italiane falliscano. Ma alla luce dell'attuale governo populista, può essere un'ipotesi ottimistica: dopo tutto, quale modo migliore per impartire al nuovo governo di coalizione una lezione se non lasciare che i rendimenti salgano ancora più in alto e mandino in bancarotta una o più banche, concentrando la rabbia pubblica sul governo Di Maio-Salvini?

Per ora la BCE si è rifiutata di giocare questo asso nella manica, anche se a giudicare dall'impennata dei rendimenti, non è intervenuta neanche con acquisti aggressivi. In agosto, Goldman Sachs ha sottolineato che le banche italiane spesso forniscono una fonte costante di domanda nei momenti di crisi, ma che il crescente rischio politico ed i cambiamenti normativi potrebbero renderle più riluttanti ad intervenire.

E la ragione principale di ciò è che, dopo 3 anni, il Q€ della BCE sta finalmente giungendo al termine.





Questo è il motivo per cui mentre gli ispettori dell'UE ritengono che non ci sia "nulla per cui allarmarsi", potrebbero voler vigilare attentamente per i prossimi 3 mesi, sempre più vicini al giorno in cui la BCE non monetizzerà più il debito italiano e non supporterà più le banche italiane. Non saremmo sorpresi se, pochi giorni prima della suddetta scadenza, inizieranno a formarsi le temute file di depositanti davanti le banche...


[*] traduzione di Francesco Simoncellihttps://www.francescosimoncelli.com/
BANCHE ITALIANE in TILT. Cosa succede e chi è a rischio?
BANCHE ITALIANE in TILT. Cosa succede e chi è a rischio?
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giovedì 26 aprile 2018

MIOPIA E PRESBIOPIA

Fiduciosi nel breve o preoccupati nel medio?

Nel mondo del trading algoritmico un minuto è già lungo termine. Per il trader umano il breve termine finisce il venerdì sera e la settimana successiva è avvolta nella nebbia, perché nel fine settimana tutto può succedere. L’investitore medio è uomo senza principi, porta subito a casa un piccolo profitto se questo è veloce e gratificante e trasforma in scelta strategica tutto quello su cui perde.

L’investitore istituzionale, dal canto suo, è mentalmente più strutturato ma sa che la lungimiranza (richiesta dal buon senso e dalle autorità di vigilanza, che lo vorrebbero orientato su orizzonti lunghi) mal si concilia con l’abitudine di alcuni clienti di spostare i loro soldi da un gestore all’altro a seconda dei risultati dell’ultimo trimestre o mese. E quindi guai a essere in anticipo, meglio essere in ritardo. Chi nel 2006 avesse esibito un portafoglio prudente (privo di azioni e pieno di bond sicuri a lungo termine) avrebbe perso almeno la metà dei clienti (che restando investiti in azioni avrebbero poi perso più della metà dei loro soldi due anni dopo).

L’investitore istituzionale passa le sue giornate incollato ai monitor e la notte dorme con un occhio aperto che segue incessantemente i mercati asiatici. La sua agilità sembrerebbe infinita, ma lo è in realtà quando è meno necessaria. Nei momenti decisivi, al picco o al minimo di un ciclo, le sue mani sono legate dal Value at Risk, quel sistema di misurazione del rischio che impone di ridurre il portafoglio quando la volatilità è massima (tipicamente agli estremi del ciclo). Va poi ricordato che, mentre comprare bene ai minimi è relativamente semplice (gli spread tra denaro e lettera sono ampi, ma i venditori si trovano), vendere bene ai massimi è questione di fortuna. Se si è in ritardo di un attimo in un mercato che sta iniziando a crollare e si ha tanto da vendere perché si è grossi si rischia seriamente di non trovare compratori e di fare scendere ulteriormente i prezzi di quello di cui ci si vuole disfare.

Per questo, soprattutto per chi maneggia tanti soldi o ha investimenti poco liquidi, ha perfettamente senso chiedersi oggi se sia meglio mettere a fuoco la probabile ripresa dei mercati in questo 2018 (con possibile estensione al primo trimestre del 2019) o se sia invece opportuno sintonizzarsi sulle onde lunghe e prepararsi per tempo al prossimo bear market, che potrebbe arrivare più avanti, forse già nel 2019 o nel 2020

Meglio rischiare di essere miopi o rischiare di essere presbiti?
Prima di provare a rispondere dobbiamo però argomentare le due ipotesi, quella positiva per quest’anno e quella negativa per il medio termine.

Cominciamo da questo 2018, cui è toccato vivere in ritardo la correzione fisiologica autunnale che non c’è stata nel 2017 perché bloccata dalle aspettative sulla riforma fiscale americana. Bene, la riforma l’abbiamo avuta ed è stata anche migliore delle attese. Ma il festeggiamento è durato un anno e ha portato a un apprezzamento del 25 per cento della borsa di New York, una bellissima ciliegia su otto anni di rialzo azionario. Il culmine dei festeggiamenti ha coinciso con un’ondata globale di sorprese positive dall’economia reale in una fase di inflazione ancora innocente.
Dopo un 2017 trionfale e privo di volatilità una correzione ci sarebbe stata comunque. Se a questo aggiungiamo la ripresa dell’inflazione, il rialzo dei tassi e una serie di delusioni macro un po’ dappertutto (inevitabili dal momento che si partiva da ipotesi di perfezione) la correzione ha conquistato piena legittimità.

Ma non basta, perché nelle ultime settimane si sono presentate nuove complicazioni. Parliamo dell’aumento del disavanzo pubblico americano, del disincanto sulla tecnologia come motore di crescita perpetua, dei venti di guerra commerciale e dei venti di guerra vera e propria in Medio Oriente. Di fronte a questi notevoli ostacoli i mercati si sono in realtà comportati piuttosto bene e non manca chi dice che la correzione partita a fine gennaio ha ancora bisogno di un’ondata di paura più seria di quelle che abbiamo visto fin qui perché si possa finalmente parlare di mercati ripuliti e pronti a riprendersi. Vedremo se ci sarà davvero bisogno di questa ultima scrollata, ma al momento possiamo già dire che molte delle paure che hanno percorso la correzione si sono rivelate eccessive e premature. L’inflazione è certamente in crescita, ma non alla velocità di gennaio (spinta dall’euforia seguita al taglio delle tasse). I tassi a lungo, dopo la paure iniziali, sono addirittura scesi. La riluttanza del Congresso ad attaccare la tecnologia e la buona performance di Zuckerberg hanno allontanato il timore immediato di misure penalizzanti per il settore. Le misure distensive cinesi sul fronte commerciale hanno fatto pensare a uno scontro su due livelli, il primo, molto aggressivo, per l’opinione pubblica americana e cinese e il secondo, concreto e operativo, nei negoziati dietro le quinte.

Resta la Siria, dove si parte da un casus belli, un attacco chimico pochi giorni prima del ritiro americano, cui si preannuncia una risposta dove non sono chiari gli obiettivi politici (Assad? Russia? Iran?). Probabilmente si tratterà di una risposta forte ma circoscritta, ma non si possono escludere del tutto complicazioni. In ogni caso, per porre davvero fine alla correzione i mercati aspetteranno la conclusione della vicenda.

Avendo scontato la perfezione a gennaio e una serie sorprendentemente numerosa di problemi in questa correzione i mercati saranno pronti per un atteggiamento più equilibrato e per una cauta e lenta ripresa durante l’estate e l’autunno. Le elezioni di novembre in America saranno un passaggio delicato, ma il nuovo Congresso si insedierà a fine gennaio e il 2018, se gli utili confermeranno le attese, si potrà concludere con segno positivo.
Più avanti, tuttavia, una serie di nodi strutturali comincerà a venire al pettine. Anche se l’intenzione delle banche centrali è di tollerare una certa quantità di inflazione i tassi continueranno a salire. Si cercherà tutti quanti di restare dietro la curva e di mantenere i tassi reali vicini a zero, ma la possibilità di un rialzo di troppo diventerà sempre più concreta. La liquidità, dal canto suo, continuerà a calare e per i titoli di debito ci saranno più offerta e meno domanda.
Va poi tenuto d’occhio il consumatore americano, che non può spendere molto di più a meno di non andare a risparmio negativo, mentre l’Europa dovrà continuare a digerire il rialzo dell’euro e la Cina completerà il suo lavoro di pulizia dopo la grande spinta alla spesa nel 2017 e prima di quella ancora più grande che si preannuncia per il 2021, centenario del partito.
Si noti che un bear market non ha sempre bisogno di una recessione o di un incidente finanziario. Possono essere sufficienti, se si viene da altezze elevate, una crescita debole e la prospettiva di utili piatti da scontare con tassi in continua crescita, soprattutto se in un ambiente di liquidità calante.
Godiamoci dunque, augurandoci che ci sia, il recupero che si preannuncia per i prossimi mesi, ma cominciamo a entrare in un ordine di idee per cui si vende su rialzo più di quanto non si compri su ribasso, dando la precedenza, quando vendiamo, ai titoli meno liquidi. A meno, ovviamente, di non decidere di non preoccuparsi per il bear market che verrà (e che non sarà una ripetizione del 2008) e guardare davvero al lungo termine.


Fonte: qui

domenica 14 gennaio 2018

Banca centrale svizzera, incasso di 55 miliardi di dollari nel 2017

La Snb ha incassato più di Apple, Jp Morgan e Berkshire Hathaway messe insieme, grazie al proprio portafoglio da 800 mld di dollari in azioni straniere e bond. L'istituto svizzero è tra le poche Banche centrali a gestire titoli azionari

La Snb, la Banca centrale svizzera, ha incassato 55 miliardi di dollari nel 2017, più di Apple, JP Morgan e Berkshire Hathaway messe insieme. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, secondo il quale il mega-profitto è legato al suo portafoglio da 800 miliardi di dollari di azioni straniere e bond. 

La Fed, che gestisce un bilancio di 1.500 miliardi di dollari, negli ultimi anni ha fatto profitti di almeno 100 miliardi di dollari.

La Snb è una delle poche banche centrali al mondo a gestire titoli azionari, ha circa 800 addetti e il suo presidente ha un salario di circa un milione di dollari l'anno. A far decollare il valore del suo portafoglio è stato il rialzo dei listini azionari mondiali e i bassi tassi di interesse che hanno fatto salire i valore dei suoi bond.

Fonte: qui