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giovedì 28 febbraio 2019
venerdì 1 febbraio 2019
GENOVA - LA CITTÀ È DIVENTATA IL CROCEVIA DEI NARCOS - IERI SEQUESTRATE DUE TONNELLATE DI COCAINA: È LA QUANTITÀ PIÙ MASSICCIA DA 25 ANNI
È LA QUANTITÀ PIÙ MASSICCIA DA 25 ANNI
LA DROGA AVREBBE GENERATO UN INCASSO FINALE DI 560 MILIONI DI EURO PASSANDO DA BARCELLONA, DOVE E' STATA TRATTATA E GESTITA PRIMA DEL RIENTRO IN ITALIA
Andrea Galli per il “Corriere della Sera”
Nella lettura degli investigatori, e più d' uno, per semplificare l' immagine, suggerisce una «Narcos europea» sulla base della serie televisiva ambientata in Sudamerica, lo scenario dietro il sequestro vale più delle stesse due tonnellate e cento chili di cocaina, trovate dalla Finanza in un container transitato nel porto di Genova.
Una quantità rara di droga, la maggiore scoperta dalle forze dell' ordine dall' inizio degli anni Novanta, e di estrema qualità nelle analisi di laboratorio. Non poteva che essere così, in considerazione del provvisorio punto previsto d' arrivo di quel container, Barcellona, il luogo dove sarebbe stata trattata e divisa la cocaina, acquistata da cinque organizzazioni che poi avrebbero gestito il ritorno in Italia, per la vendita all' ingrosso e al dettaglio.
In Europa, la base per gli incontri con gli emissari colombiani per le trattative è proprio la Spagna. Lo è per una ragione che potrebbe apparire banale, la frequenza dei voli diretti con il Sudamerica.
Arrivava dalla Spagna «El Ruso», soprannome di Miro Rizvanovic Niemeier, doppia cittadinanza bosniaca e tedesca, e a lungo, prima dell' arresto a Civitavecchia (aprile 2017), l' estradizione e l' uccisione (lo scorso ottobre in Colombia), «collante» tra gli acquirenti europei, soprattutto la 'ndrangheta e gruppi di albanesi, e il «clan del golfo», l' organizzazione paramilitare colombiana attiva nel narcotraffico e venditrice delle tonnellate di Genova.
«El Ruso» si oppose a quell' estradizione, consapevole che gli avrebbero fatto pagare il sequestro di cocaina, cento chili destinati a Milano. L' omicidio aveva innescato un vortice di vendette, sia interne alla criminalità, sia contro lo Stato, mai esente da trattative con gli stessi narcos: la strage alla scuola militare di Bogotà il 17 gennaio (20 vittime), è il secondo evidente segnale di un «equilibrio» disintegrato e che ha provocato, in Europa, un calo di «disponibilità» della cocaina sudamericana.
Del sequestro nel porto, consigliano gli stessi investigatori, bisogna rilevare due dati. Il primo: il sequestro è «merito» di una soffiata di rivali del «clan del golfo». Il secondo dato: non praticando le mafie un assolutismo logistico, è indubbio, come osservato dal procuratore di Genova Francesco Cozzi, un ricorso, in alternativa all'«inflazionato» porto di Gioia Tauro, di quello di Genova, e insieme di Livorno con perno sull' isola d' Elba.
Qualcuno osserva che sarebbe stato più tattico non arrestare quel 59enne spagnolo che a Barcellona aspettava il carico, in quanto probabile ultima pedina della filiera, e ugualmente, ripete al Corriere una fonte della polizia, quest' operazione farà capire l' importanza di ripristinare la piena efficienza dei reparti anti-droga delle forze dell' ordine, ferme nell' allestimento di grandi strategie per intercettare a monte le organizzazioni criminali. Analisi che non inficiano l' inchiesta di Genova, utile per ulteriori riflessioni.
Abbiamo parlato della qualità della cocaina: dalla Spagna transitano i migliori carichi, con prezzi superiori rispetto ad Anversa. Se è storico l' attivismo della 'ndrangheta nella droga, che qui e non altrove costruisce il suo impero, c' è una tendenza in crescita, e ha per protagonisti quei gruppi albanesi dei quali le cosche si fidano sempre più: il baratto. Ingenti scambi di droga con il passaggio di merce e non di denaro, eroina dalla Turchia per la cocaina dalla Colombia. Ogni mese, per sua ammissione, «El Ruso» muoveva in Italia 10 tonnellate di cocaina, delle quali sei rimanevano nella nostra nazione.
La droga genovese avrebbe generato un incasso finale di 560 milioni di euro. Moltiplicato per tre arrivando al totale delle sei tonnellate di «El Ruso», oltre un miliardo e mezzo di euro ogni trenta giorni. Ovvero 33 milioni di sniffate.
Il sequestro genererà una scia di morte in Sudamerica con ricadute in Europa: più d' uno aveva garantito che il carico sarebbe approdato, più d' uno ne aveva garantito l' acquisto.
Fonte: qui
Andrea Galli per il “Corriere della Sera”
Nella lettura degli investigatori, e più d' uno, per semplificare l' immagine, suggerisce una «Narcos europea» sulla base della serie televisiva ambientata in Sudamerica, lo scenario dietro il sequestro vale più delle stesse due tonnellate e cento chili di cocaina, trovate dalla Finanza in un container transitato nel porto di Genova.
Una quantità rara di droga, la maggiore scoperta dalle forze dell' ordine dall' inizio degli anni Novanta, e di estrema qualità nelle analisi di laboratorio. Non poteva che essere così, in considerazione del provvisorio punto previsto d' arrivo di quel container, Barcellona, il luogo dove sarebbe stata trattata e divisa la cocaina, acquistata da cinque organizzazioni che poi avrebbero gestito il ritorno in Italia, per la vendita all' ingrosso e al dettaglio.
In Europa, la base per gli incontri con gli emissari colombiani per le trattative è proprio la Spagna. Lo è per una ragione che potrebbe apparire banale, la frequenza dei voli diretti con il Sudamerica.
Arrivava dalla Spagna «El Ruso», soprannome di Miro Rizvanovic Niemeier, doppia cittadinanza bosniaca e tedesca, e a lungo, prima dell' arresto a Civitavecchia (aprile 2017), l' estradizione e l' uccisione (lo scorso ottobre in Colombia), «collante» tra gli acquirenti europei, soprattutto la 'ndrangheta e gruppi di albanesi, e il «clan del golfo», l' organizzazione paramilitare colombiana attiva nel narcotraffico e venditrice delle tonnellate di Genova.
«El Ruso» si oppose a quell' estradizione, consapevole che gli avrebbero fatto pagare il sequestro di cocaina, cento chili destinati a Milano. L' omicidio aveva innescato un vortice di vendette, sia interne alla criminalità, sia contro lo Stato, mai esente da trattative con gli stessi narcos: la strage alla scuola militare di Bogotà il 17 gennaio (20 vittime), è il secondo evidente segnale di un «equilibrio» disintegrato e che ha provocato, in Europa, un calo di «disponibilità» della cocaina sudamericana.
Del sequestro nel porto, consigliano gli stessi investigatori, bisogna rilevare due dati. Il primo: il sequestro è «merito» di una soffiata di rivali del «clan del golfo». Il secondo dato: non praticando le mafie un assolutismo logistico, è indubbio, come osservato dal procuratore di Genova Francesco Cozzi, un ricorso, in alternativa all'«inflazionato» porto di Gioia Tauro, di quello di Genova, e insieme di Livorno con perno sull' isola d' Elba.
Qualcuno osserva che sarebbe stato più tattico non arrestare quel 59enne spagnolo che a Barcellona aspettava il carico, in quanto probabile ultima pedina della filiera, e ugualmente, ripete al Corriere una fonte della polizia, quest' operazione farà capire l' importanza di ripristinare la piena efficienza dei reparti anti-droga delle forze dell' ordine, ferme nell' allestimento di grandi strategie per intercettare a monte le organizzazioni criminali. Analisi che non inficiano l' inchiesta di Genova, utile per ulteriori riflessioni.
Abbiamo parlato della qualità della cocaina: dalla Spagna transitano i migliori carichi, con prezzi superiori rispetto ad Anversa. Se è storico l' attivismo della 'ndrangheta nella droga, che qui e non altrove costruisce il suo impero, c' è una tendenza in crescita, e ha per protagonisti quei gruppi albanesi dei quali le cosche si fidano sempre più: il baratto. Ingenti scambi di droga con il passaggio di merce e non di denaro, eroina dalla Turchia per la cocaina dalla Colombia. Ogni mese, per sua ammissione, «El Ruso» muoveva in Italia 10 tonnellate di cocaina, delle quali sei rimanevano nella nostra nazione.
La droga genovese avrebbe generato un incasso finale di 560 milioni di euro. Moltiplicato per tre arrivando al totale delle sei tonnellate di «El Ruso», oltre un miliardo e mezzo di euro ogni trenta giorni. Ovvero 33 milioni di sniffate.
Il sequestro genererà una scia di morte in Sudamerica con ricadute in Europa: più d' uno aveva garantito che il carico sarebbe approdato, più d' uno ne aveva garantito l' acquisto.
Fonte: qui
mercoledì 23 maggio 2018
IL RELITTO DEL LEGGENDARIO GALEONE SAN JOSÉ INDIVIDUATO A 600 METRI DI PROFONDITÀ NELL’OCEANO ATLANTICO DA UN ROBOT SUBACQUEO: ARMI, MANUFATTI, DELFINI INCISI SUI CANNONI E UN BOTTINO DI ORO, ARGENTO E DIAMANTI DAL VALORE DI 14 MILIARI DI EURO
LA POSIZIONE ESATTA IN CUI SI INABISSÒ NEL 1708 RIMANE SEGRETA A CAUSA…
VIDEO: IL RITROVAMENTO DEL SAN JOSE'
DAGONEWS
Chissà per quanti secoli ancora sarebbe rimasto nascosto in fondo ai Caraibi se non fosse stato per Remus 6000, il robot subacqueo e autonomo che già nel 2011 era riuscito a trovare in mezzo all'Oceano Atlantico il relitto dell'Air France 447, precipitato due anni prima con 228 persone a bordo.
Anche questa volta il robot ha fatto centro, riuscendo a localizzare a 600 metri di profondità, al largo della Colombia, vicino alle isole del Rosario, il "Sacro Graal" dei mari, il leggendario galeone spagnolo a tre alberi San José che, con 600 persone a bordo, fu affondato nel giugno 1708 dalle navi britanniche insieme al bottino da capogiro che stava portando in Spagna per finanziare la guerra proprio contro gli inglesi: un carico di monete d'oro e d'argento, diamanti e altre pietre preziose per un valore attuale di oltre 14 miliardi di euro.
Cercato in lungo e in largo per trecento anni proprio come se fosse il "Sacro Graal", è stato scoperto nel novembre 2015 da Remus, ma solo in questi giorni sono stati forniti ulteriori dettagli sul ritrovamento, visto che da anni la proprietà del San José e del suo bottino sono oggetto di contenziosi internazionali tra la Colombia, la Spagna e la Sea Search Armada (SSA), compagnia di salvataggio con sede negli Stati Uniti.
Contenziosi in virtù dei quali la posizione esatta del naufragio è ancora tenuta segreta e la nave non è stata ancora recuperata.
Le ricerche sono state condotte da un team di esperti internazionali dell'Istituto oceanografico americano Whoi, dalla Marina colombiana e dall'istituto di Archeologia del Paese che tre anni fa hanno trovato finalmente il San José grazie a Remus 6000: il robot ha utilizzato il sonar per individuarlo a 600 metri di profondità, è sceso fino a 10 metri dal relitto e ha scattato una ricca serie di foto che costituiscono una prova dell'identità del galeone, alcune delle quali ritraggono le armi, le ceramiche, i manufatti, i delfini incisi sui cannoni della nave.
Sono nuovi dettagli che sono stati rilasciati solo lunedì con il permesso delle agenzie coinvolte nella ricerca, incluso il governo colombiano.
«Il relitto era parzialmente ricoperto di sedimenti - ha detto Mike Purcell, ingegnere della Whoi e capo della spedizione - ma grazie alle immagini della telecamera siamo stati in grado di vedere nuovi dettagli nel relitto, con una risoluzione sufficiente per distinguere le sculture decorative sui cannoni. È stato un grande momento».
Avuta la conferma che si trattava proprio del galeone San José, il presidente colombiano Santos disse che si trattava di «una delle più grandi - se non la più grande - scoperte di patrimonio sommerso nella storia dell'umanità».
Il punto esatto in cui si trova il galeone, come già detto, è ancora un segreto di Stato, visti i contenziosi in atto.
La Colombia ne rivendica il possesso in quanto situato nelle proprie acque territoriali, mentre la Spagna avanza diritti sostenendo che la nave batteva bandiera spagnola al momento del naufragio.
Dal canto suo, la Sea Search Armada sostiene di aver localizzato il galeone già nel 1981 e di aver poi stipulato un patto con il governo colombiano per la divisione del bottino: un accordo che la Colombia si sarebbe rimangiato sostenendo che l'area individuata dalla Sea Search non era quella giusta.
In attesa che si arrivi a una soluzione, l'Unesco ha invitato la Colombia a non sfruttare commercialmente il relitto.
Fonte: qui
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