9 dicembre forconi: partito
Visualizzazione post con etichetta partito. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta partito. Mostra tutti i post

domenica 2 giugno 2019

M5S: DA RIVOLUZIONARI DIGITALI A VENDITORI DI PANNOLINI USATI


ECCO COSA È SUCCESSO, IN POCO PIÙ DI UN ANNO, AL “NON PARTITO” CHE, PREDICANDO LA DEMOCRAZIA ORIZZONTALE, ERA DIVENTATO IL PRIMO PARTITO ITALIANO. 

E SI RITROVA ORA TRASFORMATO IN (POCO PIÙ CHE) UN PARTITO TERRITORIALE DEL SUD

E CON TUTTI I VIZI DEI PARTITI TRADIZIONALI: CORRENTI, LEADER, DIRETTORIO, PERFINO IL PARTITO-AZIENDA CASALEGGIO) 

Massimiliano Panarari per ''La Stampa''

di maio grillo casaleggioDI MAIO GRILLO CASALEGGIO
Volano gli stracci (specialmente via social network, ça va sans dire) nel Movimento 5 Stelle. Cosa è successo, in poco più di un anno, al «non partito» che, predicando la democrazia orizzontale, era diventato il primo partito italiano? E che da partito della nazione - con ambizioni persino da postmoderna «PD 2.0» - si ritrova ora trasformato in (poco più che) un partito territoriale del Sud?

rocco casalino beppe grilloROCCO CASALINO BEPPE GRILLO





Quanto è accaduto ce lo racconta in maniera molto chiara la parabola «storica» del M5S. Una traiettoria assai accelerata, poiché il postmodernissimo «non partito» è figlio esemplare di un' epoca in cui le organizzazioni politiche diventano intermittenti e le loro leadership risultano sempre più «a tempo determinato».
grillo casaleggio altafiniGRILLO CASALEGGIO ALTAFINI


E, così, nel corso della sua breve storia ha vissuto in modo rapido e distorto vari dei processi che costellano il ciclo esistenziale dei partiti della modernità, finendo per ribaltare - o «tradire», come direbbe qualcuno dei suoi militanti - diversi assunti iniziali.

Il Movimento pentastellato è nato da comitati locali impegnati in battaglie ambientaliste, spesso a elevato tasso di sindrome Nimby (i meet up), e da gruppi di attivisti noti come gli «Amici di Beppe Grillo»; ma gli uni e gli altri sono stati via via dismessi (o espulsi) negli anni, specie in occasione delle selezioni dei candidati per le tornate elettorali.
BEPPE GRILLO - DI MAIO - DAVIDE CASALEGGIOBEPPE GRILLO - DI MAIO - DAVIDE CASALEGGIO

Si è poi legittimato sull' onda del sentiment prepolitico dell' onestà, che fa tutt' uno con l' idea di una diversità morale dei suoi elettori rispetto a quelli degli altri partiti, salvo poi mostrarci che «nessuno è perfetto» eticamente (a partire dall' amministrazione di Roma), e che si tratta innanzitutto di una narrazione elettoralmente redditizia.
GRILLO CASALEGGIO DI MAIO DI BATTISTAGRILLO CASALEGGIO DI MAIO DI BATTISTA




E, soprattutto, si è ingrossato facendo da «banca (online) del rancore e agitando come cura quasi esclusiva a tutti i problemi esistenti la democrazia diretta e la trasparenza su Internet - o, per meglio dire, quel suo simulacro che è l' ideologia (e retorica) del direttismo democratico. «Uno vale uno»: e non si discute, altrimenti si finisce accomunati alla vituperata élite.

GRILLO DI MAIO CASALEGGIOGRILLO DI MAIO CASALEGGIO
E, allora, rispolverando qualche rudimento sulla Rivoluzione francese, ecco i parlamentari muovere i loro primi passi in qualità di meri portavoce della «volontà generale» del popolo, che si esprimeva a colpi di clic sulla piattaforma privata Rousseau. In termini, però, più di macchina per il plebiscito e la ratifica delle scelte dei vertici che non di paradiso della disintermediazione; come lascia intendere anche il voto sulla fiducia al «capo politico» (e collezionista di cariche) Luigi Di Maio, visto che, ancora una volta, già si è preventivamente pronunciato a suo favore il redivivo Beppe Grillo.
beppe grillo rocco casalino alla marcia di assisiBEPPE GRILLO ROCCO CASALINO ALLA MARCIA DI ASSISI

E già, perché col tempo il grillismo che sfoderava la maschera di Anonymous ha vissuto una deriva che, nella Fattoria degli animali, George Orwell aveva racchiuso nello slogan «Tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri». Così, accanto al capo politico, sono sorte schiere di capetti e graduati, con l' inevitabile corollario della lotta per il potere.

grillo e casaleggioGRILLO E CASALEGGIO






Perché la proibizione delle correnti, nel nome della finzione dell' unità della volontà popolare (sempre il giacobinismo «a braccio»), ha finito per soffocare e opacizzare il dibattito tra le correnti (altro che il ben presto archiviato streaming), riducendolo per tanti versi a una guerra per bande.

GRILLO CASALEGGIOGRILLO CASALEGGIO
E, d' altronde, in un Paese purtroppo bloccato e senza mobilità come l' Italia, il M5S ha svolto la funzione di ascensore sociale per tutta una serie di soggetti alla ricerca di un posto al sole. Insomma, il movimento ha continuato a rigettare in tutto e per tutto l' ineluttabile processo di istituzionalizzazione denunciandolo come sinonimo di «partitismo», e, tuttavia, ha contemporaneamente contratto alcuni dei vizi dei partiti tradizionali.
GRILLO CASALEGGIOGRILLO CASALEGGIO




E ne ha pure aggiunti alcuni altri, caratteristici delle odierne democrazie post-rappresentative. Perché a prendere decisioni - come congruente con la sua natura mediale - è lo staff (non eletto) dei comunicatori. E perché nel dna del Movimento c' è anche la dimensione dell' azienda-partito, con la trasmissione dinastica di padre in figlio non soltanto, come legittimo, della Casaleggio Associati, ma anche del ruolo di «azionista di maggioranza» di una forza politica presente in seno alle istituzioni pubbliche. Come pure quella del «partito bipersonale», con la coppia di uomini soli al comando Gianroberto Casaleggio e Grillo.
beppe grillo gianroberto casaleggioBEPPE GRILLO GIANROBERTO CASALEGGIO

E Di Maio, uscito vittorioso dalla lotta delle investiture del 2017, ha provato a trasformarlo in un anticarismatico partito personale di fatto, avvalendosi a corrente alternata dell' amico-nemico Alessandro Di Battista, riesumato non a caso, per l' ennesima volta, in queste ore difficili. Quando la soluzione alla grave crisi, alla faccia del rigetto della partitizzazione, sembra essere proprio la resurrezione di un «direttorio».
Che suona un po' come una segreteria di partito (magari con tanto di stipendio per i suoi componenti). Fonte: qui

martedì 11 dicembre 2018

CENTEMERO – LE DUE INCHIESTE SUI 49 MILIONI DELLA LEGA PORTANO ALLO STESSO INDIRIZZO DI BERGAMO, DOVE HA SEDE LO STUDIO DEI COMMERCIALISTI “SOCI” DEL TESORIERE DELLA LEGA


L’IPOTESI DELLA PROCURA È CHE I SOLDI SIANO STATI TRASFERITI SU ALCUNE FIDUCIARIE PER PRESERVARLO, E CHE DIETRO ALL’OPERAZIONE CI SIANO PROPRIO GLI “AMICI FRATERNI” DI CENTEMERO
Maddalena Berbenni per il “Corriere della Sera”

salvini centemeroSALVINI CENTEMERO
Due inchieste, con i conti della Lega nel mirino, portano allo stesso indirizzo. Via Angelo Maj 24, a Bergamo. È dove ha sede lo studio dei commercialisti Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, con il deputato Giulio Centemero «tesorieri» del partito. La Finanza lo ha perquisito ieri mattina, più o meno nelle stesse ore in cui il ministro Matteo Salvini rispondeva ai giornalisti: «Non c' è nulla da trovare né da cercare. Spero facciano in fretta».

UMBERTO BOSSI E BELSITOUMBERTO BOSSI E BELSITO
Da un lato c' è il fronte sul presunto riciclaggio di parte dei 49 milioni frutto della truffa ai danni dello Stato su rimborsi elettorali non dovuti. Soldi spariti e sequestrati per equivalente, con il Carroccio dai conti in rosso che dovrà restituirli a rate in 76 anni. Ma spariti dove? E come? Il procuratore aggiunto di Genova Francesco Pinto e il sostituto Paola Calleri sembrano concentrati su un' ipotesi in particolare.

E cioè che il denaro sia stato trasferito su alcune fiduciarie con l' obiettivo di preservarlo e che dietro all' operazione ci siano i due commercialisti «amici fraterni» di Centemero (così li definisce lui) e con incarichi alla Camera e al Senato. La Guardia di Finanza di Genova ha perquisito il loro studio in via Maj e quello a Clusone così come tutti i domicili legati alle società finite sotto la lente.
bossi salvini maroniBOSSI SALVINI MARONI

Su alcune di queste, di recente, gli inquirenti hanno ottenuto la documentazione chiesta in rogatoria al Lussemburgo. Dagli atti emergerebbe un coinvolgimento della Arc Asset management, riconducibile all' Arc group del manager bergamasco Angelo Lazzari, in un passaggio di denaro sospetto: 3 milioni trasferiti a gennaio, due mesi dopo la confisca dei soldi confermata dal tribunale del Riesame e a 60 giorni dalle elezioni del 4 marzo, dalla Pharus Lux Sa, fiduciaria bancaria del Lussemburgo, alla Sparkasse di Bolzano.

GIULIO CENTEMEROGIULIO CENTEMERO



Un' operazione che ha destato l' attenzione degli inquirenti perché del gruppo Arc fa parte anche la Arc Advisor Company, che attraverso la Prima Fiduciaria e altre due società sempre legate a Lazzari porta alla Seven Srl, altra fiduciaria che detiene il 100% di sette società tutte con sede in via Maj 24.

Un castello che scherma i veri titolari di una parte dei capitali nello studio dei commercialisti della Lega e con al centro il manager dei 3 milioni segnalati (dalla stessa Pharus) come sospetti: chiaro che i pm vogliano approfondire. Se il gruppo Arc si fa sentire per assicurare «la totale estraneità» di Lazzari, Di Rubba sceglie di non commentare.

salvini al congresso della legaSALVINI AL CONGRESSO DELLA LEGA
Ha squillato a vuoto, invece, il telefono di Centemero. È il suo nome che la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati, l' estate scorsa, per finanziamento illecito ai partiti. È l' altro fronte che conduce in via Maj con le carte passate in questi giorni alla Procura di Bergamo, che a sua volta ha aperto un fascicolo per la stessa ipotesi di reato, ma allo stato a carico di ignoti.

Al centro ci sono i 250 mila euro erogati dal costruttore Luca Parnasi all' associazione «Più voci», che ha sede nello studio dei due commercialisti, fondatori insieme al deputato lecchese. Lui ne è il presidente. La vicenda era emersa dopo l' arresto di Parnasi per il presunto giro di mazzette attorno al progetto del nuovo stadio nella capitale. Allora Centemero aveva assicurato che l' operazione era stata fatta in trasparenza.

Fonte: qui

sabato 8 settembre 2018

Ilva, si è celebrato il funerale politico del M5s. Ora gli eletti di Taranto si dimetteranno?


Ilva, oggi si è celebrato il funerale politico del M5s. Ora gli eletti di Taranto si dimetteranno?


Accordo firmato. In 10.700 subito assunti da Mittal, piano di esodi volontari, con un bonus di 100 mila euro lordi, anticipo dei lavori di copertura dei parchi minerari, da terminare non più nel 2020 ma all’inizio dell’estate dell’anno prossimo. E poi la garanzia che all’aumento della produzione non corrispondano maggiori emissioni inquinanti.
Di Maio: “Risultato migliore possibile nelle peggiori condizioni possibili”.
Il premier Conte: “Abbiamo fatto un lavoro egregio”.
Ilva è viva. Grazie Di Maio. Grazie Calenda. Grazie governo Gentiloni. La strada tracciata è andata in porto anche con il governo del cambiamento giallo-verde, chi l’avrebbe detto.
Leggeremo nel dettaglio l’accordo sindacale appena sarà disponibile, leggeremo il piano ambientale. Attenderemo il voto degli operai sull’accordo raggiunto. Nulla di nuovo o estremamente diverso dallo scenario che già conoscevamo. Nulla di nuovo rispetto ad una domanda madre: può una fabbrica grande tre volte la città che la ospita convivere con la popolazione, con le scuole, con i campetti da calcio e i parchi giochi dei bambini? E come si può rendere sostenibile un’industria datata e vetusta che cade a pezzi? Cosa c’è per Taranto e per l’Italia, oltre e dopo l’acciaio? Oltre e dopo il 2023? Potete venire davanti alla cittadinanza e giurando sulla Costituzione dire che“mai più nessuno si ammalerà e morirà, dentro e fuori la fabbrica, per colpa dell’inquinamento”?

Ma queste sono altre domande, quelle che facciamo a tutti da anni.
Oggi, ora, dobbiamo dedicare pochi minuti al funerale politico del Movimento 5 Stelle. Da oggi il Movimento diventa partito. Iniziata una nuova fase: quella di un “PARTITO” che come gli altri raccoglie consensi con promesse che non mantiene.
In queste ore la mia bacheca Facebook e molte altre si stanno riempendo di commenti amari e delusi di elettori tarantini 5S. Perché il Movimento a Taranto ha preso una valanga di consensi. Voto di protesta, sì. Ma anche voto identitario: di tutti coloro che chiedono la chiusura delle fonti inquinanti, o anche lo stop a Tap, a Tav.
Per questo a Taranto sono stati eletti 5 parlamentari M5S. Oltre ai tre eletti nei collegi uninominali (De Giorgi e Cassese alla Camera e Turco al Senato), sono passati anche altri anche altri 2 nel collegio plurinominale della Camera ovvero nel listino proporzionale bloccato. Sono la crispianese Alessandra Ermellino e il tarantino Giovanni Vianello. Candidati per lo più esponenti del mondo ambientalista, attivisti che per anni si sono battuti per la chiusura dell’acciaieria e che si sono fatti eleggere con un mandato preciso “riconvertire l’Ilva e far partire le bonifiche”. Che faranno oggi questi parlamentari stellati? Resteranno al loro posto? Si dimetteranno? Entreranno nel gruppo Misto? Come spiegheranno al territorio che l’unica strada possibile era quella di Calenda, fino a qualche giorno fa il loro grande nemico.

Ci sono eletti Cinque Stelle anche in consiglio comunale a Taranto: Massimo Ciro Battista e Franscesco Nevoli. Battista poche ore fa ha scritto su Fb: “Presto importanti novità”.
Va dato atto a Luigi Di Maio di esser venuto a Taranto in campagna elettorale e di essersi comportato già al tempo da vecchio politico: è riuscito a dire tutto e il contrario di tutto sul caso Ilva. Poi c’è stato il contratto del governo del cambiamento: “Con riferimento all’Ilva, ci impegniamo, dopo più di trent’anni, a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Taranto, salvaguardando i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere a bonificare, e sviluppo della green economy, energie rinnovabili, economia circolare”.

Poi c’è stato Grillo: «Ho sempre sognato che questo bellissimo golfo di Taranto tornasse a essere una cosa meravigliosa con tecnologie di energie rinnovabili, con centro per le batterie» «Potremmo fare come hanno fatto nel bacino della Ruhr» dove «non hanno demolito, hanno bonificato, hanno messo delle luci hanno fatto un parco archeologico di industria del paleolitico lasciando le torri per fare centri di alpinismo, i gasometri per centri sub più grossi d’Europa, sono state aperte un sacco di attività dentro».
Poi c’è stato quel passaggio incomprensibile di Luigi Di Maio sull’annullabilità della gara di vendita dell’Ilva gestita dall’ex ministro Calenda. Passaggio incomprensibile che oggi ha ribadito anche il premier Conte: “Sono emerse irregolarità molto chiare ed evidenti, però come ha precisato anche il ministro Di Maio, di fronte ad un’aggiudicazione, cioè ad un provvedimento che si era concluso con l’aggiudicazione, l’annullamento della gara, un provvedimento che si chiama di autotutela, non era così semplice perché non basta un vizio formale occorre anche poter dimostrare che attraverso quell’annulamento, pur di fronte ad irregolarità riconosciute formali, si realizza meglio l’interesse pubblico”. Vi giuro, dice proprio così. Sentitelo.

Sembra si giustifichino con qualcuno per la strada intrapresa senza però dire chiaramente a chi stanno parlando. Ma se la gara fosse stata annullabile voi cosa avreste fatto? Come avreste perseguito e realizzato l’interesse pubblico? Non si è capito. Giuro.
Di Maio non ci ha mai detto la sua idea alternativa su Ilva. Il suo progetto rivoluzionario, sostenibile, futuristico. Non ci ha mai aperto il suo cuore, spiegandoci cosa avrebbe fatto se avesse potuto annullare questa benedetta gara. Non ha mai risposto nemmeno alle domande sull’immunità penale concessa da quelli di prima, del Pd, a Mittal e prima ancora ai commissari statali.

Agli elettori Cinque Stelle a Taranto oggi resta l’amaro in bocca, la polvere rossa in gola e nessuna visione economica rivoluzionaria. Forse Di Maio non ha motivo di preoccuparsi della ricaduta elettorale di questa scelta politica fatta su Ilva. Ma forse sì. 
Fonte: F.Q.
ILVA, A TARANTO CONTESTATA DEPUTATA M5S: “DOVEVATE CHIUDERLA”. EMILIANO: “NON FIRMO PIANO AMBIENTALE SENZA GARANZIE”

L’intesa sulla cessione dell’Ilva raggiunta tra AmInvestco e i sindacati con la mediazione del ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio non fa contenti tutti i tarantini. L’onorevole Rosalba De Giorgi del Movimento Cinque Stelle è stata contestata da un gruppo di manifestanti durante il sit-in di cittadini e associazioni in piazza della Vittoria, a Taranto, organizzato per chiedere il rispetto di quanto annunciato nel contratto di governo, cioè la “chiusura delle fonti inquinanti“ e la riconversione economica dell’area.

Ci sono stati momenti di tensione che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, che hanno scortato la De Giorgi. I parlamentari pugliesi e gli otto consiglieri regionali pentastellati dal canto loro hanno sostenuto che l’obiettivo resta quello e “l’avvio di questo processo è stato solo rallentato e complicato a causa del ‘delitto perfetto‘ del precedente governo Pd”. Intanto il governatore Michele Emiliano ha fatto sapere che “senza garanzie sulla salute dei concittadini” non darà “mai il mio assenso al piano ambientale“.


ilva taranto 6ILVA TARANTO 
I manifestanti hanno esibito diversi striscioni, tra i quali campeggiava quello con la scritta “Taranto senza Ilva“. Cittadini e associazioni accusano l’esecutivo di aver agito in piena continuità con i governi precedenti, agevolando la cessione dell’Ilva e, affermano, “condannando, di fatto, Taranto ad almeno altri 10 anni di inquinamento, malattia e morte“. Alcune centinaia di persone si sono ritrovate in piazza “per una 24 ore di dibattito e sensibilizzazione sulle criticità sanitarie ed ambientali, accanto a proposte che, partendo dalla chiusura del siderurgico, prevedono la decontaminazione e la bonifica ad opera degli attuali lavoratori Ilva, in una nuova prospettiva di riconversione economica dell’intero territorio”.

GRILLO SULL ILVAGRILLO SULL ILVA
“L’obiettivo per Taranto rimane lo stesso”, scrivono in una nota i parlamentari pugliesi e gli otto consiglieri regionali del Movimento. “La chiusura delle fonti inquinanti e la riconversione economica. L’avvio di questo processo è stato solo rallentato e complicato a causa del ‘delitto perfetto’ del precedente Governo Pd che aveva messo in piedi una gara che, per quanto illegittima, non si poteva annullare e che in ogni caso il 15 avrebbe fatto passare la proprietà di Ilva ad Arcelor.

E questo fa rabbia, tanta rabbia. In questo quadro tutto ciò che poteva fare il ministro Di Maio, e che ha fatto con grande senso di responsabilità, è stato lottare con i sindacati e con gli acquirenti per ottenere il risultato migliore, in condizioni peggiori, in termini di occupazione e di tutele ambientali che, seppur non ancora sufficienti a salvare Taranto, sono certamente maggiori rispetto a quelle assolutamente blande, richieste dal Pd. Siamo stati chiamati a lavorare giorno e notte per limitare al massimo i danni creati da un partito velenoso che per fortuna non potrà più nuocere al nostro Paese”.

 “Arcelor ringrazi dunque il Partito Democratico e Calenda per questo regalo ma gli suggeriamo di non ‘rilassarsi’ troppo perché da oggi avranno il fiato sul collo del Governo e del M5S in Puglia perché rispettino, da subito, tutti gli impegni presi”.

Emiliano dal canto suo ha spiegato: “Il governo aveva due alternative: o l’Ilva si chiudeva, e a quel punto noi avevamo chiesto garanzie per l’occupazione delle 20mila persone”, ma “siccome abbiamo capito che il governo ha deciso di lasciarla aperta, rimane che noi abbiamo chiesto come garanzia al governo la decarbonizzazione, quindi la non ricostruzione di Afo5 a carbone e la sostituzione di Afo5, l’altoforno più grande della fabbrica, con due forni elettrici a gas o idrogeno.

ilva taranto 5ILVA TARANTO 
Se questa condizione verrà rispettata noi riteniamo di poter dire alla cittadinanza che le ragioni della salute sono accettabili. Se qualcuno invece pensa di lasciare il mondo come sta, come Mittal aveva già definito nei suoi progetti, avevamo detto l’altra volta sia io che Di Maio che il piano ambientale era deludente, e direi insufficiente”. “Quindi – ha concluso – credo che il giudizio sul Piano ambientale sull’insufficienza rimarrà identico sia per me che per Di Maio”.

ROSALBA DE GIORGIROSALBA DE GIORGI



La Regione Puglia ha ancora in piedi il ricorso contro il Dpcm che contiene il Piano ambientale per il siderurgico. Anche il Comune di Taranto presentò lo stesso ricorso. Comune e Regione rinunciarono però in un secondo momento alla richiesta di sospensiva cautelare.

Fonte: qui











Ilva, c’è l’accordo tra Mittal e sindacati: 10.700 assunzioni subito e zero esuberi. Calenda: “Complimenti a Di Maio”

Ilva, c’è l’accordo tra Mittal e sindacati: 10.700 assunzioni subito e zero esuberi. Calenda: “Complimenti a Di Maio”
Intesa trovata dopo una notte di trattativa: la firma finale prevista intorno all'ora di pranzo. Il racconto del lungo negoziato al tavolo del Mise, con l'intervento diretto di Di Maio poco dopo la mezzanotte. La svolta definitiva alle 8, quando ArcelorMittal accetta le 10.700 assunzioni immediate. Palombella (Uilm): "Accordo fatto, ora referendum dei lavoratori"

Avevano chiesto di mantenere sugli impianti quanti ci lavorano in questo momento e di arrivare agli “zero esuberi” rimasti al termine del piano ambientale nel 2023. Senza che venissero toccati gli stipendi. E alla fine i metalmeccanici hanno vinto su tutto. In 18 ore di trattativa a oltranza, partita in salita e chiusa da un applauso alle 8.10, quando si è capito che l’accordo era fatto. I sindacati e ArcelorMittal hanno raggiunto l’intesa che permetterà al ministro Luigi Di Maio di consegnare le chiavi dell’Ilva al colosso dell’acciaio nei prossimi giorni per l’ingresso ufficiale a partire dal 15 settembre. Con un accordo migliore di quello ipotizzato dal suo predecessore Carlo Calenda, che su Twitter si complimenta con il vicepremier. L’accordo è stato siglato e ora il testo sarà sottoposto al referendum tra i lavoratori.

I punti dell’accordo – L’azienda, dopo ore tese al tavolo del ministero dello Sviluppo Economico, ha deciso di riassumere subito 10.700 lavoratori e garantire la contrattualizzazione entro il settembre 2025 degli esuberi rimasti nel 2023 senza ritoccare al ribasso il costo del lavoro tagliando le ore in fabbrica di ciascun dipendente. Niente solidarietà preventiva, insomma: è la mossa decisiva, un punto sul quale i rappresentati dei lavoratori non avevano nessuna intenzione di cedere.
L’intervento di Di Maio – La svolta è arrivata poco dopo mezzanotte. In quel momento, dopo un secondo round di trattative seguito all’avvio “in salita” e alle distanze marcate” sottolineate dai sindacati e con una “bozza di accordo” che in realtà era una proposta dell’azienda, i segretari generali di Uilm, Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Usb hanno in mano un testo integrato e migliorato dalle loro controproposte. Ma la situazione non si blocca. Serve l’intervento diretto del governo e arriva Di Maio, che affianca il dg del Mise Giampiero Castano: va dritto da Rocco Palombella, Francesca Re David, Marco Bentivogli e Sergio Bellavita. Vuole sapere quale sono le condizioni sotto le quali non firmeranno mai. Ascolta, appunta e richiama ArcelorMittal.

La trattativa “forzata” nella notte – È il momento di “forzare”, perché senza l’intesa sindacale salta tutto. E con i miglioramenti ambientali vagliati dal ministero dell’Ambiente nelle ultime settimane e accettati dall’azienda, il nodo occupazionale è ormai l’ultimo da sciogliere. Il faccia a faccia vive momenti di tensione, ma prosegue. Alle 4.30 la discussione è accesa. Il leader della Fim-Cisl Bentivogli è il più agitato di tutti. La no-stop arrivata fino a tarda ora è però un segnale per lavoratori, azienda e governo: un punto di caduta verrà trovato. Dopo due ore e mezza di scrittura dei testi, la bozza è ormai pronta e si torna in plenaria dopo una riunione ristretta iniziata ormai da oltre 16 ore. Arcelor si presenta con 10.500 assunzioni subito, i sindacati ne chiedono 200 in più.
“Ultimo miglio”. E Calenda si complimenta – Sono le 8 e Di Maio parla di “ultimo miglio” ai presenti al tavolo e lo ripeterà poi all’esterno. L’azienda sa che non può far saltare un’operazione da 4,1 miliardi di euro in ballo dal giugno 2017 per un pugno di lavoratori dopo aver già accettato condizioni che alcuni mesi fa sembravano impossibili. L’accordo finale arriva in pochi minuti: 10.700 assunzioni, zero esuberi, premialità una tantum. Mancano le firme, arriveranno in giornata dopo aver letto e riletto il testo definitivo dell’intesa. Alla fine, prima delle firme, il messaggio di Calenda, che dopo decine di riunioni al Mise e quasi un anno di trattativa non aveva portato Mittal e sindacati a stringersi la mano, sancisce di fatto la buona riuscita del negoziato: “Una grande giornata per Ilva, per l’industria italiana e per Taranto – scrive poco le 10.30 su Twitter – Finalmente possono partire gli investimenti ambientali e industriali. Complimenti a aziende e sindacati e complimenti non formali a Luigi Di Maio che ha saputo cambiare idea e finalmente imboccare la strada giusta”.

Palombella (Uilm): “Ora referendum” – Per quanto manchino da “riguardare i testi e correggerli” anche Palombella e Re David parlano di “accordo fatto” che ora “deve essere approvato dai lavoratori con il referendum“. Non una formalità, ma nel testo c’è tutto quello che i sindacati hanno chiesto per un anno. “L’elemento importante è che non ci sono esuberi perché il piano prevederà il completo assorbimento di tutti i lavoratori con il mantenimento di tutti i diritti acquisti – spiega Palombella – Bisognava aumentare il numero di lavoratori. Siamo riusciti a ottenere un numero che secondo noi è importante: 10.700 compresi quasi 300 delle affiliate”.
Fonte: F.Q.

venerdì 6 luglio 2018

FINORA RECUPERATI SOLTANTO 3,5 MILIONI DEI 49 NEL MIRINO DEGLI INQUIRENTI

LINGOTTI, DIAMANTI, SOLDI IN TANZANIA: GRAN PARTE DI QUEL FIUME DI DENARO È EVAPORATA IN MILLE RIVOLI MA C’E’ UNA PARTE DI QUEI SOLDI CHE, SECONDO LA MAGISTRATURA, NON SI SA ANCORA DOVE SIA FINITA

Giuseppe Guastella per il Corriere della Sera

UMBERTO BOSSI E BELSITOUMBERTO BOSSI E BELSITO
Sei anni di indagini e processi sembrano non aver ancora fatto luce definitiva su come siano stati utilizzati tutti i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ottenuti gonfiando i bilanci dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010 quando saldo alla guida del Carroccio c' era il fondatore Umberto Bossi. Gran parte di quel fiume di denaro è evaporata in mille rivoli per mandare avanti il partito, ma ce n'è un' altra che, secondo la magistratura, non si sa ancora dove sia finita.

L' indagine si concretizza a fine del 2011 a Milano nell' ufficio dell' allora procuratore aggiunto Alfredo Robledo che apre un fascicolo «Lega Nord» (la sede del partito è a Milano) con i sostituti Paolo Filippini e Roberto Pellicano.

SALVINI SMARTPHONESALVINI SMARTPHONE
Dentro ci finiscono gli atti arrivati dalle Procure di Napoli e Reggio Calabria che in due diverse indagini avevano intercettato l' allora tesoriere Francesco Belsito che parlava di soldi e di affari. All' inizio di aprile del 2012, la Guardia di Finanza accede all' ufficio di Belsito in Senato a Roma, apre una cassaforte e trova una cartellina rossa con scritto «The family» in cui c' è una lunga serie di spese (mezzo milione di euro) pagate dal partito per le esigenze personali del Senatùr e della sua famiglia, a partire dai figli Renzo e Riccardo, per il quale resta memorabile la laurea farlocca comprata in Albania.


Dall' analisi dei conti della Lega emergono milioni spesi in diamanti e lingotti d' oro (poi recuperati) o investiti tra Cipro e la Tanzania. Una perizia sulla documentazione relativa ai rimborsi ottenuti dal partito apre la strada all' accusa di aver usato «artifici e raggiri» per riuscire a ottenere circa 40 milioni dal Parlamento. Bossi è costretto a dimettersi dalla carica di segretario della sua creatura politica che viene affidata a Roberto Maroni.
bossi salvini maroniBOSSI SALVINI MARONI

A fine 2013 i pm chiudono l' inchiesta accusando il Senatùr di truffa aggravata ai danni dello Stato con Francesco Belsito e tre componenti del comitato di controllo contabile del partito. Per Bossi, i suoi due figli e Belsito c' è anche l' accusa di appropriazione indebita.
Il processo, però, si divide in due all' udienza preliminare quando il gup decide di trasmettere il filone sui rimborsi elettorali per competenza a Genova, dove ha sede la banca in cui fu accreditata a Belsito l' ultima trance dei rimborsi elettorali, proprio quei 5,7 milioni finiti misteriosamente in Tanzania passando per le banche dell' isola di Cipro.

salvini a pontida 2018SALVINI A PONTIDA 2018
Nel processo di primo grado che resta a Milano, il 10 luglio del 2017 Umberto Bossi sarà condannato a due anni e tre mesi di reclusione, Renzo a un anno e sei mesi, Belsito a due anni e sei mesi, mentre con il rito abbreviato Riccardo Bossi aveva già preso un anno e 8 mesi di carcere nel marzo del 2016.

A Genova il processo si chiude 14 giorni dopo, ed è una nuova mazzata per l' anziano ex leader del Carroccio: condanna a 2 anni e mezzo per lui, a 4 anni e 10 mesi per Francesco Belsito e confisca di 49 milioni ai danni della Lega Nord. La Procura di Genova, infatti, aveva fatto altre indagini arrivando a ipotizzare che la truffa dei rimborsi raggiungesse i 56 milioni, tetto che però il giudice aveva ritenuto di dover fare scendere fino a 49. I pm, che riescono a sequestrare a malapena tre milioni e mezzo di euro nelle casse esangui della Lega e degli imputati, vogliono cercare ancora, e a tappeto, i soldi che mancano per colmare il danno subito dalle casse dello Stato per i pregressi versamenti concessi al Carroccio.

Vogliono poter bloccare ogni fondo riferibile al partito oggi guidato dal ministro dell' interno Matteo Salvini. Dopo che il Tribunale del riesame dà loro torto, sostenendo che non può essere fatto, la Cassazione ribalta questa decisione dando ragione ai pm che intanto hanno aperto un' altra inchiesta, questa per riciclaggio, sull' ipotesi di un reimpiego occulto dei rimborsi illeciti anche dopo l' era Bossi.

Fonte: qui
Lega: Centemero, 49 mln contestati spesi per partito (La Verità)
ROMA (MF-DJ)--"Molti non lo sanno e molti altri fingono di non saperlo: quella dei "49 milioni di euro rubati" è una balla clamorosa". Giulio Centemero, tesoriere della Lega, intervistato da "La Verità", spiega perché secondo lui la sentenza di Cassazione contiene "un clamoroso abbaglio".

La sentenza parte proprio dalla cifra di 49 milioni di euro da sequestrare alla Lega, come sono arrivati a quel numero? "Prima del 2012 esisteva ancora il finanziamento pubblico", replica Centemero, "il Pd, tanto per fare un esempio, nello stesso periodo in cui noi maturavamo 49 milioni di euro ha incassato 189 milioni. In piena legittimità, sia chiaro: per ogni voto si prendeva un euro e rotti".
"Era quello che a noi spettava per la somma dei contributi maturati - in base ai voti! - nel 2006, nel 2008 e nel 2010", sottolinea l'esponente leghista, e "sono stati quasi tutti spesi: meno la parte, come abbiamo detto, usata in maniera indebita da Belsito".

Rispetto ai dirigenti dell'epoca di Bossi, precisa Centemero, "la Lega resta parte offesa. E il pubblico ministero - ovviamente - avrebbe il dovere difendere la parte offesa a prescindere dal fatto se si costituisce o no".
gug
(END) Dow Jones Newswires
July 06, 2018 03:54 ET (07:54 GMT)