9 dicembre forconi: autopsia
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domenica 11 novembre 2018

SVOLTA NEL GIALLO DI MARIANNA PEPE: DUE PERSONE INDAGATE PER LA MORTE DELLA EX CAMPIONESSA DI TIRO A SEGNO

LA 39ENNE SAREBBE STATA PICCHIATA DALL’EX COMPAGNO LA SERA PRIMA DELLA SUA SCOMPARSA, PROBABILMENTE DAVANTI AL FIGLIO DI CINQUE ANNI

PER SFUGGIRE ALLE BOTTE LA BELLISSIMA MARIANNA INSIEME AL BAMBINO AVREBBE CHIESTO OSPITALITÀ A UN AMICO. E LÌ AVREBBE ASSUNTO DELLA COCAINA, INSIEME AD ALTRI FARMACI E ALCOL: PROBABILMENTE È STATO PROPRIO QUESTO MIX LETALE A UCCIDERLA...


marianna pepeMARIANNA PEPE
Due persone sono state iscritte nel registro degli indagati per la morte di Marianna Pepe, la 39enne ex campionessa di tiro a segno. La donna, la sera prima della morte, sarebbe stata violentemente picchiata dall’ex compagno, probabilmente davanti al figlio di cinque anni.

marianna pepeMARIANNA PEPE






Per sfuggire alle botte Marianna insieme al bambino avrebbe chiesto ospitalità a un amico. E lì avrebbe assunto della cocaina, insieme ad altri farmaci e alcol: 
probabilmente è stato proprio questo mix letale a ucciderla. Sarà comunque l’autopsia a chiarire la causa esatta del decesso. Marianna aveva di recente interrotto il rapporto con l’ex compagno, che però non si rassegnava alla fine della loro relazione. In passato l’uomo era già stato violento, tanto che Marianna si era rivolta al Gruppo di operatrici antiviolenza e progetti (Goap) per chiedere aiuto. Marianna Pepe era stata trovata morta intorno alle tredici di giovedì, a Muggia, vicino Trieste, ma il decesso sarebbe avvenuto nella notte precedente.

GIALLO A TRIESTE
marianna pepeMARIANNA PEPE
Alessandro Fulloni per il Corriere della Sera

È morta in un letto, nella notte tra mercoledì e giovedì. Ma il motivo resta ancora un mistero sul quale sta indagando la Squadra mobile di Trieste. Marianna Pepe, 39 anni, caporalmaggiore scelto dell' Esercito e cinque volte campionessa italiana di tiro a segno nella specialità della carabina sportiva, è stata trovata priva di vita da suo figlio, cinque anni. Erano circa le tredici e quando è arrivata l' ambulanza non c' era più niente da fare.

La donna - che abitava a Muggia, comune vicino a Trieste - era sul letto, attorno non c' erano medicinali e sul cadavere, almeno dopo un primo riscontro medico, non sono stati trovati segni di violenza.
Ma qualcosa non torna.

Dalla Procura di Trieste hanno deciso un approfondimento e per questo è stata disposta l' autopsia prevista martedì. Nel fascicolo non è stata formulata alcuna ipotesi di reato e nemmeno ci sono indagati, almeno sino a quando non giungeranno i risultati dell' esame tossicologico.
marianna pepeMARIANNA PEPE

Per ora ci sono solo ipotesi: forse un malore. O forse un mix letale di farmaci e alcol. A riportarlo è l' edizione online del Piccolo di Trieste che ha ricostruito l' ultima notte di Marianna.

Reduce, tra l' altro, da una relazione sentimentale travagliata e burrascosa con un ex compagno descritto come assai manesco. Ecco perché la donna di recente si era rivolta al Goap («Gruppo operatrici antiviolenza e progetti») di Trieste per chiedere aiuto e fronteggiare quell' uomo incapace di rassegnarsi alla fine di un amore. Mercoledì sera Marianna, che aveva con sé il bimbo, avrebbe deciso di non rincasare proprio per la paura di imbattersi, per l' ennesima volta, nell' ex fidanzato. Per questo si è incontrata con un amico che l' ha ospitata a casa sua, sempre a Muggia. Qui avrebbe assunto dei farmaci, probabilmente del Valium, che mescolato ad alcol sarebbe risultato fatale.

Dalla Squadra mobile diretta da Giovanni Cuciti filtra solo che alcuni familiari e conoscenti dell' ex atleta azzurra sono stati già ascoltati. Su Facebook sono tantissime le testimonianze che ricordano la tiratrice che aveva a lungo indossato la maglia della nazionale.

marianna pepeMARIANNA PEPE
Marianna - bionda, lo sguardo sempre grintoso nelle foto che la ritraggono nelle competizioni - aveva cominciato a sparare, ancora adolescente, in un poligono di Trieste. Le vittorie, numerose, erano arrivate subito, tanto da guadagnarsi l' ingresso nel Gruppo sportivo dell' Esercito di cui era stata atleta in prima fila. Oltre ad aggiudicarsi i cinque campionati era arrivata ottava nella carabina ad aria compressa dai 50 metri, ai campionati europei del 2005.

Dopo aver lasciato lo sport ad alto livello Marianna era entrata nell' Esercito per diventare militare di professione in un reparto a Trieste. Pochi giorni fa aveva sfilato in divisa durante le celebrazioni per il 4 novembre. Poi il mistero di quel che è successo nella notte tra mercoledì e giovedì.

Fonte: qui


EX CAMPIONESSA DI TIRO A SEGNO, MARIANNA PEPE, E' MORTA PER OVERDOSE 

LA PROCURA HA IPOTIZZATO UN PROBLEMA CARDIORESPIRATORIO DOVUTO ALLE "DIVERSE SOSTANZE ASSUNTE" 


marianna pepeMARIANNA PEPE
"Morte improvvisa conseguente a insufficienza cardiorespiratoria da edema polmonare secondario a verosimile polintossicazione da diverse sostanze". È la causa della morte di Marianna Pepe, avvenuta l’8 novembre scorso, secondo quanto ha scritto il medico legale che, tra l’altro, "non ha rilevato segni di violenza". Lo riporta una nota della Procura di Trieste che coordina le indagini e che ha già conferito l’incarico per l’autopsia, che sarà svolta mercoledì.

L’autopsia dovrà stabilire se "effettivamente le cause del decesso sono riferibili all’assunzione di sostanze esogene o ad altre cause". In questo senso, "indagini sono in corso per chiarire la responsabilità di chi ha fornito alla donna tali sostanze". La Procura precisa, inoltre, che la famiglia era seguita dai Servizi sociali che sul caso avevano redatto varie relazioni. Si stanno "doverosamente compiendo tutte le indagini per ricostruire i fatti e verificare le responsabilità di ogni soggetto coinvolto", conclude la nota.
marianna pepeMARIANNA PEPE

Sono in corso indagini per chiarire la responsabilità di chi ha fornito a Marianna Pepe, l’ex campionessa di tiro a segno trovata morta a Muggia lo scorso 8 novembre, le sostanze che - stando alle prime ipotesi del medico legale intervenuto sul posto - ne avrebbero provocato il decesso. L’ex compagno di Marianna Pepe, con il quale la donna aveva un figlio, era stato rinviato a giudizio per ipotesi di maltrattamenti.

marianna pepeMARIANNA PEPE
Erano stati riferiti più episodi di violenza, a partire dal 2014, ma la donna aveva poi deciso di ritirare le denunce perché "le violenze erano cessate» e «il compagno aveva mantenuto una condotta collaborativa anche nella gestione del figlio". In una recente telefonata ricevuta dalle forze dell’ordine per accertamenti sulla situazione, la donna aveva riferito, lo scorso 30 ottobre, che la relazione era finita e che il suo ex compagno la rispettava.

Fonte: qui

martedì 31 luglio 2018

I CARABINIERI ESCLUDONO CHE IL MAROCCHINO MORTO AD APRILIA SIA STATO VITTIMA DI UN PESTAGGIO PROLUNGATO

“LA SITUAZIONE E’ SFUGGITA DI MANO” 

L’UOMO E’ STATO AGGREDITO DA ALCUNI RESIDENTI CHE, A DIFFERENZA DI QUANTO SOSTENUTO ALL’INIZIO, NON FACEVANO PARTE DI UNA “RONDA PER LA LEGALITÀ”


APRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATOAPRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATO
Il marocchino morto ad Aprilia non sarebbe stato vittima di un pestaggio prolungato. Ne sono certi i carabinieri di Latina il cui comandante, Gabriele Vitagliano, esclude che lo straniero sia stato ucciso in seguito a un'aggressione violenta. L'ipotesi degli investigatori - dopo aver ascoltato alcuni testimoni - è dunque che la situazione sia «sfuggita di mano» e che l'uomo possa essere stato colpito con un calcio o con un pugno, che potrebbero essere la concausa della morte dovuta quindi anche all'incidente d'auto che il marocchino ha avuto mentre veniva inseguito da alcuni residenti.

Sarà comunque l'autopsia, i cui primi risultati dovrebbero arrivare già in serata, a dare risposte più precise. I militari, allo stato, ritengono anche che i tre che hanno inseguito l'auto con a bordo il marocchino e l'altra persona, tuttora ricercata, non facessero parte di una ronda. «Non abbiamo mai avuto notizie di ronde in quel quartiere, anche se - spiega Vitagliano - la pronta reattività di quei condomini è da capire ed è oggetto del nostro approfondimento».

APRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATOAPRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATO
I carabinieri hanno acquisito il video registrato dalle telecamere di sorveglianza di un bar a poca distanza dal luogo dell'incidente. Le immagini, attorno all'una e mezza della notte, hanno ripreso l'impatto dell'auto del marocchino contro il muro di cinta di una casa e successivamente un'altra auto che si avvicina e dalla quale scendono due persone. La vettura degli inseguitori, una Mercedes, poco dopo si ferma nel piazzale antistante il bar e si vedono tre soggetti che restano per parecchi minuti nella zona dell'incidente.

«Era verso l'una e mezza, non ho visto nulla ma ho sentito solo un gran botto contro il muro», racconta Maria Mirabilio, una donna che abita nella palazzina proprio sopra il punto nel quale si è schiantata l'auto del marocchino. La donna sostiene di essersi affacciata subito dopo l'incidente e di non aver visto nessuna colluttazione. «Non ho sentito risse né colpi - spiega - ho sentito solo una voce di donna e ho visto la macchina che era contro il muro».
APRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATOAPRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATO

La signora sostiene che neanche 10 minuti dopo l'incidente è arrivata l'ambulanza a sirene spente. «Io non ho visto nessuno per terra né qualcun altro scappare, non so cosa sia successo. Ho sentito solo quel gran botto, poi mi sono assicurata che i miei nipoti, che abitano qui sopra stessero bene, e sono tornata in casa».

Anche la signora, come altri abitanti di Campo di Carne, dice di non sapere nulla di ronde: «Io so solo - dice - che da me i ladri sono venuti sette volte e anche il bar qui accanto è stato visitato più volte». Conferma il titolare del bar: «Mi sono entrati quattro volte nell'ultimo mese - spiega - l'ultima volta con un palo lungo sei metri hanno divelto la saracinesca e mi hanno fatto un danno di settemila euro». Fonte: qui


UNA DIVERSA RICOSTRUZIONE DEI FATTI ACCADUTI AD APRILIA

Valeria Costantini per il “Corriere della Sera”

Inseguono un'auto sospetta, la raggiungono e poi picchiano quello che ritengono un potenziale ladro, che alla fine muore. Una notte di violenze ad Aprilia, comune di Latina a pochi chilometri dalla Capitale. Un episodio ancora da chiarire nei dettagli, ma che ha portato alla denuncia per omicidio preterintenzionale di due italiani.

APRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATOAPRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATO
Erano di «ronda» intorno alle 2 di sabato, una «passeggiata di legalità» con tanto di bambini al seguito, quando il gruppo di abitanti della residenziale via Guardapasso hanno notato una vettura sospetta aggirarsi per il quartiere, già oggetto di furti. La Renault Megane con a bordo due uomini (che si sono resi conto di non essere passati inosservati), ha improvvisamente accelerato e, sgommando, ha cercato di allontanarsi nella notte. Tre uomini, tutti quarantenni, sono però saliti in auto e hanno iniziato l' inseguimento.

Pochi chilometri a forte velocità e la Renault è uscita di strada, schiantandosi sulla via Nettunense. Il conducente si è dato alla fuga nei campi mentre il passeggero, un marocchino di 43 anni, appena sceso è stato raggiunto dagli italiani: non si sa se sia rimasto ferito per l'incidente, ma è certo che è stato raggiunto da un pugno e da più di un calcio, almeno stando alla prima ricostruzione dei carabinieri che indagano sul decesso dello straniero.

APRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATOAPRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATO
Il nordafricano ha piccoli precedenti per documenti falsi e nel veicolo è stato ritrovato uno zaino con arnesi da scasso. Uscito dal veicolo ha anche provato a difendersi dagli aggressori. I due, incensurati, sono finiti nei guai soprattutto per i filmati di alcune telecamere di videosorveglianza dei negozi della zona e il racconto di diversi testimoni presenti: uno degli indagati era rimasto sul luogo del fatto, l'altro era fuggito ma si è presentato nella caserma dell'Arma dopo aver saputo che lo stavano cercando. La sua testimonianza potrebbe essere fondamentale per ricostruire i movimenti nella prima fase della vicenda, quando l' auto si aggirava nella strada in cui poi l' hanno «intercettata» i residenti.

Gli investigatori hanno anche sentito gli aggressori su quello che era avvenuto. Uno di loro ha detto di essersi limitato a difendersi quando «ha visto il marocchino infilare le mani nel marsupio» e, temendo che avesse un' arma, ha reagito, colpendolo.

Il terzo italiano salito in macchina non è stato denunciato perché contro di lui non ci sarebbe alcun sospetto: secondo i carabinieri non ha partecipato al presunto pestaggio e, da quanto ricostruito, non conosceva i due denunciati. Inoltre, è stato lui a chiamare il 112 per dare l'allarme sull' inseguimento. Sarà comunque l'autopsia che verrà eseguita nelle prossime ore a chiarire le cause del decesso del marocchino.

APRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATOAPRILIA - MAROCCHINO INSEGUITO E PICCHIATO
Se siano stati insomma i colpi sferrati dagli italiani a causarne il decesso oppure le eventuali ferite riportate nell'incidente abbiano avuto un ruolo decisivo per la sua morte. L'unico elemento che finora sembra emergere con chiarezza è che dietro alla vicenda non ci sia alcun motivo razziale.

È stato invece questo il motivo scatenante per l'aggressione di venerdì scorso al diciannovenne senegalese di Partinico, in provincia di Palermo. La vittima ha riconosciuto il suo picchiatore in fotografia: è un operaio di 34 anni ad aver insultato («Sporco negro») e picchiato il giovane Dieng Khalifa.

L'uomo è stato denunciato per lesioni personali aggravate dall' odio razziale. La tensione è alta in Sicilia anche dopo un altro episodio avvenuto alla stazione dei pullman di Catania: un autista della Etna Trasporti avrebbe chiuso le porte in faccia a cinque donne di colore con biglietto pagato, partendo senza farle salire. Un fatto registrato via Facebook da alcuni testimoni, ma contraddetto dal direttore della società, Mario Nicosia, che parla di equivoco.

Fonte: qui

COME E’ MORTO HADY ZAITOUNI, IL 43ENNE MAROCCHINO, CHE DOPO UN INSEGUIMENTO AD APRILIA E’ STATO PRESO A CALCI E PUGNI DA UNA GUARDIA GIURATA E UN AUTISTA DELL'ATAC?

LA VERSIONE FORNITA AI PM E’ CHE L’AUTO DI ZAITOUNI ERA IN UNA STRADA SENZA USCITA, I DUE SI SAREBBERO AVVICINATI PER CHIEDERE COSA FACESSE LÌ E L’UOMO, CHE ERA IN COMPAGNIA DI ALTRI DUE ITALIANI (ORA RICERCATI), SAREBBE PARTITO A TUTTA VELOCITA’ 

POI L’INSEGUIMENTO, L’INCIDENTE, IL PESTAGGIO E NEI VIDEO SPUNTA ANCHE UNA PISTOLA....

LE BANDE DI BULLI, I GIUSTIZIERI FAI-DA-TE, LE NDRINE, I CRIMINALI E I TERRORISTI CHE...Giovanni Del Giaccio e Alessia Marani per “il Messaggero”

L'autopsia di Hady Zaitouni, il marocchino di 43 anni morto domenica notte dopo un inseguimento ad Aprilia, è blindata. Qualche certezza, però, emerge: sarebbe stato colpito da un violento pugno in pieno volto che potrebbe averlo ucciso. Incidente o pestaggio fatale? Il silenzio imposto dal magistrato fa propendere, dunque, per questa seconda ipotesi, anche se Giovanni Trupo, guardia giurata, e Massimo Riccio, autista dei bus Atac, entrambi 45enni, indagati per omicidio preterintenzionale si difendono attraverso i loro avvocati dicendo che lo straniero era già a terra dopo l' incidente in auto e non lo hanno toccato.

«Hanno raccontato in lacrime l' accaduto, sono molto provati», dicono i loro avvocati, Andrea Indovino e Federico Savo. La versione fornita è che la Renault Megane era parcheggiata in fondo a via De Filippo, una strada senza uscita nel complesso Trentastelle e che loro, tornati da una serata in pizzeria con le famiglie, sono andati a chiedere cosa facesse lì. A quel punto il conducente e altre due persone, ricercate dai carabinieri (si tratterebbe di italiani noti per reati contro il patrimonio) è partito a tutta velocità: «Voleva investirli e va considerato che in strada c' erano famiglie con bambini. Loro hanno chiamato il 112 e iniziato l' inseguimento sempre in contatto con i carabinieri».

Fino a Campo di Carne, dove c' è stato l' incidente ripreso dalle telecamere. I due indagati si avvicinano all' auto, una terza persona (non indagata) resta più indietro, i carabinieri sono certi che dalle immagini si vede un colpo, mentre nel video spunta anche la pistola che aveva con sé la guardia giurata. Il clima ad Aprilia è teso, pochi hanno voglia di parlare, vecchi criminali e boss potenti convivono con bande di bulli emergenti che tengono sotto scacco il territorio.

Non stupisce che possano spuntare in giro giustiziere fai-da-te. Gli inquirenti devono ancora spiegarsi, per esempio, perché Trupo, nonostante non fosse in servizio girasse con la pistola in tasca. Il sindaco Antonio Terra è sicuro che «in città le ronde non ci sono», a meno che, però, «a farle non siano pochi cittadini, in segreto».

I comitati in pratica usano il fai-da-te: comunicano i movimenti sospetti con whatsapp, se serve avvisano i carabinieri. I militari negli ultimi mesi hanno ricevuto dalla zona di via Guardapasso appena quattro segnalazioni per furto sulle auto in sosta. Ma le razzie spesso neanche vengono denunciate. Vetri infranti pure nelle vetture parcheggiate sotto il condominio dove i due indagati abitano e hanno dato il via all' inseguimento. Le telecamere danno il benvenuto all' ingresso del Trenta stelle e ai piani terra cartelli avvisano dei sistemi d' allarme. «Sì, hanno rubato nelle macchine - racconta una residente - non mi sorprenderebbe che qualcuno possa essersi organizzato da sé».

ARMATI IN CASA
«L' altra notte hanno tentato il furto in una villetta qui davanti - racconta Pino, seduto ai tavolini del bar Caracas - ma forse perché non hanno trovato nulla, i ladri si sono fermati a banchettare, svuotando il frigorifero. Giorni prima, invece, avevano portato via degli attrezzi da un altro cortile. Roba di poco conto, perché qua mica si scherza, tutti hanno un cane in casa e si spara facile».

Ricorda il «fattaccio» di maggio quando un 62enne gambizzò l'inquilino romeno che non voleva pagare l'affitto, «non ci ha pensato due volte a premere il grilletto». Ad Aprilia alle ultime elezioni la Lega è stata il primo partito con il 14% dei voti, il candidato del centrodestra, Domenico Vulcano, figlio dell' ex comandante della stazione dei carabinieri, al primo turno era stato il più votato e al ballottaggio per poco non ha spodestato l'uscente Terra.

Le ronde fino a qualche mese fa le avevano organizzate gli attivisti di Aprilia in prima linea. «Non erano ronde, ma passeggiate per la sicurezza - spiega il leader del movimento di destra, Emanuele Campilongo - le facevamo durante il mercato del sabato. E non facciamoci illusioni, con l' adesione del Comune al piano Sprar per l' accoglienza il numero degli immigrati è destinato a salire. Intanto Aprilia è piena di fantasmi che non hanno un nome e un volto finché non finiscono nella cronaca».

FANTASMI E CRIMINALI
Fantasmi come Ahmed Hanachi, l'attentatore di Marsiglia che visse a lungo da queste parti, o come Anis Amri il terrorista della strage del Natale 2016 a Berlino che aveva abitato in frazione Campoverde. Ma ad Aprilia più che gli stranieri hanno sempre fatto tremare nomi nostrani, dai tempi di Frank Tre dita Coppola, padrino siculo-americano mandato in confino negli anni 70 nella vicina Ardea, fino ai clan campani Moccia e Zaza. Soprattutto le ndrine hanno messo radici in città. Prima gli Alvaro di Sinopoli poi i Gangemi. I fratelli Giampiero e Sergio sono stati arrestati a giugno dai carabinieri per le estorsioni portate avanti a colpi di mitra e bombe a mano.

Fonte: qui

giovedì 3 maggio 2018

DENIS BERGAMINI: UNA NUOVA AUTOPSIA DIMOSTRA CHE L’EX CALCIATORE DEL COSENZA FU SOFFOCATO 10 MINUTI PRIMA DI ESSERE GETTATO SOTTO IL CAMION

"E' STATO STESO A TERRA GIÀ MORTO O AGONIZZANTE" 

LE PROVE DELLA MESSINSCENA DEL SUICIDIO 

SOTTO ACCUSA L’EX FIDANZATA E IL SUO ATTUALE MARITO CHE DISSERO: "BERGAMINI SI GETTÒ SOTTO IL TIR NELLO STESSO MODO IN CUI SI FANNO I TUFFI IN PISCINA”

Rita Cavallaro per "Giallo"
denis bergaminiDENIS BERGAMINI

“Donato Bergamini è morto tra i cinque e i dieci minuti prima che il camion lo sormontasse”. 

È questo uno dei passaggi più significativi della superperizia che ha fatto definitivamente luce sul caso di Donato Bergamini, detto Denis, il 27enne calciatore del Cosenza trovato morto il 18 novembre del 1989 sulla Statale 106 Jonica all’altezza di Roseto Capo Spulico, in Calabria. Per oltre 28 anni la tragica fine del centrocampista originario della provincia di Ferrara è stata fatta passare per un suicidio, attraverso una grossolana messinscena rafforzata, nel tempo, da depistaggi e, purtroppo, indagini fatte male. Ma oggi la verità sta venendo finalmente a galla.

La consulenza medico-legale disposta dalla dottoressa Teresa Riggio, giudice del Tribunale di Castrovillari, ha infatti portato alla luce nuovi, clamorosi elementi, che non lasciano più spazio a dubbi: Denis è stato prima stordito con un narcotico, poi soffocato con un sacchetto di plastica schiacciato sulla faccia e infine steso già morto o in fin di vita sull’asfalto, dove il camion guidato da Raffaele Pisano, uno dei tre indagati, l’ha schiacciato con “moto lento”, cioè procedendo a bassissima velocità.
denis bergaminiDENIS BERGAMINI

La dinamica è scritta a chiare lettere nella consulenza affidata a cinque super esperti: il professor Antonello Crisci, specialista in neurologia e medicina legale all’Università di Salerno, la dottoressa Carmela Buonomo, direttore dell’Unità operativa complessa del Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, la professoressa Maria Pieri, tossicologa forense dell’Università Federico II di Napoli, il tenente colonnello Andrea Berti e il maresciallo Marco Santacroce, carabiniere del Ris di Roma. Gli esperti hanno lavorato insieme per rispondere a una serie di quesiti posti dal giudice per le indagini preliminari al fine di accertare come sia morto Denis. Gli esperti hanno analizzato ben 101 campioni biologici, rispetto agli appena 17 prelievi fatti nella prima perizia del 1990, e sono arrivati a un risultato eccezionale. Sono riusciti a determinare il lasso di tempo trascorso tra l’aggressione e la morte del ragazzo. Vediamo come.

BERGAMINI 1BERGAMINI 
Scrivono i consulenti nelle loro conclusioni: «L’exitus (la morte, ndr) di Donato Bergamini è attribuibile, con elevato grado di probabilità, alle lesioni da scoppio causate dallo schiacciamento addomino-perineale con conseguente eviscerazione degli organi e rottura di grosso vaso arterioso, a sinistra, in soggetto in liminae vitae o già morto per asfissia meccanica». Non ci sono dubbi, dunque, che il calciatore sia stato aggredito prima e poi steso a terra già morto o agonizzante. A smascherare la messinscena del suicidio – la ex fidanzata Isabella Internò e Raffaele Pisano sostengono che Denis si sia tolto la vita lanciandosi sotto al camion – è stata proprio la devastazione addominale causata dal camion.

Quello squarcio, bagnato con la glicoforina (una proteina che colora i tessuti in presenza di sangue), non si è colorato, accertando così che quando la ruota ha sormontato Denis, il ragazzo era già cadavere. Scrivono i periti: «Le caratteristiche macroscopiche e microscopiche dei tessuti lesi, con rilievo in assenza di travasi di sangue ai margini delle lesioni, depongono per una incerta vitalità del complesso lesivo, compatibile con uno stato di liminae vitae (in fin di vita, ndr) al momento delle medesime o di morte per asfissia meccanica. Diversi elementi ci fanno propendere per un decesso avvenuto prima dell’investimento, quali ad esempio l’assenza di materiale positivo alla glicoforina sul bacino frantumato». 
bergamini gialloBERGAMINI GIALLO

E aggiungono: «Ovviamente tale ipotesi non può avere valore di certezza tecnica, in quanto la morte si è verificata in maniera molto ravvicinata rispetto all’investimento». Quest’ultimo punto può sembrare controverso per chi non ha competenze mediche ed è stato molto discusso nell’incidente probatorio del 29 novembre scorso, durante il quale i consulenti hanno spiegato in maniera chiara il funzionamento della glicoforina. 

Ma perché gli esperti sono così convinti che Denis fosse già morto o che, al massimo, sia deceduto tra i cinque e i dieci minuti prima del sormontamento del camion di Raffaele Pisano? La risposta è di natura scientifica e la possono dare proprio i granulociti neutrofili, cioè i globuli bianchi che intervengono a difesa dell’organismo per contrastare le infezioni. 


Ha spiegato la professoressa Buonomo in udienza: «Abbiamo fatto diversi prelievi, su cui è stato applicata la glicoforina. In tutti i prelievi (una decina) la glicoforina non è mai stata evidenziata». Significa che non c’era sangue, cioè che quella ferita è stata fatta su un corpo già cadavere. Ha continuato l’esperta: «C’è un altro particolare che ci ha fatto propendere per l’ipotesi che quando fu schiacciato dalle ruote del camion Denis fosse già morto o in fin di vita: la totale assenza di granulociti neutrofili. Significa che la morte è stata estremamente breve, cioè tra cinque o sei minuti, perché se i granulociti neutrofili ci mettono 11 minuti a essere presenti laddove c’è una lesione, devo dedurre che la cosa si sia verificata in termini molto più brevi, visto che non c’erano». Termini tecnici che possiamo riassumere così: Denis è stato ucciso tra i cinque e i dieci minuti prima di essere sdraiato sull’asfalto.
BERGAMINIBERGAMINI

Alla domanda del gip se si possa dire con certezza assoluta che Bergamini fosse già morto prima dell’investimento, la Buonomo ha risposto: «Sì, lo penso, c’è un’alta probabilità. Lo penso e l’ho scritto». È tutto nero su bianco.


La salma è stata trovata in quello stato che dal punto di vista medico-legale viene chiamato di ‘corificazione’. La corificazione si verifica quando la pelle e i tessuti diventano come il cuoio conciato. Pensavamo di trovare solo lo scheletro, invece abbiamo trovato la salma di Bergamini in buono stato: erano ancora presenti gli occhi, la cute, i muscoli e tutta una serie di parti del corpo che non erano andate in putrefazione”.

È così che il super consulente Antonello Crisci, specialista in neurologia e medicina legale all’Università di Salerno, ha descritto, durante il cosiddetto incidente probatorio, il cadavere riesumato di Donato Bergamini. Per incidente probatorio si intende una serie di esami e accertamenti per fare in modo che i risultati vengano assunti come prova al processo. Il corpo del calciatore, che chiedeva verità sul suo omicidio mascherato da suicidio, si è mantenuto intatto per poter continuare a “parlare” a chi avesse voluto ascoltarlo. Grazie alle analisi scientifiche di ultima generazione, richieste dall’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Bergamini, la prima pietra sulla strada della verità è stata cementata nell’incidente probatorio dello scorso 29 novembre 2017.

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L’esame ha smontato il castello di menzogne durato quasi 29 anni e costruito attorno alle testimonianze di Isabella Internò, ex fidanzata di Denis, e del camionista Raffaele Pisano. Gli indagati hanno sempre sostenuto che il calciatore si fosse suicidato gettandosi sotto il camion in corsa. Le loro testuali parole furono: «Nello stesso modo in cui si fanno i tuffi in piscina».

La dinamica raccontata dai due indagati, oggi accusati di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dalle sevizie e dai futili e abietti motivi in concorso, non è compatibile con i segni riscontrati sul cadavere del giovane. I consulenti tecnici, partendo da alcuni aspetti controversi della prima autopsia effettuata nel 1990, hanno deciso di prelevare ben 101 campioni genetici, 14 dei quali solo sulla laringe, del tutto ignorata nell’esame autoptico dell’epoca, dal quale comunque erano emersi inspiegabili segni di enfisema polmonare (un grave danno ai polmoni). Sui polmoni di Denis, che si sono mantenuti in uno stato ottimale, oggi i periti hanno effettuato una serie di nuove indagini scientifiche.

BERGAMINI 3BERGAMINI 
Ha spiegato al giudice l’anatomopatologa Carmela Buonomo: «È normale che il surfactante (un composto di lipidi e proteine, ndr) sia presente al livello del sacco alveolare, che è l’ultima unità respiratoria del polmone, ma non è normale, e questo si verifica nelle asfissie meccaniche (soffocamento o strangolamento, ndr), che degeneri come accaduto a Denis. Questo è un segno molto significativo di asfissia». Il tessuto polmonare di Denis «aveva un’iperdistensione degli alveoli, una rottura dei setti (le regioni tra gli alveoli, ndr), piuttosto strana in un ragazzo così giovane e atletico».

È stato il professor Crisci a chiarire perché l’enfisema acuto derivante dal soffocamento e riscontrato sul calciatore non può essere legato a una patologia o dipendere da altri fattori. Ha detto il medico legale: «L’enfisema polmonare acuto non può essere causato da una malattia genetica, da una patologia cronica o da una bronchite... Con il termine enfisema polmonare acuto noi intendiamo qualcosa che avviene nel giro di pochissimo tempo, altrimenti parleremmo di enfisema polmonare subacuto o cronico». 

bergaminiBERGAMINI
I consulenti hanno poi fatto il test della glicoforina, l’esame che stabilisce se una ferita è stata inferta su un corpo vivo o morto. Nella zona della laringe hanno accertato la rottura dei vasi sanguigni. Ha spiegato ancora Crisci: «Perché la glicoforina è positiva a livello della laringe-trachea? Perché c’è stato un travaso di sangue. E perché c’è stato un travaso di sangue? Perché verosimilmente è avvenuta un’impermeabilizzazione, cioè un aumento della mobilizzazione dei tessuti molli e dei muscoli laringei. È avvenuta perché mancando l’aria a causa di un soffocamento “soft”, quello si iperdistende, si apre e perciò si lacera».


Crisci ha inoltre chiarito che cosa intende per soffocamento “soft”: «Dalle indagini autoptiche e radiologiche non c’è stato qualcosa di violento. Un soggetto nel momento in cui viene asfissiato cerca di difendersi. Queste lesioni da difesa solitamente sono a livello degli arti superiori; spesso le unghie contengono delle tracce. Ci possono essere altri segni esterni: ad esempio, se io tento di strozzare una persona con le mie mani lascio sul collo segni evidenti, o comunque posso ledere l’osso del collo, che infatti troviamo sempre rotto nell’impiccato. Inoltre, se io tento uno strangolamento con una sciarpa, un filo, una corda o una cintura dei pantaloni è chiaro che anche in questo caso i segni restano sul collo.

BERGAMINIBERGAMINI
E allora, nel caso di Bergamini, l’ipotesi è quella di un soffocamento avvenuto con un mezzo “soft”, cioè leggero, soffice. Abbiamo ipotizzato che non sia stato utilizzato un cuscino, poiché un calciatore alto e robusto come Denis si sarebbe difeso, senza lasciarsi soffocare impunemente. A meno che...». Continua l’esperto: «A meno che il soggetto non si trovi in uno stato di sopore. Ed ecco allora l’ipotesi del soffocamento per mezzo di un sacchetto di plastica. È l’ipotesi che più si avvicina alla realtà, perché mancano i segni esterni di qualcosa di violento imposto al soggetto». Per i consulenti, dunque, Denis non si è difeso perché è stato narcotizzato con il cloroformio, l’etere o altre sostanze, che però non sono state rilevate. Come mai? La tossicologa forense Maria Pieri ha precisato che eventuali sostanze sarebbero potute essere rilevate solo nell’immediatezza del decesso. Invece sono trascorsi 29 anni. 29 anni di bugie, di depistaggi, di indagini fatte male e chiuse troppe in fretta. Ma oggi è cambiato tutto. Il corpo di Denis ha parlato. Anzi, ha urlato: «Giustizia!».  


“Gli elementi forti di questa perizia sono dati dal fatto che c’è una lesione all’epiglottide (una parte della laringe, ndr), con travaso ematico, e quindi una lesione vitale. Già quello è un chiaro segno di una lesività a livello del collo, cioè a livello interno. E poi l’altro elemento fondamentale è che tutte le lesioni prodotte dalla ruota del camion non sono vitali: significa che sono state inferte su un cadavere”.

DONATO BERGAMINIDONATO BERGAMINI
Parla a Settimanale Giallo l’avvocato Fabio Anselmo, legale dei famigliari di Denis Bergamini. Per papà Domizio, mamma Maria e per la sorella Donata è arrivato il momento della verità. Lo hanno atteso quasi 29 anni. Ormai è sicuro: il loro Denis non si è suicidato, ma è stato ammazzato. E poi, già morto o in fin di vita, è stato steso sull’asfalto per essere sormontato dal camion, con “moto lento”. Ci dice l’avvocato Anselmo: «Ormai è chiara la messinscena. Questa volta, a differenza del passato, si indaga veramente partendo da un presupposto, cioè che Denis non si è suicidato e non è stato vittima di un incidente, ma che è stato ucciso!». Sono state le tac tridimensionali e altre analisi scientifiche di ultima generazione, richieste proprio dall’avvocato Anselmo nell’istanza di riapertura dell’inchiesta, a svelare l’omicidio e a dare un nuovo corso agli accertamenti investigativi.

Spiega Anselmo: «Sono estremamente soddisfatto, perché la richiesta di riapertura è stata presa in considerazione molto seriamente da parte del procuratore Eugenio Facciolla, che l’ha fatta sua e l’ha inoltrata al giudice. Oggi è in corso un’attività di indagine serrata, come non era mai stato fatto prima. Non conosco tutte le carte della Procura, perché sono ancora coperte da segreto istruttorio. Facciolla ha sentito decine e decine di testimoni e ora bisogna capire bene che cosa abbia accertato. La Procura ha fatto un lavoro enorme, ed avendo ancora numerosi accertamenti e una complessa attività di indagine da eseguire, io auspico che si possa arrivare a un processo, perché la morte di Denis Bergamini merita un processo, anche se sono passati 29 anni». Quali saranno i prossimi passi?

ex fidanzata bergaminiEX FIDANZATA BERGAMINI
Risponde il legale: «La richiesta di rinvio a giudizio! Sinceramente non so dire se ci saranno nuovi indagati, ma è chiaro che Isabella Internò non era da sola e non poteva fare tutto da sola. L’esame dei periti fatto nel cosiddetto incidente probatorio fuga ogni dubbio a riguardo». Come avete letto nelle pagine precedenti, l’ex fidanzata e il camionista hanno sempre sostenuto che Denis si fosse suicidato gettandosi sotto il mezzo pesante, allo stesso modo di un tuffatore che si lancia nella piscina. Ma, come ha spiegato al giudice il professor Antonello Crisci, «Denis Bergamini aveva arti superiori perfettamente integri e puliti, viso perfettamente integro e pulito, arti inferiori, ginocchia incluse, integre e pulite...

Noi parliamo di parziale sormontamento: è l’unica fase dell’investimento che abbiamo trovato, perché tutte le altre fasi, cioè l’urto, l’abbattimento, il caricamento, la proiezione in avanti, mancano. La ruota del camion ha sormontato parzialmente l’emibacino di sinistra con il soggetto messo prono (a pancia in giù, ndr), è arrivata sicuramente fino alla metà della colonna vertebrale, e poi è ritornata indietro». È questa un’ulteriore novità rispetto alle perizie precedenti: finora tutte le consulenze avevano ipotizzato che il corpo di Denis fosse stato adagiato sull’asfalto in posizione supina e che fosse stato sormontato dal lato destro. Denis, invece, è stato soffocato e poi posizionato a faccia in giù a terra, come dimostrano le lesioni riscontrate sul lato sinistro del cadavere. Fonte: qui
ex fidanzata bergamini e attuale maritoEX FIDANZATA BERGAMINI E ATTUALE MARITO

giovedì 15 febbraio 2018

PAMELA MASTROPIETRO POTREBBE AVER SUBITO UNA VIOLENZA DI GRUPPO PRIMA DI ESSERE ASSASSINATA. C’ERANO TRACCE DI LIQUIDO SEMINALE E SALIVA SUI RESTI DEL SUO CORPO

LA RAGAZZA POTREBBE ESSERE MORTA A SEGUITO DI COLTELLATE INFERTE AL FEGATO. E' STATA ACCERTATA ANCHE UNA ECCHIMOSI SU UNA TEMPIA, A DIMOSTRAZIONE DEL FATTO CHE LA VITTIMA SAREBBE STATA FERITA. 

LA NUOVA AUTOPSIA RIVELA ANCHE CHE DAL CADAVERE, A DIFFERENZA DI QUANTO EMERSO ALL'INIZIO, NON È STATO ASPORTATO ALCUN ORGANO INTERNO

SI RINCORREVANO VOCI SECONDO CUI ALLA RAGAZZA SAREBBE STATO ASPORTATO IL CUORE COME IN UN RITO TRIBALE. SUI TRE NIGERIANI UN NUOVO SOSPETTO: POTREBBERO AVER FATTO... 

«PAMELA, VIOLENZA DI GRUPPO PRIMA DI ESSERE ASSASSINATA»
Daniel Fermanelli Andrea Taffi per “il Messaggero”

pamela mastropietroPAMELA MASTROPIETRO
C'erano tracce di liquido seminale e di saliva sui resti del corpo di Pamela. Le conferme ufficiose che arrivano dal Ris stanno per chiudere un altro tassello della ricostruzione nella casa dell' orrore dove il 30 gennaio è barbaramente morta Pamela Mastropietro. Così, da ieri, l'idea di una violenza sessuale del branco è un po' più vicina alla formalizzazione dell'accusa e un po' meno ipotesi campata per aria. I timori che il meticoloso lavoro di pulizia con la candeggina avesse vanificato l'indagine per ora sono fugati e sostengono la ricostruzione di una violenza di gruppo.

L'ultimo diaframma che separa le ricerche dalla conferma delle ipotesi di un abuso sulla 18enne romana, stordita dall'eroina, è la comparazione del liquido dei tre arrestati. Andrà esclusa, in sostanza, la possibilità che appartenga all'uomo di Mogliano che il giorno prima dell'omicidio era stato con Pamela in un garage di Corridonia. Intanto la Procura chiederà «quanto prima» il giudizio immediato dinanzi alla Corte di Assise per Luca Traini, accusato di strage aggravata per il raid xenofobo a colpi di pistola del 3 febbraio.
la morte di pamela mastropietro il fossato in cui e stato ritrovato il corpoLA MORTE DI PAMELA MASTROPIETRO IL FOSSATO IN CUI E STATO RITROVATO IL CORPO

GLI INTERROGATORI
L'ipotesi dei carabinieri resta quella di una violenza su Pamela, poi difronte alla sua ribellione si è scatenata una furia omicidia a cui è seguito il depezzamento sul terrazzo della mansarda di via Spalato. I particolari affiorano nel giorno in cui il Gip convalida il fermo di Desmond Lucky e Lucky Awelima: per ora resteranno nel carcere di Montacuto, in isolamento, al pari del loro amico Innocent Oseghale.
innocent oseghaleINNOCENT OSEGHALE

Lucky e Awelima ieri sono arrivati a Macerata su un mezzo della polizia penitenziaria. Il Gip Giovanni Maria Manzoni ha deciso che entrambi debbono rimanere dietro le sbarre per i gravi indizi di colpevolezza. Riconosciuti tutti i reati ipotizzati dalla Procura: omicidio volontario, distruzione, occultamento e vilipendio di cadavere.
alessandra verni madre di pamela mastropietroALESSANDRA VERNI MADRE DI PAMELA MASTROPIETRO

A differenza della posizione del connazionale Innocent Oseghale, 29 anni - il cui arresto è stato convalidato, sulla base della prima autopsia escludendo l'omicidio - determinanti sono stati i risultati della perizia bis effettuata dal professor Mariano Cingolani, secondo cui Pamela potrebbe essere morta a seguito di coltellate inferte all'altezza del fegato.

Accertata anche una ecchimosi su una tempia, a dimostrazione del fatto che la vittima sarebbe stata ferita. Ieri solo Desmond Lucky, assistito dall' avvocato Gianfranco Borgani, ha risposto alle domande dei magistrati. «Non ho mai visto Pamela, non le ho ceduto la droga - ha ribadito -. È vero, ho telefonato ad Oseghale, ma solo per parlare di alcune puntate alla Eurobet».
pamela mastropietroPAMELA MASTROPIETRO

Però secondo l' analisi delle celle telefoniche il 30 gennaio si trovava nella casa in cui Pamela è stata uccisa e fatta a pezzi. Awelima, difeso dall' avvocato Giuseppe Lupi, si invece è avvalso della facoltà di non rispondere. C' è anche un quarto indagato nigeriano, che secondo la Procura avrebbe un ruolo marginale. «Ha fin da subito collaborato con gli inquirenti», spiega il suo avvocato Paolo Cognini. Ha detto di avere ricevuto una telefonata o un sms da Oseghale, che gli chiedeva aiuto perché Pamela si sentiva male. «Ma non sono mai andato nell' appartamento», ha detto l' indagato.
LA MORTE DI PAMELA MASTROPIETRO - LUCKY AWELIMALA MORTE DI PAMELA MASTROPIETRO - LUCKY AWELIMA

MACERATA, FERMI CONFERMATI «MA NESSUN ORGANO SPARITO»
Chiara Giannini per “il Giornale”

Lucky Desmond e Awelima Lucky resteranno in carcere. Ieri il gip del tribunale di Macerata ha, infatti, convalidato il fermo dei due nigeriani accusati, insieme al connazionale Innocent Oseghale, di aver barbaramente ucciso la 18enne Pamela Mastropietro e di averne fatto a pezzi il cadavere, per poi occultarlo.

Cadavere da cui, rivelano adesso ambienti investigativi, non è stato asportato, al contrario da quanto sostenuto in queste settimane, alcun organo interno. Da giorni si rincorrevano voci secondo cui alla ragazza sarebbe stato asportato il cuore o altro, e fatto sparire, come in un rito tribale o di affiliazione. Invece, a quanto pare, ciò non è avvenuto.
LA MORTE DI PAMELA MASTROPIETRO -DESMOND LUCKYLA MORTE DI PAMELA MASTROPIETRO -DESMOND LUCKY

L' avvocato Gianfranco Borgani, legale di Desmond Lucky, ieri mattina ha spiegato ai giornalisti che il suo assistito «ha negato di essere stato in quella casa». E ha proseguito: «Ha detto che conosceva Innocent Oseghale, ma non Pamela». Ma la sua posizione resta al vaglio degli inquirenti, proprio perché le celle telefoniche, tra le 12 e le 18 del 30 gennaio scorso, giorno in cui la ragazza fu uccisa, agganciarono le utenze dei cellulari dei tre accusati. Ciò prova che i tre uomini fossero nell' appartamento di via Spalato in cui la 18enne fu uccisa.
PAMELA MASTROPIETROPAMELA MASTROPIETRO






Per Desmond, oltre al concorso in omicidio, si sospetta anche lo spaccio di una dose di eroina, quella che sarebbe stata iniettata nel braccio di Pamela. C' è un quarto indagato, che però ha una posizione marginale e che starebbe collaborando con gli inquirenti, che ha spiegato che Innocent Oseghale quel giorno lo avrebbe chiamato per informarlo che Pamela stava male e per chiedergli aiuto, ma lui si sarebbe rifiutato di dargli una mano.

Il suo avvocato, Paolo Cognini, ha chiarito che il nigeriano «ha cooperato sin dall' inizio con gli inquirenti, rispondendo alle loro domande». Il movente del delitto resta tuttora un mistero. Esclusa, come detto, l' ipotesi di riti vodoo, che non troverebbe alcun fondamento, anche se in Nigeria la pratica è molto diffusa.
PAMELA MASTROPIETRO CON LA MADRE ALESSANDRA VERNIPAMELA MASTROPIETRO CON LA MADRE ALESSANDRA VERNI

Ma c' è anche chi avanza sospetti sul passato dei tre nigeriani. «Che siano legati a Boko Haram, l'organizzazione terroristica jihadista sunnita diffusa nel nord di quel Paese?», si chiede qualcuno. Oltretutto, in Italia sta crescendo la diffusione della mafia nigeriana, dedita allo spaccio di eroina e al traffico di prostitute (basti ricordare l' operazione Boga della Guardia di Finanza) e che collabora con la criminalità organizzata, soprattutto al sud.

LA MORTE DI PAMELA MASTROPIETROLA MORTE DI PAMELA MASTROPIETRO





Certo è che il passato dei tre è al vaglio degli inquirenti. Di Oseghale si sa che prima di arrivare in Italia faceva il decoratore per una ditta di costruzioni di Doha, di Desmond che stava partecipando a un progetto d' accoglienza e che era ospite dell' associazione Perigeo. Viene da Benin City, nell' Edo State, ma per un periodo aveva vissuto a Kaduna, per poi partire alla volta dell' Italia a bordo di un barcone.

pamela mastropietroPAMELA MASTROPIETRO

Si apprende, peraltro, che l' uomo viveva insieme a uno dei feriti nella sparatoria messa in atto da Luca Traini. A salvare la vita all' uomo originario del Mali e di nome Mohamed Touré, sono stati due uomini della squadra antidroga della Polizia di Stato, uno dei quali è il responsabile. Due facce della stessa medaglia di una città, Macerata, in cui gli agenti impegnati a disinnescare la «bomba» stupefacenti, laddove necessario, si mettono anche a disposizione della collettività.
pamela mastropietroPAMELA MASTROPIETRO

Quanto ad Awelima Lucky, anche lui è, come l' altro accusato, richiedente asilo. Arrivò in Italia nel 2016, sbarcando ad Augusta dopo essere stato recuperato da una carretta del mare.
Non resta che attendere i risultati degli esami medico legali e del Ris dei carabinieri. Risultati per i quali, purtroppo, occorrono ancora alcuni giorni e che serviranno ad accertare le responsabilità di chi ha ucciso, a questo punto pare appurato con due coltellate al fegato, la giovane Pamela.

Fonte: qui