9 dicembre forconi

sabato 7 marzo 2020

Gli astronomi rilevano la più grande esplosione della storia dell'Universo sin dal Big Bang stesso

Gli astronomi a Perth, in Australia, hanno recentemente scoperto e osservato la più grande esplosione mai riscontrata nell'universo dal Big Bang, secondo  uno studio  pubblicato  sull'Astrophysics Journal.
" Abbiamo già visto esplosioni nei centri delle galassie, ma questa è davvero enorme ", ha  detto la  professoressa della Curtin University Melanie Johnston-Hollitt.
“ E non sappiamo perché sia ​​così grande. Ma è successo molto lentamente, come un'esplosione al rallentatore che ha avuto luogo per centinaia di milioni di anni . "
I ricercatori del Centro Internazionale di Radioastronomia dell'Università di Curtin stavano osservando il lontano ammasso di galassie Ofiuco quando rilevarono una grande esplosione al centro di un buco nero supermassiccio, a circa 390 milioni di anni luce dalla Terra. Secondo gli scienziati, l'esplosione ha rilasciato cinque volte più energia rispetto al big bang,  secondo quanto riportato da Science Daily  .


In effetti, l'esplosione è stata così grande che ha fatto esplodere un buco nel plasma del cluster (gas surriscaldato) che circonda il buco nero supermassiccio e ha anche rotto il precedente detentore del record - un cluster noto con la designazione MS 0735 + 74 .
Un'autrice dello studio, la dott.ssa Simona Giacintucci, che lavora presso il laboratorio di ricerca navale negli Stati Uniti, ha confrontato l'esplosione con l'eruzione del Monte Sant'Elena nel 1980, in cui la cima della montagna è stata completamente spazzata via.
" La differenza è che potresti inserire 15 galassie della Via Lattea di seguito nel cratere questa eruzione ha colpito il gas caldo del cluster ", ha detto.
I telescopi a raggi X avevano precedentemente rilevato un buco nel plasma a grappolo del buco nero, ma gli astronomi in origine avevano scartato la teoria secondo cui avrebbe potuto essere causato da un'esplosione energetica perché si riteneva che lo sfogo fosse troppo massiccio.
"La gente era scettica a causa delle dimensioni dello sfogo ", ha dichiarato Johnston-Hollitt. “ Ma è davvero quello. L'universo è un posto strano . "
" Questo oggetto è stato effettivamente osservato con il telescopio a raggi X Chandra da una squadra precedente e hanno visto questa bolla nel plasma a raggi X caldo al centro di questo ammasso di galassie, e hanno detto:" Beh, questo non può essere una di queste uscite energetiche perché sarebbe enorme; la scala sarebbe impensabile '. Quindi, hanno respinto questa possibilità ", ha spiegato il prof. Johnston-Hollitt, che dirige il MWA. " Ma siamo tornati indietro e abbiamo osservato con radiotelescopi a bassa frequenza e abbiamo scoperto che questa cavità è piena di plasma radio ."
Gli scienziati hanno realizzato ciò che hanno scoperto osservando l'ammasso di Ofiuco con i radiotelescopi. Quindi hanno visto che i dati radio corrispondevano ai dati radiografici, confermando una gigantesca espulsione di energia dal cluster.
In totale, sono stati utilizzati quattro telescopi per rilevare e confermare l'eruzione. Tali strumenti erano l'Osservatorio ai raggi X della NASA, l'XMM-Newton dell'ESA, il Murchison Widefield Array (MWA) nell'Australia occidentale e il Giant Metrewave Radio Telescope (GMRT) in India.
Johnston-Hollitt, che dirige il MWA, ha paragonato la loro scoperta agli archeologi scoprendo le prime ossa di dinosauro. Ha inoltre affermato che con nuovi strumenti come i radiotelescopi a bassa frequenza, gli astronomi possono "scavare" più a fondo nello spazio e scoprire scoperte insolite come questa che ci insegnano l'universo e la sua storia.
Johnston-Hollitt ha anche sottolineato che lo studio dell'universo a diverse lunghezze d'onda continuerà a scoprire fenomeni mai visti prima come questo.
" Abbiamo fatto questa scoperta con la Fase 1 del MWA, quando il telescopio aveva 2048 antenne puntate verso il cielo " , ha detto.
" Presto raccoglieremo osservazioni con 4096 antenne, che dovrebbero essere dieci volte più sensibili. Penso che sia piuttosto eccitante . "
Autore di Aaron Kesel tramite TheMindUnleashed.com

giovedì 5 marzo 2020

GW190425: il più massiccio sistema binario di stelle di neutroni mai osservato?

COSA ABBIAMO TROVATO?
La LIGO Scientific Collaboration e la Virgo Collaboration hanno osservato il 25 Aprile 2019 onde gravitazionali dalla fusione di due oggetti compatti. Il segnale viene denominato GW190425. L’osservatorio LIGO è formato da due rivelatori di onde gravitazionali, uno a Hanford (Washington, US), l’altro a Livingston (Louisiana, US). Quando GW190425 è arrivato sulla Terra, il rivelatore LIGO - Hanford non era al momento in presa dati, mentre un forte segnale è stato rivelato da LIGO - Livingston. Anche il rivelatore Virgo , ospitato dall’European Gravitational Observatory (EGO) a Cascina (Pisa, IT), era in acquisizione dati; tuttavia, per la combinazione tra una minore sensibilità e il fatto che GW190425 proveniva probabilmente da una regione di cielo dove Virgo al momento era meno sensibile, il segnale è stato sopra soglia solo a LIGO-Livingston. In ogni caso i dati di Virgo sono stati utilizzati per determinare i parametri della sorgente di GW190425. 

Abbiamo trovato che la massa totale di questo sistema binario era compresa fra 3.3 e 3.7 volte la massa del Sole. In questo intervallo di massa la spiegazione più plausibile è che due stelle di neutroni si siano fuse a circa 520 milioni di anni luce di distanza da noi. La massa di questo sistema binario è significativamente maggiore di ogni altro sistema binario di stelle di neutroni finora conosciuto.


Figura 1: Rappresentazione artistica della fusione del sistema binario di stelle di neutroni che potrebbe aver prodotto GW190425. Credit: National Science Foundation/LIGO/Sonoma State University/A. Simonnet.

UNA BREVE RETROSPETTIVA

GW190425 è stato rivelato durante il terzo periodo di osservazioni di Advanced LIGO e Virgo, denominato O3, che è cominciato il 1 Aprile 2019, e finirà il 30 Aprile 2020. Prima di questo periodo di osservazioni, ce ne sono stati altri due che hanno visto protagonisti i rivelatori ‘Advanced’: O1 (Settembre 2015 - Gennaio 2016) e O2 (Novembre 2016 - Agosto 2017) - vedere qui per maggiori dettagli. Fra un periodo di osservazioni e l’altro i rivelatori sono stati migliorati con nuove tecnologie che ne hanno migliorato la sensibilità. Durante O2, LIGO e Virgo hanno fatto la prima rivelazione di onde gravitazionali dallo spiraleggiamento e fusione di due stelle di neutroni, il segnale noto come GW170817. Quella fusione di stelle di neutroni ha prodotto anche una emissione elettromagnetica associata visibile su tutto lo spettro. GW190425 è probabilmente la nostra seconda osservazione di onde gravitazionali emesse da una fusione di stelle di neutroni. Fino a questo momento non abbiamo identificato nessuna emissione elettromagnetica o di neutrini associata a GW190425. Questo non è particolarmente sorprendente dato che la sorgente di GW190425 è più lontana di quella di GW170817 ed il segnale elettromagnetico previsto dovrebbe essere più debole. Forse però la ragione principale è che GW190425 non è stato ben localizzato. Infatti, abbiamo localizzato la sorgente di GW190425 entro una regione che copre il 16% dell’intera volta celeste, un’area enorme per essere esplorata dai telescopi convenzionali!

COME SAPPIAMO CHE GW190425 È DI ORIGINE ASTROFISICA?

Abbiamo diversi metodi per cercare segnali di onde gravitazionali causate da fusioni di oggetti compatti. Questi metodi di ricerca confrontano i dati osservati con i segnali predetti teoricamente dalla Relatività Generale usando una tecnica chiamata del filtro adattato. Le nostre analisi hanno identificato il segnale GW190425 dai dati raccolti da LIGO-Livingston. Il passo successivo è stato di stimarne la significatività statistica, cioè misurare la probabilità che un segnale di questo tipo possa essere generato casualmente dal rumore di fondo caratteristico del rivelatore. Questa quantità si chiama probabilità di falso allarme. Per stimarla dobbiamo confrontare l’intensità del segnale GW190425 con la distribuzione del rumore di fondo. La distribuzione del rumore di fondo è costruita ripetendo la ricerca sui 169.5 giorni di dati di O1 e O2 e 50 giorni di O3, acquisiti separatamente da LIGO-Livingston, LIGO-Hanford e Virgo. Abbiamo trovato che la probabilità di falso allarme per GW190425 è di una volta in 69000 anni. La figura 2 mostra che nei complessivi 219.5 giorni di dati di rumore di fondo, GW190425 si staglia chiaramente fuori dal rumore, in aggiunta all’altra rivelazione confermata di GW170817.Oltre ai metodi di ricerca, abbiamo applicato a GW190425 procedure di controllo come già fatto per eventi precedenti. Questi controlli sono fatti per assicurarsi che un raro transiente di rumore di LIGO-Livingston non possa spiegare GW190425. Non abbiano trovato alcun disturbo ambientale o strumentale che possa spiegare GW190425.

PERCHÈ GW190425 È COSÌ INTERESSANTE?
Figura 3: Questa figura mostra la distribuzione delle possibili masse totali della binaria di GW190425 sotto ipotesi diverse sulla velocità di rotazione (spin) di ciascuno dei due oggetti compatti (curve blu e arancione). La figura mostra anche le masse totali per i 10 sistemi binari di stelle di neutroni galattici che ci aspetta che fonderanno entro la vita dell’Universo. La distribuzione delle masse totali delle binarie galattiche è interpolata (in inglese fit) da una distribuzione normale mostrata dalla curva nera tratteggiata. Le curve verdi sono per ciascuna binaria di stelle di neutroni galattica riscalata alla stessa altezza unitaria sull’asse verticale.[/caption]
Abbiamo trovato che la massa del più pesante dei due oggetti compatti è fra 1.61 e 2.52 volte la massa del Sole, mentre la massa del secondo oggetto è fra 1.12 e 1.68 volte la massa del Sole. Queste masse sono compatibili con quelle misurate per altre stelle di neutroni e con quelle che ci si aspetta da simulazioni di esplosioni di supernova. La più pesante stella di neutroni mai trovata con osservazioni elettromagnetiche (PSR J0740+6620) misura fra 2.05 e 2.24 volte la massa del Sole. Dal segnale gravitazionale GW190425 non possiamo escludere che uno, o magari entrambi gli oggetti siano buchi neri. Comunque, la spiegazione più semplice è che questi due oggetti siano realmente due stelle di neutroni. In questo caso, cosa si può dedurre da GW190425?
In un modo o nell’altro il sistema che ha dato origine a GW190425 è diverso dagli altri sistemi binari di stelle di neutroni nella nostra Galassia. Mentre la massa di ciascuna stella di neutroni è simile ad altre già conosciute, la massa finale è sostanzialmente differente. La figura 3 mostra le masse totali dei dieci sistemi binari noti di stelle di neutroni nella nostra galassia che ci si aspetta che si fonderanno entro la durata di vita dell’Universo. La distribuzione normale che interpola meglio questi 10 sistemi mostra che in media la massa di una sistema binario galattico è di circa 2.69 volte la massa del Sole, mentre la massa della binaria di GW190425 è di circa 3.4 volte la massa del Sole. Si trova cioè a 5 deviazioni standard dalla media galattica. Questo suggerisce che il sistema di GW190425 si sia formato in modo diverso rispetto ai sistemi binari noti nella nostra galassia. Ci sono due modi in cui pensiamo si possa formare una coppia di stelle di neutroni. Uno è detto “canale di evoluzione di una binaria isolata in una fascia comune” (in inglese common envelope), in cui due stelle di neutroni si formano quando ciascuna delle due stelle di un sistema binario evolve fino all’esplosione di supernova, ma restando isolate da altri oggetti compatti. Il secondo modo è chiamato “canale di formazione dinamica”. In questo scenario, un sistema binario già esiste: una stelle di neutroni può essere accoppiata ad esempio a un’altra stella di neutroni, o a una stella nella sequenza principale. In seguito un’altra stella di neutroni entra nel sistema orbitale della coppia ed espelle quella di massa minore, lasciando un sistema formato da due stelle di neutroni. Un’origine “dinamica” è improbabile per GW190425 perchè non si pensa che questo canale contribuisca significativamente alla probabilità di fusione di binarie di stelle di neutroni. Se la binaria di GW190425 si è formata isolatamente, potrebbe significare che le due stelle di neutroni siano nate da stelle a bassa metallicità. Oppure potrebbe significare che quando la prima esplosione di supernova ha formato la prima stella di neutroni, un po’ di massa della seconda stella (che non è ancora arrivata allo stadio di supernova) si sia trasferita alla prima stella di neutroni, rendendola così più pesante. In ogni caso la scoperta di GW190425 potrebbe suggerire l’esistenza di una popolazione di sistemi binari di stelle di neutroni con periodi orbitali inferiori a un’ora che non sono rilevabili con gli attuali metodi di ricerca basati sul segnale elettromagnetico. Abbiamo anche cercato di stimare la velocità di rotazione delle stelle di neutroni. Sfortunatamente i nostri risultati non danno indicazione su quale fossero le velocità di rotazione rispetto al proprio asse (in inglese spin) delle due stelle di neutroni. Sono consistenti con la velocità di rotazione delle due più veloci binarie di stelle di neutroni galattiche che si pensa possano fondersi entro la durata di vita dell’Universo, PSR J0737–3039A/B e PSR J1946+2052. Quest’ultimo sistema binario contiene una pulsar che ruota ogni 0.017s.Se assumiamo che GW190425 sia originato da un sistema binario di stelle di neutroni e combiniamo questo risultato con l’altro sistema binario di stelle di neutroni che abbiamo osservato fondersi (GW170817), possiamo stimare il numero di stelle di neutroni che collidono ogni anno in un dato volume dell’Universo. Troviamo che il tasso di fusione è compreso tra 250 e 2810 per gigaparsec cubo per anno. GW190425 è probabilmente la seconda osservazione di una fusione di un sistema binario di stelle di neutroni, e ci ha già dato straordinarie informazioni su questi strani oggetti.
Le figure 2 e 3 sono tratte dall’articolo scientifico
GLOSSARIO
Oggetto compatto: Un’espressione generica per indicare oggetti stellari molto densi e piccoli come stelle di neutroni e buchi neri. Quando si dice piccoli, si intende ovviamente in senso astronomico! Tutti questi oggetti hanno almeno la massa del Sole, concentrato entro un diametro di pochi, o poche decine di, chilometri.
Binaria: Un sistema formato da due oggetti in orbita l’uno attorno all’altro.
Stella di Neutroni: Un oggetto estremamente denso risultante dal collasso di una stella massiccia.
Buco nero: Una regione dello spazio-tempo determinata da una massa estremamente compatta, in cui la gravità è cosi intensa che impedisce a tutto, inclusa la luce, di uscire.
Rotazione (spin in inglese ): Quantità che misura quanto un oggetto ruota intorno a sé stesso. Per esempio, la Terra ruota una volta ogni 24 ore.
Pulsar: Stella di neutroni osservata per mezzo degli impulsi di radiazione elettromagnetica (generalmente nella banda radio) che essa emette. Una grande parte delle stelle di neutroni che crediamo esistano non possono essere osservate come pulsars, o perchè non emettono segnali elettromagnetici sufficientemente forti, oppure perchè non li emettono in direzione della Terra.

www.ligo.org, www.virgo-gw.eu
Il preprint dell’articolo è disponibile liberamente su:
https://arxiv.org/abs/2001.01761
Leggi il comunicato stampa di LIGO su questa scoperta:
https://www.ligo.caltech.edu/news/ligo20200106
Leggi il comunicato stampa di Virgo su questa scoperta: https://tds.virgo-gw.eu/ql/?c=

Il mondo alieno che potrebbe ospitare la vita

Distante 124 anni luce, forse ha acqua in superficie

Ansa - Alcuni lo considerano una super-Terra, per altri e' un Nettuno in miniatura. A 124 anni luce dal Sole c'e' un mondo 'alieno' che sta attirando l'attenzione dei planetologi, perche' potrebbe avere le condizioni ideali per ospitare la vita, a partire dalla presenza di acqua allo stato liquido in superficie. Ne e' convinto il gruppo dell'Universita' britannica di Cambridge, coordinato da Nikku Madhusudhan, che ha pubblicato l'ultimo identikit del pianeta sulla rivista The Astrophysical Journal Letters.

Scoperto nel 2015 dal telescopio spaziale Kepler della Nasa, il pianeta si chiama K2-18b e orbita intorno a una nana rossa, una stella piccola e fredda, la tipologia piu' diffusa nell'universo. Il suo raggio e' circa due volte e mezza la Terra e la sua massa quasi 9 volte quella del nostro pianeta. K2-18b ha gia' fatto parlare di se' nel 2019, dopo la scoperta di vapore acqueo nella sua atmosfera, ricca d'idrogeno.

Il pianeta orbita nella cosiddetta zona abitabile, cioe' alla giusta distanza dalla propria stella da avere la temperatura adatta alla presenza di acqua liquida in superficie. Un'ipotesi, quest'ultima, di cui e' convinto il gruppo di Madhusudha che, dopo avere analizzato i dati su K2-18b e grazie a modelli al computer, sostiene nello studio che "l'idrogeno dell'atmosfera del pianeta, pari al 6% della sua massa, non e' cosi' spesso da impedire la presenza di acqua liquida in superficie".



Per sapere se K2-18b e' davvero un mondo ospitale per la vita, occorreranno pero' nuovi dati, come quelli del futuro telescopio spaziale James Webb, il successore di Hubble, frutto di una collaborazione tra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e canadese (Csa), il cui lancio e' in programma nel 2021. O della missione Ariel dell'Esa, che dal 2028 studiera' le atmosfere di pianeti esterni al Sistema Solare.

Per la responsabile italiana di Ariel, Giusi Micela, dell'Osservatorio di Palermo dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), "questo studio conferma la presenza di vapore acqueo nell'atmosfera di K2-18b, e non esclude la possibilita' che ci sia acqua liquida anche in superficie. Ma i dati non sono ancora sufficienti per averne una conferma. Questi studi - rileva - sono importanti, perche' pianeti come K2-18b non sono presenti nel Sistema Solare. E quindi - conclude l'astrofisica - possono aprire la strada alla ricerca di mondi abitabili al di fuori del nostro sistema planetario".

domenica 1 marzo 2020

Bolide sull'Adriatico, più luminoso della luna piena

 
Il bolide ripreso dalla telecamera montata a bordo di un'auto a Zagabria

Sasso spaziale di 1-2 metri, avvistamenti dal Trentino all'Umbria

Ansa - Potrebbe essere stato un 'sasso' spaziale di 1-2 metri di diametro, con una massa stimabile da 1.800 a 7.000 chili, a generare il bolide più luminoso della luna piena che venerdì mattina intorno alle 10:35 è esploso sul mare Adriatico, lasciando una scia che è stata avvistata dal Trentino fino all'Umbria. Il fenomeno, molto raro, ha subito attirato l'attenzione degli astrofili italiani così come degli esperti della rete Prisma (Prima Rete per la Sorveglianza sistematica di Meteore e Atmosfera) dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).

"Ci sono arrivate tantissime segnalazioni da diverse Regioni, come Trentino, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Marche e Umbria", spiega Enrico Stomeo, a capo della sezione meteore dell'Unione astrofili italiani (Uai). "Purtroppo, però, non forniscono informazioni utili a determinare la posizione esatta in cui è avvenuto il fenomeno. Il bolide è stato diurno e quindi nel cielo non erano visibili stelle che potessero fungere da punti di riferimento". Dall'Italia "si è vista molto bene la parte iniziale dell'esplosione, avvenuta sopra il mare Adriatico con un chiarore che ha superato quello della luna piena. Poi – aggiunge l'astrofilo - è proseguita verso nord-est, probabilmente tra Croazia e Slovenia".

Le telecamere della rete Prisma non erano in modalità presa dati, così come quelle degli astrofili che si attivano solo dopo il tramonto per la 'caccia' alle meteore. Per questo la ricostruzione della traiettoria viene fatta sulla base delle testimonianze, come il video ripreso dalla telecamera di un automobilista di Fano e il racconto di un ex pescatore della stessa città, sorpreso dalla scia luminosa mentre stava lavorando in spiaggia.
Secondo gli esperti di Prisma, il bolide avrebbe attraversato l'atmosfera con una velocità di circa 15 chilometri al secondo e avrebbe percorso una traiettoria a bassa inclinazione sulla superficie terrestre. I testimoni visuali lo hanno visto inizialmente dalla Corsica fino a perderlo sulla Croazia. "Nella parte finale della traiettoria il bolide ha subito due esplosioni, effetti della frammentazione del meteoroide originario, e nel cielo, per un paio d'ore, è rimasta visibile una piccola nube di colore biancastro", precisano gli esperti.
Viste le dimensioni, è molto probabile che qualche frammento sia arrivato al suolo, ma con le sole testimonianze non è possibile individuare l'esatto punto di caduta che, probabilmente, si trova in prossimità del confine fra Croazia e Ungheria.

sabato 29 febbraio 2020

Scoperta la più grande esplosione dopo il Big Bang

Immagine composita della regione dell’esplosione. In rosa, il gas caldo diffuso rivelato da Xmm-Newton. In blu i dati radio ottenuti del radiotelescopio Gmrt. In bianco dati i nell’infrarosso della survey 2Mass. Il riquadro in basso a destra mostra un ingrandimento basato sui dati in X ottenuti con Chandra (anch’essi rappresentati in rosa), mentre punti luminosi sparsi nel resto dell’immagine riflettono la distribuzione di stelle e galassie in primo piano. Crediti: X-Ray: Nasa/Cxc/Naval Research Lab/Giacintucci, S.; Xmm: Esa/Xmm; Radio: Ncra/Tifr/Gmrtn; Infrared: 2Mass/Umass/Ipac-Caltech/Nasa/Nsf[/caption]

È avvenuta nell’ammasso dell’Ofiuco, a 390 milioni di anni luce dalla Terra. E ha rilasciato cinque volte più energia rispetto al precedente detentore del record, creando una cavità grande 15 volte la nostra galassia. A guidare la scoperta, in uscita su ApJ, è stata un’astrofisica italiana oggi al Naval Research Laboratory statunitense, Simona Giacintucci

È la più grande esplosione che sia mai avvenuta nell’universo dopo il Big Bang – per quanto ne sappiamo. E a scoprirla è stato un team di astronomi guidato da Simona Giacintucci, un’astrofisica italiana – laurea e dottorato a Bologna – oggi a Washington, negli Stati Uniti, in forze al Naval Research Laboratory. L’esplosione ha avuto origine da un buco nero supermassiccio al centro di una galassia a centinaia di milioni di anni luce di distanza, e ha rilasciato cinque volte più energia rispetto al precedente detentore del record.
Il botto da Guinness è stato rilevato nell’ammasso di Ofiuco, un enorme conglomerato cosmico a circa 390 milioni di anni luce da noi, formato da migliaia di galassie, gas caldo e materia oscura tenuti insieme dalla gravità. Al centro dell’ammasso c’è una grande galassia, contenente a sua volta un buco nero supermassiccio: i ricercatori pensano che la fonte dell’eruzione sia proprio questo buco nero, che si nutre attivamente del gas circostante, espellendo occasionalmente grandi quantità di materia ed energia a velocità relativistiche.
La scoperta è avvenuta analizzando i dati in banda X raccolti con i telescopi spaziali Chandra della Nasa e Xmm-Newton dell’Esa, e i dati radio del Murchison Widefield Array (Mwa), in Australia, e del Giant Metrewave Radio Telescope (Gmrt), in India.
Già osservazioni di Chandra del 2016, condotte da Norbert Werner e colleghi, avevano rivelato, per la prima volta, un indizio di questa immensa esplosione: un insolito “bordo curvo” nell’immagine X dell’ammasso. Presero in considerazione la possibilità che potesse trattarsi di una cavità nel gas caldo circostante, scavata dai getti provenienti dal buco nero supermassiccio. Ma alla fine abbandonarono l’ipotesi, anche perché sarebbe stata necessaria una quantità di energia enorme per dare luogo a una cavità così grande.
E invece, a quanto pare, era proprio così: un’esplosione talmente devastante da scavare una cavità nel plasma dell’ammasso – il gas incandescente che circonda il buco nero. Una dinamica simile a quella dell’eruzione del monte Sant’Elena del 1980, che strappò via la cima della montagna, dice Giacintucci. «La differenza è che, nel cratere prodotto da questa eruzione nel gas caldo dell’ammasso, ci si potrebbero far stare 15 galassie grandi come la Via Lattea una accanto all’altra».
Lo studio, in uscita su The Astrophysical Journal, riporta che il bordo curvo della cavità osservata in precedenza da Chandra è in seguito stato rilevato anche da Xmm-Newton, confermando così l’osservazione. Cruciali sono stati inoltre i nuovi dati radio del radiotelescopio Mwa, e quelli di archivio di Gmrt, per dimostrare che il bordo curvo, circondando una regione densa d’emissione radio, fa effettivamente parte della parete di una cavità. Emissione radio, spiegano gli autori, che proviene da elettroni accelerati – probabilmente dal buco nero supermassiccio – quasi alla velocità della luce. Fonte: qui
Per saperne di più:
Guarda il servizio video di MediaInaf Tv:

Spostando l’asteroide più in là

Un team del Mit ha delineato una mappa che permette di agire in tempo per scongiurare l'impatto di asteroidi sulla Terra, spostandoli dalla loro orbita prima che – imboccando la cosiddetta “serratura gravitazionale” – si indirizzino sulla via del non ritorno. Lo studio, pubblicato su Acta Astronautica, apre nuove prospettive nell'ambito della difesa planetaria

[caption id="attachment_16494" align="aligncenter" width="650"] La traiettoria di Apophis nel suo passaggio ravvicinato del 2029. Il trattino bianco indica l’incertezza sulla posizione del perigeo. Nasa[/caption]
Apopi, il dio-serpente che incarnava il male e il caos nel pantheon degli antichi egizi, ha dato il nome a un asteroide dalle dimensioni della Torre Eiffel che passerà vicino al nostro pianeta nel 2029.
Si chiama 99942 Apophis, ed è stato scoperto nell’ormai lontano 2004. Inizialmente scatenò il panico: il 13 aprile del 2029 avrebbe avuto il 2,7% di probabilità di impatto, e sette anni dopo, nel passaggio ravvicinato del 2036, questa probabilità sarebbe cresciuta notevolmente portando (forse) l’apocalisse al di fuori delle pagine bibliche.
Successive misure più precise hanno poi ridimensionato il pericolo. Nel 2029 Apophis passerà sì vicino alla Terra, ma a una distanza di 31.200 chilometri dalla nostra bella superficie planetaria. È meno dell’altitudine a cui orbitano i satelliti per le telecomunicazioni più lontani, ma è comunque abbastanza per dormire sonni tranquilli, almeno per i prossimi anni.
Sì, perché anche se l’ira del dio Apophis non si scatenerà su di noi, non è escluso che tra qualche anno il problema si ripresenti nuovamente in forma simile, o potenzialmente peggiore.
In una ricerca del Massachusetts Institute of Technology (Mit) pubblicata su Acta Astronautica si delineano alcune linee guida su quali strategie potrebbero essere più efficaci per deflettere un asteroide in arrivo. Queste strategie devono prendere in considerazione la massa e la velocità degli asteroidi, oltre al loro passaggio nelle prossimità di una cosiddetta gravitational keyhole (serratura gravitazionale), la regione in cui l’influenza gravitazionale del pianeta modifica l’orbita dell’asteroide indirizzandolo verso l’impatto nelle orbite successive. Un altro fattore da prendere in considerazione è ovviamente la tempistica con cui si viene a conoscenza dell’imminente impatto.
L’asteroide Apophis. Crediti: University of Hawaii’s Institute for Astronomy
I ricercatori hanno applicato il loro metodo proprio ad Apophis, ma anche a Bennu, l’asteroide obiettivo di Osiris-Rex, costruendo una sorta di mappa per decidere quale missione di difesa planetaria possa essere ottimale per questi due asteroidi.
«In genere, si considerano soprattutto le strategie per una deflessione all’ultimo minuto, quando l’asteroide è già passato nel keyhole e si trova in rotta di collisione con la Terra», dice Sung Wook Paek, il primo autore dello studio. «Io sono interessato a prevenire un passaggio nel keyhole ben prima dell’impatto con la Terra.»
Le strategie per la deflessione di asteroidi nello spazio includono la più classica – e controversa – detonazione nucleare e l’utilizzo di impattori cinetici. Questi ultimi sono sonde o missili che possono modificare l’orbita dell’asteroide semplicemente colpendolo, così come fanno le palle da biliardo durante uno scontro. Per essere efficaci occorre però selezionare opportunamente la velocità, il luogo di impatto e la composizione dell’impattore, e per farlo è richiesto conoscere il più precisamente possibile le caratteristiche dell’asteroide e della sua orbita.
Per questa ragione, nelle missioni considerate nel lavoro del Mit i lanci da terra devono essere due: una prima sonda ha il compito di misurare da vicino le caratteristiche dell’asteroide così da massimizzare la possibilità di successo dell’impattore, lanciato in un secondo momento. In un altro scenario le sonde del primo lancio possono essere due: la prima misura le caratteristiche dell’asteroide mentre la seconda lo colpisce spostandolo leggermente dalla sua traiettoria.
Quest’ultimo caso, per esempio, è quello che potrebbe essere adottato nel caso in cui un asteroide come Apophis rischi di passare nel suo keyhole a cinque anni dalla scoperta. Se il passaggio avviene tra i due e i cinque anni, ci sarebbe il tempo solo per una prima sonda prima del lancio dell’impattore. Se il passaggio nel keyhole dovesse avvenire entro un anno dalla scoperta dell’asteroide, potrebbe essere invece troppo tardi per intervenire con questa modalità e bisogna ideare un altro modo per affrontare il problema.
Il tema della difesa planetaria dall’impatto di asteroidi non ammette miopia: quando verrà il momento dovremo essere preparati.
Fonte: qui

Un lampo straordinario da una stella quasi spenta

Visto da astrofisici italiani con telescopio europeo XMM-Newton

Ansa - Un lampo molto potente, dieci volte superiore a quelli di cui e' capace il Sole, e' stato emesso da una stella quasi spenta, dalla massa appena sufficiente a innescare le reazioni nucleari che la tengono accesa. La scoperta e' pubblicata sulla rivista Astronomy & Astrophysics dai ricercatori dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) ed e' stata possibile grazie al telescopio spaziale XMM-Newton dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa).

La stella, che ha una massa inferiore a un decimo di quella del Sole, si chiama J0331-27 ed e' una nana bruna. Ha stupito perche' da stelle simili ci si aspetterebbe un'attivita' ridotta, mentre ha prodotto un brillamento, un cosiddetto flare, cioe' un'esplosione di raggi X molto intensa.
Le dimensioni di una nana bruna rispetto a quelle di Giove e del Sole (fonte: Nasa/Jpl-Caltech/Ucb)

"Il processo permette di liberare gran parte dell'energia immagazzinata nella stella. L'ipotesi - rilevano - e' che queste stelle di taglia piccola impieghino un tempo maggiore rispetto a una stella più grande per accumulare energia, per poi liberarla, pero', improvvisamente con un brillamento di grande entità".

L'intensa esplosione di energia e' stata individuata analizzando un catalogo di circa 400.000 sorgenti di raggi X di XMM-Newton. Per Andrea De Luca, dell'Inaf di Milano, tra gli autori della ricerca, "c'e' ancora molto da scoprire negli archivi del telescopio europeo. In un certo senso - conclude - credo che questa sia la punta dell'iceberg".