9 dicembre forconi: Caserma
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mercoledì 24 aprile 2019

IL PADRE DI SERENA MOLLICONE A “RADIO CUSANO” DOPO LA RIAPERTURA DEL CASO E LE INDAGINI SUL MARESCIALLO DEI CARABINIERI FRANCO MOTTOLA E IL FIGLIO

“DEVONO ARRESTARLI TUTTI” 
“DIVENTO PAZZO SE PENSO CHE MIA FIGLIA FU UCCISA NELLA CASERMA DOVE ANDAI A FARE LA DENUNCIA” 
“DEVONO PAGARE PER QUELLO CHE HANNO FATTO. DOPO AVERLA UCCISA HANNO…”

serena mollicone 9SERENA MOLLICONE 
E' giunto al momento della verità il giallo di Arce. Diciotto anni dopo la morte di Serena Mollicone, uccisa nel paese in provincia di Frosinone il primo giugno del 2001, arriva l’avviso di chiusura delle indagini per un delitto ancora senza colpevoli. La Procura della Repubblica di Cassino nei giorni scorsi ha infatti notificato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari ai cinque indagati: tre sono carabinieri.

serena mollicone 5SERENA MOLLICONE 
Si tratta del maresciallo Franco Mottola, all'epoca comandante della stazione dell'Arma di Arce e indagato con la moglie Anna e il figlio Marco, del maresciallo Vincenzo Quartale e del brigadiere Francesco Suprano. Alla luce dei nuovi sviluppi, il caso è stato nuovamente approfondito a “La Storia Oscura” su Radio Cusano Campus. Al microfono di Fabio Camillacci Guglielmo Mollicone, il papà di Serena, ha detto: “Sono quasi 18 anni che stiamo combattendo e finalmente si vede la luce in fondo al tunnel. E' comunque pazzesco e terribile se penso che mia figlia fu uccisa nella stessa caserma dei carabinieri in cui io la sera andai per denunciarne.
guglielmo mollicone 2GUGLIELMO MOLLICONE 

E probabilmente il suo povero corpo era ancora lì nella caserma di Arce perchè immagino che solo di notte i responsabili avranno provveduto a spostare il cadavere nel bosco dell'Anitrella per inscenare un delitto opera di un maniaco. Divento pazzo se penso a questa cosa: se penso che magari avrei potuto ancora salvarla quando andai dai carabinieri a fare la denuncia. E divento ancora più pazzo se penso a tutto quello che hanno fatto dopo aver ucciso Serena: cioè provare a incastrare prima me e poi il carrozziere Carmine Belli che fortunatamente al processo venne assolto. Adesso -ha concluso Guglielmo Mollicone- mi auguro che il gip li rinvii a giudizio e li faccia arrestare tutti, visto che Carmine Belli fu arrestato per molto molto meno.

SERENA MOLLICONE 1SERENA MOLLICONE 
Quindi se la legge è veramente uguale per tutti ora devono arrestare i veri responsabili della morte di mia figlia: devono arrestarli, processarli e condannarli. Devono iniziare a pagare perché sono stati fuori di galera anche troppo tempo, quasi 18 anni. Ora devono finalmente pagare per aver ucciso Serena”.

Fonte: qui

venerdì 12 ottobre 2018

“CALCI IN FACCIA E COLPI ALLA TESTA: COSI’ E’ MORTO STEFANO CUCCHI”


IL CARABINIERE ACCUSA I COLLEGHI: "FU UN’AZIONE COMBINATA. GLI DISSI: ‘BASTA, CHE CAZZO FATE, NON VI PERMETTETE". 

SALVINI INVITA LA SORELLA E I PARENTI DI STEFANO AL VIMINALE: "SONO I BENVENUTI. EVENTUALI REATI DEVONO ESSERE PUNITI,MA…"

(ANSA) "Caso Cucchi, sorella e parenti sono i benvenuti al Viminale. Eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa devono essere puniti con la massima severità, ma questo non può mettere in discussione la professionalità e l'eroismo quotidiano di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi delle forze dell'ordine". Lo dichiara il ministro dell'Interno Matteo Salvini.


SPINTE E CALCI IN FACCIA

«Gli dissi 'basta, che c...fate, non vi permettete». Queste le parole che Francesco Tedesco disse ai suoi colleghi carabinieri Di Bernardo e D'Alessandro (anche loro imputati come lui di omicidio preterintenzionale, ndr) mentre uno «colpiva Cucchi con uno schiaffo violento in volto» e l'altro «gli dava un forte calcio con la punta del piede». È quanto si legge nel verbale di interrogatorio di Tedesco del 9 luglio 2018.


ilaria stefano cucchiILARIA STEFANO CUCCHI
«Fu un'azione combinata, Cucchi prima iniziò a perdere l'equilibrio per il calcio di D'Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l'equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore», racconta Francesco Tedesco. «Spinsi Di Bernardo -aggiunge Tedesco- ma D'Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra».


«Iniziai ad avere paura anche per un'altra ragione e cioé perché quando ero in ferie fui contattato da D'Alessandro e Di Bernardo i quali mi dissero che avrei dovuto farmi i c... miei». Si legge ancora nel verbale del carabiniere: «Il D'Alessandro, inoltre, mi aveva detto di aver cancellato quanto lui aveva scritto sul registro del fotosegnalamento».

matteo salvini intervistato (8)MATTEO SALVINI INTERVISTATO
Tedesco ha anche parlato del suo rapporto con il maresciallo Mandolini, allora comandante della stazione Appia dove fu portato Cucchi che, secondo quanto sostiene Tedesco, sapeva di ciò che era accaduto. «Quando dovevo essere sentito dal Pm, il maresciallo Mandolini non mi minacciò esplicitamente ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno», mette a verbale Tedesco. E riferisce che prima di recarsi a piazzale Clodio per il primo interrogatorio del Pm, Mandolini gli disse: «Tu gli devi dire che stava bene, gli devi dire quello che è successo, che stava bene e che non è successo niente...capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare».

Fonte: qui


SVOLTA NEL CASO STEFANO CUCCHI: UNO DEI TRE CARABINIERI CONFESSA IL PESTAGGIO 

IL MILITARE IMPUTATO DI OMICIDIO PRETERINTENZIONALE CHIAMA IN CAUSA DUE COLLEGHI 

LA SORELLA DI STEFANO, ILARIA: “IL MURO E’ STATO ABBATTUTO” 

SPARITA LA RELAZIONE DELL’ARMA SUL PESTAGGIO


Ilaria Sacchettoni per roma.corriere.it

Colpo di scena al nuovo processo istituito per la morte di Stefano Cucchi. Uno degli imputati, il carabiniere Francesco Tedesco, ha confessato di aver pestato il trentenne morto giorni dopo l’arresto all’ospedale Pertini. Non solo ma ha anche chiamato in causa i suoi colleghi dell’Arma Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro a processo per omicidio preterintenzionale.È la prima ammissione di responsabilità al processo bis per la morte di Cucchi. In aula i genitori di Stefano hanno ascoltato la rivelazione con una espressione composta.

Sparita la relazione dell’Arma sul pestaggio
Come se non bastasse dagli archivi dell’Arma è sparita la prima relazione, che attestava il pestaggio subito dal giovane, arrestato per spaccio di droga, alla periferia di Roma, il 15 ottobre 2009 e morto in ospedale una settimana dopo.

Pestato perché non collaborava
stefano cucchiSTEFANO CUCCHI
Nel nuovo processo per Stefano Cucchi a giudizio, per omicidio preterintenzionale, sono finiti i tre carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco che, quella notte, mentre erano in corso gli accertamenti che accompagnano sempre il fermo di un indiziato, lo sottoposero, secondo l’accusa, a un violento pestaggio. Il motivo? Cucchi si sarebbe rifiutato di collaborare sia alle perquisizioni che al fotosegnalamento. E per questo, secondo quanto scrive il pm Giovanni Musarò, il giovane fu colpito «con schiaffi, pugni e calci, fra l’altro provocandone una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale».

Gli altri due militari a processo

Ma a processo, per decisione della gup Cinzia Parasporo, sono finiti anche i loro colleghi Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini, accusati (come pure lo stesso Tedesco) di aver testimoniato il falso durante il primo processo calunniando gli agenti della polizia penitenziaria benché innocenti e di aver mentito sulle circostanze del fotosegnalamento. Mandolini, in particolare, per il pm, aveva tentato di accreditare l’idea che il ragazzo non fosse stato sottoposto a fotosegnalamento su sua richiesta mentre la procedura fu elusa perché ritenuta rischiosa: le foto avrebbero testimoniato i segni delle percosse.

Fonte: qui
Stefano CucchiSTEFANO CUCCHI

IL GENERALE NISTRI INTERVISTATO DA MASSIMO GIANNINI SUL CASO CUCCHI: 

''SIAMO UMANAMENTE VICINI ALLA FAMIGLIA, SONO SICURO CHE IL PROCESSO CHIARIRÀ TUTTO. MA QUI SI TRATTA DI UNA VIOLENZA DI ALCUNI, NON SI TRATTA DI UNA VIOLENZA DI STATO. 

L'ARMA SI SCUSA SEMPRE QUANDO QUALCUNO DEI SUOI MEMBRI VIOLA LA LEGGE''

Intervista di Massimo Giannini per www.radiocapital.it

Generale, dopo nove anni finalmente sappiamo la verità: il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi non è morto cadendo dalle scale - come qualcuno, anche uomini in divisa, aveva provato a dire – ma è morto pestato a sangue da tre carabinieri. Ilaria Cucchi ha detto che è caduto il muro. Lei cosa si sente di dire?

Innanzitutto, sicuramente e con convinzione ribadisco la nostra vicinanza umana e la nostra solidarietà alla famiglia Cucchi, che ha subito un lutto così grave e in circostanze così particolari. Adesso si è aperto uno spiraglio di luce, mi sembra che sia la prima volta che un militare di quelli presenti quella sera ha riferito la sua verità.

nistri con franceschiniNISTRI CON FRANCESCHINI
Ovviamente questa verità dovrà poi essere passata al vaglio e al giudizio della Corte e dell'autorità giudiziaria, ma sotto questo profilo siamo assolutamente a fianco dell'autorità giudiziaria: è ora che possano essere accertate tutte le cause, i motivi e le dinamiche di quella sera. Quando sarà definito tutto, l’Arma dei carabinieri sarà assolutamente lieta di ciò che emergerà, perché l’Arma dei carabinieri deve in ogni circostanza riaffermare la piena trasparenza delle proprie decisioni.

Cosa ha provato quando ha letto la deposizione di Francesco Tedesco?
Ho provato quello che provano tutti i carabinieri che agiscono e hanno giurato fedeltà alla Costituzione, che recita all’articolo 13 che è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. Su questo punto, su cui mi sono espresso più volte pubblicamente, vale la pena essere chiari: se sei carabiniere, devi avere assoluto rispetto delle leggi, delle persone e della dignità umana, soprattutto delle persone sottoposte alla tua vigilanza; e il carabiniere ha il dovere, morale prima che giuridico, di dire la verità, e di dirla subito.

Quelle della deposizione di Tedesco sono frasi molto crude, che delineano uno scenario assolutamente inqualificabile. Detto questo, sarà uno scenario che dovrà essere sottoposto al vaglio confermatorio del processo. Aspettiamo con la netta e chiara condanna che riguarda tutti i casi nei quali si possa anche solo ipotizzare una carenza così grave di moralità. I tre militari sono stati sospesi dal servizio e, se ritenuti colpevoli, chiaramente si arriverà alle conseguenze previste dalla legge, che vanno fino alla destituzione. Come del resto ha fatto l’Arma, per motivi diversi e sotto una normativa diversa, anche nei confronti dei due ex carabinieri che sono stati accusati di quell’altro fatto drammatico di Firenze.

Giovanni Nistri CARABINIERIGIOVANNI NISTRI CARABINIERI
Mi pare di capire che nell’Arma ci sia consapevolezza di quanto sia grave ciò che è accaduto.

Mi sembra che sia assolutamente ovvio. Ma direi di più: capisco che il termine violenza di Stato sia una sintesi giornalisticamente sintetica. Ma qui si tratta di una violenza di alcuni, non si tratta di una violenza di Stato. Lo Stato non può essere chiamato come responsabile dell'irresponsabilità di alcuni.

Sembra esserci però qualcosa in più del comportamento inaccettabile di qualche singola divisa. Ieri, su Repubblica, Carlo Bonini ha parlato di sette falsi macroscopici: il verbale di arresto e perquisizione di Cucchi, il registro del fotosegnalamento della caserma Casilina dove Stefano era stato pestato, le due annotazioni della caserma di Tor Sapienza dove Stefano era stato trasferito per trascorrere la notte in attesa del processo per direttissima, il registro che custodiva la nota di servizio con cui Tedesco aveva informato per iscritto di quanto accaduto nel giorno della morte di Stefano. Insomma, la sensazione è che di fronte a questi sette falsi macroscopici non ce la si può cavare parlando di qualche singolo militare. Non c’è una responsabilità più alta risalendo le gerarchie? Non vi sentite tutti in qualche misura coinvolti?

Che nell'Arma ci sia amarezza e anche tristezza per quello che sembra emergere non c'è alcun dubbio.

NISTRINISTRI
Ma vorrei ricordare a tutti che si tratta di accertamenti che sono ancora in corso, di cui noi non siamo al corrente perché l’autorità giudiziaria non è tenuta a venirci a indicare i singoli aspetti. Quello che ho detto per i tre vale esattamente per tutti: nel momento in cui saranno accertate delle responsabilità, l'Arma prenderà le decisioni che le competono sulla base delle normative di legge. Non vogliamo guardare in faccia a nessuno. Vogliamo semplicemente che possa essere definito nella sua compiutezza il fatto. Il mancato controllo, se c'è stato e se sarà accertato, sarà perseguito. Spero che su questo spero che non ci siano dubbi.

Il tema era capire fino a che punto ci sono stati interventi di copertura e insabbiamento. Non possono essere stati solo tre appuntati a combinare questo fattaccio. Con il suo predecessore, il generale Del Sette, avete mai parlato del caso Cucchi? Avete mai avviato un’indagine interna? Si è discusso nelle alte gerarchie dell’arma?

Il general Del Sette, mio predecessore, il 18 dicembre 2015 rilasciò una dichiarazione che a mio modo di vedere era illuminante: “È una vicenda estremamente grave”, diceva, “saremo accanto alla magistratura con forza e convinzione come sempre, per arrivare fino in fondo alla verità per poi adottare con tempestività i dovuti provvedimenti”. Naturalmente il generale Del Sette si esprimeva con vicinanza nei confronti della famiglia Cucchi e della triste vicenda di Stefano prima e dopo quel 15 ottobre, e ribadiva la necessità di avviare con determinazione la ricerca della verità.
IL POST DI ILARIA CUCCHI SU FRANCESCO TEDESCOIL POST DI ILARIA CUCCHI SU FRANCESCO TEDESCO

Per rispondere alla sua domanda precisa, in queste condizioni, in questa situazione, l'Arma non sta svolgendo alcun accertamento interno per quanto concerne ciò che è ancora al vaglio dell'autorità giudiziaria. Nel momento in cui l’autorità giudiziaria avrà accertato, l’Arma provvederà di conseguenza. È bene che l’autorità giudiziaria, che è un organo terzo, possa definire la situazione. Procederemo alla stigmatizzazione delle eventuali responsabilità che emergeranno. Nel frattempo, naturalmente, se ci sono aspetti compiutamente definiti sotto il profilo giudiziario, già abbiamo avviato le procedure di competenza. Ricordo che, in fase cautelare, già il generale Del Sette sospese i tre carabinieri.

Una sospensione che non era dovuta, era un provvedimento che l’Arma ha assunto facoltativamente, nella propria autonomia. Così come nel momento in cui una parte seppure minimale dell’inchiesta che riguarda il triste caso Cucchi, e mi riferisco al proscioglimento per prescrizione dei tre militari, l’Arma ha proceduto a un'inchiesta di Stato che potrebbe arrivare ai procedimenti massimi e che è in corso. È un procedimento collaterale e di meno grave importanza di quello ancora in corso volto ad accertare le cause esatte del decesso. Però ugualmente stiamo procedendo.

C’è la sensazione che ci siano stati insabbiamenti, ma anche intimidazioni. Il 9 luglio Tedesco era davanti al pubblico ministero per la sua confessione e il comandante del nucleo di Brindisi con molta fretta lo contattò per notificargli un procedimento disciplinare di stato, di fatto la destituzione. È stato un tentativo di intimidirlo?

ILARIA CUCCHI SU CHIILARIA CUCCHI SU CHI
Mi verrebbe da dire che a pensare male a volte ci si azzecca ma si fa sempre peccato. Per uscire fuori da ogni area di indeterminatezza, le dico: il 13 aprile l'Arma ha acquisito la sentenza con la quale si dichiarava non luogo a procedere nei confronti dei tre (Tedesco, D’Alessandro e Di Bernardo) per il reato di abuso di autorità contro arrestati e detenuti. Da quel momento, per legge, l’amministrazione aveva 90 giorni di tempo per avviare un’eventuale inchiesta formale.

Per Tedesco in particolare, per un problema tecnico dovuto a un ricorso che lui aveva fatto, il termine decorreva dal 20 aprile. Il 6 luglio, il comando generale ha ordinato l'inchiesta formale nei confronti di tutti e tre i militari. Il 9 luglio, entro i 90 giorni dalla scadenza del termine, è stata effettuata la formale attestazione degli addebiti nei confronti dei carabinieri. Il 10 luglio è stata effettuata la contestazione. Dati alla mano, la illazione anche offensiva del buon nome dell'Arma è smentita categoricamente dalle date. Siccome i termini dei procedimenti disciplinari sono perentori, che non consentono alcuno sforamento, le dico anche che il 3 ottobre 2018 l’ufficiale inquirente ha dichiarato conclusa l’inchiesta formale che è stata rimessa al comando generale per le valutazioni di pertinenza.

Riccardo Casamassima è il primo che provò a raccontare la sua verità con la sua testimonianza e fece riaprire il processo sul caso Cucchi dopo quell’incredibile sentenza di primo grado che parlava di morte per malnutrizione. Casamassima ha scritto su facebook un post in cui si rivolge a Tedesco: “Bravo Francesco, da oggi ti sei ripreso la tua dignità”. Questo può valere anche per l’Arma? Qual è lo stato d’animo dei carabinieri? Vi sentite sotto processo?

ilaria stefano cucchiILARIA STEFANO CUCCHI
Non credo che l'Arma debba riacquistare alcuna dignità. Quando qualcuno dice che l'Arma si deve risollevare, io dico che l'Arma si risolleva tutti i giorni attraverso i sei deceduti per causa di servizio che abbiamo avuto quest’anno, attraverso i 1092 feriti che abbiamo avuto quest’anno per la lotta alla criminalità, attraverso l’impegno quotidiano. L'Arma si sente amareggiata perché alcuni suoi componenti sono coinvolti in una vicenda che sicuramente non fa onore, ma l'Arma non è questi singoli componenti, è tutto ciò che viene espresso sul territorio tutti i giorni. E tutto ciò che continuerà a essere espresso, perché non ci fermeremo, andremo avanti con ancora maggiore convinzione nel sottolineare le cose che devono essere fatte meglio.

Lei dice giustamente che l’Arma non deve recuperare la sua dignità, tuttavia penso che di fronte a questa tragedia ci sia molto lavoro da fare. Anche perché le esperienze passate di questo paese, sotto questo profilo, e non parlo solo dei carabinieri, sono tutt’altro che gratificanti, dal G8 di Genova al caso Sandri. Talvolta le forze dell’ordine, senza voler nulla togliere alla fondamentale importanza del loro ruolo, hanno compiuto fatti per i quali poi non c’è stata sanzione o risarcimento morale. Anzi, a volte i protagonisti di quelle vicende sono stati addirittura promossi. Lei non pensa che sia questo che possa intaccare la fiducia nelle forze dell’ordine?

Concordo con lei sulla necessità di proseguire sulla strada del rispetto della dignità umana. Nei nostri corsi, a tutti i livelli, svolgiamo esplicite e specifiche lezioni addestrative su questi temi. Sulle promozioni, le dico che per poter valutare le persone per gli avanzamenti ai gradi superiori ci sono norme differenziate che riguardano la promozione degli ufficiali, dei marescialli e via discorrendo. Alcune sono promozioni che avvengono necessariamente per anzianità.

ilaria cucchiILARIA CUCCHI
Dobbiamo anche considerare che, oggi come oggi, la legge prevede la possibilità di non valutare una persona, anche solo per anzianità, solo in presenza di determinate circostanze, ad esempio un rinvio a giudizio. Se non c’è quello, amministrativamente parlando non si può procedere. Se c’è un qualche motivo, è interesse dell’Arma a tutti i livelli evitare che ci siano dei premi non meritati, ma ci deve essere un aggancio alla previsione normativa. Anche perché poi, in definitiva, non scordiamoci che nella Costituzione esiste una presunzione di non colpevolezza che purtroppo limita. Quando poi si rientra nei casi previsti, stia pur certo che non viene promosso nessuno. Anzi, che questo qualcuno non viene neppure valutato.

Fra i casi, ovviamente, ci sono anche vicende simili a quelle di Stefano Cucchi, come quelli di Uva e Aldrovandi…
Vorrei fare una precisazione che riguarda il caso Uva. Dopo dieci anni, in primo e in secondo grado i carabinieri e i poliziotti sono stati assolti. E questo credo che sia comunque un dato che va tenuto conto. Anche perché poi generalizzare eccessivamente non fa bene alla discussione.

In questi giorni si sente dire che quando certe persone, soprattutto quelle un po’ borderline, vengono portate nelle caserme, le botte sono la norma. È così?
Per quanto mi riguarda, io non ho mai assistito in mie caserme a fatti del genere. Io, come la stragrande maggioranza. Anzi, noi proteggiamo gli arrestati. A Taranto, il 7 ottobre, quella persona che buttò la figliolina dalla finestra fu protetta dal linciaggio della popolazione dai carabinieri. Io non escludo che ci possano essere dei momenti particolari, ma questi sono fatti che non dobbiamo mai accettare. D’altro canto, non ci scordiamo che mediamente, ogni anno, la sola Arma dei carabinieri ha 2000 feriti, quasi dieci al giorno, per aggressioni dei criminali con i quali si confrontano. Quindi bisogna anche valutare se il fatto sia avvenuto nel momento in cui si procede all’arresto oppure nel momento in cui la persona non è più in condizione di offendere ed è all’interno di una caserma. Dico sempre a tutti i militari con i quali mi confronto che il detenuto, l’arrestato, la persona affidata alla nostra custodia diventa sacra.
STEFANO CUCCHI E LA SORELLA ILARIASTEFANO CUCCHI E LA SORELLA ILARIA

Stefano Cucchi era una di queste persone deboli e purtroppo non è stata considerata sacra. Lei che idea si è fatto di quel ragazzo? Lei è anche un padre, quel ragazzo poteva essere suo figlio: ci ha mai pensato?
Certo che ci ho pensato. Che pensa, che un padre non pensi sempre, ogni giorno, ai propri figli, e non riporti le esperienze che vive o che legge sui propri figli? Ogni volta che avviene questo, mi interrogo su che cosa ho fatto per i miei figli perché loro non debbano essere comunque coinvolti o sentirsi deboli, questo è il discorso. Io penso sempre ai genitori anche quando vengono arrestati dei giovani. Quando quattro giovani, o meglio uno accompagnato da tre minorenni, prese un palo e sfasciò la testa a un carabiniere e prese a calci un carabiniere facendogli perdere un occhio, io ho sempre pensato ai genitori, a quello che avevano e non avevano fatto, e mi sono sempre interrogato su tutte le manchevolezze del mio essere padre.

La famiglia di Stefano Cucchi ha avuto un comportamento esemplare. Se non fosse stato per il coraggio della sorella, Ilaria, questa vicenda non sarebbe mai riemersa…
Mi scusi se la interrompo. Oggi ho letto una dichiarazione della signora Cucchi: ha detto “io amo l’Arma dei carabinieri”. Credo che questa dichiarazione non abbia bisogno di commenti.

Ilaria Cucchi chiede a Salvini delle scuse. Lei si sente di chiedere scusa?
L'Arma si scusa sempre quando alcuni dei suoi componenti sbagliano e vengono meno al loro dovere.

Stefano CucchiSTEFANO CUCCHI
Questo è uno di quei casi, mi pare.
L’Arma si scusa sempre quando alcuni dei suoi componenti sbagliano e viene accertato che vengono meno al loro dovere. È una frase che dice tutto. Ci sono episodi esecrabili, per i quali l'Arma giustamente si deve scusare, non come istituzione ma per il fatto che alcuni dei suoi componenti, chiamiamoli infedeli o scorretti, sono venuti meno al dovere che avevano anche nei confronti della stessa Arma di essere quello che avrebbero dovuto essere.

Salvini ha invitato Ilaria Cucchi al Viminale. Lei fa altrettanto?
Ho già avuto modo di ricevere la signora Cucchi e il suo avvocato in un’altra circostanza. Non ho alcun motivo per non incontrare chiunque qualora si ritenga opportuno un nuovo incontro. Ho già espresso alla signora Cucchi il parere del nuovo Comandante generale dell’Arma, che era esattamente identico al parere del precedente Comandante generale dell’Arma, che è assolutamente identico al parere dell’Arma dei carabinieri.

Vi siete parlati in queste ore?
No, francamente no.

Allora è lei che la deve invitare.
La signora Cucchi sa che non c’è nessun problema. Ma se pensa che sia opportuno un invito pubblico, ben volentieri.

Da Generale, cosa cambia per l’Arma dopo questa vicenda?
Spero non cambi niente sotto il profilo del rendimento in servizio, come dimostriamo tutti i giorni. Il dolore della famiglia Cucchi è la nostra tristezza e la nostra amarezza perché siamo stati colpiti profondamente nel senso dell’onore e del dovere. Non credo di dover dire di più.
Stefano CucchiSTEFANO CUCCHI

Ci impegneremo con ancora maggiore forza da un lato a sostenere il rispetto della legge e della persona, e il dovere morale e giuridico di dire sempre la verità, e subito, senza ritardo. Per il resto, cercheremo di impegnarci quotidianamente per evitare che simili cose si possano riprodurre, quantomeno per la lunga estensione di un fatto che, se fosse stato ben definito fin dall'inizio da parte di tutte le istituzioni che sono intervenute sul caso specifico, sarebbe stato un bene per tutti. Per lo stato, per l'Arma, e soprattutto per una famiglia che è in attesa di giustizia.

Ferma restando la stima per l’Arma dei carabinieri, questa è una macchia molto profonda e dolorosa nel tessuto sociale e morale di questo paese. Tocca a voi ripulirla e ritornare sulla scena con ancora più forza e dignità. Il diritto e lo Stato siete voi, dobbiamo poterci fidare.
Grazie, ma ribadisco: pensiamo anche ai nostri feriti. Il loro impegno e il loro sacrificio contribuisce giorno dopo giorno a dilavare le macchie di cui lei parla.

Fonte: qui


domenica 30 settembre 2018

“SERENA FU UCCISA NELLA CASERMA”: DOPO 17 ANNI LA SVOLTA NEL CASO MOLLICONE.


TROVATE SUL CORPO TRACCE DI LEGNO DELLA PORTA DELLA STAZIONE DELL'ARMA DI ARCE

SERENA ERA ANDATA A DENUNCIARE UN GIRO DI SPACCIO NEL QUALE A SUO DIRE ERA COINVOLTO IL FIGLIO DEL COMANDANTE, E FU…


Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera”

serena mollicone 9SERENA MOLLICONE 
Una porta e una caldaia alleati degli investigatori. Un abbinamento finora inedito di frammenti di legno e vernice che riscrive il delitto di Serena Mollicone. Elementi di prova anche impensabili quando il cadavere della ragazza fu rinvenuto 17 anni fa in una campagna della Ciociaria, legati oggi tra loro nell' avviso di conclusione indagini che la Procura di Cassino depositerà entro metà ottobre.
«Con un margine di errore ormai infinitesimale - si sbilancia un inquirente - possiamo dire che l' omicidio avvenne all' interno della caserma dei carabinieri di Arce». All' esito dell' ultima perizia affidata al Ris trova così ulteriore sostanza l' iscrizione come indagati per omicidio volontario e occultamento di cadavere dell' ex comandante Franco Mottola, della moglie Anna e del figlio Marco.
serena mollicone 7SERENA MOLLICONE 
E con loro quella dell' ex vice comandante della stazione, il luogotenente Vincenzo Quatrale accusato di concorso morale nell' omicidio e istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi che aveva registrato l' ingresso della 18enne in caserma. Infine, l' appuntato Francesco Suprano indagato per favoreggiamento.
Il capo della studentessa fu sbattuto contro una porta in legno, è la ricostruzione del pm Beatrice Siravo. Un urto così violento da lasciare su di lei tracce forse decisive. Un anno fa una prima perizia scrisse che la porta, rinvenuta e sequestrata in un sottoscala della palazzina, ha ancora ben evidenti segni che per forma e dimensioni sono compatibili con la frattura alla tempia sinistra della vittima. Due giorni fa il Ris ha certificato che i frammenti di legno sugli abiti di Serena non solo provengono da quella porta ma si sarebbero staccati proprio per quell' impatto.
serena mollicone 5SERENA MOLLICONE 
Serena, che in caserma si era recata per denunciare un giro di spaccio nel quale era coinvolto a suo dire anche il figlio del comandante, secondo l' accusa fu affrontata e picchiata dalla famiglia Mottola, poi portata in un campo, legata mani e piedi, incappucciata con una busta di plastica e lasciata soffocare con del nastro adesivo.
serena mollicone 4SERENA MOLLICONE 
Sulla parte interna di quest' ultimo c' erano ancora tracce di vernice bianca, che la stessa perizia associa ora a una caldaia presente negli alloggi del comandante. «Arrivano buone notizie, sono fiducioso. Ora manca solo l' ultimo tassello», dice Guglielmo, il papà di Serena, che dal 2001 chiede giustizia. 
Il pezzo mancante è quello di possibili ulteriori complici nell' occultamento del corpo ormai esanime tra i cespugli di Fonte Cupa. I carabinieri del comando provinciale di Frosinone, guidati dal colonnello Fabio Cagnazzo, battono diverse piste. Una di queste li ha portati fino a Chem, distretto di Lublino, in Polonia, per ascoltare due ragazze che lavoravano in zona quando ci fu il delitto. Un viaggio senza esito che non chiude però la speranza di arrivare finalmente alla verità.
Fonte: qui

martedì 7 agosto 2018

ROMA - “SI È RIFIUTATA DI DARMI I SOLDI PER LA COCA”. LUI LA UCCIDE A PICCONATE

AMMAZZATA DA UN AMICO A COLPI DI PICCOZZA. L’UOMO, UN AUTOTRASPORTATORE DI 42 ANNI, HA VAGATO TUTTA LA NOTTE VERSO LA SUA CASA DI TERRACINA, POI HA CONFESSATO 

I VICINI: “ERA UNA DONNA SELVAGGIA. NEL SUO APPARTAMENTO C’ERA SEMPRE…”


Giovanni Del Giaccio e Raffaella Troili per ''Il Messaggero''

emanuele riggione elena panettaEMANUELE RIGGIONE ELENA PANETTA
Voleva ancora soldi per comprare altra cocaina ma lei si è opposta. Così al culmine di una lite Emanuele Riggione, 42 anni ha afferrato una piccola piccozza e un coltello e colpito più volte Elena Panetta, la donna di 57 anni che lo ospitava da 8 mesi. Era mezzanotte. La vicina ha sentito dei rumori forti, il cane, un pinscher, abbaiare ma più di tanto non ci ha fatto caso, a casa di Elena c' era sempre una festa fino a notte fonda raccontano allo Statuario. Poi il silenzio.

Riggione, ha lasciato la chiave nella toppa di casa è uscito nel cortile, ed è salito sulla Panda della donna. Ha vagato tutta la notte, diretto verso Terracina, la sua terra d' origine. Aveva ancora le macchie di sangue su un piede quando si è presentato al comando provinciale dei carabinieri di Latina. Ha suonato, è entrato come se dovesse fare una qualsiasi denuncia, si è avvicinato al piantone della caserma e ha detto: «Ho fatto una cosa gravissima».
elena panetta uccisa per una dose di cocaina 8ELENA PANETTA UCCISA PER UNA DOSE DI COCAINA

Erano circa le 9,30: Emanuele Riggione, 42 anni compiuti una settimana fa, confessava poco dopo, in lacrime, di aver ucciso Elena, nel suo appartamento, in via Corigliano Calabro.

«Un' amica», così l' ha descritta al sostituto procuratore Valerio De Luca che lo ha arrestato con l' accusa di omicidio aggravato. «Eravamo entrambi sotto l' effetto della cocaina, le ho chiesto i soldi per andarne a comprare altra ma lei si è rifiutata, abbiamo iniziato a litigare e a quel punto mi è scattato un raptus».

elena panetta uccisa per una dose di cocaina 6ELENA PANETTA UCCISA PER UNA DOSE DI COCAINA



Originario di Terracina, dove ha vissuto fino a qualche anno fa e dove sono i familiari, l' autotrasportatore ha due figli, è in fase di separazione dalla moglie e disoccupato da qualche mese.

Ai carabinieri ha raccontato che dopo il delitto e dopo aver girovagato per Roma aveva deciso di tornare «nella sua terra» per farla finita. Alle 6,30 si è fermato al confine tra Terracina e Latina ma poi non ha avuto il coraggio e ha deciso di presentarsi in caserma.
elena panetta uccisa per una dose di cocaina 7ELENA PANETTA UCCISA PER UNA DOSE DI COCAINA




I militari hanno avvisato i colleghi romani e nel giro di poco hanno avuto la conferma: i carabinieri della compagnia Casilina sono entrati nella casa al pian terreno con l' aiuto dei vigili del fuoco e scoperto il corpo della donna a terra nel soggiorno, aveva ferite alla testa e sul corpo.

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C' era anche l' arma del delitto. Riggione è stato arrestato con l' accusa di omicidio aggravato. Elena, separata da anni, viveva nella casa del padre da sempre, allo Statuario. Lascia due figli, la ragazza si era laureata da poco, a Firenze. La donna lavorava come assistente scolastica in un istituto professionale di Tor Carbone. Aveva un cagnolino, Eva, molto conosciuto nel quartiere perché «abbaiava sempre quando era solo nel cortile di casa». «In casa sua c' era sempre una gran confusione fino a notte», raccontavano nella zona.
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I VICINI
Elena era una donna «libera, esuberante, selvaggia, eccessiva», certo «c' era un viavai poco raccomandabile» dice qualcuno; «una brava donna, poi ognuno fa quel che vuole», replicano altri.

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Qui allo Statuario tutti si conoscono, «nella palazzina davanti abita il fidanzato della povera Pamela Mastropietro». Elena arrotondava affittando una stanza, il suo appartamento era molto grande.
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Quanto a Riggione, aveva fatto anche tratte estere, si era sottoposto a un programma di disintossicazione in una comunità ma senza esito. Aveva piccoli precedenti per ricettazione, furto e droga.

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Proprio per quest' ultima è scoppiata la lite con Elena, che su Facebook, più volte aveva pubblicato foto che la ritraevano con il volto circondato dalla scritta No alla violenza sulle donne. Nel suo profilo si descriveva solare estroversa ma non pestarmi! viene fuori il killer che è in me! Non accetto Sogni da sconosciuti.

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