9 dicembre forconi

giovedì 10 marzo 2016

Londra, la banca va in fallimento ? Il manager va in galera. Proprio come da noi…

914a2aea-1d62-4e59-8b5f-2e397352b0ac_xlÈ entrata in vigore, in Gran Bretagna, la legge che prevede il carcere per i banchieri che provocano il fallimento delle loro società con comportamenti scorretti. Fortemente voluta dal Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, la nuova legge vuole dimostrare che «il governo ha appreso la lezione del passato».

Per il fallimento della banca, maximulta a carcere fino a 7 anni

La legge, che riguarda i top manager di istituti di credito e banche di investimento, punisce tutte quelle condotte, come la sbagliata gestione del rischio, che anche “solo” per negligenza portano a perdite mettendo a rischio l’impresa e, soprattutto, i suoi clienti. Per i casi più gravi sono previste una pena fino a sette anni di carcere e multe senza limiti che potranno essere attinte anche dai bonus e dagli stipendi.

Osborne: «Giusto il carcere per il top manager colpevole»

Il conservatore Osborne ha parlato della nuova legge come dell’«ultima pietra miliare nel mio piano per garantire che il sistema delle banche britannico operi ai più alti standard possibili». «È assolutamente corretto che un senior manager che con le sue azioni provoca il fallimento della sua banca affronti il carcere», ha rivendicato il Cancelliere dello Scacchiere, che ormai tempo fa paragonò i manager che provocano il fallimento di una banca ai ladri. «È sbagliato che le persone che rubano in un negozio siano messe in galera e che ai cattivi banchieri, invece, non sia chiesto di pagare il conto», disse il Cancelliere, lanciando la campagna che poi avrebbe portato.
Fonte: qui

martedì 8 marzo 2016

2050: Odissea sulla Terra

Il tempo degli umani è scandito dal susseguirsi delle generazioni. L’arco temporale fra una generazione e la successiva, convenzionalmente fissato in 35 anni, dà la misura di come è cambiato il mondo da quando i nostri genitori avevano la nostra età ad oggi. Allo stesso modo siamo portati a guardare al futuro immaginando le vite dei nostri figli quando essi avranno l’età che noi abbiamo oggi. Mi è sembrato allora interessante provare a rivolgere uno sguardo all’anno 2050, cioè ad una generazione da oggi, tentando di estrapolare alcuni dei trend che oggi osserviamo a livello globale in materia di economia, energia ed emissioni di gas serra, con l'obiettivo di prefigurare l'entità delle trasformazioni necessarie a scongiurare gli impatti più gravi dei cambiamenti climatici.
Partiamo dall’economia. E’ notizia recente che la Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le stime per la crescita economica globale del 2016, portandola al 2,9% rispetto al 3,4% previsto in precedenza. Le ragioni di una revisione al negativo delle previsioni sono note e non mi soffermerò su questo. Faccio solo notare che una crescita di questa entità del PIL mondiale è la media fra gli aumenti dei paesi emergenti – che seppure in forte difficoltà crescono del 5-7% – e quelli non lontani dallo zero dei paesi sviluppati. Supponendo che questo tasso di crescita annuale si mantenga invariato per i prossimi 34 anni (la qual cosa suona tutt’altro che entusiasmante per il mainstream economico-finanziario e per i leader politici, che si ostinano a sognare crescite ben più sostenute), nel 2050 la ricchezza complessiva delle economie mondiali sarà aumentata di 2,6 volte rispetto ad oggi.
Se consideriamo che la popolazione mondiale sarà di circa 9 miliardi di persone rispetto agli attuali 7,3, questo dato si traduce in un aumento medio pro-capite di 2,1 volte. E’ ovviamente del tutto verosimile che, per quanto lo scandaloso divario fra una esigua minoranza di superricchi e una maggioranza di poveri possa ancora aumentare, gran parte della nuova ricchezza generata sarà destinata ai paesi in via di sviluppo.
Passiamo ora all’energia. Può un simile aumento di ricchezza avvenire senza una crescita parallela dei consumi di energia? Ovviamente no, e neanche su questo mi dilungo.
Osservo solo che, visti i miglioramenti da attendersi in tema di efficienza energetica, i tassi di crescita dell’energia primaria globale saranno con ogni probabilità sensibilmente inferiori all’aumento del PIL immaginato prima.
Nell’ultimo decennio l'energia consumata nel mondo è cresciuta in media del 2,1% l’anno, nonostante la profonda recessione che ha colpito l’economia mondiale.
Ipotizzando dunque una leggera ripresa dei consumi combinata ad ulteriori progressi nell’uso efficiente dell’energia, ho voluto tentativamente immaginare una crescita dell’energia primaria mondiale del 2% l’anno fino al 2050, anche in questo caso a quasi esclusivo beneficio dei popoli in via di sviluppo la cui popolazione aumenterà rapidamente.
Ne risulta al 2050 un raddoppio del fabbisogno di energia rispetto ad oggi.
Con mia sorpresa, ho scoperto che questa grossolana previsione è perfettamente in linea con lo scenario dipinto da Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani in una loro pregevole rassegna appena pubblicata, nella quale viene considerato ottimale un consumo medio pro-capite annuo al 2050 pari a 2,8 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) contro il valore di 1,8 registrato nel 2014. I due studiosi argomentano che il valore di 2,8 tep pro-capite deve ritenersi adeguato sulla base di indicatori che correlano il livello di sviluppo umano di una data popolazione con il suo consumo di energia. Si è visto, ad esempio, che paesi come la Nigeria o il Ciad, che presentano elevati tassi di mortalità infantile, hanno un consumo pro-capite di soli 0,1 tep, e che la mortalità diminuisce con l’aumentare della disponibilità di energia fino ad un livello approssimativamente pari a 3 tep, oltre il quale non vi sono ulteriori apprezzabili miglioramenti. Si deve rimarcare come il valore di 2,8 tep considerato desiderabile è comunque largamente inferiore agli attuali consumi pro-capite di paesi come gli USA o il Canada, pari rispettivamente a 7,2 e 9,4 tep.
Dunque, a meno di incrementi strepitosi nell'efficienza energetica (su cui comunque si deve continuare ad investire) o di un collasso dell'economia globale, si può ipotizzare un consumo mondiale di energia al 2050 pari a 25.200 Mtep (2,8 tep x 9 miliardi), che è appunto circa il doppio di quello, pari a 12.928 Mtep, calcolato al 2014 dalla BP Statistical Review of World Energy 2015.
Quale potrà essere il mix delle fonti energetiche a quella data? Non certo quello attuale che vede le fonti fossili giocare un ruolo del tutto predominante. Come sottolineato fino alla noia in questo blog, se vogliamo avere delle chances di contenere a livelli ancora accettabili il riscaldamento globale dobbiamo accelerare la transizione già in atto dalle fonti fossili alle rinnovabili. Pertanto mi sono chiesto quale dovrà essere l’entità dell’incremento annuo da qui al 2050 della quota di energia primaria proveniente dalle rinnovabili non idroelettriche, ed ho provato a fase dei semplici conti.
Ipotizzando che l’apporto percentuale di energia idroelettrica e nucleare, attualmente pari rispettivamente al 7% e al 4%, rimanga invariato (il che vuol dire prevedere comunque un raddoppio del loro contributo in valore assoluto, cosa per nulla scontata considerando per un verso i programmi di smantellamento di molte centrali nucleari nei prossimi vent'anni e per l’altro i limiti alla crescita dell’idroelettrico dovuti alla crescente penuria di acqua in vaste aree del pianeta causata proprio dai cambiamenti climatici), otteniamo gli scenari illustrati nella Tabella 1.
Scenario_transizione
Come si vede, per ribaltare l’attuale egemonia delle fonti fossili non è sufficiente neanche un incremento annuo delle rinnovabili del 10%, che lascerebbe ancora una quota maggioritaria a petrolio, gas e carbone.
La situazione invece si ribalterebbe con un aumento annuo del 12%, che farebbe lievitare le rinnovabili ai 2/3 del totale.
 
La conferma che, nelle ipotesi date, il tasso di aumento del 10% è insufficiente a contenere il riscaldamento globale viene dall’elaborazione riassunta nella Tabella 2, nella quale sono riportate le presumibili variazioni delle emissioni di CO2 in funzione dei diversi tassi di crescita delle rinnovabili.
Secondo questo calcolo approssimativo, solo un incremento ininterrotto non inferiore al 12% annuo fino al 2050 può garantire una consistente riduzione delle emissioni in linea con quanto stimato nello scenario RCP2.6 dell’IPCC (quello che dà buone probabilità di contenere l’aumento delle temperature al 2100 sotto i 2°C), che infatti stima al 60% la quota necessaria di energia “low-carbon” al 2050.
 
Dobbiamo a questo punto interrogarci sulla reale fattibilità di un aumento, anno dopo anno per 35 anni, del 12% della quota rinnovabili non idroelettriche.
Per la verità, il 12% è proprio l’aumento complessivo registrato nel 2014 rispetto al 2013 secondo le statistiche BP. E' possibile mantenere per tanto tempo un incremento così sostenuto?
 
E’ facile comprendere che si tratta di un’impresa immane, che in assenza di innovazioni tecnologiche dirompenti richiederebbe la produzione e l’installazione forsennata di moduli fotovoltaici, pale eoliche e centrali solari termodinamiche per molti anni e in ogni angolo del globo (compatibilmente con l'insolazione e la ventosità).
 
Anche con il massimo supporto politico possibile, che peraltro oggi non c'è, una crescita impetuosa di un singolo comparto industriale per un tempo così lungo presenta enormi ostacoli. Secondo l’ultimo rapporto della International Energy Agency (IEA), in assenza di forti stimoli politici ed economici è da attendersi un rallentamento dell’attuale trend di crescita delle rinnovabili sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti, a causa di persistenti barriere di accesso ai mercati, difficoltà di integrazione nelle reti elettriche, mancanza di incentivi adeguati e persistenza di sussidi alle fonti fossili. Va poi ricordato che quasi tutta l’espansione delle rinnovabili registrata finora si riferisce alla produzione di elettricità: i settori dei trasporti e del riscaldamento continuano ad essere dominati dalle fonti fossili, e tutto lascia pensare che lo saranno ancora per parecchi anni.
 
Oltre ad una certa stabilità economica (tutt’altro che garantita in tempi nei quali la volatilità dei mercati la fa da padrona e il rischio di un nuovo shock globale è dietro l'angolo), all'assenza di conflitti su vasta scala e ad una sufficiente tenuta degli equilibri ecologici fondamentali, il prerequisito fondamentale perché una scommessa così azzardata possa essere vinta è la disponibilità ancora per parecchi anni di energia a basso costo (per uscire dalle fonti fossili abbiamo bisogno delle fonti fossili, come è stato già spiegato in un precedente post), necessaria per la produzione di una mole imponente di dispositivi e impianti di energia rinnovabile e relative infrastrutture di supporto.
 
L’attuale congiuntura che vede le quotazioni del greggio ai minimi da molti anni è una preziosa opportunità e deve costituire uno stimolo a potenziare gli sforzi produttivi.
 
Lo scenario potrebbe mutare in peggio nel giro di pochi anni man mano che la disponibilità di giacimenti ad alto ERoEI andrà a scemare, e a quel punto tutto sarà più difficile e imprevedibile.
Lo sforzo collettivo della nuova generazione di giovani può cambiare il mondo. E’ già accaduto in passato e può accadere ancora.
La missione assomiglia ad una nuova odissea, non nello spazio ma sulla Terra, dove però non ci sarà nessun misterioso monolite nero a guidarci.
Se fallirà, sarà soprattutto a causa delle scelte sbagliate della nostra generazione, che non potrà mai perdonarsi di aver lasciato un pianeta così malridotto ai nostri figli.
Stefano Ceccarelli
Da Stop Fonti Fossili

mercoledì 2 marzo 2016

MONTI? LETTA? RENZI? SEMPRE PEGGIO!

matteo-renzi-enrico-310980EUROSTAT E ISTAT BASTONANO RENZI: I DATI SULL’OCCUPAZIONE ERANO MIGLIORI CON ENRICO LETTA PREMIER

NEL GENNAIO 2014 L’ITALIA ERA AL 21° POSTO IN EUROPA PER LA DISOCCUPAZIONE: ORA E’ AL 23°, SORPASSATA DA SLOVACCHIA E BULGARIA -

Matteo, salutaci il jobs act: anche sulla disoccupazione giovanile rispetto alla media dei 28 paesi europei l’Italia è stata peggiore con Renzi rispetto a Letta.

C’erano a inizio 2014 18,30 punti più della media d’Europa, oggi la distanza si è allargata a 19,70 punti

Franco Bechis per www.limbeccata.it
CONFRONTO LETTA RENZI
CONFRONTO LETTA RENZI

Il confronto fra i due è impietoso. A due anni di distanza l’unica differenza vera fra i risultati del governo di Enrico Letta e quelli del governo di Matteo Renzi è nel ciclo economico: era ancora incerto ai tempi di Letta, con molti paesi a pil calante, ed è positivo nell’epoca Renzi. Così va il mondo!

Rispetto alla media dell’area dell’euro e a quella dell’Europa a 28, in tutti i dati macroeconomici Letta batte Renzi. Il più confronto più clamoroso e inatteso, vista la prosopopea che ha accompagnato il job act, viene dai dati sulla disoccupazione forniti da Eurostat e Istat il 1 marzo 2016. Anche sul lavoro dunque Letta batte Renzi(E GIA' ERAVAMO AL DISASTRO ECONOMICO/SOCIALE!!!). Basta guardare la classifica europea, dove tutti i paesi sono messi sullo stesso piano di fronte al ciclo economico.
MATTEO RENZI NELL UFFICIO DI LETTA A PALAZZO CHIGI
PALLONARI A CONFRONTO
Nel gennaio 2014, ultimo mese del governo Letta, l’Italia era al 21° posto nella classifica europea sulla disoccupazione (che va dal paese più virtuoso, con meno disoccupati- all’epoca l’Austria, a quello più negligente, con più disoccupati, la Grecia che era al 28° posto). Aveva dietro di sè Bulgaria, Slovacchia, Portogallo, Cipro, Croazia, Spagna e Grecia. L’Italia aveva 0,90 punti di disoccupazione più della media dei paesi dell’euro e 2,10 punti in più della media dei 28 paesi europei.
CONFRONTO LETTA RENZI 2
CONFRONTO LETTA RENZI
A gennaio 2016 con il governo Renzi l’Italia è scivolata in classifica di due posizioni: è al 23° posto in Europa sulla disoccupazione (il più virtuoso è la Germania e al 28° posto c’è sempre la Grecia).

L’Italia è stata sorpassata dalla Slovacchia che stava due posizioni indietro con Letta e ora si trova due posizioni davanti, e pure dalla sorprendente Bulgaria che le stava subito dietro al 22° posto ed oggi è al 15° posto in classifica, otto posizioni davanti a Renzi.

Appena meno peggio il confronto Letta-Renzi sulla percentuale di disoccupazione giovanile. Il job act non ha migliorato nulla: l’Italia era quartultima in Europa e quartultima per disoccupazione giovanile resta, con il 25° posto su 28 nella classifica che va dal paese più virtuoso (la Germania) a quello meno (la Grecia). Rispetto alla media dell’area dell’euro l’Italia è restata più o meno distante uguale (oltre 17 punti percentuali).
LETTA E RENZI
PALLONARI NELLA FOTO
Rispetto alla media dei 28 paesi europei l’Italia è stata peggiore con Renzi rispetto a Letta: c’erano a inizio 2014 18,30 punti più della media d’Europa, oggi la distanza si è allargata a 19,70 punti. Quindi anche sul solo settore che faceva immaginare un passo diverso, Renzi ha avuto un passo da lumaca rispetto a Letta che lui accusava proprio per questo. E attenti, perchè l’Italia è quartultima, ma in due anni Cipro che era quintultima con 1,40 punti in meno è andata meglio, e ha quasi 8 punti di vantaggio rispetto all’Italia.
La Croazia, terzultima era a 8,1 punti dall’Italia ed ora è appena a 4,8 punti. La Spagna- penultima era a 12,9 punti dall’Italia ed  oggi è a 5,7 punti. E la Grecia era ultima a 17,3 punti dall’Italia ma oggi è appena a 8,7 punti da Renzi.

Non solo il job act non ha prodotto nulla rispetto al ciclo economico, ma non è nemmeno riuscito a fare stare l’Italia in linea con gli altri paesi europei…

Un altro clamoroso bluff del governo in carica…

Fonte: qui

lunedì 29 febbraio 2016

Nel silenzio dei media, l'Arabia Saudita prepara l'invasione della Siria con un'esercitazione militare con altri 20 paesi

Arabia(21)

Il regime di Riad: "Si tratta dell'esercitazione militare più grande al mondo"

 

Le forze armate di 20 paesi hanno iniziato sabato delle esercitazioni militari su larga scala nel nord dell'Arabia Saudita. Lo ha riportato la Saudi Press Agency. 

Secondo il regime di Riad, l'obiettivo è quello di preparare le truppe ad una risposta efficacia contro la minaccia del terrorismo. Il nome dell'operazione scelto è “Treno Nord” ed è stata portata avanti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Giordania, Bahrain, Senegal, Sudan, Kuwait, Maldive, Marocco, Pakistan, Ciad, Tunisia, Comore, Gibuti, Oman, Qatar, Malesia coinvolto, Egitto e Mauritania.
 
Secondo il sito web dell'agenzia saudita, è "la più grande esercitazione militare al mondo in termini di numero di forze partecipanti, così come l'estensione della zona di manovra". Non si forniscono ulteriori dati o dettagli.
 
"Gli esercizi Treno Nord venuto in mezzo alle crescenti minacce terroristiche, così come l'instabilità politica e la sicurezza nella regione", si legge nell'articolo.
 
Il 4 febbraio, un portavoce delle forze armate saudite ha detto che se il suo paese riceverà una richiesta da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, sarà disposto a svolgere operazioni di terra contro il gruppo terroristico dello Stato Islamico (EI) in Siria.
 
Quindi: il principale sponsor della creazione, sostegno e finanziamento dell'Isis prepara con un'esercitazione militare con altri 20 paesi l'invasione della Siria “contro la sua stessa creatura(!???!)”, in ritirata per la liberazione in corso da parte dell'esercito siriano.
 

E il Truman Show(dell'Arabia Saudita e della Turchia!!!) può continuare.

Leggi: Assedio di Aleppo, dove muore la verità
 

giovedì 25 febbraio 2016

Gli Usa dovrebbero prepararsi al crollo dell'Arabia Saudita.

Arabia SauditaTre scenari sul possibile collasso di Riyad

Per mezzo secolo, l'Arabia Saudita è stata la chiave di volta della politica americana in Medio Oriente. Arabia Saudita e Stati Uniti hanno stretti rapporti che si basano molto sulle vendite di petrolio. Tuttavia, Washington potrebbe ritrovarsi a dover rivedere queste relazioni perché il Regno potrebbe presto crollare, dicono gli esperti.
"In effetti, l'Arabia Saudita non è uno Stato e può essere descritta in due modi: .. come entità politica con un modello di business intelligente, ma non sostenibile, o come un'entità così corrotta che assomiglia ad una organizzazione criminale verticalmente integrata.
In entrambi i casi, non può resistere per molto tempo", hanno scritto in un articolo per The Atlantic  Sarah Chayes del Carnegie Endowment for International Peace e Alex De Waal della Fletcher School presso la Tufts University.
 
Gli esperti spiegano che il re saudita è il CEO di un'azienda a conduzione familiare che converte il petrolio in denaro per l'acquisto della lealtà politica.
Gli Stati Uniti credono che il re abbia riserve infinite per portare avanti questa politica.
 
In realtà, l'accordo per congelare la produzione di petrolio e l'eventuale vendita della più grande compagnia petrolifera del paese, Aramco, sono segni di un urgente bisogno di entrate
 
Secondo Chayes e De Waal, per l'Arabia Saudita ci sono tre possibili scenari.
 
La prima è la lotta all'interno della famiglia reale, per i cui membri comprare la fedeltà diventerà sempre più costoso.
 
Il secondo è una guerra con un altro stato, dato il confronto tra Riyadh e Teheran in Yemen e Siria.
 
Il terzo è un sollevamento di civili o jihadisti nel paese.
 
Gli esperti dicono che Washington è di solito sorpresa quando stati presumibilmente stabili cominciano a sgretolarsi. Tuttavia, gli Stati Uniti d'America dovrebbero prepararsi per il crollo del regno e cambiare il corso delle relazioni bilaterali.
 
Notizia del: 
 
Fonte: qui

martedì 23 febbraio 2016

Ecco le spese nascoste dal governo sprecone: un miliardo a settimana

Schermata-2016-02-21-alle-19.30.1Ecco le spese nascoste dal governo sprecone: un miliardo a settimana

Lo studio Unimpresa che smaschera il premier: nel 2015 52 miliardi di uscite in più. E 26 di tasse

Roma Da una parte le parole, dall'altra i numeri. Sono le solite due facce del governo Renzi, anche in tema di revisione della spesa pubblica.


Ieri il consulente alla spending review e alter ego del premier, Yoram Gutgeld, ha scritto al Sole 24 Ore rivendicando(con le solite minchiate propagandische!!!) i «risultati importanti di un impegno che il governo intende proseguire» sostenendo che in due anni sono stati conseguiti oltre 25 miliardi di riduzione di spesa coniugati a una riduzione delle tasse per 28 miliardi. In quello stesso momento, il Centro studi Unimpresa smentiva l'ottimismo di Gutgeld.

Nel pomeriggio un'altra doccia fredda, questa volta proveniente dalla Funzione pubblica: nel 2014 le spese per consulenze esterne della Pa nel 2014 sono aumentate del 61,3% su base annua a 1,19 miliardi di euro.

Ma andiamo con ordine.

Secondo il Centro studi Unimpresa, infatti, non solo non è stata attuata una vera spending review, ma l'anno scorso è aumentato pure il carico fiscale.

In particolare, la spesa pubblica è cresciuta di 52 miliardi di euro, mentre le tasse sono cresciute di quasi 26 miliardi: l'esatto contrario di quanto affermato trionfalisticamente da Gutgeld.

Nel 2015 le uscite correnti del bilancio pubblico sono, infatti, passate dai 483,8 miliardi dell'anno precedente a 536,4 miliardi. Le entrate tributarie, invece, sono salite da 407,5 miliardi a 433,4 miliardi.

Ovviamente, il ritorno alla crescita registrato nel 2015 ha attenuato l'incidenza della pressione fiscale in relazione al Pil, ma quando si guardano i dati assoluti - al di là degli effetti del ciclo macroeconomico - si osserva come il concetto di riduzione delle tasse sia un fatto puramente nominalistico.

«Il governo ci prende in giro: sono chiacchiere quelle sulla spending review e sono chiacchiere pure quelle sulla sforbiciata al prelievo fiscale», ha commentato il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi sintetizzando il renzismo in uno slogan («Tante promesse, molti annunci e zero fatti concreti»).

Non poca sorpresa hanno poi destato i dati diffusi dal ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia.

Sono tornati, infatti, ad aumentare i compensi per gli incarichi conferiti da Regioni, ministeri, università e tutto il resto della Pa, sfiorando gli 1,2 miliardi.

Insomma, si è tornati a pescare fuori dal perimetro della Pa, che già conta 3,2 milioni di dipendenti. I dati, che emergono dall'Anagrafe delle prestazioni restituiscono una fotografia poco edificante.

Il numero di soggetti chiamati a consulenze e collaborazioni è aumentato del 15,7% su base annua nel 2014, ma ancora più significativo è l'incremento di quanti hanno ottenuto un compenso (+48%).

Il primato spetta al comparto delle Regioni, che nel 2014 ha registrato un aumento dei costi per la voce in questione del 113%, seguito da ricerca (+56%) e scuola (+55%).

Non si sottrae all'incremento nemmeno il comparto «ministeri e agenzie fiscali» (+32%).

Sommando tutto il capitolo incarichi, sia interni sia esterni, si ottiene un esborso di quasi 1,5 miliardi per quasi 600mila mandati, spalmati su oltre 300mila soggetti dei quali oltre la metà è esterna alla Pa.

Altro che svolta buona: la cara vecchia consulenza ai «fedeli devoti» è più viva che mai.

Fonte: qui

lunedì 22 febbraio 2016

L'esperto: "L'Italia è diventata fragile. E ora pagano i più deboli"(Ci voleva l’esperto?)

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L'esperto: "Il picco di decessi colpa di un welfare che non protegge la salute". Gli over 90 si moltiplicano, oggi i più a rischio sono i "figli della Lupa"

Roma - L'Italia è un Paese di vecchi, ma non è un Paese per vecchi. Si spiega anche così il dato che più colpisce tra le stime 2015 degli indicatori demografici dell'Istat, ossia l'impennata nei decessi.

L'anno scorso sono stati 653mila, il 9,1 per cento in più rispetto al 2014. Il tasso di mortalità (10,7 per mille) è il più alto dal secondo Dopoguerra, mentre la popolazione è sempre più anziana e, per la seconda volta dal 1952, si riduce (-2,3 per mille) nonostante il lieve aumento di residenti stranieri. «Di queste nuove stime - spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano - colpisce tutto. Crollano le nascite, aumentano le persone che si trasferiscono all'estero e, appunto, aumentano anche i decessi».

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Quali sono le cause di questo picco?

«La popolazione invecchia. E il problema non è solo la fascia di ultrasessantacinquenni, in crescita, ma quanti tra questi arrivano a 80 e anche a 90 anni. Quando, se il welfare non è forte, non sostiene e non incoraggia comportamenti adeguati per la difesa e il supporto delle condizioni di salute, è facile che arrivi un'impennata come questa. Insomma, se c'è vento forte, gli alberi più deboli cadono». Quindi mentre i baby boomers invecchiano, sono sempre più a rischio i «figli della Lupa», i tanti nati sotto il fascismo, che incentivava la natalità.

«Diciamo che è un campanello d'allarme. Ora la natalità non cresce, anzi. E in Italia la componente fragile della popolazione continua ad aumentare. Le conseguenze sono da valutare con attenzione». Il trend riguarda tutte le Regioni, dal Sud al Nord. «Sì, il fenomeno non è specifico di una parte del territorio, è diffuso in tutta la nazione. Ovviamente è una questione generale che anche gli altri paesi, ma ribadisco che è anche un segnale che dovremmo cogliere».

Che cosa ci dice questo picco di decessi?

«Ci dice che dobbiamo costruire una società diversa, piuttosto che tirare avanti questo welfare che gravita molto sulle famiglie e poco sul sostegno alle fasce più deboli, che sono in crescita costante. Se il tasso di mortalità è il più alto dal Dopoguerra è perché nel Dopoguerra non avevamo tanti anziani. Non dobbiamo guardare il passato, ma impegnarci a costruire un percorso futuro che tenga conto del fatto che diventiamo una società con sempre più grandi anziani, ossia over 80 e 85. A questa componente fragile serve un'attenzione diversa».

Eppure negli ultimi due anni il tasso di mortalità era sceso. Solo un caso?

«No, affatto. Ci sono anni più favorevoli e anni che lo sono meno. Per due anni molti di questi anziani sono riusciti a tirare avanti, ingrossando le fila di quella popolazione fragile, potenzialmente a rischio decesso. Come sappiamo la morte non può essere evitata, solo posticipata. Basta poco - fattori climatici, un'epidemia di influenza - e siccome la popolazione a rischio è maggiore, il dato dei decessi si compensa e il picco ha evidenza statistica».

E a questo si accompagna il calo delle nascite(la politica per la famiglia nel nostro paese è dimenticata da decenni, invece si preferisce parlare di panzane quali la "stepchild adoption"!!!).

«La demografia è come un edificio. Stiamo aggiungendo piani in alto, piuttosto incerti e fragili, e erodiamo sempre più le basi di questo edificio, sia con il calo del tasso di natalità sia perché molti se ne vanno, non trovando prospettive in questo Paese».

Non avrà mica ragione chi scappa da questo palazzo pericolante?

«Secondo me no. Ma certo bisogna consolidarlo. Migliorando le condizioni di vita per gli anziani e rinforzando il peso quantitativo dei giovani ma anche il loro contributo qualitativo al processo di crescita del Paese, evitando che vadano via o - se l'hanno già fatto - offrendo qualcosa per cui valga la pena tornare. L'Italia di potenzialità ne ha, ma ora è come un terreno fertile coltivato male. Se vogliamo che dia buoni frutti, dobbiamo coltivarlo meglio, insieme».


Fonte: qui