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venerdì 1 febbraio 2019
I TOPI INVADONO ANCHE IL CAMPIDOGLIO, L'ALLARME: “RISCHI BIOLOGICI PER I LAVORATORI”
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sabato 22 settembre 2018
ROMA, ORRORE A REBIBBIA: UNA DETENUTA TEDESCA LANCIA I DUE FIGLIOLETTI DALLE SCALE
UNO DI POCHI MESI MUORE, L'ALTRO PIU’ GRANDE DI 2 ANNI HA RIPORTATO DANNI CEREBRALI E LE SUE CONDIZIONI SONO CRITICHE…
Orrore nel carcere capitolino di Rebibbia. Una detenuta ha tentato di uccidere i suoi due figli lanciandoli giù dalle scale: uno è morto, l'altro è ricoverato in condizioni critiche in ospedale. Il fatto è accaduto all'interno della sezione nido dove sono ospitati bimbi fino a tre anni.
La donna di origini tedesche, 33 anni, si stava recando con le altre mamme-detenute nella sala pranzo del nido. Ha fatto passare davanti a sé tutte le altre compagne e quando è rimasta da sola, ha gettato dalle scale il figlio più piccolo di pochi mesi, ripetendo il gesto contro il più grande di 2 anni che è stato trasportato d'urgenza in ospedale.
La donna è arrivata a Rebibbia, dopo esser stata estradata dalla Germania, per traffico di droga lo scorso 27 agosto. Non risultano a suo carico patologie pregresse o psichiche. Nel dettaglio, come cita una fonte Uspp, Sindacato polizia penitenziaria, il più piccolo nella carrozzina sarebbe stato spinto per primo dalle scale, il più grande - che la donna teneva per mano - è stato spinto subito dopo. Negli ultimi colloqui avuti a metà settembre con alcuni familiari la donna avrebbe mostrato preoccupazione per il futuro dei suoi figli.
Danni cerebrali per il bimbo più grande. Il bimbo ferito, dopo esser arrivato al Pertini in codice rosso è stato trasferito al nosocomio Bambino Gesù. Le condizioni del piccolo - dal primo bollettino medico - sono particolarmente critiche con danno cerebrale severo. Il bambino è sottoposto attualmente a supporto rianimatorio avanzato e in ventilazione meccanica. In programma un intervento neurochirurgico. La prognosi resta riservata.
Sopralluogo pm. Il procuratore aggiunto Maria Monteleone, coordinatore del pool dei magistrati che si occupa dei reati sui minori, si è recata nel penitenziario di Rebibbia per svolgere un sopralluogo. Sul posto anche i carabinieri del Nucleo investigativo. Sul quanto avvenuto si avvierà una indagine per omicidio e tentato omicidio.
Sopralluogo pm. Il procuratore aggiunto Maria Monteleone, coordinatore del pool dei magistrati che si occupa dei reati sui minori, si è recata nel penitenziario di Rebibbia per svolgere un sopralluogo. Sul posto anche i carabinieri del Nucleo investigativo. Sul quanto avvenuto si avvierà una indagine per omicidio e tentato omicidio.
Fonte: qui
LE FRASI AGGHIACCIANTI DELLA DONNA TEDESCA, MULO DELLA DROGA
ORA SI CERCA IL PADRE, UN NIGERIANO, PER CHIEDERE L'AUTORIZZAZIONE ALL'ESPIANTO DEGLI ORGANI
BONAFEDE SOSPENDE I VERTICI DEL CARCERE
DETENUTA REBIBBIA: DICHIARATA MORTE CEREBRALE BAMBINO
(ANSA) - Si è conclusa la procedura di accertamento di morte cerebrale per il bimbo giunto ieri dal carcere di Rebibbia all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. In una nota, viene detto che "la commissione incaricata dell'accertamento ha dovuto confermare purtroppo lo stato di morte cerebrale del bambino". "Si valuta ancora, insieme alle autorità giudiziarie e al centro nazionale e regionale per i trapianti, la possibilità di donazione di organi", del bambino gettato insieme alla sorellina dalla madre detenuta nel carcere di Rebibbia.
DETENUTA REBIBBIA UCCIDE FIGLI, "ADESSO SONO LIBERI"
Marco Maffettone per l'ANSA
"Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà". Sono le agghiaccianti parole con cui Sebesta, ha raccontato al suo avvocato difensore quanto compiuto ieri nel reparto nido del carcere di Rebibbia dove si trovava detenuta per traffico di sostanze stupefacenti. La donna ha lanciato i suoi due figli giù dalle scale e nei suoi confronti l'accusa della Procura di Roma è di duplice omicidio.
La 33enne tedesca si trova piantonata nel reparto di psichiatria dell' ospedale Pertini e ha passato le ultime 24 ore a piangere e pregare. La figlia più piccola, Faith nata a Monaco di Baviera il 7 marzo scorso, è morta sul colpo, per il fratellino Divine, nato sempre a Monaco il 2 febbraio del 2017, i medici dell'ospedale Bambino Gesù hanno avviato la procedura per l'accertamento della morte cerebrale. A tal proposito la Procura di Roma ha lanciato un appello per rintracciare il padre dei piccoli, Ehis E. di nazionalità nigeriana, al fine di ottenere anche da lui l'ok per l'espianto degli organi.
La tragedia ha avuto delle conseguenze di natura amministrativa. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha, infatti, deciso per la 'linea dura' sospendendo il direttore della casa circondariale femminile, Ida Del Grosso, la sua vice, Gabriella Pedote, e il vice comandante del reparto di Polizia penitenziaria, Antonella Proietti. Il ministro, parlando di quanto accaduto, ha detto di avere preso questa decisione perché ha ritenuto che "sono stati fatti errori".
"Il messaggio - ha sottolineato Bonafede - deve essere chiaro: nel mondo della detenzione non si può sbagliare. Quel mondo vive in condizioni gravi; io mi sto impegnando e penso non solo ai detenuti, ma anche agli agenti penitenziari. Tuttavia se vedo qualcosa che non deve accadere io prendo subito provvedimenti". Quanto alle critiche di chi dice che la donna non doveva stare in carcere, per il ministro "tutti si improvvisano tuttologi. Sono i magistrati a decidere quando si può fare la detenzione domiciliare e non è detto che a casa quei bimbi sarebbero stati più sicuri".
Il Pd, a partire da Andrea Orlando, è andato all' attacco. "E' sicuro - ha sottolineato l'ex ministro della Giustizia - che per non avere più bambini in carcere basta approvare la nostra riforma sull'ordinamento penitenziario". Per Alessandra Gallone, vicepresidente dei senatori di Forza Italia, va applicata la legge che prevede gli "Icam, istituti in cui possono essere accolte le detenute insieme ai loro bambini". Sulla vicenda è stato avviato un accertamento ispettivo da parte del Dap, mentre per quanto riguarda l'indagine penale, la donna, al momento, resta l'unica indagata.
Gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, stanno effettuando una serie di accertamenti. Parlando con il suo avvocato, Andrea Palmiero, la detenuta è apparsa consapevole di quanto avvenuto. "Sapevo che ieri era in programma l'udienza davanti ai giudici del Riesame che dovevano discutere della mia posizione - ha affermato -. I miei figli li ho liberati, adesso sono in Paradiso". La donna era stata arrestata il 28 agosto scorso a Roma perché trovata in possesso di 10 chilogrammi di marijuana. Nei suoi confronti è stato applicato l'arresto in flagranza di reato, misura che dovrà essere convalidata nei prossimi giorni dal gip.
Fonte: qui
SE LA DONNA FOSSE STATA TRASFERITA IN UNA STRUTTURA FUORI DAL CARCERE, SE IL GIP NON AVESSE NEGATO LE ISTANZE DEL SUO DIFENSORE E SE QUALCUNO NON AVESSE IGNORATO DUE SEGNALAZIONI SULLE SUE CONDIZIONI MENTALI,
OGGI FORSE QUEI DUE PICCOLI INNOCENTI SAREBBERO ANCORA IN VITA
Federica Angeli e Maria Elena Vincenzi per la Repubblica
A tre giorni dalla tragedia che si è consumata nella sezione nido del carcere romano di Rebibbia cominciano a delinearsi i contorni di una vicenda composta da una catena infinita di "e se".
Anello dopo anello si comprende meglio che se Alice Sebesta, la donna tedesca di 33 anni che ha ucciso la figlia di 7 mesi e il primogenito di 2 anni gettandoli dalle scale, avesse avuto una residenza, se si fossero rispettati i dettami della legge 62/2011, se il gip non avesse negato le istanze del suo difensore e se qualcuno non avesse ignorato due segnalazioni sulle sue condizioni mentali, oggi forse quei due piccoli innocenti sarebbero ancora in vita. E non si tratta di ragionare col senno di poi. Ma solo di capire l' epilogo di una vicenda a partire dalle sue innegabili contraddizioni che, al momento, hanno portato alla sospensione di direttrice, vicedirettrice e vicedirigente della penitenziaria di Rebibbia.
Il 26 agosto Alice viene arrestata dai carabinieri della compagnia Roma Centro. Era vicino alla stazione Termini in un' auto insieme a due nigeriani e ai suoi due figli.
Passava per Roma e aveva con sé 10 chili di marijuana. Quando i militari l' hanno fermata ha dichiarato che quella droga era tutta sua.
Il gip in 24 ore convalida l' arresto per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. E qui si consuma la prima " violazione". La donna è di passaggio nella capitale, è domiciliata in Germania e a Roma non ha un casa. Motivo per cui - a differenza di quanto previsto dall' articolo 146 del codice penale - malgrado Alice abbia due bambini e malgrado il suo avvocato chieda l' obbligo di firma, il giudice stabilisce che debba andare in carcere.
Il domicilio negato
La donna arriva a Rebibbia il 28 agosto, nella "sezione nido". Il suo difensore, Andrea Palmiero, presenta il 4 settembre istanza di scarcerazione trovandole un domicilio in cui la donna possa scontare la detenzione preventiva. Alice è anche incensurata. Tre giorni dopo il gip rigetta la richiesta. Nella motivazione scrive che non vi era nessun elemento nuovo per permettere alla madre di tornare libera. Trascurando che in quella istanza veniva fornito un indirizzo, che Alice aveva un casa dove andare con i suoi bambini. E che quello era il motivo per cui, di fatto, era finita dentro.
La struttura inadeguata
E così Alice e i suoi due figli minorenni rimangono a Rebibbia, anche se la legge 62 del 2011 è al riguardo chiara. La donna avrebbe dovuto, nelle sue condizioni giudiziarie e in quanto mamma, abitare in una struttura fuori dal carcere, in un Icam ( istituto a custodia attenuata per detenuti madri), ossia il livello intermedio tra la sezione nido del carcere ( riservata per legge a mafiose e terroriste) e la casa protetta ( per reati minori). L' I-cam però a Roma non c' è, dunque per Alice Sebesta si è scelta la soluzione Rebibbia, quella più dura.
Gli allarmi ignorati «La detenuta era stata più volte segnalata per alcuni comportamenti, sintomatici di una preoccupante intolleranza nei confronti dei due piccoli» e il personale in servizio presso il carcere aveva segnalato « la necessità di accertamenti anche di tipo psichiatrico». A scriverlo è il capo del Dap, Francesco Basentini. Al momento del suo arrivo, Alice ha un colloquio con la psicologa che lavora in carcere: la dottoressa non ravvisa niente di particolare. Ad accorgersi di piccole note stonate nel comportamento della donna sono le agenti penitenziarie. Che in due segnalazioni, indirizzate ai vertici del penitenziario, raccontano due episodi. Il primo parla di un atteggiamento " strano" rispetto al nutrimento del neonato. La donna, che allatta ancora, usa il tiralatte ed è lei stessa a berlo invece di darlo alla piccola. La seconda viene redatta il giorno prima della tragedia.(...)
Fonte: qui
mercoledì 19 settembre 2018
ROMA, ORRORE A REBIBBIA: UNA DETENUTA LANCIA I DUE FIGLIOLETTI DALLE SCALE
UNO DI POCHI MESI MUORE, L'ALTRO PIU’ GRANDE DI 2 ANNI HA RIPORTATO DANNI CEREBRALI E LE SUE CONDIZIONI SONO CRITICHE…
Orrore nel carcere capitolino di Rebibbia. Una detenuta ha tentato di uccidere i suoi due figli lanciandoli giù dalle scale: uno è morto, l'altro è ricoverato in condizioni critiche in ospedale. Il fatto è accaduto all'interno della sezione nido dove sono ospitati bimbi fino a tre anni.
La donna di origini tedesche, 33 anni, si stava recando con le altre mamme-detenute nella sala pranzo del nido. Ha fatto passare davanti a sé tutte le altre compagne e quando è rimasta da sola, ha gettato dalle scale il figlio più piccolo di pochi mesi, ripetendo il gesto contro il più grande di 2 anni che è stato trasportato d'urgenza in ospedale.
La donna è arrivata a Rebibbia, dopo esser stata estradata dalla Germania, per traffico di droga lo scorso 27 agosto. Non risultano a suo carico patologie pregresse o psichiche. Nel dettaglio, come cita una fonte Uspp, Sindacato polizia penitenziaria, il più piccolo nella carrozzina sarebbe stato spinto per primo dalle scale, il più grande - che la donna teneva per mano - è stato spinto subito dopo. Negli ultimi colloqui avuti a metà settembre con alcuni familiari la donna avrebbe mostrato preoccupazione per il futuro dei suoi figli.
Danni cerebrali per il bimbo più grande. Il bimbo ferito, dopo esser arrivato al Pertini in codice rosso è stato trasferito al nosocomio Bambino Gesù. Le condizioni del piccolo - dal primo bollettino medico - sono particolarmente critiche con danno cerebrale severo. Il bambino è sottoposto attualmente a supporto rianimatorio avanzato e in ventilazione meccanica. In programma un intervento neurochirurgico. La prognosi resta riservata.
Sopralluogo pm. Il procuratore aggiunto Maria Monteleone, coordinatore del pool dei magistrati che si occupa dei reati sui minori, si è recata nel penitenziario di Rebibbia per svolgere un sopralluogo. Sul posto anche i carabinieri del Nucleo investigativo. Sul quanto avvenuto si avvierà una indagine per omicidio e tentato omicidio.
Sopralluogo pm. Il procuratore aggiunto Maria Monteleone, coordinatore del pool dei magistrati che si occupa dei reati sui minori, si è recata nel penitenziario di Rebibbia per svolgere un sopralluogo. Sul posto anche i carabinieri del Nucleo investigativo. Sul quanto avvenuto si avvierà una indagine per omicidio e tentato omicidio.
Fonte: qui
LE FRASI AGGHIACCIANTI DELLA DONNA TEDESCA, MULO DELLA DROGA
ORA SI CERCA IL PADRE, UN NIGERIANO, PER CHIEDERE L'AUTORIZZAZIONE ALL'ESPIANTO DEGLI ORGANI
BONAFEDE SOSPENDE I VERTICI DEL CARCERE
DETENUTA REBIBBIA: DICHIARATA MORTE CEREBRALE BAMBINO
(ANSA) - Si è conclusa la procedura di accertamento di morte cerebrale per il bimbo giunto ieri dal carcere di Rebibbia all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. In una nota, viene detto che "la commissione incaricata dell'accertamento ha dovuto confermare purtroppo lo stato di morte cerebrale del bambino". "Si valuta ancora, insieme alle autorità giudiziarie e al centro nazionale e regionale per i trapianti, la possibilità di donazione di organi", del bambino gettato insieme alla sorellina dalla madre detenuta nel carcere di Rebibbia.
DETENUTA REBIBBIA UCCIDE FIGLI, "ADESSO SONO LIBERI"
Marco Maffettone per l'ANSA
"Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà". Sono le agghiaccianti parole con cui Sebesta, ha raccontato al suo avvocato difensore quanto compiuto ieri nel reparto nido del carcere di Rebibbia dove si trovava detenuta per traffico di sostanze stupefacenti. La donna ha lanciato i suoi due figli giù dalle scale e nei suoi confronti l'accusa della Procura di Roma è di duplice omicidio.
La 33enne tedesca si trova piantonata nel reparto di psichiatria dell' ospedale Pertini e ha passato le ultime 24 ore a piangere e pregare. La figlia più piccola, Faith nata a Monaco di Baviera il 7 marzo scorso, è morta sul colpo, per il fratellino Divine, nato sempre a Monaco il 2 febbraio del 2017, i medici dell'ospedale Bambino Gesù hanno avviato la procedura per l'accertamento della morte cerebrale. A tal proposito la Procura di Roma ha lanciato un appello per rintracciare il padre dei piccoli, Ehis E. di nazionalità nigeriana, al fine di ottenere anche da lui l'ok per l'espianto degli organi.
La tragedia ha avuto delle conseguenze di natura amministrativa. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha, infatti, deciso per la 'linea dura' sospendendo il direttore della casa circondariale femminile, Ida Del Grosso, la sua vice, Gabriella Pedote, e il vice comandante del reparto di Polizia penitenziaria, Antonella Proietti. Il ministro, parlando di quanto accaduto, ha detto di avere preso questa decisione perché ha ritenuto che "sono stati fatti errori".
"Il messaggio - ha sottolineato Bonafede - deve essere chiaro: nel mondo della detenzione non si può sbagliare. Quel mondo vive in condizioni gravi; io mi sto impegnando e penso non solo ai detenuti, ma anche agli agenti penitenziari. Tuttavia se vedo qualcosa che non deve accadere io prendo subito provvedimenti". Quanto alle critiche di chi dice che la donna non doveva stare in carcere, per il ministro "tutti si improvvisano tuttologi. Sono i magistrati a decidere quando si può fare la detenzione domiciliare e non è detto che a casa quei bimbi sarebbero stati più sicuri".
Il Pd, a partire da Andrea Orlando, è andato all' attacco. "E' sicuro - ha sottolineato l'ex ministro della Giustizia - che per non avere più bambini in carcere basta approvare la nostra riforma sull'ordinamento penitenziario". Per Alessandra Gallone, vicepresidente dei senatori di Forza Italia, va applicata la legge che prevede gli "Icam, istituti in cui possono essere accolte le detenute insieme ai loro bambini". Sulla vicenda è stato avviato un accertamento ispettivo da parte del Dap, mentre per quanto riguarda l'indagine penale, la donna, al momento, resta l'unica indagata.
Gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, stanno effettuando una serie di accertamenti. Parlando con il suo avvocato, Andrea Palmiero, la detenuta è apparsa consapevole di quanto avvenuto. "Sapevo che ieri era in programma l'udienza davanti ai giudici del Riesame che dovevano discutere della mia posizione - ha affermato -. I miei figli li ho liberati, adesso sono in Paradiso". La donna era stata arrestata il 28 agosto scorso a Roma perché trovata in possesso di 10 chilogrammi di marijuana. Nei suoi confronti è stato applicato l'arresto in flagranza di reato, misura che dovrà essere convalidata nei prossimi giorni dal gip.
Fonte: qui
SE LA DONNA FOSSE STATA TRASFERITA IN UNA STRUTTURA FUORI DAL CARCERE, SE IL GIP NON AVESSE NEGATO LE ISTANZE DEL SUO DIFENSORE E SE QUALCUNO NON AVESSE IGNORATO DUE SEGNALAZIONI SULLE SUE CONDIZIONI MENTALI,
OGGI FORSE QUEI DUE PICCOLI INNOCENTI SAREBBERO ANCORA IN VITA
Federica Angeli e Maria Elena Vincenzi per la Repubblica
A tre giorni dalla tragedia che si è consumata nella sezione nido del carcere romano di Rebibbia cominciano a delinearsi i contorni di una vicenda composta da una catena infinita di "e se".
Anello dopo anello si comprende meglio che se Alice Sebesta, la donna tedesca di 33 anni che ha ucciso la figlia di 7 mesi e il primogenito di 2 anni gettandoli dalle scale, avesse avuto una residenza, se si fossero rispettati i dettami della legge 62/2011, se il gip non avesse negato le istanze del suo difensore e se qualcuno non avesse ignorato due segnalazioni sulle sue condizioni mentali, oggi forse quei due piccoli innocenti sarebbero ancora in vita. E non si tratta di ragionare col senno di poi. Ma solo di capire l' epilogo di una vicenda a partire dalle sue innegabili contraddizioni che, al momento, hanno portato alla sospensione di direttrice, vicedirettrice e vicedirigente della penitenziaria di Rebibbia.
Il 26 agosto Alice viene arrestata dai carabinieri della compagnia Roma Centro. Era vicino alla stazione Termini in un' auto insieme a due nigeriani e ai suoi due figli.
Passava per Roma e aveva con sé 10 chili di marijuana. Quando i militari l' hanno fermata ha dichiarato che quella droga era tutta sua.
Il gip in 24 ore convalida l' arresto per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. E qui si consuma la prima " violazione". La donna è di passaggio nella capitale, è domiciliata in Germania e a Roma non ha un casa. Motivo per cui - a differenza di quanto previsto dall' articolo 146 del codice penale - malgrado Alice abbia due bambini e malgrado il suo avvocato chieda l' obbligo di firma, il giudice stabilisce che debba andare in carcere.
Il domicilio negato
La donna arriva a Rebibbia il 28 agosto, nella "sezione nido". Il suo difensore, Andrea Palmiero, presenta il 4 settembre istanza di scarcerazione trovandole un domicilio in cui la donna possa scontare la detenzione preventiva. Alice è anche incensurata. Tre giorni dopo il gip rigetta la richiesta. Nella motivazione scrive che non vi era nessun elemento nuovo per permettere alla madre di tornare libera. Trascurando che in quella istanza veniva fornito un indirizzo, che Alice aveva un casa dove andare con i suoi bambini. E che quello era il motivo per cui, di fatto, era finita dentro.
La struttura inadeguata
E così Alice e i suoi due figli minorenni rimangono a Rebibbia, anche se la legge 62 del 2011 è al riguardo chiara. La donna avrebbe dovuto, nelle sue condizioni giudiziarie e in quanto mamma, abitare in una struttura fuori dal carcere, in un Icam ( istituto a custodia attenuata per detenuti madri), ossia il livello intermedio tra la sezione nido del carcere ( riservata per legge a mafiose e terroriste) e la casa protetta ( per reati minori). L' I-cam però a Roma non c' è, dunque per Alice Sebesta si è scelta la soluzione Rebibbia, quella più dura.
Gli allarmi ignorati «La detenuta era stata più volte segnalata per alcuni comportamenti, sintomatici di una preoccupante intolleranza nei confronti dei due piccoli» e il personale in servizio presso il carcere aveva segnalato « la necessità di accertamenti anche di tipo psichiatrico». A scriverlo è il capo del Dap, Francesco Basentini. Al momento del suo arrivo, Alice ha un colloquio con la psicologa che lavora in carcere: la dottoressa non ravvisa niente di particolare. Ad accorgersi di piccole note stonate nel comportamento della donna sono le agenti penitenziarie. Che in due segnalazioni, indirizzate ai vertici del penitenziario, raccontano due episodi. Il primo parla di un atteggiamento " strano" rispetto al nutrimento del neonato. La donna, che allatta ancora, usa il tiralatte ed è lei stessa a berlo invece di darlo alla piccola. La seconda viene redatta il giorno prima della tragedia.(...)
Fonte: qui
lunedì 21 maggio 2018
''MI STUPRAVANO, MI FILMAVANO E MI MOSTRAVANO I VIDEO: LO AVEVANO GIÀ FATTO AD ALTRE''. IL RACCONTO DA GELARE IL SANGUE DELLA DONNA VIOLENTATA A ROMA DA 4, FORSE BENGALESI
'STAVO ASPETTANDO IL BUS DOPO AVER FATTO LA COMPARSA NEL PUBBLICO DI 'VUOI SCOMMETTERE?'. SI AVVICINA UNA PANDA, LI IGNORO MA UNO SCENDE CON UN COLTELLO...''
SOTTO IL CAVALCAVIA, ARRIVANO ALTRI DUE: ''SEMBRAVA UN LEONE FAMELICO, PUZZAVA DI BIRRA; IO VOMITAVO, A LUI NON IMPORTAVA, BESTEMMIAVA, DICEVA: VOMITA, TANTO T'AMMAZZO''
LA DONNA PERÒ È RIUSCITA A SALVARE DELLE PROVE CHE POSSONO INCASTRARE IL BRANCO...
«MI STUPRAVANO E FILMAVANO LO AVEVANO GIÀ FATTO AD ALTRE»
Elena Ceravolo e Alessia Marani per ''Il Messaggero''
Tre uomini la tenevano ferma allungando continuamente le mani e un altro si avventava su di lei come una belva feroce. L' orrore ha superato ogni fantasia, anche la più malata, in una vecchia Panda sotto un cavalcavia dell' autostrada del Sole. «Quella bestia mi mordeva le labbra, il volto, le braccia, dietro le spalle, sulle gambe, sembrava un leone famelico, puzzava di birra; io vomitavo, ma a lui non importava, bestemmiava, mi diceva: Vomita pure, tanto t' ammazzo. Mi metteva in mano un telefono per illuminare la scena, con un altro filmava lo stupro, lo metto su Facebook, rideva e io vomitavo ancora».
Silvia (nome di fantasia), 44 anni da compiere, si fa forza, con le parole tenta di liberarsi dall' orrore. «Mi sono lavata e rilavata, sterilizzata, ma quello schifo proprio non se ne va».
Li aveva mai visti prima?
«No, mai. Era l' una, stavo aspettando il bus davanti alla stazione di Rebibbia, avevo finito da poco di lavorare come comparsa nel pubblico di Vuoi scommettere negli studi Mediaset al Palatino. É così che mi guadagno da vivere. Qualche volta i colleghi mi accompagnano a casa, altre prendo il bus. Non avevo mai avuto problemi, nessuno mi aveva mai toccata. Ho girato il mondo, viaggiando anche da sola, in Africa, in America, in Olanda, so farmi rispettare dagli uomini, ma questi erano belve».
L' hanno trascinata nella Panda?
«Sì, inizialmente erano due nell' auto. Ma è quello che guidava che parlava di più, era il capo. Mi ha detto anche come si chiamava. La sua figura minuta, il viso sbarbato e i folti capelli neri non li scorderò mai. Si sono accostati, lui mi ha detto: Sto portando il mio amico a Tivoli, dai ti diamo un passaggio. Io mi sono rifiutata, quell' uomo stava bevendo birra, era su di giri. Lo sportello sul lato passeggero era tutto rotto, ho avuto paura. Tranquilla siamo Bangladesh, siamo bravi noi, lo sportello è rotto perché faccio il meccanico, l' auto è di un cliente. Domani la riconsegno, è da 9 anni che vivo in Italia».
E poi?
«Naturalmente non gli ho creduto, ho fatto per allontanarmi, ma in un lampo l' altro è sceso, mi ha spinto dentro la macchina, mi ha dato anche un calcio. Subito mi sono trovata un coltello alla gola».
Cosa è successo durante il tragitto?
«Quello guidava come un pazzo, una mano sul volante, con l' altra stringeva una bottiglia di birra e fumava. Sbandava. Mi ripeteva di stare tranquilla, l' altro parlava poco, aveva il volto semicoperto da una sciarpa. Siamo passati anche davanti agli studi Titanus, dove si è fermato da alcune schiave del sesso, sembravano conoscerle.
Ci vediamo dopo, hanno detto loro. Ho chiesto di poter scendere, ma non mi facevano muovere. Quell' altro guardava sul telefonino dei filmati porno, sotto i sedili c' era quel coltellaccio e ci saranno state una ventina di bottiglie di birra vuote. Ero terrorizzata, ma speravo di cavarmela. Poco dopo, però, ho pensato di morire».
Quando si è spalancato l' inferno?
«Arrivati a Guidonia, ha improvvisamente sterzato a sinistra, su una stradina di campagna. Il boss al volante era sicuro del fatto suo, andava spedito. Si è fermato sotto quel cavalcavia, sentivo il rumore delle auto e dei camion che passavano sopra. Dal buio sono spuntati altri due uomini, ubriachi fradici. Si conoscevano, forse dormivano là in mezzo alla discarica. Mo' che voi fa? O ci stai o, guarda, manco mi serve il coltello, ti stritolo con questa mano, e mi ha afferrato per il collo. Mi tiravano le gambe, mi hanno sfilato una parte del pantalone, mi davano schiaffi e lui mi schiacciava il volto.
Io ho provato a difendermi, ma loro erano in quattro sopra di me. A un certo punto mi hanno detto: Sai quante ne abbiamo ammazzate, ora ti mettiamo dentro una busta e ti buttiamo qua. E per convincermi il capo mi ha fatto vedere i filmati che aveva sul telefonino: si vedeva la sua faccia e poi donne, straniere, che urlavano e imploravano pietà. Allora ho chiuso gli occhi, volevo solo che finisse tutto presto».
Credevi di morire?
«Sì, e quando dopo che si sono sfogati, sono riuscita a riagguantare la borsa e mi hanno abbandonato lì nel buio, non mi sembrava vero. Avevo il mio telefonino, con tutti i numeri preziosi per il lavoro, riavevo, nonostante tutto, la mia vita. Ho chiamato il 113, i poliziotti che ho incontrato poco dopo ora sono i miei angeli. Mi sono sentita protetta. Ho indicato loro le bottiglie e la sigaretta lasciate dal branco a terra. Dico alle donne: non subite e se qualcun' altra è finita nelle mani di quelle bestie, parli».
SU BOTTIGLIE E CICCHE DI SIGARETTA C' È IL DNA DEI QUATTRO ASSALITORI
Elena Ceravolo E Alessia Marani per ''Il Messaggero''
È sul mozzicone di una sigaretta e su due bottiglie di birra scolate dagli stupratori durante il viaggio dell' orrore in auto e poi buttate sul luogo dello stupro, che i poliziotti di Tivoli e i colleghi della Squadra Mobile di Roma sperano di trovare la firma dei quattro componenti del branco che giovedì notte ha sequestrato e poi violentato una donna italo-eritrea di 44 anni in un sottopasso di campagna tra la Capitale e Guidonia. Sono questi alcuni degli elementi nelle mani della Scientifica che ha già campionato le tracce biologiche lasciate sugli indumenti della donna e i tamponi effettuati dai sanitari al pronto soccorso dell' ospedale di Tivoli.
Non solo. Gli inquirenti da venerdì mattina stanno svolgendo un lavoro porta a porta passando al setaccio tutte le attività commerciali dotate di sistemi di videosorveglianza lungo i quasi dodici chilometri di tragitto percorsi dalla Panda vecchio tipo in cui la donna è stata costretta a salire, a caccia delle immagini chiave per risolvere il caso.
I FRAME
Un compito non facile: perché spesso le immagini sono sgranate e i frame da visionare sono migliaia, con auto che sfrecciano al buio prima lungo la via Tiburtina, poi sullo stradone di Casal Bianco, infine sulla Selciatella.
Gli investigatori hanno già portato in commissariato i file contenenti le sequenze di quella notte, registrati da almeno un paio di distributori di benzina, un Tamoil e un impianto Eni Agip che si trova proprio in prossimità della strada bianca imboccata dagli stupratori per appartarsi nelle campagne di Guidonia. Anche i filmati registrati da un ComproOro nei pressi della fermata bus di Rebibbia dove la 44enne è stata avvicinata, sono al vaglio dei poliziotti. Non è escluso che spunti la targa della Panda.
IL REBUS Un rebus che gli inquirenti coordinati dalla Procura di Tivoli contano di risolvere mettendo insieme più tasselli. A partire dai riscontri sulle celle telefoniche agganciate in quell' area tra l' una e le 3,10 della notte, momento in cui la vittima è riuscita finalmente a liberarsi e a chiamare la polizia. È un' indagine tutta affidata al fiuto investigativo e alla conoscenza del territorio quella messa in campo dagli uomini del commissariato di Tivoli per stringere il cerchio intorno ai quattro uomini, probabilmente bengalesi, che hanno agito in mezzo a una discarica abusiva in via della Selciatella, sotto al ponte che scavalca la bretella autostradale Fiano-San Cesareo.
La Procura procede per i reati di sequestro di persona e violenza sessuale. I poliziotti stanno ascoltando anche le schiave del sesso che abitualmente lavorano lungo la Tiburtina per capire se hanno mai avuto a che fare con il branco o qualcuno dei suoi componenti. Al setaccio anche officine e carrozzerie dove potrebbe essere nascosta la Panda.
Fonte: qui
«MI STUPRAVANO E FILMAVANO LO AVEVANO GIÀ FATTO AD ALTRE»
Elena Ceravolo e Alessia Marani per ''Il Messaggero''
Tre uomini la tenevano ferma allungando continuamente le mani e un altro si avventava su di lei come una belva feroce. L' orrore ha superato ogni fantasia, anche la più malata, in una vecchia Panda sotto un cavalcavia dell' autostrada del Sole. «Quella bestia mi mordeva le labbra, il volto, le braccia, dietro le spalle, sulle gambe, sembrava un leone famelico, puzzava di birra; io vomitavo, ma a lui non importava, bestemmiava, mi diceva: Vomita pure, tanto t' ammazzo. Mi metteva in mano un telefono per illuminare la scena, con un altro filmava lo stupro, lo metto su Facebook, rideva e io vomitavo ancora».
Silvia (nome di fantasia), 44 anni da compiere, si fa forza, con le parole tenta di liberarsi dall' orrore. «Mi sono lavata e rilavata, sterilizzata, ma quello schifo proprio non se ne va».
Li aveva mai visti prima?
«No, mai. Era l' una, stavo aspettando il bus davanti alla stazione di Rebibbia, avevo finito da poco di lavorare come comparsa nel pubblico di Vuoi scommettere negli studi Mediaset al Palatino. É così che mi guadagno da vivere. Qualche volta i colleghi mi accompagnano a casa, altre prendo il bus. Non avevo mai avuto problemi, nessuno mi aveva mai toccata. Ho girato il mondo, viaggiando anche da sola, in Africa, in America, in Olanda, so farmi rispettare dagli uomini, ma questi erano belve».
L' hanno trascinata nella Panda?
«Sì, inizialmente erano due nell' auto. Ma è quello che guidava che parlava di più, era il capo. Mi ha detto anche come si chiamava. La sua figura minuta, il viso sbarbato e i folti capelli neri non li scorderò mai. Si sono accostati, lui mi ha detto: Sto portando il mio amico a Tivoli, dai ti diamo un passaggio. Io mi sono rifiutata, quell' uomo stava bevendo birra, era su di giri. Lo sportello sul lato passeggero era tutto rotto, ho avuto paura. Tranquilla siamo Bangladesh, siamo bravi noi, lo sportello è rotto perché faccio il meccanico, l' auto è di un cliente. Domani la riconsegno, è da 9 anni che vivo in Italia».
E poi?
«Naturalmente non gli ho creduto, ho fatto per allontanarmi, ma in un lampo l' altro è sceso, mi ha spinto dentro la macchina, mi ha dato anche un calcio. Subito mi sono trovata un coltello alla gola».
Cosa è successo durante il tragitto?
«Quello guidava come un pazzo, una mano sul volante, con l' altra stringeva una bottiglia di birra e fumava. Sbandava. Mi ripeteva di stare tranquilla, l' altro parlava poco, aveva il volto semicoperto da una sciarpa. Siamo passati anche davanti agli studi Titanus, dove si è fermato da alcune schiave del sesso, sembravano conoscerle.
Ci vediamo dopo, hanno detto loro. Ho chiesto di poter scendere, ma non mi facevano muovere. Quell' altro guardava sul telefonino dei filmati porno, sotto i sedili c' era quel coltellaccio e ci saranno state una ventina di bottiglie di birra vuote. Ero terrorizzata, ma speravo di cavarmela. Poco dopo, però, ho pensato di morire».
Quando si è spalancato l' inferno?
«Arrivati a Guidonia, ha improvvisamente sterzato a sinistra, su una stradina di campagna. Il boss al volante era sicuro del fatto suo, andava spedito. Si è fermato sotto quel cavalcavia, sentivo il rumore delle auto e dei camion che passavano sopra. Dal buio sono spuntati altri due uomini, ubriachi fradici. Si conoscevano, forse dormivano là in mezzo alla discarica. Mo' che voi fa? O ci stai o, guarda, manco mi serve il coltello, ti stritolo con questa mano, e mi ha afferrato per il collo. Mi tiravano le gambe, mi hanno sfilato una parte del pantalone, mi davano schiaffi e lui mi schiacciava il volto.
Io ho provato a difendermi, ma loro erano in quattro sopra di me. A un certo punto mi hanno detto: Sai quante ne abbiamo ammazzate, ora ti mettiamo dentro una busta e ti buttiamo qua. E per convincermi il capo mi ha fatto vedere i filmati che aveva sul telefonino: si vedeva la sua faccia e poi donne, straniere, che urlavano e imploravano pietà. Allora ho chiuso gli occhi, volevo solo che finisse tutto presto».
Credevi di morire?
«Sì, e quando dopo che si sono sfogati, sono riuscita a riagguantare la borsa e mi hanno abbandonato lì nel buio, non mi sembrava vero. Avevo il mio telefonino, con tutti i numeri preziosi per il lavoro, riavevo, nonostante tutto, la mia vita. Ho chiamato il 113, i poliziotti che ho incontrato poco dopo ora sono i miei angeli. Mi sono sentita protetta. Ho indicato loro le bottiglie e la sigaretta lasciate dal branco a terra. Dico alle donne: non subite e se qualcun' altra è finita nelle mani di quelle bestie, parli».
SU BOTTIGLIE E CICCHE DI SIGARETTA C' È IL DNA DEI QUATTRO ASSALITORI
Elena Ceravolo E Alessia Marani per ''Il Messaggero''
È sul mozzicone di una sigaretta e su due bottiglie di birra scolate dagli stupratori durante il viaggio dell' orrore in auto e poi buttate sul luogo dello stupro, che i poliziotti di Tivoli e i colleghi della Squadra Mobile di Roma sperano di trovare la firma dei quattro componenti del branco che giovedì notte ha sequestrato e poi violentato una donna italo-eritrea di 44 anni in un sottopasso di campagna tra la Capitale e Guidonia. Sono questi alcuni degli elementi nelle mani della Scientifica che ha già campionato le tracce biologiche lasciate sugli indumenti della donna e i tamponi effettuati dai sanitari al pronto soccorso dell' ospedale di Tivoli.
Non solo. Gli inquirenti da venerdì mattina stanno svolgendo un lavoro porta a porta passando al setaccio tutte le attività commerciali dotate di sistemi di videosorveglianza lungo i quasi dodici chilometri di tragitto percorsi dalla Panda vecchio tipo in cui la donna è stata costretta a salire, a caccia delle immagini chiave per risolvere il caso.
I FRAME
Un compito non facile: perché spesso le immagini sono sgranate e i frame da visionare sono migliaia, con auto che sfrecciano al buio prima lungo la via Tiburtina, poi sullo stradone di Casal Bianco, infine sulla Selciatella.
Gli investigatori hanno già portato in commissariato i file contenenti le sequenze di quella notte, registrati da almeno un paio di distributori di benzina, un Tamoil e un impianto Eni Agip che si trova proprio in prossimità della strada bianca imboccata dagli stupratori per appartarsi nelle campagne di Guidonia. Anche i filmati registrati da un ComproOro nei pressi della fermata bus di Rebibbia dove la 44enne è stata avvicinata, sono al vaglio dei poliziotti. Non è escluso che spunti la targa della Panda.
IL REBUS Un rebus che gli inquirenti coordinati dalla Procura di Tivoli contano di risolvere mettendo insieme più tasselli. A partire dai riscontri sulle celle telefoniche agganciate in quell' area tra l' una e le 3,10 della notte, momento in cui la vittima è riuscita finalmente a liberarsi e a chiamare la polizia. È un' indagine tutta affidata al fiuto investigativo e alla conoscenza del territorio quella messa in campo dagli uomini del commissariato di Tivoli per stringere il cerchio intorno ai quattro uomini, probabilmente bengalesi, che hanno agito in mezzo a una discarica abusiva in via della Selciatella, sotto al ponte che scavalca la bretella autostradale Fiano-San Cesareo.
La Procura procede per i reati di sequestro di persona e violenza sessuale. I poliziotti stanno ascoltando anche le schiave del sesso che abitualmente lavorano lungo la Tiburtina per capire se hanno mai avuto a che fare con il branco o qualcuno dei suoi componenti. Al setaccio anche officine e carrozzerie dove potrebbe essere nascosta la Panda.
Fonte: qui
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