9 dicembre forconi: italiane
Visualizzazione post con etichetta italiane. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italiane. Mostra tutti i post

mercoledì 26 giugno 2019

LA NUOVA TERRA PROMESSA DEGLI ITALIANI? LA ROMANIA. E IL MERITO E' DELLA FLAT TAX

OGNI GIORNO A BUCAREST E DINTORNI REGISTRATE 4 NUOVE IMPRESE A CAPITALE ITALIANO 

NEI PRIMI 4 MESI DEL 2019 SONO STATE FONDATE 473 SOCIETÀ SOPRATTUTTO NEI SERVIZI E NEL TERZIARIO 
SULLE PERSONE FISICHE ESISTE UNA FLAT TAX DEL 10% CHE RIGUARDA SIA I LAVORATORI AUTONOMI CHE I DIPENDENTI E PENSIONATI 

L’INCUBO CINESE

Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi per www.ilsole24ore.com

romania 59ROMANIA
Venticinque anni dopo l'assalto degli imprenditori veneti a Timisoara, la Romania è di nuovo la terra promessa per gli italiani. Ogni giorno nelle camere di commercio romene vengono registrate quattro nuove imprese a capitale italiano. Nei primi quattro mesi del 2019 sono state fondate 473 società per un capitale versato di 705.582 euro.

Dal 1991 all'aprile 2019 l'Istituto per il commercio estero (Ice) ha stimato l'arrivo di 47.841 imprese italiane in Romania (di cui 19.131 attive a fine 2018), pari al 20,94% di tutte le imprese straniere registrate. L'Italia è prima per numero di imprese, seguita dalla Germania, che però ci supera per patrimonializzazione. Nello stesso arco temporale, infatti, il capitale versato dalle imprese italiane è stato di 2,6 miliardi mentre la Germania, anche grazie alla spinta dell'automotive, ha immesso nelle proprie imprese rumene quasi 4,9 miliardi (si veda tabella).

societa in romania 1SOCIETA IN ROMANIA 
Mentre, però, le ondate che si sono succedute dopo la caduta del regime di Nicolae Ceaucescu erano caratterizzate dalla presenza di moltissimi avventurieri e gente sull'orlo del fallimento nel proprio Paese, oggi chi sbarca a Bucarest è strutturato e attrezzato per rimanerci. E mentre 25 anni fa il fenomeno era caratterizzato da delocalizzazioni spesso selvagge nel manifatturiero, oggi in testa alla corsa degli italiani ci sono servizi e terziario. Nel manifatturiero – a partire da tessile, meccanica e calzaturiero – resiste soltanto chi nel tempo ha investito e ha seguito l'onda dell'internazionalizzazione.

L’ondata veneta
Luca Serena, presidente di Confindustria Est Europa, l’associazione imprenditoriale che raccoglie le imprese italiane presenti nei paesi dell’area balcanica, è arrivato qui nel 1991 come responsabile del Consorzio export di Unindustria Treviso. «Mi fu detto: caro Serena, prendi la valigetta e vai in Est Europa per vedere dove si possono avviare nuove attività - spiega oggi l’imprenditore -. In quegli anni nel Nord-Est gli ordini volavano, non c'era manodopera e si rischiava di perderli a vantaggio dei concorrenti esteri. Individuai la Romania come paese più favorevole per una minor barriera culturale e linguistica rispetto ad altri paesi e perché era un luogo dove alcuni imprenditori avevano già cominciato a trasferirsi».

La dislocazione sul territorio
Società attive a partecipazione italiana in Romania. Ripartizione territoriale al 31 dicembre 2018. (Fonte: Elaborazione Agenzia ICE Bucarest su dati del Registro del Commercio)

Da quel momento, con l’apertura di un ufficio in Romania, Serena ha accompagnato le aziende venete a trovare façonisti a Timisoara. «Dall’Italia partivano semilavorati - continua Serena -, in Romania venivano effettuate alcune lavorazioni che poi venivano reimportate in Italia, dove venivano finite ed esportate nuovamente».
romania 9ROMANIA

Oggi Serena è presente in Romania con un’impresa di 60 dipendenti attiva nel taglio delle pelli destinate al settore dell’automotive e mantiene le aziende in Italia dove occupa complessivamente 220 persone.

Il regno della flat tax
Il fisco ha un ruolo non indifferente nel richiamare le imprese di tutta Europa in Romania. L'aliquota ordinaria sul reddito d'impresa è unica al 16% ma scende a un valore compreso tra l'1% e il 3% per le cosiddette microimprese, quelle che non arrivano a un milione di euro di fatturato. I dividendi non sono tassati in caso di distribuzione a persone giuridiche europee o romene che detengano almeno il 10% del capitale per un periodo minimo di un anno. In tutti gli altri casi la ritenuta sui dividendi è del 5%.

Anche royalties e interessi non sono tassati se il beneficiario effettivo è una persona giuridica europea che detiene almeno il 25% del capitale per almeno due anni. In tutti gli altri casi le ritenute salgono al 16%.
Sulle persone fisiche esiste una flat tax del 10% che riguarda sia i lavoratori autonomi sia i dipendenti e pensionati. Chiaro come questo sia un incentivo non da poco per chi decide di installarsi in Romania.
romaniaROMANIA

In 25 anni la Romania ha cambiato volto e a raccontarlo sono gli stessi imprenditori italiani: tanto chi è rimasto quanto chi è arrivato da poco.
L'apice di questa grande corsa all'oro romeno è stato raggiunto nel 2001, quando gli industriali trevigiani decisero di svolgere la propria assemblea annuale nel teatro dell'Opera di Timisoara. Un luogo simbolo per la città – da qui partì la rivolta contro il dittatore Ceaucescu – e per il Veneto, di cui Timisoara diventava, di fatto, l'ottava provincia. Dieci anni fa, la grande crisi mondiale ha colpito anche l'imprenditoria italiana in Romania e poi, lentamente, è cominciata la nuova corsa oltreconfine. Ma con un nuovo dna.

Sul palco dell'Opera
Diciotto anni dopo il direttore dell'Opera di Timisoara, Cristian Rudic, ci guida all'interno del Teatro che ospitò l'evento degli industriali di Treviso. Insieme a lui Giulio Bertola, che in quel teatro, il 26 febbraio 2001 era presente con centinaia di colleghi imprenditori.
Per Rudic, Timisoara è la casa degli italiani e Bertola non fatica a riprendere il filo di questo discorso. «Si percepiva la grande opportunità che questo Paese offriva ai nostri connazionali – spiega – ma sui volti di molti imprenditori leggevo perplessità e dubbi, perché non era ancora chiaro a tutti in che modo seguire la scia aperta dai pionieri alcuni anni prima».

I pionieri
romania 15ROMANIA 
Uno dei primi ad arrivare, nel 1994, è stato il trevigiano Aldo Roccon con la sua azienda Euroccoper, oggi patrimonializzata con 900mila euro, che si occupava di gestire le operazioni doganali. «Sono giunto qui con quattro computer più potenti di quelli dell'amministrazione statale – spiega – con i quali sdoganare le merci ai varchi. Liberalizzavano le dogane e pur non sapendo cosa fossero ho capito che poteva essere un lavoro interessante anche perché erano un punto nevralgico da cui tutti dovevano passare. La mia è stata la prima azienda italiana che ha avuto l'autorizzazione dal ministero delle Finanze romeno sostituendomi così all'unica azienda statale fino a quel momento esistente. Il primo scoglio che ho dovuto superare è stato quando mi hanno detto che non avrei potuto avere la rappresentanza non essendo cittadino romeno. Ho dovuto spiegare la differenza che passa tra persona fisica e persona giuridica».

Oggi Euroccoper gestisce varchi doganali, magazzini e centri logistici in una ventina di città romene oltre che in Serbia. Quando ha iniziato l'attività, Roccon lavorava il 60% delle dichiarazioni doganali della zona di Timisoara. «Solo di italiani avevo 2.600 clienti, la maggior parte dei quali provenivano dal Veneto – ricorda l'imprenditore -. Oggi di italiani ne servo pochi perché sono rimasti quelli più strutturati».

L’incubo cinese
Lo conferma anche Giovanni Favaron, imprenditore veneto titolare di Donna Shoes a Timisoara, arrivato qui nel 1991. «Quando sono arrivato in Romania non c'era neanche da mangiare. Mi portavo dei biscotti da casa, i negozi erano vuoti. Allora su cento imprenditori – afferma -, ottanta erano avventurieri. Con un milione di lire aprivano un'azienda e si sentivano dei signori».
MATTEO SALVINIMATTEO SALVINI

Lo spirito di Favaron era diverso. “In Italia non si poteva più lavorare perché i margini erano ridotti ai minimi termini. Allora siamo venuti qui - continua l'imprenditore -, abbiamo fatto un giro tra le aziende statali e abbiamo visto che le potenzialità c'erano. Sono rientrato in Italia, sono andato da tre o quattro grossi calzaturifici e sono tornato. Ho fatto delle prove di produzione in aziende statali, sono andate bene e questo mi ha dato la forza di aprire una mia società qui».

Donna Shoes ha cominciato l'attività a ottobre del 1992 ed è arrivata a produrre 1,2 milioni di paia di scarpe all'anno. Questi livelli sono stati conservati per 15 anni al punto che sono stati costruiti capannoni in grado di produrre fino a 2 milioni di paia di scarpe all'anno ma poi la grande crisi internazionale ha investito anche la Romania e ora Favaron si è attestato sulle 350-400 mila paia all'anno, con un fatturato di 4 milioni di euro.

«Oggi stiamo facendo i salti mortali perché i margini sono tornati a essere risicati – sottolinea -. Non so cosa stia succedendo ma i negozi in tutto il mondo non vendono più scarpe. Tiene solo il lusso. Siamo stati invasi dai prodotti cinesi. Un mio importante cliente si è visto offrire da un produttore cinese una sneaker perfetta a 19 dollari. Come fai a dire di no?».

La nuova ondata
romania 2ROMANIA
Con il nuovo millennio è cominciato a cambiare il volto dell'imprenditoria italiana in Romania. Sono arrivate le nuove generazioni, come testimonia Giuseppe Canale, a capo della G. Canale & C. Romania di Bucarest, che stampa libri e riviste per clienti che arrivano da tutto il mondo. Dopo tre generazioni in Piemonte, la famiglia Canale si è trasferita nel 2005 in Romania vendendo a inizio 2019 la vecchia impresa italiana a un grande gruppo veneto. Ora il cordone ombelicale con il Piemonte è stato tagliato e ci troviamo dunque di fronte all'ennesima impresa a capitale italiano che è ormai totalmente romena.

«In Italia un'azienda delle nostre dimensioni aveva difficoltà a battersi sul mercato. Siamo partiti con 50 dipendenti che producevano per il mercato locale soprattutto riviste – spiega Canale -. Abbiamo costruito due stabilimenti che si sono aggiunti a quello esistente. Con le vecchie maestranze italiane e i macchinari portati dal Piemonte abbiamo fatto formazione ai dipendenti romeni per la stampa di libri. Dopo un anno abbiamo cominciato a servire i mercati esteri compresi i nostri vecchi clienti italiani».

Le nuove leve
ROMANIA PROTESTEROMANIA PROTESTE
Le nuove generazioni non hanno bisogno di tagliare le radici con l'Italia perché arrivano qui spesso senza un'impresa già strutturata nel paese di origine e avviano ex novo attività direttamente nei servizi, la nuova frontiera degli italiani che arrivano qui 25 anni dopo la prima ondata.

Lo testimonia Giacomo Billi, quarantenne toscano che nel maggio 2013 ha fondato la Alive Capital, società che gestisce impianti di energia rinnovabile in Romania ed è attiva anche nel trading energetico.

«Nel 2012, insieme ad altri 300 tra imprenditori, professionisti e consulenti, venni a seguire a Bucarest un convegno sulle opportunità che questo paese offriva – racconta Billi -. Arrivai qui con pochi euro in tasca e lasciando in Italia orologio e carta di credito perché si diceva che la Romania fosse un paese poco sicuro. Nulla di più falso, visto che oggi lascio la casa aperta e non è mai successo nulla. Il problema non sono i romeni, per la maggior parte affidabili, ma gli avventurieri che arrivano dall'estero».

L'anno dopo Billi è tornato a Bucarest per fondare la sua azienda. Oggi Alive Capital ha un fatturato di 52 milioni di euro, copre 1/45esimo del trading di energia del paese, pari a un terawatt, e ha registrato nell'ultimo anno un margine di profitto dell'11% sul giro d'affari. La sua società gestisce 90 impianti in Romania e impiega 17 persone, tra cui un italiano. «Il settore energetico rappresenta il 20% del prodotto interno lordo romeno – spiega Billi -, con un costo per megawattora di 50 euro contro i 250 in Italia».

BUCAREST IN ROMANIABUCAREST IN ROMANIA
Tra le leve che spingono le nuove generazioni a venire in Romania il Fisco ha un ruolo importante. «Sono stato sottoposto a indagini fiscali chiuse positivamente in meno di tre mesi – afferma Billi – un tempo non paragonabile alle lungaggini burocratiche italiane. Qui l'Iva viene restituita dopo 30 giorni».

Fisco e burocrazia mettono d'accordo la nuova e la vecchia guardia. «Qui un'impresa si registra in tre giorni – spiega Roccon – e il rapporto con le agenzie fiscali non è ossessivo come in Italia. Con il fisco parli, discuti e anche quando vengono a fare i controlli non ti bloccano l'attività».

E il sindaco di Timisoara, Nicolae Robu, ricorda come la sua amministrazione abbia messo a disposizione degli imprenditori una struttura per risolvere i loro problemi burocratici.

matteo salvini al festival del lavoro 2MATTEO SALVINI AL FESTIVAL DEL LAVORO
L’evoluzione verso i servizi
«L’espansione nel settore dei servizi è abbastanza tipica anche in altre aree balcaniche - spiega il presidente di Confindustria Est Europa, Luca Serena -. L'industria è stata attratta inizialmente dal costo della manodopera più basso e la fase successiva è stata la produzione per il mercato interno. Questi due fattori, uniti all’arrivo dei fondi europei, hanno agevolato gli investimenti in infrastrutture che hanno attratto nuove imprese. Questo sviluppo industriale ha portato un’evoluzione verso i servizi che le imprese romene non erano in grado di assicurare».

La corsa alla sanità privata
Giulio Bertola è un manager di lungo corso. È stato tra i primi ad arrivare in Romania al seguito di imprese multinazionali. La sua vasta rete di rapporti lo ha portato a entrare nel campo dei servizi, prima con la sua società di comunicazione, poi nel settore della sanità. È stato lui a portare in Romania Mba, la più grande mutua sanitaria italiana per numero di associati.

romania 11ROMANIA 
In Romania Mba vende piani di assistenza sanitaria privata, in un paese dove la sanità pubblica è indietro negli investimenti per l'adeguamento delle strutture. «Avviciniamo le famiglie alla sanità di qualità – spiega Bertola – e permettiamo agli associati anche le cure in Italia nella sanità privata. Uno dei problemi degli italiani che vengono a vivere in Romania e dunque obbligati a iscriversi all'Aire, il registro degli italiani residenti all'estero, è che perdono il diritto all'assistenza pubblica nel paese di origine. Questa mutua elimina il problema ed è aperta anche ai lavoratori romeni e alle loro famiglie».

La sanità in Romania fa gola. La famiglia De Salvo, proprietaria in Italia del Gruppo Policlinico di Monza, ha investito a Bucarest con lo Spitalul Monza, un ospedale all'avanguardia nella cardiologia.

«Oggi siamo il quarto gruppo privato sanitario del paese- spiega Luca Militello, Ceo del Grupul Monza Romania – e non temiamo la concorrenza. Continuiamo a investire perché nel paese la richiesta di assistenza sanitaria privata è in grande crescita. La domanda cresce perché è cresciuta l'economia. Quando sono arrivato qui 16 anni fa lo stipendio medio era di 150 euro, oggi nelle fabbriche è in media di 700-800 euro».

In 25 anni c'è stata una rivoluzione copernicana in Romania. E i pionieri che sono rimasti hanno un'ambizione. «Anzi - come spiega Aldo Roccon -, un'ossessione. Quella che l'azienda sopravviva a me stesso». Fonte: qui

romania 8ROMANIA 

mercoledì 17 ottobre 2018

Le sofferenze delle banche italiane cominciano dai Btp

Chi si domanda perché mai le banche italiane (ma anche le assicurazioni) guardino febbrilmente all’aumento degli spread dei nostri titoli di stato rispetto al Bund tedesco deve tenere a mente un paio di cose che sono successe negli ultimi sei mesi: lo spread è costantemente cresciuto, e lo consistenze dei titoli pubblici nelle nostre banche pure. Ecco cosa è successo lato spread.
Stavamo intorno a 120 punti a fine aprile, e abbiamo toccato i 315 il 9 ottobre. Quasi 200 punti in più. Possiamo stimare, moltiplicando 200 punti base per la durata media del nostro debito che è di circa 7 anni, che il valore teorico dei Btp italiani sia diminuito mediamente di circa il 14%. Quindi anche di quelli in pancia alle banche. A proposito, andiamo a vedere le ultime consistenze dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia.
Come si può vedere ad aprile le consistenze di titoli pubblici ad aprile erano pari a 341 miliardi di euro circa, 250 dei quali erano Btp. Le consistenze aumentano gradualmente nel mese di maggio in poi, arrivando a 373 miliardi a fine luglio. Tale aumento di consistenze, a fronte di un aumento dello spread, che ha diminuito il valore dello stock esistente, può spiegarsi solo a fronte di maggiori acquisti. Ossia le banche hanno comprato titoli pubblici, malgrado le perdite sullo stock provocate dall’aumento dello spread. Il calo di agosto delle consistenze, diminuite a 364 miliardi, può spiegarsi o con la decisione delle banche di vendere titoli, o di smettere di comprarne, o con una erosione del valore dello stock. Probabilmente le tre cose sono accadute insieme. Rimane il fatto che la prima fonte di sofferenza per le banche italiane negli ultimi sei mesi non è stato il debito delle imprese. E’ stato il Btp.
Fonte: qui

BANCHE ITALIANE in TILT. Cosa succede e chi è a rischio?

I supervisori europei stanno monitorando la liquidità delle banche italiane “con molta preoccupazione”






Con i rendimenti dei titoli di stato italiani che negli ultimi mesi sono arrivati ai massimi livelli in oltre 4 anni, il settore che è stato il più colpito è stato quello bancario, il quale ha perso un terzo del suo valore di mercato nei sei mesi successivi al picco di aprile.





Mentre i rendimenti più elevati tendono ad essere positivi per le banche locali, le quali possono guadagnare un profitto maggiore sul margine d'interesse netto, l'Italia negli ultimi anni è stata un caso emblematico in cui le cose sono andate "alla rovescia", in gran parte a causa delle massicce riserve di debito sovrano italiano nelle banche nazionali.

E, come ha scritto di recente Bloomberg, mentre i bilanci delle banche italiane sono molto migliorati dalla crisi del debito sovrano nel 2011, le banche hanno utilizzato gran parte dei fondi successivamente iniettati dalla Banca Centrale Europea per acquistare ancora più debito sovrano.

Come mostrato di seguito, le istituzioni finanziarie del Paese detengono di gran lunga il maggior numero di obbligazioni statali tra i creditori in Europa. In particolare, secondo i dati della BCE, le banche italiane detengono circa €375 miliardi di obbligazioni nazionali (o il 10% dei loro attivi) e l'impennata dei rendimenti, danneggiando il valore di tali possedimenti, erode i loro livelli di capitale rendendole particolarmente vulnerabili ad ulteriori aumenti.





Ciò significa che quando i prezzi dei titoli italiani crollano, come stanno facendo ora, ciò porta alla sottocapitalizzazione delle banche e, se il calo dei prezzi è abbastanza ampio, potrebbe addirittura portare all'insolvenza bancaria.

Di qui l'aumento dei prezzi delle azioni e l'aumento dei CDS al crescere delle probabilità di default.





Commentando questo problema strutturale che affligge le banche italiane, Luigi Zingales, professore di finanza presso la School of Business dell'Università di Chicago, ha dichiarato a fine settembre che "l'Italia si trova di fronte ad un circolo vizioso che può portare ad una crisi simile a quella del 2011". Peggio ancora, Zingales ha avvertito che "dal 2011 non è cambiato nulla a livello europeo" aggiungendo che "senza il completamento delle misure bancarie e di sostegno, l'Italia rischia una spirale negativa come accaduto nel 2011. L'incertezza sta facendo salire gli spread delle obbligazioni, influenzando così i bilanci delle banche ed il loro costo di finanziamento, e in ultima analisi la loro capacità di dare credito".

Ecco che ritorna la proverbiale spirale distruttiva.

Ora sembra che l'Europa stessa stia cominciando ad essere preoccupata perché, secondo la Reutersle autorità europee di vigilanza bancaria hanno intensificato il monitoraggio dei livelli di liquidità delle banche italiane a causa delle turbolenze nei mercati dei giorni scorsi, cosa che ha provocato un forte aumento dei rendimenti dei titoli di stato del Paese.

E visto che l'Italia è l'unica nazione che, dopo la Grecia, corre il rischio più alto di una corsa agli sportelli bancarie, l'ultima cosa che l'UE vuole (o la BCE può permettersi) è innescare un panico bancario con la notizia che le banche ora sono "intensamente monitorate", così la Reuters ha citato una fonte europea di alto livello la quale ha affermato che "non c'è motivo di allarmarsi".

Naturalmente l'alternativa vuole che ci sia ragione di allarmarsi, e si formerebbero improvvisamente file per ritirare i propri depositi e risparmi e poi parcheggiarli in un qualche posto molto più sicuro.

Secondo la Reuters, il monitoraggio UE riguarda sia i depositi dei clienti sia il mercato interbancario, utilizzato dalle banche per prestarsi denaro reciprocamente senza richiedere garanzie collaterali, ha detto la fonte, aggiungendo che non c'è "nessun segnale di allarme".

Inoltre l'ampia liquidità fornita dalla BCE durante anni di politica monetaria ultraespansionistica sta proteggendo il mercato interbancario da qualsiasi tensione, hanno detto i trader di Milano.

Ancora più importante, le banche italiane non hanno visto alcuna fuga di depositi nonostante le recenti turbolenze sui mercati ed i prezzi delle banche in ribasso: a luglio i depositi nelle banche italiane erano a €2,390 miliardi, in calo da €2,410 miliardi a giugno.

Questo potrebbe cambiare presto se l'UE continuerà a scavare, spingendo la popolazione locale a chiedersi perché Bruxelles è così nervosa.

Nel frattempo l'Italia continua la disputa con l'UE sul suo bilancio, lo spread del debito sovrano continua a salire e gli analisti di Credit Suisse avvertono che uno spread superiore a 400 punti base non sarebbe sostenibile per le banche italiane.Secondo le stime, un ampliamento di 200 punti base a partire da fine giugno ridurrebbe in media il coefficiente patrimoniale dei creditori italiani di 66 punti base. E questo potrebbe innescare la necessità di un aumento di capitale, hanno detto gli analisti, incluso Carlo Tommaselli.





Per ora, il motivo principale per cui i depositanti locali sono rimasti ottimisti malgrado il calo dei prezzi delle azioni e l'accelerazione del declino della capitalizzazione, è che molti confidano che il capo della BCE, Mario Draghi, non permetterà mai che le banche italiane falliscano. Ma alla luce dell'attuale governo populista, può essere un'ipotesi ottimistica: dopo tutto, quale modo migliore per impartire al nuovo governo di coalizione una lezione se non lasciare che i rendimenti salgano ancora più in alto e mandino in bancarotta una o più banche, concentrando la rabbia pubblica sul governo Di Maio-Salvini?

Per ora la BCE si è rifiutata di giocare questo asso nella manica, anche se a giudicare dall'impennata dei rendimenti, non è intervenuta neanche con acquisti aggressivi. In agosto, Goldman Sachs ha sottolineato che le banche italiane spesso forniscono una fonte costante di domanda nei momenti di crisi, ma che il crescente rischio politico ed i cambiamenti normativi potrebbero renderle più riluttanti ad intervenire.

E la ragione principale di ciò è che, dopo 3 anni, il Q€ della BCE sta finalmente giungendo al termine.





Questo è il motivo per cui mentre gli ispettori dell'UE ritengono che non ci sia "nulla per cui allarmarsi", potrebbero voler vigilare attentamente per i prossimi 3 mesi, sempre più vicini al giorno in cui la BCE non monetizzerà più il debito italiano e non supporterà più le banche italiane. Non saremmo sorpresi se, pochi giorni prima della suddetta scadenza, inizieranno a formarsi le temute file di depositanti davanti le banche...


[*] traduzione di Francesco Simoncellihttps://www.francescosimoncelli.com/
BANCHE ITALIANE in TILT. Cosa succede e chi è a rischio?
BANCHE ITALIANE in TILT. Cosa succede e chi è a rischio?
BANCHE ITALIANE in TILT. Cosa succede e chi è a rischio?

lunedì 30 luglio 2018

BTP: estero in fuga, banche italiane in acquisto

  
Molto spesso l’uomo della strada, l’ipotetico signor Rossi (inteso come il risparmiatore tradizionale italiano, con una cultura finanziaria non proprio eccellente) va in banca e, sentendo parlare di “diversificazione”, chiede di poter fare delle cose diverse dal solito BTP. Siccome non gli interessano tutti quei prodotti che non garantiscono il capitale (lasciamo perdere, quai si apre una voragine culturale che in questa sede non possiamo approfondire), preferisce restare su obbligazioni che hanno una scadenza e che quindi rendono, magari poco, ma danno una cedola e ad una certa data, restituiscono il capitale.
Non criminalizzate questo mio scritto, è infarcito di errori macroscopici e di credenze popolari ma, ancora oggi, resta un normalissimo comportamento del risparmiatore italiano.
Tornando al nostro amico, il signor Rossi, va quindi in banca e dopo aver dato uno sguardo a qualche giornale, decide di non rinnovare il suo BTP ma di orientarsi su quell’obbligazione bancaria che stanno pubblicizzando.
In questo modo si diversifica, si ha una cedola ed il capitale a scadenza.
Ecco, in questa sede voglio focalizzarmi sulla prima convinzione del signor Rossi.


DIVERSIFICARE
Ma è corretto dire che comprare un bond della banca XYZ diversifico? E’ corretto separare e considerare quasi scollegati il rischio emittente Italia ed il rischio emittente bancario?
Per natura, è ovvio che la risposta è NO. E’ normale che tra Stato e banche continui ad esserci un filo conduttore fortissimo.
Come è anche normale pensare che l’emissione di una piccola banca, può considerarsi più rischiosa di quella di una grossa banca, proprio per una logica di “too big to default”.
E allo stesso tempo però, diventa difficile poter pensare che se l’Italia dovesse subire un default o una ristrutturazione del debito, le banche italiane me rimarrebbero immuni.
Morale: c’è una forte correlazione tra la solidità dello Stato Italia e le banche. Anche perché poi, lo sapete benissimo, sono proprio banche ed assicurazioni le prime detentrici di obbligazioni governative italiche.
E ultimamente la situazione è ulteriormente peggiorata.
Eccovi cosa dice il FT.
(…) Foreign investors shed record volumes of Italian debt in May as a sharp sell-off hit the country’s bond market, according to data highlighting the challenges facing the new populist government in the coming months. (…) The country’s bond yields have settled back from the highs they hit at the peak of the sell-off in late May but remain elevated in comparison with pricing before the populist coalition came into government. (…) [Source] 
Se poi si va a vedere, maggio è stato il mese con il massimo livello di sell off di BTP.
Ma dove saranno finiti tutti questi titoli? Beh, visto che nulla si crea e nulla si distrugge (si fa per dire) questi titoli sono proprio finiti in pancia a…banche ed assicurazioni italiane.
(…) D’altro canto è anche vero che dal fronte degli investitori domestici c’è stato un chiaro intervento di sostegno in termini di maggiori acquisti. Lo certifica la stessa Bce le cui statistiche, rielaborate da Bank of America, dicono che a maggio banche, assicurazioni, fondi pensione e altri investitori istituzionali domestici hanno infatti aumentato di molto la loro esposizione sul debito sovrano.
Di quanto? Quasi 30 miliardi di euro (vedi grafico in testa all’articolo) stando alle statistiche sulle cosiddette monetary financial istitution , definizione che comprende le banche e altre società finanziarie con sede in Italia. (…) [Source] 
Quindi è sempre più forte il legame banche Stato. Un bene per certi versi, perché c’è un “buyer” importante che quindi cerca di stabilire prezzi e volatilità.
Un male per altri, visto che un’esposizione maggiore al rischio Italia non è certo un bene per il nostro sistema finanziario. Alla faccia della diversificazione.


Fonte: qui