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giovedì 18 aprile 2019
domenica 8 aprile 2018
Brasile, Lula a migliaia di sostenitori: "Non ho paura, andrò in carcere". Folla blocca la sua auto
Luiz Inaçio Lula da Silva sconterà in carcere la condanna a 12 anni inflittagli per corruzione. Dopo giorni e giorni di incertezza e sfide in tribunale, l'ex presidente del Brasile lo annuncia davanti a migliaia di suoi sostenitori con un'arringa che dà la misura di quella che molti considerano una sua vittoria politica. "Io non mi nascondo, non ho paura di loro. Rispetterò il loro mandato" d'arresto, afferma dopo aver partecipato a San Paolo a una messa in memoria di sua moglie, scomparsa l'anno scorso, portato fisicamente in trionfo dalla folla. E sempre la gente, in serata, ha bloccato l'auto dell'ex presidente che stava andando a consegnarsi alla polizia.
© Fornito da La Repubblica
Lula portato in trionfo dai suoi sostenitori a San Paolo
Lula parlando alla folla ha ribadito la sua innocenza ed è tornato ad accusare la magistratura di aver smentito. 'Lula, guerriero del popolo brasiliano', lo ha acclamato la folla. Lui, vestito con una semplice t-shirt scura, ha risposto con gesti e saluti, scambiando abbracci e gesti d'intesa con gli altri politici e i sostenitori sul palco. L'ex presidente è tornato ad accusare la polizia federale e l'ufficio del procuratore: "Hanno mentito - ha detto - e quello non possono perdonare è che hanno trasmesso alla società l'idea che io sia un ladro".
I giudici avevano stabilito che Lula dovesse costituirsi alla polizia federale di Curitiba entro le 17 ora locale di ieri, ma l'ex presidente è rimasto trincerato nella sede del sindacato dei metalmeccanici a San Paolo, "protetto" da centinaia di militanti, mentre i suoi legali negoziavano i termini dell'arresto. La polizia sarebbe già pronta a prelevarlo con una macchina per portarlo all'aeroporto di Congonhas. Da lì, l'ex presidente sarebbe trasferito a Curitiba in un jet della polizia. La sede del sindacato è tuttora circondata da simpatizzanti di Lula e secondo i quotidiani brasiliani la tensione è altissima e c'è preoccupazione per eventuali incidenti.
Fonte: qui
AGGIORNAMENTO - LULA SI CONSEGNA ALLA POLIZIA: “IN CARCERE A TESTA ALTA, SONO INNOCENTE”
L' EX PRESIDENTE PORTATO IN TRIONFO DAI SUOI SOSTENITORI E LUI GRIDA ALLA PERSECUZIONE, ALLA VENDETTA DELLE ÉLITES ECONOMICHE: "HANNO AVUTO FASTIDIO DI VEDERE I POVERI MANGIARE LA CARNE TUTTI I GIORNI, E PRENDERE L' AEREO!"
Rocco Cotroneo per www.corriere.it
«Mi consegno, a testa alta. Proverò la mia innocenza e mi chiederanno scusa». È finita in un trionfo, trascinato sulle spalle dei suoi fedelissimi, sudato, paonazzo, senza voce. Tutto quello che Lula voleva prima di entrare in prigione: un bagno di folla, l' attenzione dei media di tutto il mondo, una diretta tv. Politico di razza come pochi, ha studiato l' uscita di scena con perizia e cinismo, giocando sul filo dello sberleffo alla giustizia. La scusa di una cerimonia religiosa per ricordare la moglie scomparsa è la base di una trattativa con la polizia per guadagnare un giorno prima di consegnarsi. Ma poi non c' è alcuna diplomazia: in un discorso arrabbiato di poco meno di un' ora, la rivendicazione di innocenza è decisa, l' attacco ai giudici e ai media è durissimo. E il finale è ancor più spettacolare. L' auto viene bloccata dal manifestanti, non vogliono che Lula lasci il bunker degli ultimi due giorni per consegnarsi. Arriva un ultimatum della polizia: mezz' ora o arriviamo noi. Alla fine Lula esce a piedi, attraversa un cortile e raggiunge una volante della polizia. È finita.
Mezzo Brasile festeggia, l' altra metà è in lacrime.
Per Lula tutto quello che sta succedendo in queste ore è persecuzione, vendetta delle élites economiche, protagonismo dei giudici. Il suo obiettivo è mantenere alta la tensione dei militanti, ma soprattutto ritagliarsi una presenza virtuale nel silenzio che inevitabilmente dovrà mantenere per qualche tempo. In vista ci sono le presidenziali di ottobre e la speranza di dirottare la sua popolarità su un candidato amico. È un fatto invece che non ci sono segnali di alcuna rivolta popolare in Brasile a causa della prigione di Lula, come era stato immaginato o minacciato dai suoi negli ultimi mesi. Lula è stato condannato a 12 anni e 1 mese per aver ricevuto in regalo un attico al mare da una impresa di costruzioni, alla fine del suo mandato. Per i giudici fu corruzione. Ma secondo molti osservatori potrebbe passare molto meno tempo nella sede della polizia di Curitiba, dove è stata allestita una cella speciale.
Davanti al sindacato dei metalmeccanici dove Lula ha passato i suoi ultimi giorni di libertà, c' è una scenografia consolidata da decenni di comizi. Un camion sostiene un palco e gli altoparlanti per la musica. Arriva un religioso, don Bernardino, già vescovo, compagno di strada del partito di Lula, e inizia una cerimonia che assomiglia vagamente a una messa in ricordo di Marisa Leticia, con preghiere e canzoni amate dalla ex primeira dama scomparsa. Ma quando Lula sale sul camion, in maglietta e pantaloni blu e l' eterna bottiglietta di acqua in mano contro la raucedine, il prete inizia a parlare a vuoto. Lula abbraccia tutti, accenna alla folla, saluta a pugno chiuso, legge i bigliettini che gli vengono consegnati. Lascia passare un po' di tempo, poi prende la parola. A fianco c' è l' altra ex, Dilma Rousseff.
In un gioco retorico di ritorno al passato, nelle strade degli inizi, Lula racconta la sua parabola di operaio e gli scioperi che hanno accelerato la fine della dittatura militare.
Ricorda aneddoti per ognuno dei fedelissimi che lo circondano, molti dei quali sono stati al governo con lui o con incarichi importanti a Brasilia. Ma l' obiettivo è arrivare ad oggi. «Hanno voluto togliere di mezzo l' unico presidente senza titolo scolastico che più ha fatto per i poveri di questo Paese, che più ha aperto le porte dell' università a chi prima non poteva permettersela.
Hanno avuto fastidio di vedere i poveri mangiare la carne tutti i giorni, e prendere l' aereo!».
Non c' è nulla nel processo che abbia senso, attacca Lula. «Vi sfido a un dibattito e smonterò quelle che voi chiamate prove, quell' appartamento non è mio», dice Lula rivolto al pm e al giudice di Curitiba. Ma poiché «le idee non muoiono, e io ormai sono un' idea», il popolo può andare avanti senza il suo profeta.
Fonte: qui
LA DRAMMATICA RESISTENZA DELL'EX PRESIDENTE DEL BRASILE CONDANNATO A 12 ANNI DI CARCERE
E’ CHIUSO NELLA SEDE DEL SINDACATO, CIRCONDATO DA MILITANTI CON LE BANDIERE ROSSE
SI CONSEGNERA’ ALLA POLIZIA SOLO DOPO LA MESSA IN SUFFRAGIO DELLA MOGLIE - PRONTA UNA CELLA DELUXE: STANZA SPECIALE DI 15 MQ E SENZA SBARRE
Rocco Cotroneo per www.corriere.it
Il bunker della resistenza finale è una brutta palazzina di quattro piani circondata da altro cemento, nella periferia di una delle più sterminate metropoli del mondo. Ma la sua insegna è un pezzo di storia del Brasile, ed è qui che Lula decide di ignorare i giudici e rendere drammatico il suo ultimo giorno di libertà.
La sede del sindacato metalmeccanici di San Paolo è la culla della storia politica dell’ex tornitore che ha perso un dito sotto una pressa, poi ha sfidato la dittatura da leader operaio e molti anni dopo è diventato presidente del suo Paese.
È circondata da militanti con le bandiere rosse, oltre che giornalisti e fotografi. Sono poche migliaia i fedelissimi, non il cordone umano che potrebbe proteggerlo dalla «giustizia ingiusta e serva delle élites», come nella narrativa di parte di questa lunga vicenda giudiziaria. Non le decine di milioni di brasiliani che lo hanno votato in cinque occasioni. Ma in qualche modo la scenografia ottiene il suo scopo: a fronte di una persecuzione c’è un martire rinchiuso in un luogo simbolico di lotta.
Lula dunque non si è consegnato spontaneamente entro le 17 ore locali di ieri (le 22 in Italia), come il giudice Sergio Moro gli aveva suggerito. Avrebbe dovuto presentarsi a Curitiba, sede dell’inchiesta giudiziaria che l’ha travolto, e in cambio ottenere un trattamento di favore.
Niente manette e telecamere, e come cella una specie di ufficio al quarto piano della sede della Polizia federale: 15 metri quadrati, con bagno privato, letto e un tavolo di lavoro. Era un dormitorio per agenti in trasferta, non ci sono sbarre: il giudice Moro ha ammesso l’eccezione in considerazione del ruolo svolto in passato dal leader brasiliano e chiesto alla polizia di preparare una stanza speciale.
Lula prigioniero avrà diritto a due ore d’aria al giorno e una visita di familiari e amici per settimana. Nessun contatto con gli altri detenuti, come il suo ex ministro dell’Economia, Antonio Palocci, o il costruttore che gli aveva regalato il famoso attico al mare, Leo Pinheiro. La pena da scontare è lunga, 12 anni e un mese, anche se sulla durata effettiva della detenzione di Lula fioccano previsioni di ogni tipo. Anche poche settimane, sostiene qualcuno, conoscendo i meandri del sistema giudiziario brasiliano.
Saputo dell’ordine di arresto, Lula ha scelto di passare la notte tra giovedì e ieri nella sede del sindacato, con amici e avvocati, dormendo poche ore nella stanza della presidenza senza tornare a casa. Poi è cominciata una giornata lunghissima. Un elicottero della tv ronzava sulla palazzina, i manifestanti fuori, i giornalisti in maratone davanti alle telecamere e alcuni momenti curiosi, come l’arrivo di un furgone con casse di birra, carne e sacchi di carbonella, come per ogni «churrasco» (grigliata) che si rispetti. In strada due camion-palco, dai quali militanti del partito e dei movimenti sociali si alternano a parlare per ore e ore, strappando applausi via via più annoiati.
Nel corso della giornata, la polizia concede a Lula di presentarsi, sempre entro le 17, nella sede di San Paolo, da dove poi un aereo l’avrebbe immediatamente portato a Curitiba. Mentre gli avvocati giocavano le ultime disperate carte per trovare un giudice di una istanza più alta in grado di sospendere la detenzione: due le nuove istanze, entrambe respinte.
Passato l’ultimatum, senza alcun segnale che Lula intendesse lasciare la sede del sindacato, la polizia ha fatto sapere di escludere un blitz per andarlo a prendere con la forza. Troppi rischi di scontri con i manifestanti, un eccesso di drammaticità evitabile. Ma la previsione ieri sera era che la consegna fosse ormai imminente, secondo un accordo già raggiunto tra polizia e legali di Lula.
Fonte: qui
martedì 6 febbraio 2018
Maldive nel caos, «stato di emergenza»: arrestato l'ex presidente
Maldive nel caos dopo la dichiarazione dello stato d'emergenza e l'arresto dell'ex presidente. Gli Stati Uniti sono preoccupati dalle informazioni sulla dichiarazione dello stato di emergenza alle Maldive. Lo afferma il Dipartimento di Stato americano, sottolineando che lo stato di emergenza concede ampi poteri alle forze di sicurezza, impone restrizioni ai viaggi e sospende parte della Costituzione del paese.
Al contempo gli Stati Uniti plaudono alla decisione della Corte Suprema delle Maldive di rilasciare i prigionieri politici e reintegrare i membri eletti del Parlamento. Per il Dipartimento di Stato americano è un «imperativo» l'attuazione della sentenza della Corte. Un messaggio rivolto al «presidente delle Maldive, al governo e ai servizi di sicurezza. Gli Stati Uniti sono inoltre a favore della libertà di espressione per tutti gli abitanti delle Maldive e chiedono al governo il rispetto di questa libertà fondamentale» si legge ancora nella nota del Dipartimento di Stato.
Abdulla Yameen, presidente delle Maldive, ha proclamato lo stato d'emergenza per la crisi politica nella quale versa il paese. Il provvedimento varato da Yameen nella serata di lunedì rimarrà in vigore per 15 giorni. Domenica le forze di sicurezza delle Maldive erano entrate nella sede della Corte Suprema e avevano arrestato l'ex presidente e leader dell'opposizione Maumoon Abdul Gayoom. All'interno della Corte si trovavano dei giudici ma Gayoom non ha avuto la possibilità di contattarli.
A dare l'annuncio ufficiale, dagli schermi della tv pubblica, era stato il ministro degli Affari Legali, Azima Shakoor, accompagnato dal ministro della Giustizia, Mohamed Anil. Nella comunicazione, Yameen ha garantito la sicurezza dei cittadini e dei turisti. Lo stato d'emergenza non limiterà gli spostamenti, i servizi e le attività economiche.
Le Maldive stanno attraversando una fase estremamente convulsa, culminata la scorsa settimana con la decisione adottata dalla Corte Suprema, che ha disposto la liberazione di leader dell'opposizione, compresi l'ex presidente Mohamed Nasheed e l'ex vicepresidente Ahmed Adeeb. La scarcerazione è stata disposta in attesa di un equo processo equo. La Corte, inoltre, potrebbe procedere per impeachment nei confronti dell'attuale presidente. Ieri, quindi, il ministro della Giustizia ha dato disposizione a tutte le agenzie governative di non adottare provvedimenti in contrasto con i dettami della Costituzione.
Fonte: qui
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lunedì 4 dicembre 2017
UCCISO L’EX PRESIDENTE DELLO YEMEN, ALI ABDALLAH SALEH: E’ STATO ASSASSINATO DAGLI HOUTHI, RIBELLI ANTI-SAUDITI
COME PER GHEDDAFI, ANCHE IL CADAVERE DEL DITTATORE DI SANAA E’ STATO “ESPOSTO” ALLA RABBIA DELLA FOLLA - VIDEO VIETATO AI MINORI
Il cadavere di Saleh (video Vietato ai Minori)
1 - YEMEN: TV, PARTITO SALEH CONFERMA UCCISIONE EX RAÌS
(ANSA) - La notizia dell'uccisione dell'ex presidente yemenita Ali Abdallah Saleh è stata confermata ora dal partito dello stesso Saleh, secondo quanto riferisce la tv panaraba al Jazeera. Le fonti vicine all'ex raìs riferiscono che Saleh è stato ucciso con "colpi di arma da fuoco a sud di Sanaa".
2 - YEMEN: MEDIA, HOUTHI FANNO ESPLODERE RESIDENZA SALEH A SANAA
(ANSA) - Fonti di stampa del Golfo riferiscono che una delle residenze dell'ex presidente yemenita Ali Abdallah Saleh è stata fatta esplodere dagli insorti Houthi e che non si hanno notizie della sorte di Saleh. Le fonti di stampa citano testimoni oculari nella capitale yemenita. Saleh, deposto dopo 34 anni nel 2012, aveva annunciato sabato scorso la fine della sua alleanza con gli Houthi per unirsi al fronte anti-ribelli guidato dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Da sabato a oggi, affermano le fonti, gli Houthi hanno fatto irruzione in diverse abitazioni ed edifici dentro e fuori Sanaa indicati come appartenenti agli uomini di Saleh.
3 - YEMEN: RAID DEI JET COALIZIONE SAUDITA A SOSTEGNO SALEH
(ANSAmed) - Aerei della Coalizione araba a guida saudita hanno bombardato durante la notte postazioni dei ribelli Houthi nella capitale Sanaa, in appoggio alle forze dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh, che negli ultimi giorni ha rotto la sua alleanza con gli stessi Houthi. Lo riferiscono fonti locali citate dai siti dei giornali arabi. Suse van Meegen, una dirigente dell'organizzazione umanitaria Norwegian Refugee Council, presente a Sanaa, ha detto all'agenzia Ap che i nuovi combattimenti e i raid hanno "completamente paralizzato le operazioni umanitarie". I combattimenti tra le milizie degli Houthi alleate dell'Iran e le forze di Saleh sono scoppiati mercoledì della scorsa settimana nella capitale.
Saleh, deposto nel 2011, si era alleato tre anni fa con gli Houthi, sciiti come lui e vicini all'Iran, per combattere il governo internazionalmente riconosciuto del presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, il suo ex vice, sostenuto dall'Arabia Saudita. Sabato, in un discorso televisivo, Saleh ha chiesto alla Coalizione a guida saudita di mettere fine ai bombardamenti contro le forze ribelli e al blocco dei porti e aeroporti yemeniti, promettendo in cambio di "voltare pagina".
Dagli Emirati arabi uniti, principale alleato dell'Arabia Saudita, il ministro degli Esteri Anwar Gargash ha intanto affermato che "la rivolta nazionale a Sanaa ha bisogno di sostegno" per "difendere la penisola arabica contro l'espansione iraniana e le bande degli Houthi". "Qualunque sia l'esito della benedetta rivolta a Sanaa, è chiaro che gli yemeniti hanno rifiutato le milizie Houthi sostenute dall'Iran", ha aggiunto Gargash, citato dal quotidiano emiratino Gulf News.
Fonte: qui
martedì 10 ottobre 2017
CHIESTA LA CONDANNA DI TRE ANNI DI RECLUSIONE, PER IL REATO DI PECULATO, A CARICO DELL'EX PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE “BAMBINO GESÙ” GIUSEPPE PROFITI
LE ACCUSE RIGUARDANO LA DISTRAZIONE DI FONDI PER LA RISTRUTTURAZIONE DELL’ATTICO DEL CARDINAL BERTONE
L’ACCUSA: “EMERSO UN QUADRO DESOLANTE…”
1 - VATICANO: PROCESSO; CHIESTI 3 ANNI RECLUSIONE PROFITI
(ANSA) L'ufficio del Promotore di Giustizia vaticano ha chiesto la condanna di tre anni di reclusione, per il reato di peculato, a carico dell'ex presidente della Fondazione Bambino Gesù Giuseppe Profiti. L'accusa chiede per l'imputato anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e 5mila euro di multa. Per l'ex tesoriere Massimo Spina il Promotore ha chiesto "l'assoluzione per insufficienza di prove". Il peculato riguarda la distrazione di fondi per la ristrutturazione dell'appartamento del card. Tarcisio Bertone.
2 - VATICANO: PROCESSO; ENOC, BERTONE MI DISSE ERA ESTRANEO
(ANSA) - Il presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, oggi ha testimoniato nel processo per la distrazione di fondi della Fondazione Bambino Gesù per la ristrutturazione dell'appartamento dell'ex Segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, che, secondo la Enoc "non era d'accordo" con tale iniziativa. "Quando incontrai il cardinal Bertone mi disse che che non era a conoscenza né d'accordo con questo tipo di operazione", ha dichiarato Enoc.
3 - VATICANO: PROCESSO; ACCUSA, EMERSO QUADRO DESOLANTE
(ANSA) - Il processo per peculato contro due ex manager del Bambino Gesù, Giuseppe Profiti e Massimo Spina, ha fatto emergere "una vicenda desolante, caratterizzata da opacità, silenzi, pessima gestione della cosa pubblica". Lo ha sottolineato il Promotore di Giustizia aggiunto Roberto Zanotti, parlando di "un quadro complessivo desolante" in premessa alle richieste specifiche nei confronti degli imputati. Un quadro che "non è oggetto specifico del processo" ma "non è esaltante".
4 - VATICANO: PROMOTORE GIUSTIZIA, C'È STATO ECCESSO DI POTERE
(ANSA) - L'ex presidente della Fondazione Bambino Gesù, Giuseppe Profiti, come "autorità pubblica è incorso in un vizio di eccesso di potere", "ha utilizzato male le sue potestà gestionali", quindi pur agendo "apparentemente in conformità delle legge" non ha tenuto conto che "le scelte dovevano essere rispettose dei limiti interni" per "l'interesse pubblico" ma anche rispettose della "logica e dell'imparzialità".
Così il Promotore di Giustizia aggiunto Roberto Zanotti ha motivato la richiesta di condanna per Profiti. Il fatto, ovvero la destinazione di 422mila euro della Fondazione per la ristrutturazione dell'appartamento del cardinale Tarcisio Bertone "non è in dubbio" e quindi il Promotore ha contestato le motivazioni della difesa, ovvero che quell'investimento serviva per l'attività di raccolta fondi. L'appartamento - ha fatto notare il promotore - "non è mai stato utilizzato né da Profiti né dal nuovo presidente" per questi scopi.
5 - VATICANO: PROCESSO; ENOC, GRAVISSIMO DANNO A BAMBINO GESÙ
(ANSA) - La diffusione delle notizie riguardanti l'operazione di distrazione di fondi dalla Fondazione Bambino Gesù alla ristrutturazione dell'appartamento dell'ex Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, ha provocato "un danno gravissimo" alla Fondazione e all'ospedale Bambino Gesù. Lo ha detto il presidente Mariella Enoc che oggi ha testimoniato nel corso del processo.
Fonte: qui
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