9 dicembre forconi

martedì 4 dicembre 2018

LA PROSSIMA CRISI ECONOMICA

Nel gioco economico in cui viviamo, fatto di avidità, stupidità e tanta cattiveria, le crisi economiche sono indispensabili per accentrare potere ed eliminare i pesci più piccoli.
Le crisi, infatti, distruggono risorse, determinano squilibri e tensioni sociali, e mettono fuori mercato le economie più piccole e deboli, lasciate morire per asfissia di capitale… in un mondo dove il denaro viene ormai tutto creato dal nulla.


La diseconomia in cui viviamo, naturalmente, si riflette in tutto e per tutto nella bassa evoluzione dell’uomo moderno che subisce e nella malvagità di chi tira i fili di questo deficiente sistema: siamo tutti schiavi e dipendenti da questo denaro quasi tutto virtuale e completamente farlocco, mentre le cose che davvero contano – le cose concrete paradossalmente – come i rapporti umani, l’amore, le amicizie e via discorrendo passano tutte in secondo piano.

Anzi, vengono danneggiate proprio da questo gioco al massacro che definiamo “economia”.
Ma veniamo alla prossima crisi: nel settembre del 2018, la banca d’affari JP Morgan ha elaborato un dettagliato modello della crisi che verrà, che vedrà nel 2020 un calo della borsa americana del 20% (contro il 54% della crisi del 2018) e di quelle dei paesi emergenti del 48%, cosa che fletterà le loro valute di circa il 15%.

La crisi del 2020 è già stata confermata da diversi fondi speculativi e da “magnati” come Bill Gates, dunque c’è poco da star tranquilli.


Quello che dobbiamo capire è che queste crisi sono solo nuove chiusure dei rubinetti globali del denaro da parte dei detentori del capitale, cosa che innesca lotte nell’arena economica con la vittoria del più “forte”.
Questo nuovo crac nel 2020 nascerà dal fatto che qualcuno a monte – dunque – stopperà questo rubinetto, sicché la liquidità presente nei mercati finanziari si assottiglierà determinando delle perdite. In buona sostanza, mancando improvvisamente liquidità, ecco che gli investitori venderanno in massa i loro titoli, generando panico, paure e nuova povertà.


Nessuno può sapere quanto tutto questo potrà incidere sull’economia reale: nei confronti dei cittadini, del resto, con la scusa di debiti pubblici posticci, i rubinetti del denaro sono stati chiusi da anni, insomma ci si può aspettare solo il peggio visto con chi abbiamo a che fare!
Gli architetti di queste crisi sceniche, come sappiamo, affermano anche che al momento non c’è più recessione, che siamo usciti ormai dalla crisi del 2008, quando in realtà quello che stanno facendo è mantenere semplicemente lo status quo programmato in quell’anno.

E’ così che deve andare il gioco.


La questione è che, paradossalmente, arrivati a questo punto, l’élite che padroneggia il denaro (e le nostre vite) non può fare diversamente: gli stati stanno cadendo in favore di “unioni” come quella europea, africana e asiatica (queste ultime due, per fortuna, sono ancora abbastanza lontane, il che farà supporre per loro delle “crisi dedicate”); per accentrare il potere politico e creare il famigerato Nuovo Ordine, i poteri forti dovranno per forza generare ulteriore povertà, sicché i cittadini se la prenderanno con il proprio stato, non capendo effettivamente come stanno le cose.
La separazione tra stato e cittadini, del resto, grazie a una politica compiacente e/o venduta, è in atto da decenni.

Per quanto riguarda le crisi, dobbiamo registrare dei dati molto importanti: si calcola che fra il 1971 (anno in cui il dollaro è stato ufficialmente stampato dal nulla, in altre parole senza una copertura aurea) e il 2011 la finanza ha provocato in tutto il mondo più di 150 crisi sistemiche o micro-sistemiche, e più di 218 crisi valutarie, ovvero dei debiti cosiddetti “sovrani”. Ecco con chi abbiamo a che fare.


Un’ulteriore riflessione, infine, riguarda la crisi europea.
L’Europa è il continente-esperimento per quanto riguarda la progressione del progetto del Nuovo Ordine Mondiale, il che, visto ciò che sta accadendo in molti paesi dell’Eurozona a livello politico con l’ascesa di forze nazionaliste, ci lascia qualche speranza.
Nessuno in Europa, infatti, vuole creare un’altra Grecia, neanche l’élite: la povertà, del resto, va generata piano piano, deve essere “elaborata” dai cittadini, e crearla così su due piedi genera solo un profondo malcontento verso le istituzioni europee, cosa che si deve cominciare ad evitare visto l’accentramento dei prossimi anni.

I governi nazionalisti – come sembrerebbe oggi anche il nostro – sono e restano un problema, ma il compromesso si rende indispensabile al momento.
Ecco perché credo che la BCE, a dispetto delle agenzie di rating, non declasserà i nostri titoli, così come non chiederà alle nostre banche di rientrare nelle loro linee di credito consegnando loro titoli di stato dal valore praticamente nullo. Sarebbe l’omicidio dell’Italia ma anche il suicidio dell’Europa, e questo lo si deve evitare.
Per chi vi scrive, è giunto davvero il momento di dire “basta”.

Banchieri centrali in riunione
Serve una forte consapevolezza in questo momento storico, una coscienza dei meccanismi basici dell’economia che parta dalla casalinga e arrivi fino al politico che si interfaccia col banchiere.
Serve spiegare alla “gente” che la crisi è una truffa, a tutti i livelli, e che il denaro viene creato e moltiplicato dal nulla: è giunto il momento di far cadere una volta e per tutte questo stupido castello finanziario, marcio ormai da tutte le parti, iniziando il giorno dopo a stampare e distribuire ai cittadini il denaro che è stato loro sottratto.

Sperare di salvare il meccanismo perverso che è stato messo in piedi è un’utopia.
Occorre ricucire i rapporti tra stato e cittadini, perché lo stato è ostaggio dei banchieri proprio come noi.
Occorre, infine, che la politica, supportata dai cittadini, si riprenda le chiavi di casa (la moneta) così come la gestione del nostro benessere.

Se non lo facciamo, dopo quella del 2020 ci sarà ancora un’altra crisi, e poi un’altra ancora, mentre i media urleranno che è sempre colpa nostra o degli “sprechi” pubblici.
Se non acquisiremo questa nuova consapevolezza, il futuro che attende sia noi che i nostri figli sarà davvero molto, molto negativo.

Fonte: qui

IL PROCURATORE CAPO DI TORINO SPATARO VA SU TUTTE LE FURIE DOPO CHE IL VICEPREMIER ANNUNCIA SU TWITTER L’ARRESTO DI 15 MAFIOSI NIGERIANI


“IL TWEET DI SALVINI HA MESSO A RISCHIO L’OPERAZIONE” 

LA REPLICA DEL VICEPREMIER: "VADA A FARE IL PENSIONATO"

il ministro matteo salvini (2)IL MINISTRO MATTEO SALVINI
Il tweet con cui Matteo Salvini ha annunciato che stamani a Torino la polizia ha fermato «15 mafiosi nigeriani» ha fatto sorgere «rischi di danni al buon esito dell’operazione che è tutt’ora in corso». È quanto scrive Armando Spataro, procuratore capo a Torino, in un comunicato stampa. L’operazione era scattata alle prime ore della mattinata ed era stata resa nota da un messaggio sociale del vicepremier:

spataroSPATARO





«A Torino altri 15 mafiosi nigeriani sono stati fermati dalla Polizia, che poi ha ammanettato 8 spacciatori (titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari e clandestini) a Bolzano». Il testo faceva riferimento a una serie di operazioni compiute dalla polizia tra le quali anche quella con cui a Palermo sono stati condotti in carcere 46 sospetti mafiosi.

LA REPLICA DI SALVINI


armando spataroARMANDO SPATARO
Durissima replica di Salvini al procuratore capo di Torino, Armando Sparato: "Basta parole a sproposito. Inaccettabile dire - dichiara Salvini - che il ministro dell’Interno possa danneggiare indagini e compromettere arresti. Qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca. Se il Procuratore Capo a Torino è stanco, si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato. Se il capo della Polizia mi scrive alle 7:22 informandomi di operazioni contro mafia e criminalità organizzata, come fa regolarmente, un minuto dopo mi sento libero e onorato di ringraziare e fare i complimenti alle forze dell’ordine". Spataro aveva accusato il ministro dell'Interno di aver danneggiato l'inchiesta sulla mafia nigeriana, anticipando con un tweet il blitz avvenuto oggi nel capoluogo piemontese.

Fonte: qui

L’ATTACCO DEL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA VINCENZO BOCCIA AL GOVERNO ALLA MANIFESTAZIONE “SÌ TAV”: “PER EVITARE LA PROCEDURA D’INFRAZIONE BASTANO 4 MILIARDI.

“CONTE CONVINCA SALVINI E DI MAIO O SI DIMETTA” 

L’ATTACCO DEL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA VINCENZO BOCCIA AL GOVERNO ALLA MANIFESTAZIONE “SÌ TAV”: “PER EVITARE LA PROCEDURA D’INFRAZIONE BASTANO 4 MILIARDI. UNA PROMESSA A DI MAIO: SE CI CONVOCA TUTTI NON LO CONTAMINEREMO. A SALVINI DICO DI PREOCCUPARSI DELLO SPREAD” 

“CHI È CONTRO L’INDUSTRIA È CONTRO IL PAESE”???

CARO BOCCIA, MA QUANDO MAI AVETE FATTO GLI INTERESSI DEL PAESE ....

Filomena Greco per www.ilsole24ore.com

vincenzo bocciaVINCENZO BOCCIA
«Se fossi in Conte convocherei i due vicepremier e gli chiederei di togliere due miliardi per uno visto che per evitare la procedura d'infrazione bastano 4 miliardi. Se qualcuno rifiutasse mi dimetterei e denuncerei all'opinione pubblica chi non vuole arretrare». Ha concluso così, il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, la manifestazione alle Ogr per il Si Tav a Torino . «Una promessa a Di Maio: se ci convoca tutti non lo contamineremo. A Salvini, che ha preso molti voti al Nord, dico di preoccuparsi dello spread».

Nelle ex Officine Grandi Riparazioni sono intervenute almeno 3mila imprenditori. Rappresentano una dozzina di categorie produttive, tra loro gli industriali della Confindustria, gli artigiani di Cna e Confartigianato, il mondo delle cooperative, i commercianti, le imprese edili dell’Ance. Una parte consistente di quel “partito del Pil” che da settimane chiede interventi per sostenere lo sviluppo, gli investimenti, le grandi opere.
CONTE DI MAIO SALVINICONTE DI MAIO SALVINI

«Se siamo qui significa che siamo a un punto quasi limite di pazienza, per mettere insieme 12 associazioni tra cui alcune concorrenti tra loro. Se siamo qui tra artigiani, commercianti, cooperative, industriali, qualcuno si dovrebbe chiedere perché», aveva già detto Boccia, a margine della manifestazione. «La politica è una cosa troppo importante per lasciarla solo ai politici. Noi stiamo facendo proposte di politica economica per evitare danni al Paese».

VINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIAVINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIA
A Torino il tema centrale è e resta quello della Torino-Lione. Le infrastrutture come volano di sviluppo rappresenta l’idea intorno alla quale è stata costruita l’iniziativa nel capoluogo del Piemonte, una tappa della mobilitazione iniziata dopo il voto del Consiglio comunale di Torino contro la tav.

«Siamo 12 associazioni che rappresentano 3 milioni di imprese, oltre il 65% del Pil, un segnale importante che si vuole dare al governo del Paese. Si parte dalla Tav chiaramente, si pone la questione infrastrutture, in senso largo, grandi e piccole infrastrutture per il Paese, e si pone un auspicio, che è quello di un'attenzione alla crescita», spiega ancora Boccia.

A Torino la prima piazza Si Tav con almeno 30mila persone, il 10 novembre scorso, mentre sabato prossimo, 8 dicembre, saranno in corteo le voci di chi è contrario all'opera.

di maio conte salvini triaDI MAIO CONTE SALVINI TRIA
Quello delle infrastrutture non è l’unico dossier aperto. «Chi è contro all’industria è contro il Paese» ha detto Boccia intervenendo lunedì mattina all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Torino. Sullo sfondo, il Pil che smette di crescere, anche se di poco, e gli interventi messi in campo dal Governo che, secondo Boccia, «sta trascurando il motore della crescita». La manovra, aggiunge Boccia, è tutta spostata sulla spesa corrente senza però strumenti per sostenere la crescita. Tra questi anche il credito di imposta a favore degli interventi per Industria 4.0 e più in generale degli investimenti. Il presidente di Confindustria ha sottolineato l’importanza della formazione: «Dobbiamo formare giovani con capacità imprenditoriale 4.0 - ha detto –, ma non basta. Serve formare gli imprenditori: meno imprese nascono meno sviluppo si crea».
CARLO CALENDA VINCENZO BOCCIACARLO CALENDA-VINCENZO BOCCIA IN COMPAGNI DI MERENDE

Entra nella partita anche il tema della formazione. È trasversale la richiesta di mantenere ad esempio la struttura dell’alternanza scuola-lavoro, ridimensionata nell’ultima proposta dell'Esecutivo. Proprio gli interventi a sostegno della formazione e della implementazione delle competenze rappresentano poi un passaggio importante per Industria 4.0.

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DALLA PROTESTA ALLA VIOLENZA: LA MAREA DEI GILET GIALLI PUÒ TRAVOLGERE LA 'QUINTA REPUBBLICA'

ECCO CHI SONO QUELLI CHE STANNO METTENDO PARIGI E LA FRANCIA A FERRO E FUOCO: DISOCCUPATI, OPERAI, RESIDENTI DI AREE RURALI E PICCOLI CENTRI DIMENTICATI DAI SERVIZI PUBBLICI E ACCOMUNATI DALLA RABBIA VERSO MACRON 

E PER IL 2019 L’ANNUNCIATA RIFORMA SULLE PENSIONI PUO’ RIVELARSI UN’ALTRA BOMBA SOCIALE…

gilet gialli 2GILET GIALLI 
Fr.Pie. per il Messaggero
Dai 18 agli 80 anni, residenti nelle zone rurali (quelle dove non arrivano i treni, né le corriere, dove la macchina serve per vivere, fare la spesa e andare al lavoro) o abitanti dei paesi con al massimo 20 mila abitanti, residenti soprattutto lontano, lontanissimo da Parigi, operai, artigiani, piccoli imprenditori, infermieri, disoccupati, agricoltori, più donne che uomini, indifferenti alla politica, molti non hanno mai votato, magari una volta scheda bianca, e se hanno votato, hanno preferito scegliere ai margini, quasi sempre la destra estrema.
parigi gilet gialliPARIGI GILET GIALLI
È questo l' identikit del Gilet Jaune che da tre settimane mette sottosopra la Francia di Macron, un identikit che resta sfumato, difficile da disegnare per i sociologi e gli opinionisti che ammettono di essere stati presi alla sprovvista, un identikit però che corrisponde sempre alla stessa casella: quella della Francia del basso, degli ultimi, di chi sente escluso, non soltanto dalla società in alto ma anche dai servizi pubblici che pure restano il simbolo della République: le scuole, gli ospedali, gli uffici postali, sempre più lontani, perché nelle campagne e nei villaggi chiudono. Non rendono.
parigi gilet gialliPARIGI GILET GIALLI
LA MICCIA È l' identikit, soprattutto, della Francia che non ama la politica di Emmanuel Macron. I 19 centesimi in più sul prezzo del carburante sono stati soltanto la miccia di una protesta, di un sentimento di rabbia, che si estende ormai a una maggioranza enorme nel paese: il 70 per cento dei francesi, secondo un recente sondaggio, dice di sostenere o avere simpatia per il movimento dei giubbetti gialli.
I militanti, quelli che bloccano le strade e i caselli e che hanno passato gli ultimi sabato a Parigi, sono molto meno: secondo alcuni non supererebbero le decine di migliaia. Quelli che pur senza scendere per la strada si definiscono Gilets Jaunes, quelli che hanno messo il loro giubbetto giallo fosforescente sul cruscotto dell' auto, sarebbero molti di più, circa di 20 per cento dei francesi. Lo scontento dicono tutti gli osservatori è più forte delle violenze che ieri hanno portato le fiamme e la guerriglia nel cuore di Parigi. Lo scontento, potrebbe travolgere Emmanuel Macron e con lui la Quinta Repubblica.
parigi gilet gialliPARIGI GILET GIALLI
SENZA MEDIATORI Le istituzioni francesi per ora proteggono il presidente: nessuna protesta, nessun indice di impopolarità per quanto alle stelle, potranno costringerlo alle dimissioni. Per il momento lui non cede.
STATUA DELLA MARIANNA SFREGIOSTATUA DELLA MARIANNA SFREGIO
Secondo il suo entourage, l' esempio dei predecessori lo ha convinto: ogni volta che hanno ceduto alla piazza, da Chirac a Sarkozy a Hollande, hanno anche perso i pochi consensi che avevano. Non è detto però che le esperienze passate possano essergli utili nel nuovo mondo politico che lui stesso ha contribuito a creare: senza mediatori, senza sindacati, con gli enti locali ridotti a poca cosa, i partiti politici tradizionali all' agonia, il suo, la République en marche, che in questi tempi duri comincia a scontare la scarsa, scarsissima esperienza politica che era stata la sua grande forza.
parigi gilet gialli palazzo assaltatoPARIGI GILET GIALLI PALAZZO ASSALTATO
DAVANTI AL POPOLO Macron è solo davanti al popolo, cominciano a dire gli osservatori e gli analisti, anche quelli che fino a poco tempo fa esitavano a usare il termine peuple. Difficile che il presidente possa continuare come se niente fosse. Le elezioni europee rischiano di sancire nelle urne, e non soltanto sotto l' Arco di Trionfo, la debolezza della sua politica. Secondo il suo programma, all' inizio del 2019 dovrebbe affrontare l' annunciata riforma delle pensioni. Rischia di rivelarsi una miccia ancora più potente della benzina.
gilet gialli 8GILET GIALLI 
Fonte: qui


BUTTAFUOCO: “L’ITALIA PER VIA DI LEGA E M5S È UN PROBLEMA PER L’EUROPA, LA FRANCIA È INVECE UN SOLIDO PILASTRO DELL’UNIONE. PERÒ ECCO LA SITUAZIONE: UN PALAZZO È DATO ALLE FIAMME ALL’ARCO DI TRIONFO, A PARIGI; NEGLI ULTIMI DUE GIORNI SI AGGIUNGONO 400 PERSONE ALL’ELENCO DEGLI ARRESTI E ALTRI 130 A QUELLO DEI FERITI 

IN ITALIA NON SUCCEDE IL QUARANTOTTO PERCHÉ GLI ULTIMI HANNO TROVATO UN ESITO POLITICO...”

Pietrangelo Buttafuoco per “il Tempo”

Se la Francia piange con i lacrimogeni, l’Italia non ride. Ma almeno Roma non brucia come in queste ore Parigi con i gilet gialli perché la protesta qui, con i Gialloverdi – il M5S e la Lega – non è per strada. È al Governo. La gente, lì, non ha altra tribuna che la barricata. L’élite, infatti, è salda all’Eliseo mentre qui – l’establishment – orchestrando il remake di “Benvenuti al Sud” con casa Di Maio, sta solo sperando di tornare a palazzo Chigi.
conte salvini di maioCONTE SALVINI DI MAIO

L’Italia – si sa – per via dei Gialloverdi è un problema per l’Europa, la Francia è invece un solido pilastro dell’Unione. E però ecco la situazione: un palazzo è dato alle fiamme all’Arco di Trionfo, a Parigi; negli ultimi due giorni si aggiungono quattrocento persone all’elenco degli arresti e altri centotrenta – raccolti sui marciapiedi di Francia – a quello dei feriti.

macron alle antille con maschioni 1MACRON ALLE ANTILLE CON MASCHIONI
È la scena che si vede dalle vetrate di casa Macron: agenti in tenuta antisommossa sono dappertutto per fermare sul nascere ogni manifestazione contro il rincaro dei carburanti; i disordini degli Champs Elysees dilagano fino alle periferie. E non finisce. Quel che succede, lì – la scomparsa del ceto medio, proletarizzato – c’è anche in Italia.

Le famiglie monoreddito impossibilitate a cavarsela oltre la terza settimana del mese sono perfino di più che in Francia. E i poveri, qui – la maggior parte padri di famiglia, che comunque non incendiano auto, non frantumano le vetrine e non si fanno spaccare le teste – sono in gran numero rispetto a lì.

luigi di maio giuseppe conte matteo salvini giovanni triaLUIGI DI MAIO GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINI GIOVANNI TRIA




E non succede il Quarantotto, qui, perché gli ultimi – quelli della nostra periferia, la grande provincia italiana – hanno trovato un esito politico. I cinque milioni di poveri stanno aspettando – magari saranno traditi, delusi – ma una forma, intanto, un qualcosa che diventi per loro una voce, un argomento e un progetto, in Italia c’è. Il 4 marzo scorso, invece di astenersi, qui – i precari, i disoccupati e gli esodati – hanno avuto qualcuno da votare alle politiche, e le hanno pure vinte le elezioni.

Ha perso la sinistra dell’élite in Italia e, il centrodestra, non ha vinto una beata mentula. Basti pensare – ed è fondamentale ricordarlo, prima di vagheggiare ribaltoni – al voto del Sud. L’intero Mezzogiorno, per la prima volta nella storia repubblicana, s’è sottratto alle clientele e ai padrinati politici.
SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIOSALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

E’ successo che le masse un tempo destinate ai granai elettorali del sistema, invece che incazzarsi a vuoto, si sono levate in una geometrica controffensiva di mobilitazione. Senza odio, senza violenza e senza strumentalizzazione. Senza destra, dunque, e senza sinistra manco a dirlo. A differenza che in Francia, infatti, l’Italia non offre pretesti.

La presenza di Marine Le Pen, per quanto sia prima nei sondaggi, assicura l’eternità allo status quo che potrà sempre contare sull’unità anti-fascista contro l’ex Front National, mentre in Italia, con il M5S – e con la Lega che non ha radice nelle ideologie – la favola bieca del radicalismo di destra fa cilecca. Neppure buona è per far vendere a La Repubblica due copie in più.

Fonte: qui

lunedì 3 dicembre 2018

Il rischio mattone che cova nelle banche tedesche

L’inverno sta arrivando, viene da pensare leggendo l’intervento di Claudia Buch, che ha presentando l’ultimo Financial stability report della Bundesbank. “L’estate è stata inusualmente lunga e calda – dice la vice presidente – ma adesso è arrivata alla fine, visto che le stagioni vanno e vengono”, dice riecheggiando un vecchio adagio che ogni economista di buon senso dovrebbe iscrivere nel proprio immaginario. Se non altro per disintossicarsi dal pensiero pernicioso che ha nutrito l’economia dell’ultimo cinquantennio, ossia che sia davvero possibile crescere per sempre. Non è così, ovviamente. Anche la Germania, ossia uno degli esperimenti di politica economica meglio riusciti, paga dazio all’inesorabilità del ciclo e della congiuntura, che facilmente diventa avversi dopo aver arriso benigni per tanto tempo. Se n’è avuto un avviso con la crescita negativa dell’ultimo trimestre registrata dalla Germania, frutto di tante contingenze fra le quali l’incattivirsi del commercio internazionale, la vicenda Brexit, ancora irrisolta, e le tensioni geopolitiche. Ciò malgrado, “i tempi sono ancora buoni sul fronte economico”, aggiunge la Buch, visto che “l’economia si sta ancora espandendo a passo robusto, i tassi di interessi sono ancora bassi e i prezzi degli asset sono alti e la volatilità nei mercati finanziari è relativamente bassa”. E tuttavia i semi dell’inverno sono per ogni dove, pronti a germinare gelate capaci di far battere i denti anche a un’economia robusta come quella tedesca.
Proprio di questo si occupa il rapporto della Banca, che sbircia nei recessi dove di solito si annidano e prosperano i rischi, ossia il sistema finanziario. Le banche tedesche non hanno patito meno delle altre la tormenta nel tempo della crisi. Oggi semmai rimane da capire quanto siano attrezzate per superare i rigori della brutta stagione, quando arriverà. Perché a far la differenza fra un inverno e un brutto inverno, in fondo, è solo il modo in cui ci si prepara ad affrontarlo. Sappiamo per ora che “l’affermazione di una forte crescita e di bassi tassi di interesse hanno contribuito all’accumulo di vulnerabilità e che questa tendenza è continuata fino ai giorni nostri”, come ci dice la Buch. Questo paradosso sorprenderà alcuni, ma non quelli – e sono tanti – che sanno bene che ogni ciclo scrive, dispiegandosi, la storia della sua fine. Il resto dovremo scoprirlo, ma mentre stiamo a guardare è utile ricordare che il sistema finanziario tedesco cova problemi specifici. E siccome tutto si tiene,  nulla racconta meglio dei rischi per la stabilità del sistema finanziario tedesco di semplice dato: “I prezzi degli immobili – spiega il rapporto – in Germania sono aumentati costantemente dall’inizio della crisi finanziaria, non solo nei centri urbani. Secondo le stime della Bundesbank, i prezzi degli immobili superano i livelli che sarebbero giustificati da fattori fondamentali come i modelli regionali o demografici di circa il 15-30%”.
Una sopravvalutazione che diventa ancora più evidente se si guarda l’indice dei prezzi residenziali e soprattutto quello riferito alle sette maggiori città, dove i prezzi rispetto all’indice 100 del 2010 risultano cresciuti dell’80%.
Le ragioni di questa crescita esuberante sono diverse. Ma ancora una volta l’immobiliare conferma la sua vocazione di polarizzatore della crescita e insieme dei rischi che questa porta con sé. Il boom del prezzi immobiliari alla fine è riuscito a raggiungere anche la Germania, che l’aveva scampato nei primi anni Duemila. E ciò ha generato conseguenze importanti che coinvolgono il sistema finanziario che volente o nolente, di questi rischi è il terminale principale. Le banche infatti non hanno solo incorporato rischi di credito, ma anche un notevole rischio da interesse. “Negli ultimi anni, – recita il rapporto – le banche hanno sempre più concesso prestiti con scadenze più lunghe e tassi di interesse a scadenza fissa. Ad esempio, il 45% dei nuovi prestiti alle famiglie per l’acquisto di abitazioni ha periodi di blocco dei tassi d’interesse superiori a dieci anni”. Detto in soldoni, prezzi sopravvalutati implicano possibilità di cali degli asset che indeboliscono il valore dei collaterali dei prestiti bancari. Tassi di interessi bloccati per dieci anni significa che le banche non possono “scaricare” sui clienti le tensioni dell’aumento del costo del denaro che arriveranno con l’aumento dei tassi, una volta che ci sarà. In sostanza tutto ciò implica maggiori pressioni sui bilanci delle banche, che in questi anni hanno pompato credito senza risparmiarsi.
All’apparenza non sembra così. La crescita del credito sul pil è stata continua dal 2010, pari al 4,4% annuo alla fine del terzo quarto 2018, ma è risultata al di sotto del tasso annuo di lungo periodo che dal 1980 quota il 4,8%. Ma il problema è che il tasso aggregato nasconde parecchie diversità fra le varie categorie di banche. “La quota di mercato delle casse di risparmio è cresciuta dal 30% all’inizio del 2010 al 33% nel terzo trimestre 2018. Quella delle cooperative di credito è aumentato dal 20% al 25% nello stesso periodo, mentre le banche commerciali sono rimaste invariate quota di circa il 25%”. Quindi le banche più piccole sono quelle che hanno elargito più credito e ci sono evidenze che lo abbiano fatto allentando notevolmente gli standard di erogazione. I rischi, insomma, trovano terreno assai fertile, pure se mitigati dalla circostanza che le famiglie hanno visto calare regolarmente il livello dei loro debiti, al 50% del pil a fine 2017, a fronte di un livello medio del 58% nell’eurozona.
Rimane il fatto che “un improvviso aumento dei tassi di interesse – scrive la Banca – potrebbe far finire sotto pressione molte istituzioni contemporaneamente. Principalmente le banche di piccole e medie dimensioni, alcune delle quali hanno notevolmente ampliato la loro trasformazione delle scadenze negli ultimi anni”. E d’altronde, se tale aumento dei tassi non ci fosse, sarebbe peggio per altre istituzioni finanziarie: “Altre parti del sistema finanziario – assicuratori o fondi – sarebbero colpite in modo simile e potrebbero non essere in grado di compensarne l’impatto”, dice la Buch. L’estate è stata lunga – il periodo di crescita più lungo dalla riunificazione -, ma l’inverno sta arrivando e il sistema finanziario tedesco si trova d’improvviso di fronte a rischi concreti che attendono di essere testati, con le banche in prima linea, “stressate” dal lungo ciclo immobiliare, e assicuratori e fondi a seguire, “stressati” dal lungo ciclo di tassi bassi. Il combinato disposto del calo dei corsi immobiliari associato al rialzo dei tassi somiglia, in tal senso, alla tempesta perfetta per il sistema finanziario tedesco. Le tempeste, d’altronde, capitano sempre d’inverno.
Fonte: qui

Il governo Maduro di comprendonio


Quindi, pare che i nostri scappati di casa, spinti a più miti consigli dall’eventualità di perdere l’accesso al mercato già a gennaio, siano intenzionati a modificare la Manovra del Popolo. Da quanto emerge in queste ore, tuttavia, non si tratterebbe di nulla di sostanziale ma dell’abituale tentativo di smerciare pacchi nel parcheggio dell’autogrill, che pare essere diventata l’attività prevalente degli italiani nel rapporto con la realtà. Un vero peccato che quest’ultima non si faccia turlupinare.
I nostri eroi hanno comunque già fatto sapere che aspettano le “relazioni tecniche” su reddito e pensioni
«[…] al fine di quantificare con precisione le spese effettive. Le somme recuperate saranno riallocate, privilegiando la spesa per investimenti»
Proviamo a decodificare. Intanto, fa davvero tenerezza che si invochi, esattamente come per la Tav e le altre grandi opere contestate, “il parere dei tecnici”. Avevo già evidenziato questo mezzuccio tattico, tempo addietro. Quella che appare come l’abdicazione della politica è in realtà la sua riaffermazione, visto che si va avanti sin quando il “tecnico” non sputa i “numerini” giusti. Questo però vale quando si ha un uditorio ed un elettorato di analfabeti funzionali, che attendono l’ipse dixit “tecnico”, ma è assai difficile che si riesca a prendere per i fondelli i “tecnocrati europei”. A tecnico, tecnico e mezzo, in pratica.
Ciò premesso, cosa “riallochiamo”, quindi? I cosiddetti risparmi delle due misure-bandiera, dopo averle opportunamente ridimensionate. Sino a che punto? Questo non è dato sapere. Potremmo ad esempio far accedere a Quota 100 solo i soggetti che riescono a cantare a testa in giù una hit dello Zecchino d’Oro, a scelta, per scremare ulteriormente la platea. Oppure potremmo mettere finestre di uscita strettissime, verso ottobre del prossimo anno, chissà.
Certo, le cose sarebbero molto semplificate se si “desecretasse” il provvedimento sulle pensioni, visto che sono riusciti a dire anche quello, con la motivazione di sottrarlo alle critiche di Tito Boeri e non solo alle sue. Ma anche così, alla fine i “tecnici” dovranno dirci quante nuove assunzioni saranno prodotte da questa “rimodulazione”, per la famosa staffetta generazionale che non lo era. Superfluo segnalare che la Commissione Ue vorrà poi sapere quello che pure io gradirei conoscere, in quanto contribuente di questo paese: quale sarà l’impatto di lungo termine del nuovo regime pensionistico sul debito pubblico?
Sul reddito di cittadinanza, stessa canzoncina: i pentastellati non vedono l’ora di fare un bel decreto legge prima di San Silvestro, con i suoi requisiti di necessità ed urgenza, per differire le prime mance ad aprile, giusto in tempo per le elezioni europee? Ebbene sì, e troveranno molti gonzi pronti a difenderli, anche se gli importi disponibili saranno cifre poco più che simboliche, con buona pace dei famosi 780 euro e multipli per scala di equivalenza familiare. Eppure vi ricordate che le coperture c’erano, e pure bollinate dagli odiati tecnici della Ragioneria? Eh.
Due parole anche per il Tecnico Supremo, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria: scusi, professore, ma riduciamo il deficit ed al contempo teniamo ferma l’ipotesi di crescita 2019 a 1,5%? E che moltiplicatori stiamo usando, quindi? Non è che ci squalificano per doping mentre tentiamo di imitare i nuotatori della DDR?
Su tutto, i nostri eroi puntano al fatto che la Commissione Ue sia composta di analfabeti funzionali come la maggioranza degli italiani, e pertanto che non si accorga che questo giochetto di riduzione degli esborsi per il 2019 fa gonfiare in modo spaventoso quelli del 2020, a cui si sommerà il ritorno delle clausole di salvaguardia. Per non parlare delle coperture, che sono in larghissima misura anticipazioni di gettito, e quindi apriranno una voragine sempre nel mitologico 2020.
Come scrive oggi Paolo Baroni su La Stampa:
«I numeri del resto parlano chiaro: il maggior deficit ammonta infatti a 21,8 nel 2019, a 26,8 nel 2020 e a 25,3 nel 2021. Al netto della sterilizzazione dell’Iva da 21,8 scendiamo a 9,4 nel 2019, mentre sia nel 2020 che nel 2021 ci attestiamo a quota 21,3 miliardi. Se poi volessimo azzerare l’Iva anche dopo il 2019 l’impegno per le casse dello Stato sarebbe pari a 21,9 miliardi l’anno venturo, per poi esplodere negli ultimi due anni: a quota 40,4 miliardi nel 2020 e a quota 40,8 miliardi nel 2021. Insomma una bella ipoteca anche sugli anni futuri»
Quindi, coperture risibili per effetti perlopiù permanenti.  Allora, riassumiamo:
  • Gli scappati di casa se la fanno addosso per timore di perdere l’accesso ai mercati;
  • Quindi cercano di vendere la fontana di Trevi alla Commissione Ue ed agli altri paesi dell’Unione;
  • Manipolano e comprimono gli esborsi per il 2019, nel disperato tentativo di arrivare alle elezioni di maggio (per fare cosa, è sempre meno chiaro);
  • Così facendo, non incidono sul deficit-Pil strutturale ma depotenziano l’impatto espansivo delle misure, che viene peraltro già soffocato anche dall’esplosione dello spread;
Che accadrà, quindi? Non saprei, ma partirei dalla premessa che gli interlocutori dei caciottari italiani non hanno l’anello al naso. Una volta fissata questa premessa metodologica, potete inferire. Ed anche infierire, direi. Ad esempio, che un esecutivo abilissimo a manipolare un popolo alquanto bue, sia alla fine il purissimo distillato del medesimo, in termini di facoltà cognitive. Un governo Maduro di comprendonio, in pratica, visto che non riesce a capire che questa manovra va semplicemente buttata nello sciacquone.
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