9 dicembre forconi: America Latina
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venerdì 11 gennaio 2019

INIZIATIVA CHOC DI VENTI EX CAPI DI STATO DELL'AMERICA LATINA: UNA LETTERA IN CUI CONTESTANO A BERGOGLIO L'APPELLO FATTO IL GIORNO DI NATALE SULLA SITUAZIONE IN VENEZUELA E NICARAGUA


''NON METTE AFFATTO L'ACCENTO SUL FATTO CHE I VENEZUELANI SONO VITTIMA DI UNA OPPRESSIONE DI UNA NARCO-DITTATURA MILITARIZZATA, CHE NON SI FA SCRUPOLO DI CONCULCARE IN MANIERA SISTEMATICA I DIRITTI ALLA VITA, ALLA LIBERTÀ E ALLA INTEGRITÀ PERSONALE''
Franca Giansoldati per www.ilmessaggero.it
MADURO E BERGOGLIOMADURO E BERGOGLIO

Con una iniziativa quasi spettacolare, mai vista prima, venti ex capi di Stato  dell'America Latina hanno preso carta e penna per inviare a Papa Francesco una lettera choc, contestandogli sostanzialmente l'appello fatto il giorno di Natale dalla loggia delle Benedizioni  a proposito della situazione esistente in Venezuela e in Nicaragua. Si trattava di una invocazione alla concordia tra le parti in conflitto e contenuta nel messaggio Urbi et Orbi: «Questo tempo di benedizione – aveva detto Bergoglio - consenta al Venezuela di ritrovare la concordia e a tutte le componenti sociali di lavorare fraternamente per lo sviluppo del Paese e per assistere le fasce più deboli della popolazione».

Secondo i firmatari della missiva, l'appello così formulato, rischia di dare una visione politica un po' approssimativa della gravità della situazione generale. Nella lettera spedita al Papa su iniziativa di IDEA (iniziativa democratica di Spagna e Americhe) e apparsa su diversi organi di stampa locali, si legge: «In questo modo non si mette affatto l'accento sul fatto che i venezuelani sono vittima di una oppressione di una narco-dittatura militarizzata, che non si fa scrupolo di conculcare in maniera sistematica i diritti alla vita, alla libertà e alla integrità personale».

MADURO E BERGOGLIOMADURO E BERGOGLIO
I 20 ex presidenti spiegano a Papa Francesco di essere a conoscenza delle sue preoccupazioni davanti alla sofferenza che patiscono sia i venezuelani che i nicaraguensi. «I primi sono vittima dell'oppressione di una narco-dittatura militarizzata (…), i secondi di una ondata di repressione che ha causato 300 morti e 2.500 feriti». In Venezuela, aggiungono, vengono portate avanti in modo sistematico politiche deliberate volte ad una corruzione che sta scandalizzando il mondo mentre la gente impoverisce al punto che non hanno più nemmeno le medicine.

Ciò che notificano al Papa è che il suo appello, strutturato in quel modo, rischia di essere inteso come «una richiesta ai popoli oppressi, che sono vittime ad accordarsi con i rispettivi aguzzini», in particolare nel caso del Venezuela, dove «c'è un governo che ha causato 3 milioni di rifugiati» e dove la prospettiva, per il 2019, è di arrivare a 5,4 milioni, secondo i dati dell'Onu.

FELIPE CALDERON I QUADRI DI GEORGE BUSHFELIPE CALDERON I QUADRI DI GEORGE BUSH
«Le espressioni di Sua Santità che sappiamo essere in buona fede e dettate dal suo spirito di pastore, possono essere interpretate anche in modo negativo per la maggioranza dei venezuelani e nicaraguensi. Soprattutto quando esiste, attualmente, in entrambi i Paesi, un disaccordo politico che reclama tolleranza e comprensione, tra forze discorsi e narrative distanti, all'interno di un quadro ben poco democratico» dove la menzogna è elevata a sistema, dove non c'è libertà di stampa, anzi, dove le voci difformi rischiano il carcere e le persecuzioni e spesso pure la morte come consta agli organismi americani ed europei di diritti umani.

Seguono le firme: Oscar Arias, Costa Rica; Nicolás Ardito Barletta, Panamá; Enrique Bolaños, Nicaragua; Alfredo Cristiani, El Salvador; Felipe Calderón, México; Rafael Ángel Calderón, Costa Rica; Laura Chinchilla, Costa Rica; Fernando De la Rúa, Argentina; Vicente Fox, México; Eduardo Frei, Chile; César Gaviria T., Colombia; Osvaldo Hurtado, Ecuador; Luis Alberto Lacalle, Uruguay ;Jamil Mahuad, Ecuador; Mireya Moscoso, Panamá ; Andrés Pastrana A., Colombia; Jorge Tuto Quiroga, Bolivia; Miguel Ángel Rodríguez, Costa Rica; Álvaro Uribe V., Colombia; Juan Carlos Wasmosy, Paraguay. I firmatari chiedono poi un incontro, anche in Vaticano, «in circostanze propizie».

Papa Francesco sin dall'inizio del suo mandato si è speso in prima persona per cercare di trovare una via di mediazione alla crisi venezuelana. Ha invitato Maduro in Vaticano, ha mandato a Caracas persone di fiducia, segue i fatti con apprensione attraverso i vescovi, il nunzio ma soprattutto tramite il cardinale Parolin (che è stato nunzio a Caracas fino al 2013) e il Sostituto Pena Parra, da poco chiamato alla Segreteria di Stato. Lo stallo venezuelano resta una delle spine nel fianco. Non sono mancati gli appelli per i profughi che continuano a fuggire a causa della miseria, delle condizioni di incertezza e per le persecuzioni cui vanno incontro gli oppositori del sistema.

I vescovi venezuelani ieri, nel corso di una assemblea plenaria, hanno affermato che è illegittimo il nuovo mandato di Maduro. Nella situazione attuale «è un peccato - scrivono - che grida al Cielo voler mantenere a tutti i costi il potere e cercare di prolungare il fallimento e l'inefficienza di questi ultimi decenni: è moralmente inaccettabile! Dio non vuole che il popolo soffra sottomettendosi all'ingiustizia». Da qui l’urgenza per arrivare ad una soluzione e un cambiamento.

I vescovi ritengono illegittima la votazione del 20 maggio scorso per l’elezione del Presidente della Repubblica, così come l'Assemblea Nazionale Costituente imposta dal ramo esecutivo. Perciò «l'intenzione di iniziare un nuovo mandato presidenziale il 10 gennaio 2019 - proseguono i vescovi - è illegittima a causa della sua origine e apre una porta al non riconoscimento del governo perché manca del sostegno democratico nella giustizia e nel diritto». Fonte: qui

venezuela alla fameVENEZUELA ALLA FAME

domenica 8 luglio 2018

Messico: Vince Lopez Obrador, il trionfo popolare contro il Neoliberismo

Il Messico ha voltato la pagina della trentennale notte neoliberista con un trionfo clamoroso -peró previsto da tutti- di Andres Manuel Lopez Obrador (AMLO). Il nuovo presidente é uno sperimentato politico istituzionale, ex governatoredella regione petrolifera del Tabasco, fedele alla tradizione nazional-popolare. Quella della nazionalizzazione del petrolio e della difesa della sovranitá nazionale, raggiunta dall'espressione piú alta della rivoluzione messicana, con la presidenza del generale Lazaro Cardenas.

Il 53% di voti confluiti su AMLO é un risultato di grande rilevanza -non solo politica- per la societá messicana e per la regione latino-americana. Si tratta di una vasta alleanza politica e sociale formata da contadini, operai, indigeni, ceti medi e imprenditoria (non solo piccola o media). 





Il plebiscito a favore di AMLO é il risultato dell'ingiustizia dilagante e della scia di sangue delle 200000 esecuzioni (in 5 anni!) per mano delle narcomafie e degli apparati repressivi. Ignorata dai fini palati "umanitaristi" del cosiddetto occidente, sempre lesti a stilare classifiche criminalizzanti sui governi o Paesi non funzionali al globalismo.


La lotta alla corruzione é al primo posto delle prioritá del nuovo presidente,  e questo ha un risvolto e implicazioni sul potere giudizario e poliziesco, con riflessi diretti sull' emergente economia criminale. 
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AMLO ha potuto scalzare  governi seriali e interscambiabili, antinazionali e antipopolari, espressione estremista dell'elitismo piú antisociale, grazie alla costruzione di una alleanza di ampie dimensioni, che rendono fuorvianti gli schemi ancorati al secolo XIX e XX.

Tutto questo é ravvisabile nell'entourage dei piú stretti collaboratori di AMLO, che spinge in offside i media anglosassoni e il loro sproloquio su una vittoria della "sinistra radicale". E quest'ultima a censurare anzitempo, per l'insuperato miopismo manicheo, che induce a confondere il potere politico e legislativo con quello economico, mediatico, militare, finanziario e religioso.

Meglio tacere di quanti -pur incapaci di conquistare fulmineamente il Palazzo d'Inverno- coltivano la credenza che tutto è questione di decreti radicali o purezza dei principi della fede. Rimuovono l'importanza decisiva dei rapporti di forza reale, rinunciando così all'egemonia possibile per salvare veritá talmudiche.

AMLO ha rivolto una breve allocuzione ai suoi sostenitori riuniti nell'emblematica piazza del Zocalo, che da sempre é lo scenario degli eventi trascendentali della nazione azteca. Non ha annunciato cataclismi né maremoti  in campo finanziario, ha garantito che non vi saranno espropriazioni e che governerà per tutti, ma l'impegno principale sarà a favore dei settori più poveri e indifesi. Abolirà la riforma dell'istruzione perché é volgare privatizzazione, stravolgimento della conoscenza, riduzione del sapere a lucrativa occasione di business.

"Lavoreremo affiché la gente possa lavorare lí dove ha la famiglia, dove stanno la cultura e gli affetti, e chi vorrá emigrare sará perché lo desidera, e non costretto dalla penuria", ha detto tra gli applausi il neopresidente AMLO. Ha promesso che saranno riesaminati e vagliati tutti i contratti della frettolosa e sospetta privatizzazione della statale petrolifera, e tutti quelli irregolari o illegali saranno annullati.

I nuovi orientamenti della diplomazia e l'America latina hanno trovato posto nelle parole di AMLO, annunciando il ritorno ai principi del "rispetto della sovranità, non ingerenza e soluzione pacifica dei conflitti". Con questo, il Messico riapre la sua porta e le finestre al resto del continente americano, da cui era stato separato per imposizione dei neoliberisti, autorizzati a guardare solo e sempre agli USA e Canada, su cui hanno calibrato ogni tipo di politica. Anche svantaggiosa, purché in sincronia o genuflessa alla dogmatica liberista.

Il nuovo presidente ha di fronte a sé sfide ardue, cominciando dalla dipendenza assoluta al trattato di libero commercio, che fa sí che il 70% delle esportazioni messicane sono dirette agli USA. Situazione aggravata con il muro di Trump alla frontiera, il ritorno al protezionismo, la deportazione di lavoratori messicani e il nuovo negoziato per accordi commerciali bilaterali. Persino l'agricoltura, ora distrutta dall'importazione illimitata dei cereali transgenici canadesi e USA, non garantisce piú la storica autosufficienza del mais, basilare nell'alimentazione. "Dobbiamo tornare a produrre quel che consumiamo" ha promesso AMLO.

La vittoria di AMLO leva una brezza di speranza in America latina, come una boccata di ossigeno per i governi anti-liberisti sottoposti a rappresaglie commerciali e finanziarie. Risulta come uno stimolo morale per l'incremento della resistenza antiglobalista in  Bolivia e in Brasile, e in quella "stalingrado" che é diventato il Venezuela dopo le sanzioni "occidentali".

I voti dei messicani spronano e infondono speranza in Brasile, dove l'ex presidente Lula é prigioniero ed ostaggio dell'oligarchia globalista per impedire ad ogni costo che torni alla guida della nazione piú popolata e dell'economia più importante dell'America latina. L'elezione di AMLO, direttamente o no, é comunque una buona novella anche per l'Argentina indomita. Ancora una volta sacrificata e riconsegnata alle drastiche terapie  del FMI e di Cristine Lagarde, appena ripartita da Buenos Aires con il nuovo bottino nella bisaccia.

Bentornato Messico in America latina che ha sofferto come una amputazione la sua prolungata assenza. Ci sarà un riequilibrio geopolitico regionale sensibile, che avrá riverberi anche nei rapporti di forza interni alla Patria Grande. Come primo atto, la sterilizzazione della perniciosa iniziativa del Gruppo di Lima, autentico cavallo di Troia di Washington.



3 Luglio 2018

lunedì 21 novembre 2016

Contro il debito come modalità di dominio, audit cittadino


I paesi sempre si sono indebitati, ma oggi il debito pubblico è un mezzo di dominio per controllare l'economia e la finanza. Già negli anni novanta è stato utilizzato il debito per obbligare l'America Latina ad attuare le politiche neoliberiste, oggi l'uso illecito del debito minaccia i paesi in Europa e peggiora lo stato sociale. La minoranza usa il debito e il controllo del deficit come trappole con la complicità dei governi, della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del FMI.
Xavier Caño Tamayo 

I paesi prendono in prestito dalle banche, perché le entrate dello Stato sono insufficienti. Questo perché a partire dagli anni ottanta del ventesimo secolo, grandi fortune, grandi aziende e multinazionali pagano sempre meno tasse, mentre banche e fondi di investimento speculano con le obbligazioni di debito pubblico e impongono un'austerità distruttiva.
Per opporsi a questo nuovo autoritarismo, una ventina di associazioni, movimenti laici e cattolico-progressisti italiani crearono pochi giorni fa a Roma, il Comitato per l'Abolizione del Debito Illegittimo Italia (CADTM). Comitato che si somma ai trentasei CADTM che ci sono nel mondo. Ricordiamo che, nel diritto internazionale, il debito illegittimo è quello che un governo ha contratto e utilizzato a prescindere dalla cittadinanza o contro di essa. E non è stato pagato.

Annullare o ristrutturare il debito è qualcosa che è stato fatto da Hammurabi, re di Babilonia, più di 3.800 anni fa. 
Più vicino, l'Accordo sul Debito di Londra nel 1954, con 26 paesi che ristrutturò il debito della Germania annullando il 62%.
 Tra quelli che condonarono il debito c'era la Spagna e la Grecia. Ma ora la Germania impone loro un'austerità senza compromessi. Tuttavia, la storia dimostra che ristrutturare il debito o annullarlo è un'azione necessaria e utile economicamente. Il debito è diventato un problema con la crisi, perché chi dirige l'economia, gioca sporco, manipolando il premio di rischio dei titoli di Stato, per esempio.

Nel febbraio 2009, data la gravità del disastro economico, il G20 a Londra ha accettato di spendere un miliardo di dollari per aiutare i paesi in difficoltà, porre fine alla crisi, lottare contro i paradisi fiscali e controllare le banchd. Nessun obiettivo è stato soddisfatto.
L'enorme quantità di denaro che il G20 aveva promesso non fu per aiutare i paesi in difficoltà, ma per salvare le banche che avevano causato il disastro finanziario. Nel frattempo i paradisi fiscali, complici dell'evasione fiscale che indebolisce gli stati, prosperano impuniti, mentre le banche e i mercati dei capitali sfondano i paesi indebitati come un ariete, scuotendo le loro economie.

Opporsi al debito o vivere soggiogati da esso? Questo è il dilemma. In Spagna, il pagamento di interessi supera i 30.000 milioni di euro l'anno.

Cosa faranno?


Più tagli ai servizi? Meno diritti? 


Una fallacia neoliberale ricorrente in Europa è che i debiti degli Stati
 aumentano per un eccesso della spesa sociale. Falso. I debiti degli Stati in Europa aumentano a causa del Trattato di Maastricht che vieta alla Banca Centrale Europea (BCE) di prestare ai paesi dell'Unione. Se la BCE avesse prestato denaro alla Spagna all'1% di interesse (come lo presta alle banche private), il debito pubblico sarebbe inferiore al 20% del PIL, non al 100% di oggi. Questa Unione Europea forza gli Stati membri a finanziarsi con le banche private i cui prestiti sono più costosi di quelli della BCE. Il Trattato di Maastricht garantisce il business delle banche.
Ancora peggio è che gli enormi benefici e risparmi della classe ricca da interessi bancari dei prestiti agli stati, determinano l'incessante taglio ai salari e l'evasione fiscale, servono per speculare, non per finanziare l'economia produttiva. Per ogni dollaro all'economia produttiva, la minoranza ne dedica 60 per speculare sui prodotti finanziari.

L'Ecuador aveva il più alto budget di debito pubblico dell Sud America. Il 40% della spesa pubblica per pagare gli interessi, mentre la spesa sanitaria e l'istruzione era stata ridotta al 15%. Il presidente Correa ha sollecitato un rigoroso controllo del debito e accertato il debiro illegittimo, ha deciso di non pagarlo. In questo modo ha potuto dedicare più soldi alla spesa sociale (che è quella di rispettare i diritti) e produttiva. L'audit del debito sono un buon modo affinché il debito pubblico cessi di essere un problema.

Traduzione di Alba Canelli