9 dicembre forconi

domenica 24 febbraio 2019

GUERRA COMMERCIALE: IL BALTIC DRY INDEX

Risultati immagini per noli marittimi commercio
In un mondo normale un analista o ricercatore che da mesi mette in guardia sulle reali condizioni dell’economia globale, verrebbe segnalato e intervistato e giudicato in base alle sue previsioni , alla sua capacità di andare oltre l’ottimismo di maniera di un mondo ormai dipendente dalle droghe delle banche centrali o dalle fantasie di analisti ed economisti a libro paga dell’oste che ogni giorno in televisione o sui giornali specializzati, pontifica sul nulla o meglio lucida il suo conflitto di interesse.
Non ci voleva poi molto a comprendere che le dinamiche del commercio globale si manifestano dai 6 ai 9 mesi dopo l’inizio di una guierra commerciale.


Allarme dal Baltic Index, il vero indicatore di crisi economica: L’ultimo allarme mondiale arriva dal Baltic Dry Index: segnali di crisi economica dal commercio internazionale https://www.money.it/Baltic-Dry-Index-indicatore-crisi-economica?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter 

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La serie impressionante di dati negativi che da mesi si stanno palesando in ogni angolo globale, dovrebbe far riflettere sulle conseguenze di una guerra commerciale, dovrebbe fare riflettere sul fatto che da tempo siamo alla fine di un ciclo economico blando, tenuto in piedi esclusivamente dalla più imponente dose di stimoli fiscali e monetari della storia.
Ieri la giornata è iniziata in Giappone, passando dall’Europa è finita in bellezza in America…


A slump in manufacturing indexes around the world is feeding anxiety over global growth. Japan's Manufacturing PMI dropped in contractionary territory for first time since 2016, Germany Manufacturing PMI dropped to a 74mth low of 47.6. https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-02-21/manufacturing-slump-keeps-euro-area-economy-close-to-stagnation 

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PMI manifatturiere del Giappone
Ricordo a tutti l’imponente dose di stimoli monetari e fiscali immessa nell’economia giapponese negli ultimi anni, nessuna possibilità di scappare alla deflazione da debiti al triplo decennio perduto iniziato negli anni 90.
Ma proseguiamo con la Germania…


Weakness in Euro zone manufacturing isn't new. Germany's PMI began falling Jan. 2018 and is still falling now. Glass half full: weakness predates trade tensions, i.e. is mostly just the usual global manufacturing cycle. Glass half empty: not easy for Europe to push back on the US

18 utenti ne stanno parlando
Nel pomeriggio poi collassa nuovamente l’indice di Philadelphia, Philly per gli amici, il secondo distretto manifatturiero d’America…
Ma la ciliegina sulla torta arriva del mercato immobiliare dove le vendite di case esistenti sono crollate per l’ennesima volta. In mattinata con un amico avevo scommesso che l’indice sarebbe stato negativo per sotto alle aspettative di un aumento dello 0,80% centrando in pieno in calo a meno 1,2 %, le mie fonti in America sono formidabili.
La più grande delusione dell’economia del 2018 è stata il settore abitativo della nazione e la prima indicazione definitiva del 2019 non è favorevole. Le vendite di case esistenti sono crollate dell’1,2 percento a gennaio con un tasso annualizzato di 4.940 milioni che è vicino alla fascia bassa del range di consenso di Econoday.


The National Association of Home Builders are at their annual conference in Vegas and right on cue their market index blew away consensus and the hard data (existing home sales) coming in at 62 vs prior 58. The power of group think and free booze wins again!

26 utenti ne stanno parlando
Come più volte suggerito dal nostro Machiavelli nel frattempo l’illusione immobiliare è finita anche in Australia, mentre il prezzo della casa mediano di Sydney è ancora superiore a 900.000 dollari, e la città rimane il terzo mercato al mondo meno accessibile dove solo il 45% dei residenti di età compresa tra 25 e 34 anni possiede la propria casa (meno 16% rispetto al 1980), i prezzi sono già diminuito del 12% dal picco di metà 2017.

Ancora qualche giorno di lateralità e poi la verità diventerà figlia del tempo!
Fonte: qui


P. S. Il Baltic Dry Index (BDI) è un indice dell'andamento dei costi del trasporto marittimo e dei noli delle principali categorie delle navi dry bulk cargo. Malgrado il nome indichi diversamente, esso raccoglie i dati delle principali rotte mondiali.

NIENTE CREDITO A IMPRESE E FAMIGLIE: CHI VUOLE UN PO’ DI LIQUIDITÀ NON DEVE ANDARE IN BANCA

NEL 2018 GLI ISTITUTI HANNO TAGLIATO I PRESTITI ALLE AZIENDE PER OLTRE 47 MILIARDI DI EURO E PER QUASI 3 MILIARDI AI CITTADINI: IN TOTALE I FINANZIAMENTI AI PRIVATI SONO CROLLATI DI 50 MILIARDI

"UNIMPRESA" LANCIA L’ALLARME ROSSO: SENZA IL QUANTITATIVE EASING(ALTRA PAPPATA PER I SOLITI NOTI!) DI MARIO DRAGHI, ANDRÀ PEGGIO E SARÀ SEMPRE PIÙ DIFFICILE OTTENERE DENARO ALLO SPORTELLO ...

(AGI) - Strada sbarrata per le imprese italiane in banca nel 2018: i prestiti alle aziende, nel corso dell'ultimo anno, sono calati di quasi 50 miliardi di euro (-6,60% per una discesa di 47,9 miliardi). A pesare, in particolare, sul calo e' la diminuzione di 22 miliardi dei finanziamenti a breve e di 24 miliardi di quelli di lungo periodo. In discesa di 1,5 miliardi anche i prestiti alle famiglie, nonostante il credito al consumo (+7,5 miliardi) e dai mutui (+3,8 miliardi), comparti che hanno evitato il tracollo e compensato il pesante calo registrato sul fronte dei prestiti personali (-14,1 miliardi). In totale, lo stock di impieghi al settore privato e' diminuito di oltre 50 miliardi, passando da 1.355 miliardi a 1.305 miliardi: in media oltre 4 miliardi al mese tagliati ad aziende e cittadini.

Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale negli ultimi 12 mesi, da dicembre 2017 a dicembre 2018, le rate non pagate (sofferenze) sono calate: nell'ultimo anno si e' registrata una diminuzione di oltre 67 miliardi (-40,17%) da 167 miliardi a 100 miliardi.

"Siamo preoccupati: dopo il quantitative easing di Mario Draghi, vediamo solo il buio. La situazione in banca, per le imprese italiane, e' gia' grave e potrebbe peggiorare ulteriormente, da gennaio, quando termineranno le misure straordinarie di politica monetaria attuate dalla Banca centrale europea. E poi ci sono le misure fiscali inserite nella legge di bilancio dal governo, contro gli stessi istituti bancari, che possono contribuire a creare problemi al motore del credito. Piu' tasse ai gruppi bancari, gia' alle prese con le tensioni sullo spread, si traducono gioco forza in una restrizione dei finanziamenti", commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.
CODE SPORTELLO BANCARIOCODE SPORTELLO BANCARIO

Secondo il rapporto dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia, il totale dei prestiti al settore privato e' calato nell'arco dell'ultimo anno, da dicembre 2017 a dicembre 2018, di 50,6 miliardi (-3,73%) passando dai 1.355,9 miliardi di dicembre 2017 ai 1.305,3 miliardi di dicembre 2018. Nel dettaglio, e' calato di 47,9 miliardi (-6,60%) lo stock di finanziamenti alle imprese passati da 726,6 miliardi a 678,6 miliardi: in particolare, sono calati di 22,8 miliardi (-9,52%) da 239,9 miliardi a 217,08 miliardi i crediti a breve termine (fino a 1 anno); giu' di 24,6 miliardi (-7,62%) i prestiti di lunga durata (oltre 5 anni) scesi da 323,3 miliardi a 298,7 miliardi; sono invece rimasti stabili con un calo lieve di 515 milioni (-0,32%) i finanziamenti di medio periodo (fino a 5 anni) passati da 163,6 miliardi a 162,7 miliardi.

mario draghiMARIO DRAGHI
Risultano complessivamente in leggero calo di 2,6 miliardi (-0,42%) i prestiti alle famiglie, passati da 629,3 miliardi a 626,6 miliardi: in particolare, e' salito di 7,5 miliardi (+7,98%) il credito al consumo (denaro concesso per acquistare elettrodomestici, automobili, televisori e smartphone) passato da 94,9 miliardi a 102,5 miliardi; in aumento anche i mutui di 3,8 miliardi (+1,04%), saliti da 375,3 miliardi a 379,2 miliardi; in pesante calo, invece, i prestiti personali, scesi di 14,1 miliardi (-8,87%) da 158,9 miliardi a 144,8 miliardi.

Per quanto riguarda i prestiti non rimborsati, si registra un rilevante calo delle sofferenze lorde, diminuite in totale di 67,2 miliardi (-40,17%) dai 167,4 miliardi di dicembre 2017 ai 100,1 miliardi di dicembre 2018. Il rapporto tra sofferenze lorde e prestiti e' passato dal 12,35% al 7,68%. Sono calate di 49,6 miliardi (-42,45%) le rate non pagate dalle aziende, scese da 117,05 miliardi a 67,3 miliardi; in diminuzione di 10,8 miliardi (-32,74%) anche i crediti deteriorati riconducibili alle famiglie, passati da 33,2 miliardi a 22,3 miliardi e continuano a calare anche quelli legati alle imprese familiari, scesi da 13,7 miliardi a 8,2 miliardi, in contrazione di 5,3 miliardi (-40,24%); risultano in diminuzione di oltre 1 miliardo (-33,90%) anche le sofferenze della pubblica amministrazione, delle assicurazioni, dei fondi e delle onlus, passate da 3,3 miliardi a 2,2 miliardi. Il totale delle sofferenze nette, ovvero quelle non coperte direttamente da garanzie, e' diminuito di 34,5 miliardi (-53,89%) da 64,08 miliardi a 29,5 miliardi. Il rapporto tra sofferenze nette e prestiti e' passato dal 4,73% al 2,26%.

Fonte: qui

IL MINISTRO DICE CHE NON C’E’ UNA SOLA OPERA CONGELATA (TRANNE LA TAV SOSPESA) MA LA ASSOCIAZIONE DEI COSTRUTTORI EDILI LO SMASCHERA ...

IL MINISTRO DICE CHE NON C’E’ UNA SOLA OPERA CONGELATA (TRANNE LA TAV SOSPESA) MA LA ASSOCIAZIONE DEI COSTRUTTORI EDILI LO SMASCHERA: 27 CANTIERI BLOCCATI IN ITALIA CHE COMPORTANO INVESTIMENTI PER 24,67 MILIARDI E 380MILA POSTI DI LAVORO
TUTTO FERMO DALLA BRESCIA-VERONA ALLA ROMA-LATINA, ANNUNCIATA 18 ANNI FA. E IN PUGLIA...
Francesca Angeli per il Giornale

«Non c'è una sola opera bloccata in questo paese. C'è soltanto la Tav sospesa». Nessun dubbio da parte del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che regala ai cittadini granitiche certezze.

Peccato che siano del tutto infondate. 

Possibile che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti non sappia che ci sono almeno 27 opere bloccate sparse lungo la nostra penisola? 

Possibile che il responsabile del dicastero che si occupa esattamente di questo rilasci in pubblico affermazioni prive di fondamento? 

Possibile, certo, se l'assertore dell'ennesima castroneria è l'ineffabile Toninelli. 

Eppure basta fare un semplicissimo controllo sul sito Ance, quello dei costruttori edili, e verificare la mole di cantieri aperti e fermi per svariati motivi. Molti da anni certo ma non è che questo governo si stia dando molto da fare per mandarli avanti.

I cantieri in disarmo sono in tutte le regioni. Si va dalla punta dell'iceberg, ovvero la Torino-Lione in Piemonte attraverso la Lombardia, dove si attende l'alta velocità sulla tratta Brescia-Verona, per proseguire in Toscana che da tanto agogna ad un'autostrada tirrenica. Poi giù attraverso il Lazio dove la Roma-Latina era stata annunciata 18 anni fa per arrivare poi in Puglia dove non si riesce ad avere la strada statale Maglie-Leuca da 24 anni. Si arriva ad un totale di 27 opere che comportano investimenti per 24,67 miliardi. Se tutti i cantieri riaprissero si sbloccherebbero 380.000 posti di lavoro.

Toninelli poi torna anche sulla oramai tristemente famosa analisi costi-benefici sulla Tav che, sostiene «è di natura scientifica e i dati io non li posso confutare». Peccato che lo stesso presidente della Commissione che ha elaborato l'analisi, il professor Marco Ponti, abbia dichiarato davanti alla commissione Trasporti della Camera giusto una settimana fa che «l'analisi costi-benefici è uno strumento imperfetto» e che «è manipolabile» anche se è comunque il migliore a disposizione.

CONTE TONINELLICONTE TONINELLI
Ma Toninelli, intervistato da Radio24, insiste: «dopo aver visitato le strade groviera che ci sono in Italia, gli 8 miliardi e 100 del Tav preferirei usarli per mettere in sicurezza l'esistente». Insomma Toninelli non dice che la Torino-Lione «non serve in termini assoluti» ma piuttosto che «non è al primo posto tra le priorità». Poi aggiunge un'altra chicca delle sue. «L'Ue ha dato finora all'Italia e alla Francia degli spiccioli», dice il ministro. Ma il finanziamento Ue per Tav è di 451 milioni di euro. Spiccioli per il ministro grillino che insiste su un costo per l'Italia di 20 miliardi mentre il costo per il nostro paese è inferiore ai 5.

toninelli tavTONINELLI TAV
«Fino al 2020 sono state date pochissime centinaia di milioni si sta parlando di un'opera dove il solo buco nella montagna costa 11 miliardi», prosegue. Toninelli poi annuncia che il governo sta per approvare un decreto per modificare il «codice dei contratti pubblici che sono quelli che veramente bloccano i cantieri e non permettono ai tecnici dei comuni di fare quella firmetta necessaria perché hanno paura di metterla sbagliata». Preoccupato per la perdita di investimenti e posti di lavoro il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani: «Se la Tav dovesse venire definitivamente abbandonata, andrebbero in fumo 4,2 miliardi di euro e 50mila posti di lavoro».

Fonte: qui

I GRILLINI SULLE GRANDI OPERE SONO COME I COMUNISTI: CON LA DIFFERENZA CHE IL PCI ERA ALL'OPPOSIZIONE, IL M5S GOVERNA 
IL NO DEI GIALLOVERDI ALLA TAV RICORDA LA TAMBUREGGIANTE CAMPAGNA DEL PCI CONTRO L'AUTOSOLE 
L'UNITÀ NEL '64 STRONCÒ L'A1 CON LE STESSE RAGIONI DEL M5S: “NON SAPPIAMO BENE A COSA SERVA, NON ESISTE UNO STUDIO SERIO, MEGLIO USARE I SOLDI PER ALTRO"
Paolo Bracalini per il Giornale
toninelli tavTONINELLI TAV

L'Autostrada del Sole? «Non sappiamo bene a cosa serva, non esiste uno studio serio e completo sulle conseguenze che il colossale nastro stradale avrà sull'economia del paese, non sono state calcolate le conseguenze del permanere di un sistema di viabilità ordinaria assolutamente rachitico attorno alla fettuccia autostradale», è evidente insomma «l'impegno di spremere l'economia nazionale nella direzione di una motorizzazione individuale forzata» mentre «i problemi dello sviluppo industriale, della viabilità ordinaria, del'urbanizzazione, delle campagne, sono stati tranquillamente ignorati».

l'unità contro l'autostrada del soleL'UNITÀ CONTRO L'AUTOSTRADA DEL SOLE
Ci fosse il Pci, ma quello degli anni '60, sarebbe contro la Tav. Basta rileggersi le pagine dell'Unità, allora organo del Partito Comunista Italiano, nei mesi in cui l'A1, l'Autostrada del Sole prima grande infrastruttura nazionale, stava per essere inaugurata sotto la presidenza del Consiglio di Aldo Moro, nell'ottobre 1964. Bollata come un'opera troppo costosa, frutto degli interessi capitalistici dell'industria dell'automobile, foriera di incidenti stradali e ingorghi, inutile visto lo stato delle strade statali che andavano sistemate prima di progettare un'arteria autostradale del genere. Lo stesso armamentario ideologico che il M5s (coadiuvato dalla Lega, favorevole ma non troppo) ripropone contro l'Alta velocità ferroviaria, con sessant'anni di ritardo rispetto al quotidiano del Pci sulla A1.

L'analisi costi benefici sull'Autosole, fatta dall'Unità, aveva dato esito negativo. La costruzione di autostrade, roba per ricchi, andava a togliere risorse per le infrastrutture usate dagli italiani meno abbienti. Stessa solfa della Tav, contrapposta ai treni dei pendolari. Leggiamo l'Unità di allora: «La contraddizione è palese. Si procede fra stridenti assurdi, riempiendo gli occhi di autostrade e dimenticando che mancano le strade normali in città e nel resto del paese. Velocità alte e comode, insomma. Soltanto per i redditi più elevati». I titoli di quel giorno, la vigilia dell'inaugurazione dell'Autostrada del Sole: «La spina dorsale di un sistema rachitico», «Una visione soltanto automobilistica», «L'Italia più corta?», con punto di domanda retorico perché la risposta era no.
toninelli tavTONINELLI TAV

Ma l'Unità avrebbe continuato negli anni successivi la sua campagna di stampa contro l'A1. Attribuendo all'autostrada la responsabilità di immani sciagure, dalla piaga dell'«invasione di turisti motorizzati», alle morti in incidenti stradali. Nel '67 titola «Rete autostradale sempre più fitta in Italia», come se fosse una disgrazia e non un progresso. Il motivo è il solito: «Un enorme pompaggio di risorse finanziarie sottratte ad altri investimenti». Leggiamo: «La trama delle autostrade ha compiuto certamente un grosso balzo avanti nel corso del '67. Migliaia di miliardi sottratti ad altre spese per servizi pubblici hanno fatto il miracolo.

Tuttavia malgrado le nuove realizzazioni sia per quanto riguarda svincoli che tangenziali, gli ingorghi sulle autostrade si sono verificati puntualmente anche quest'anno, dando luogo a una catena luttuosa di incidenti». L'impegno del Partito comunista, propagandato tramite il suo organo di stampa, era chiaro: «Mettere fine agli sperperi in una ragnatela di autostrade, dando rigorosa precedenza a investimenti sociali e produttivi, ecco il nostro impegno». Fosse stato per loro, l'A1 non si sarebbe fatta, a vantaggio di più moderne mulattiere. Come i grillini con le grandi infrastrutture. Con la differenza che il Pci era all'opposizione, il M5s governa.

Fonte: qui

"IN ITALIA IN GALERA CI VANNO IN POCHI E CI STANNO POCO. CRESCONO SOLO GLI ARRESTATI PER MAFIA E PER TERRORISMO"

PIERCAMILLO DAVIGO, EX PM DI MANI PULITE OGGI MEMBRO DEL CSM, NON HA DUBBI: “OGGI CONVIENE DELINQUERE, NON PAGARE I DEBITI, IMPUGNARE LE CONDANNE. NON SI HA NIENTE DA PERDERE….”


"In Italia in galera ci vanno in pochi e ci stanno poco. Crescono solo gli arrestati per mafia e per terrorismo". Piercamillo Davigo, ex protagonista di Mani Pulite e oggi membro del Consiglio Superiore della Magistratura, non ha dubbi: nel nostro Paese la giustizia non funziona perchè in troppi casi chi viene mandato a processo riesce a scamparla e le pene sono spesso troppo lievi. Un analisi impietosa che prosegue così: "Oggi conviene delinquere, non pagare i debiti, impugnare le condanne. Non si ha niente da perdere. Negli Stati Uniti, invece, impugnare determinate sentenze nel modo in cui lo si fa qui sarebbe oltraggio alla Corte. Da noi invece, soprattutto in appello, buona parte delle assoluzioni dipende dalla difficoltà da parte del giudice di conoscere a fondo il processo".

sabato 23 febbraio 2019

NON SAPPIAMO ANCORA DOVE METTERE LE SCORIE NUCLEARI

CON I PERMESSI FERMI DA ANNI, SI BLOCCA LA DISMISSIONE DELLE EX CENTRALI 
A GARIGLIANO LE OPERAZIONI SONO FERME PERCHÉ MANCANO LE AUTORIZZAZIONI 
E MENTRE SOGIN CHIUDE IL MIGLIOR ANNO PER SMANTELLAMENTI, C’È IL RISCHIO COLLO DI BOTTIGLIA…
Luca Zorloni per www.wired.it

I contratti sono stati affidati, le attività preparatorie completate. Manca solo l’autorizzazione dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), l’autorità di controllo, perché Sogin, l’azienda di stato incaricata dello smantellamento nucleare in Italia, attacchi il vessel della centrale di Garigliano, in Campania. Ossia il contenitore del combustibile radioattivo esausto. Uno dei passaggi più delicati per dismettere le ex centrali e chiudere il capitolo del nucleare in Italia.

SOGIN - RISULTATO DEL DECOMMISSIONINGSOGIN - RISULTATO DEL DECOMMISSIONING
L’operazione, annunciato lo scorso settembre dall’amministratore delegato di Sogin, Luca Desiata, attende ancora il via libera dell’Isin. Nel complesso, l’azienda dichiara di avere 34 autorizzazioni inchiodate, di cui 14 da più di tre anni. “Se l’Isin ci dà l’ok, andiamo avanti”, spiega l’ad. Ma la convinzione è che il disco verde non arriverà prima di giugno, quando scade il mandato dei vertici di Sogin.

“L’Isin attende il momento di discontinuità di giugno, perché per avviare lo smantellamento del vessel, vuole avere garanzie sulla continuità gestionale dell’azienda”, osserva Desiata: “Quindi non mi aspetto l’ok prima della conferma o della sostituzione dei vertici”.

Confermare il tandem al timone, l’ad Luca Desiata e il presidente Marco Ricotti, o scegliere nuovi rappresentati. È questo il rebus da sciogliere al ministero dello Sviluppo economico. Dove per qualche settimana è anche circolata l’ipotesi di un commissariamento, utile solo ad anticipare una scadenza di legge, e poi accantonato, come ha confermato a Wired il sottosegretario alla partita, Davide Crippa.

sogin nuovo logoSOGIN NUOVO LOGO
Le poltrone di Sogin sono sempre state contese dalla politica. Desiata e Ricotti tagliano il traguardo del mandato in un’azienda dove, in media, i manager non durano più di due anni. “Questo non ha giovato alla gestione: abbiamo attività pluriennali, serve continuità”, spiega l’ad. Sogin è un’azienda che interessa ai partiti non tanto per i soldi che muove, quanto per la materia che maneggia: lo smantellamento delle quattro ex centrali italiane (oltre a Garigliano, Trino Vercellese, Latina e Caorso), di quattro ex impianti di lavorazione del combustibile (Rotondella, Bosco Marengo, Casaccia e Saluggia), più l’impianto di Nucleco alle porte di Roma e il reattore del centro europeo di ricerca a Ispra, in provincia di Varese.

garigliano esterni soginGARIGLIANO ESTERNI SOGIN
I numeri
Dai dati del preconsuntivo 2018, presentati da Desiata, emerge che l’anno scorso si è chiuso con un andamento delle attività di decommissioning per 80,4 milioni di euro. “È l’anno migliore”, spiega l’ad. L’ultimo picco datava 2015 ed era pari a 67,7 milioni. Il 2018 si dovrebbe chiudere con un margine operativo lordo di circa 5 milioni, in linea con l’anno scorso, e con ricavi da consulenze all’estero per 14,9 milioni di euro, con le prime entrate da contratti siglati in Estremo oriente (Corea del sud, Cina e Taiwan). La previsione del budget 2019 è “di poco superiore a 100 milioni di euro”, aggiunge Desiata. Anche se “30-40 milioni sono vincolati da autorizzazioni non arrivate”, precisa.
SOGIN - PIANO DI SPESA PER IL DECOMMISSIONINGSOGIN - PIANO DI SPESA PER IL DECOMMISSIONING

Il nuovo piano industriale
Martedì 26 febbraio lo stato maggiore di Sogin sarà al ministero dello Sviluppo economico per presentare il nuovo piano industriale. I numeri, innanzitutto. Sulla base di 80 milioni di euro di smantellamento si dovrebbero innestare i progetti strutturali, ossia la cementificazione dei rifiuti liquidi alto-radioattivi al Cemex di Saluggia e all’Icpf di Rotondella e lo smaltimento delle resine da Caorso. “Mi aspetto un contributo aggiuntivo complessivo di 40-50 milioni ogni anno dal 2020 al 2024”, preannuncia Desiata.

I lavori sono stati avviati. A febbraio è stata assegnata la gara del Cemex e a gennaio lanciata quella per l’Icpf. Ma il collo di bottiglia restano le autorizzazioni. È uno dei “rischi esogeni” che possono rallentare il piano di decommissioning, che rientrerà nel progetto di ottimizzazione dei tempi e dei costi che Sogin deve presentare entro giugno all’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente (Arera). Ossia l’organo che ripaga le spese dell’azienda pescando dalle bollette delle famiglie italiane. Per la precisione, dalla compenente A2.

LA CENTRALE NUCLEARE DI GARIGLIANOLA CENTRALE NUCLEARE DI GARIGLIANO
Sogin lavora a rimborso e l’Arera ha chiesto un taglio dei costi. Attività già avviate, per esempio con la riduzione dell’organico (123 lavoratori in meno, dai 1.296 del 2015) e degli appalti all’esterno. Per la prima volta, nel piano 2018, 1,7 milioni di lavori sono stati svolti internamente. L’obiettivo di Desiata è di arrivare a una percentuale tra il 3% e il 5% del budget annuale. Sogin ha costituito un albo di fornitori per accelerare le gare e sta rinegoziando i contratti all’estero con Francia e Regno Unito per il riprocessamento del combustile esausto. Ottenendo, finora, 26 milioni di risparmio su 1,1 miliardi. Un negoziato è in corso per strappare altri sconti sui 600 milioni rimanenti.

L’incognita del deposito nazionale
Ma perché il decommissioning arrivi in porto, ci sono due ostacoli da superare. Il primo è il potenziamento dell’Isin, che ha in organico 90 persone, di cui un terzo sulla soglia della pensione. Senza, le autorizzazioni languono sulle scrivanie e il piano di smantellamento pure.

LA MAPPA DELLE CENTRALI NUCLEARI IN ITALIALA MAPPA DELLE CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA
Il secondo, e più importante, è l’avvio del percorso per individuare la località dove costruire il deposito nazionale delle scorie nucleari. La carta per identificare le aree potenzialmente idonee, la Cnapi, è pronta dal 2015, ma sotto chiave. “Sogin attende il nulla osta per la pubblicazione”, conferma Desiata. Nei mesi scorsi la mappa è stata rivista ancora una volta.

Nel frattempo il tempo corre verso il 2025, scadenza entro la quale l’Italia dovrà far rientrare le scorie radioattive stoccate all’estero. Pena firmare nuovi contratti, aggiungendo nuovi oneri ai 7,2 miliardi di spesa per tombare i rifiuti nucleari. Per Desiata si potrebbe ovviare ai ritardi iniziando a costruire i moduli che conterranno queste scorie. Ma per farlo, occorre mettere nero su bianco il nome del luogo dove sorgerà il deposito. E ancora non ce n’è nessuno in vista.

Fonte: qui