9 dicembre forconi

lunedì 24 settembre 2018

“ARANCIA MECCANICA” IN AZIONE A CHIETI


UN GRUPPO DI RAPINATORI INCAPPUCCIATI FA IRRUZIONE IN UNA VILLA E PICCHIANO IL PROPRIETARIO E LA MOGLIE, A CUI HANNO TAGLIATO IL LOBO DELL’ORECCHIO DESTRO 

I MALVIVENTI CERCAVANO LA CASSAFORTE MA QUANDO HANNO CAPITO CHE NON C’ERA HANNO DATO SFOGO ALLA VIOLENZA


È caccia ai quattro malviventi che questa notte si sono accaniti contro il chirurgo Carlo Martelli, presidente della Anffas Onlus locale, e la moglie Niva Bazzan, aggrediti e legati intorno alle 4 del mattino nella loro abitazione in località Villa Carminiello a Lanciano.

i drughi di arancia meccanicaI DRUGHI DI ARANCIA MECCANICA
Si ipotizza, secondo le prime informazioni, anche la presenza di un quinto bandito che forse fungeva da palo. I feriti sono sottoposti a cure all'ospedale di Lanciano. La donna è in chirurgia dove si sta verificando la possibilità di ricucire il lobo dell'orecchio tagliatole dai malviventi.  Il marito ha riportato un trauma cranico facciale per i numerosi pugni ricevuti ed è sotto osservazione all'unità multiservizio del nosocomio lancianese.

Dalla prima testimonianza resa dalle vittime, il lobo dell'orecchio destro della donna sarebbe stato mozzato con una specie di piccola roncola con il manico di legno che i banditi avrebbero trovato nella taverna sottostante l'abitazione. I quattro sono fuggiti a bordo dell'auto del medico, una Fiat Sedici grigio metallizzata.

I rapinatori cercavano la cassaforte. E sarebbe stata proprio la sua mancanza a far scattare la violenza contro la padrona di casa che ha subito il taglio del lobo dell'orecchio destro. I banditi, secondo le prime ipotesi investigative, sarebbero entrati da una grata, una sorta di boccaporto, calandosi da lì e finendo nella taverna sottostante la casa da dove poi hanno avuto facile accesso alle stanze superiori.

I coniugi sono stati tenuti in ostaggio per due ore durante le quali uno di loro, e non due, come appreso precedentemente, sarebbe rimasto con Martelli e la moglie, mentre gli altri tre, con l'auto della donna, una Nissan Yaris bianca, si sono recati a una filiale Bnl per prelevare dopo essersi fatti consegnare le carte di credito, poi restituite. Sul posto la Polizia e gli uomini della scientifica di Ancona.

Fonte: qui


“ERO SICURO CHE CI AVREBBERO AMMAZZATI” 

IL RACCONTO CHOC DI CARLO MARTELLI, MASSACRATO DI BOTTE DA UNA BANDA DI RAPINATORI CHE HA MOZZATO L’ORECCHIO ALLA MOGLIE A LANCIANO (CHIETI) 

“ERANO TANTO CATTIVI. UNO SOLO PARLAVA IN UN PERFETTO ITALIANO, AVEVANO GUANTI E SCARPE COSTOSE. SEMBRAVA 'ARANCIA MECCANICA'. DOPO AVER PRESO CARTE E BANCOMAT, SI SONO ALLONTANATI E MI HA SALUTATO DICENDO…” – VIDEO



BOTTE E ORECCHIO MOZZATO ARANCIA MECCANICA IN VILLA ABRUZZO, L' INCUBO BANDE
Paolo Vercesi per “il Messaggero”

la villa di carlo martelli e niva bazzanLA VILLA DI CARLO MARTELLI E NIVA BAZZAN
«Portateci alla cassaforte senza fare scherzi o vi facciamo a pezzi», e giù botte. Pugni in faccia al marito e, come prova di forza, il taglio del lobo dell' orecchio alla moglie, con una piccola roncola trovata nell' abitazione. Tutto per una cassaforte che non esisteva.

Carlo Martelli, medico chirurgo 69enne e presidente della locale associazione per disabili Anffas, e la moglie Niva Bazzan sono in prognosi riservata nell' ospedale Renzetti di Lanciano, in provincia di Chieti, e ringraziano di essere ancora vivi dopo una notte da Arancia meccanica. I medici hanno fatto del tutto per riattaccarle il pezzo di orecchio, invano.

Lui giace in un letto di Chirurgia con il volto tumefatto: trauma facciale, dicono i medici, ne avrà almeno per 40 giorni.

carlo martelli in ospedale 4CARLO MARTELLI IN OSPEDALE 4
TERZO COLPO DI FILA
Nel comprensorio frentano è la terza rapina in villa in un anno e l' efferatezza dei criminali alimenta paura e allarme. Tagliata la recinzione della villa, in contrada Carminello alle porte della città, i rapinatori sono entrati passando dalla taverna sottostante attraverso una grata, dopo aver divelto il lucchetto.

L' allarme non è scattato. Afferrata la roncola, i quattro sono saliti nelle camere da letto e da lì per i padroni di casa è cominciata una notte da incubo. Erano le 4: Carlo e Niva sono stati sorpresi nel sonno e per due ore sono rimasti in ostaggio di quattro rapinatori tutti incappucciati.

Lui è stato legato a mani e piedi, la moglie - che dormiva in un' altra stanza - alle mani. Picchiati e torturati senza pietà. Non è stato toccato il figlio disabile trentenne: i banditi hanno rovistato anche nella sua stanza ma lui non si sarebbe accorto di nulla.
carlo martelli in ospedale 3CARLO MARTELLI IN OSPEDALE 3

«Chiedevano con insistenza di sapere dove fosse la cassaforte e non credevano che non l' avessimo. Solo uno di loro ha parlato in buon italiano, gli altri sono rimasti in silenzio» hanno raccontato le vittime al vice questore Miriam D' Anastasio, dirigente della squadra mobile di Chieti che conduce le indagini coordinata dal questore Ruggiero Borzacchiello.

Non si esclude la presenza di un quinto bandito rimasto a fare da palo. Solo dopo aver tagliato l' orecchio alla donna i banditi si sono convinti che in quella casa non c' era nascosto nessun tesoretto e che dunque il loro piano era fallito.

SOLDI AL BANCOMAT
Pur di non restare a mani vuote, in tre si sono fatti consegnare bancomat e tre carte di credito dal medico e utilizzando l' auto della donna, una Yaris bianca, sono andati a prelevare qualche migliaio di euro. Il quarto criminale è invece rimasto nella casa a guardia della famiglia sequestrata. «Prega che trovo i soldi sennò quando torno ti macello» è stata l' ultima minaccia del bandito al dottor Martelli.

la villa di carlo martelli e niva bazzan 3LA VILLA DI CARLO MARTELLI E NIVA BAZZAN
Tornati alla villa, i rapinatori hanno riconsegnato le carte al malcapitato dottor Martelli e si sono dileguati a bordo della sua auto, una Fiat Sedici che ieri sera non era ancora stata ritrovata. Nella zona attivati posti di blocco ed elicotteri ma dei banditi nessuna traccia.

Sanguinante e stordito, Martelli è riuscito a liberarsi tagliando le fascette ai polsi con un paio di forbici e a chiedere soccorso al fratello Alfredo e alla sorella Teresa. Da Ancona, sul posto, sono intervenuti gli uomini della Scientifica. La caccia alla banda continua.



«UNA RAFFICA SENZA FINE DI PUGNI IN FACCIA POI IL SANGUE DI NIVA, ERO SICURO DI MORIRE»
Walter Berghella e Serena Giannico per “il Messaggero”

«Ho visto una luce fioca nel corridoio, credevo fosse mia moglie e invece in un attimo mi è arrivata una raffica di pugni in faccia, è stata una macelleria. Sono ancora terrorizzato, sono state scene da film dell' orrore, io e mia moglie siamo vivi per miracolo».
la villa di carlo martelli e niva bazzan 4LA VILLA DI CARLO MARTELLI E NIVA BAZZAN

Parla con un filo di voce Carlo Martelli in un letto nel reparto di Chirurgia all' ospedale Renzetti di Lanciano. Sul volto tumefatto i segni della notte da incubo di cui è stato vittima con la moglie Niva, per due ore ostaggio di una banda di rapinatori sanguinari. Si guarda intorno, il medico presidente dell' Anffas, e incrocia lo sguardo commosso delle figlie, che vivono altrove e che subito sono rientrate a Lanciano non appena hanno saputo del dramma vissuto dai genitori.

Ma in quella stanza d' ospedale è anche continuo il viavai di colleghi e amici - Martelli è medico in pensione ma ha collaborato con molti di loro -. La moglie è invece ricoverata al Multidisciplinare.
Martelli prende fiato e trova la forza di raccontare quei terribili momenti: «Mi hanno tritato.
Sbattuto a terra, legato mani e piedi con un filo di computer. A mia moglie hanno legato solo le mani» dice.
la villa di carlo martelli e niva bazzan 2LA VILLA DI CARLO MARTELLI E NIVA BAZZAN

E ricorda con un brivido le minacce: «L' unico che ha parlato, in buon italiano, è stato chiaro: dimmi dov' è la cassaforte, ripeteva. I banditi non credevano che non ci fosse, a ogni domanda mi mollavano un cazzotto e se non gliel' avessi detto minacciavano di fare a pezzetti mia moglie: lei dormiva in un' altra stanza perché al mattino presto sarebbe dovuta partire per Roma, l' hanno trascinata da me e a un certo punto hanno cercato di soffocarla. Quando ho visto un fiotto di sangue schizzare dal suo orecchio tagliato non ci ho capito più nulla: ero sicuro che ci avrebbero ammazzati».
carlo martelli in ospedale 5CARLO MARTELLI IN OSPEDALE

I banditi si sono allontanati solo dopo aver prelevato soldi con le carte di credito di Martelli. E in quel momento c' è stata un' altra scena che il medico non potrà mai dimenticare: «L' unico della banda che ha parlato mi ha salutato dicendo: A dottò, se mettete la cassaforte fateci sapere che noi stiamo in zona. E' stato atroce».

Sotto choc Alfredo Martelli, fratello del medico che per primo è intervenuto per assistere Carlo e Niva: «Il film di Arancia meccanica fa ridere rispetto a quello che hanno fatto, qui non ci sentiamo sicuri, non c' è controllo del territorio» ha detto ricordando i precedenti casi di furti e rapine in zona, «anche se una cosa del genere così non si era mai vista».
la villa di carlo martelli e niva bazzan 1LA VILLA DI CARLO MARTELLI E NIVA BAZZAN

Un' azione criminale che ha turbato anche il ministro dell' Interno Matteo Salvini: «Faremo di tutto per arrestare i colpevoli e a farli marcire in galera, non si può vivere con paura anche in casa propria» il suo commento. Turbata e incredula la comunità frentana, non solo per la rapina in sè - la terza in un anno da queste parti - ma per l' efferatezza con cui è stata compiuta. Il sindaco di Lanciano, Mario Pupillo, parla di «barbarie». Ieri è stato tra i primi ad andare in ospedale per sincerarsi delle condizioni di Carlo Martelli e Niva Bazzan: «Ho voluto testimoniare loro la stima mia e dei cittadini.

Anche se non sono in pericolo di vita hanno riportato danni visibili e importanti che fa capire atrocità e ferocia dell' aggressione». Pupillo, ex diabetologo, ha condiviso anni di lavoro con loro: «Carlo e Niva hanno lavorato per aiutare gli altri con impegno straordinario con l' Anffas e in ospedale con esperienza e contributo di umanità. Ciò fa più male. L' aggressione sorprende e fa rabbia e forte è la reazione emotiva».

«ERANO BEN VESTITI E CATTIVI, PENSAVO CI AVREBBERO UCCISI. MI HANNO DETTO: TORNIAMO»
Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera”

«E meno male che adesso siamo qui a raccontarlo, perché davvero a un certo punto ho pensato che ci avrebbero ammazzato».
carlo martelli in ospedale 2CARLO MARTELLI IN OSPEDALE

Ospedale di Lanciano, reparto di chirurgia generale, sono le sette di sera e il professor Carlo Martelli, 69 anni, si porta addosso tutti i segni dell' aggressione selvaggia di appena 15 ore prima. Il volto tumefatto, gli occhi chiusi dalla sequenza di pugni scagliati dai quattro rapinatori, alle quattro di ieri notte quando sono entrati nella villetta rosa in zona Carminiello.

Alla moglie Niva, infermiera in pensione, conosciuta quando lui era chirurgo a Bologna alla fine degli anni Settanta, hanno tagliato quasi metà dell' orecchio destro.

Cosa ricorda, dottore?
«Erano cattivi, tanto cattivi. Uno solo parlava e in un perfetto italiano, gli altri muti, avevano tutti i guanti ed erano ben vestiti, ricordo il particolare delle scarpe, erano scarpe classiche, costose. I volti coperti, si vedevano solo gli occhi.

Gli occhi di persone cattive. Quello che aveva in mano il falcetto, l' unica arma che si erano portati, a un certo punto ha offerto a mia moglie un bicchiere d' acqua, poi si è messo a guardare le foto di Niva sul cellulare, le foto della nostra ultima vacanza a Dubai.

E poi, invece, all' improvviso, quello che parlava in un perfetto italiano ci ha detto: "Se entro dieci minuti non dite dove avete messo la cassaforte, a lei tagliamo un orecchio". Ma noi la cassaforte non ce l' abbiamo mai avuta. Però loro non hanno avuto pietà. È stato orribile».
carlo martelli e niva bazzanCARLO MARTELLI E NIVA BAZZAN

Crede a un colpo premeditato?
«Sicuro, io penso che abbiano studiato bene tutto quanto, che ci abbiano seguito per qualche giorno, sono passati dalla bocca di lupo del garage, dopo aver tagliato la rete del giardino che avevamo messo per difenderci dalle scorrerie dei cinghiali e sono entrati nelle stanze al pianterreno.

E sa cosa mi ha detto alla fine andando via quello che sembrava il capo? Mi ha detto proprio con strafottenza: "dotto', si ricordi, quando mettete la cassaforte ci avverta che noi torniamo, tanto siamo in zona..."».

Due ore d' inferno. Due ore da Arancia Meccanica. Ce la fa a raccontare?
«Erano le quattro, dapprima ho visto una luce accesa, pensavo fosse mia moglie che s' era svegliata presto perché doveva fare una gita a Roma con le amiche.

carlo martelli in ospedale 1CARLO MARTELLI IN OSPEDALE 1
E invece dopo pochi secondi si sono avventati su di me, mi hanno picchiato e legato mani e piedi col filo del computer, ero quasi incaprettato, non riuscivo a muovermi e loro continuavano a chiedere dove fosse la cassaforte. Per ogni risposta che non li soddisfaceva mi davano un pugno».

Minuti di puro terrore.
«Nella prima ora ero convinto che ci avrebbero ammazzato. Con noi c' era anche nostro figlio, Stefano, che è disabile. Per fortuna lui non l' hanno toccato. Quando poi alla fine hanno capito che non c' era la cassaforte e che non dicevamo bugie, ci hanno chiesto le nostre carte di credito e le tessere bancomat con i relativi codici.

E l' unico dei quattro che parlava ha aggiunto minaccioso: "Se adesso andiamo a prelevare in banca e i codici non funzionano, torniamo e vi tagliamo entrambi". Così tre di loro sono usciti ed è rimasto uno solo a sorvegliarci».

E che è successo dopo?
«Quando sono tornati, evidentemente, avevano ottenuto ciò che volevano e se ne sono andati, lasciando le stanze a soqquadro, il sangue dappertutto».

Alle sei il gruppo se n' è andato con la sua auto grigio metallizzata. E voi?
arancia meccanica a lancianoARANCIA MECCANICA A LANCIANO
«Io sono riuscito a slegarmi i piedi dal filo del computer, così ho raggiunto il cassetto dove ci sono le forbici che uso per tagliare i capelli a mio figlio e ho liberato i polsi miei e quelli di mia moglie dalle fascette con cui ci avevano legato. E Niva è andata a chiedere aiuto a mio fratello Alfredo, che vive nella villetta a fianco».

Tornerete più a vivere in quella villetta?
«Si, io ci abito da sempre. Nelle case intorno vivono mia madre che ha 92 anni e mio fratello Alfredo, perché dovrei andarmene? La mia vita è a Lanciano».

Comprerà un' arma?
«No! Non comprerò mai una pistola, perché io non sono capace di ammazzare un altro uomo come me, anche se è un delinquente. Anzi, penso proprio che se avessi avuto un' arma in casa sarei morto io».

Fonte: qui

domenica 23 settembre 2018

Bollette, il boom dei prezzi della CO2 fa aumentare luce e gas

L'estate di fuoco dell’energia non è ancora finita. Ora anche i prezzi del petrolio si sono rimessi a correre, riportando il Brent vicino a 80 dollari al barile, ai massimi da quattro anni. È l’ennesimo record, che sui mercati europei si aggiunge a quelli registrati da elettricità, gas, carbone: una sequenza impressionante di rincari – trainati soprattutto, ma non solo dal rally della CO2 – che minaccia di pesare sulle nostre bollette.
Per le imprese si profila un rincaro del 10% per l’elettricità e del 30% per il gas, secondo stime elaborate da Energindustria, consorzio promosso da Confindustria Vicenza. E anche per le famiglie il conto potrebbe essere salato, a meno di una brusca inversione di tendenza sui mercati dell’energia all’ingrosso. Negli ultimi giorni a dire il vero qualche seduta ribassista c’è stata. Ma la volatilità, provocata anche da fenomeni speculativi, è altissima e carica ogni previsione di incertezza. Gli scossoni più forti si sono verificati sul mercato dei diritti per l’emissione di anidride carbonica, in parole povere  i «permessi per inquinare», che utilities e società energivore in Europa sono obbligate a comprare per compensare la CO2 che scaricano in atmosfera: il prezzo è sceso di quasi il 20% la scorsa settimana, ma in questo modo ha solo cancellato il balzo che aveva fatto in un paio di sedute.
Prezzo della CO2 quintuplicato
Rispetto a un anno fa il prezzo della CO2 è quasi quintuplicato, superando 25 euro per tonnellata (ieri sfiorava 21 €): livelli raggiunti molto in fretta, con lo zampino di alcuni hedge funds e di aggressive operazioni di copertura dai rischi condotti da alcune grandi società, ma che trovano una giustificazione fondamentale nella riforma europea che dal 2019 imporrà il ritiro dalla circolazione del surplus di permessi che si era creato con la recessione e che manteneva i prezzi troppo bassi: una situazione che impediva al mercato di svolgere la sua funzione, che è quella di stimolare l’efficienza e l’impiego delle fonti energetiche più pulite.

Le rinnovabili non bastano
L’obiettivo rimane però sfuggente. Anche il gas – meno inquinante del carbone e prezioso per la transizione verso un futuro a zero emissioni – è aumentato di prezzo nelle settimane scorse, a livelli mai visti nel periodo estivo: oltre 28 euro per Megawattora sui principali hub europei. Le rinnovabili intanto sono sì avvantaggiate dai costi record della CO2 e del carbone (anche questo salito ai massimi da 5 anni in Europa), ma fino a poco tempo fa hanno deluso le aspettative: nel Vecchio continente c’è stato molto sole l’estate scorsa, ma non altrettanto vento. E anche altre fonti sono state penalizzate.

«Le temperature hanno raggiunto livelli eccezionalmente alti anche nel Nord Europa – spiega Leonardo Zampiva, direttore di Energindustria – Questo oltre a determinare un grande aumento dei consumi, ha portato a una riduzione della produzione idroelettrica e ha imposto un freno alle centrali nucleari francesi per la scarsità di acqua necessaria al raffreddamento. Tutto ciò ha inciso infine inevitabilmente sui costi delle materie prime energetiche». Secondo i dati del consorzio le quotazioni di questi giorni della componente energia all’ingrosso per l’anno 2019 valgono circa 68-70 euro per Megawattora, mentre nello stesso periodo dello scorso anno le quotazioni fisse per il 2018 si attestavano a circa 48 €/MWh, con un aumento del prezzo dell’energia di quasi il 45% in un anno.
L'IMPENNATA DELLE QUOTAZIONI 
Prezzo delle quote di emissione di anidride carbonica nel mercato europeo in euro per tonnellata. (Fonte: www.eex.com)
Prezzi del gas +50%
«Tenuto conto del fatto che per un’azienda non energivora la componente energia pesa per il 30% circa sul totale in fattura, l’aumento dei costi della bolletta elettrica previsto per il prossimo anno potrebbe essere del 10-13% – rileva il presidente del consorzio Carlo Brunetti – Non va meglio per quanto riguarda il gas naturale, perché le quotazioni di questi giorni per il prossimo inverno sono circa del 50% superiori rispetto a 12 mesi fa, cosa che comporta un impatto sui costi per le imprese che potrebbe arrivare a un +30-40% in bolletta».

«Considerando il medesimo periodo di riferimento mai prima d’ora si era assistito a un simile rincaro», osserva Brunetti. «Continueremo a mettere in atto tutte le strategie utili a limitare gli effetti dei rialzi di prezzo, a partire dal giornaliero monitoraggio dei mercati fino all’esercizio del nostro forte potere contrattuale legato ai grandi volumi trattati». La sfida è impegnativa. Anche i prezzi all’ingrosso dell’elettricità si sono messi a correre (con punte addirittura oltre 120 €/MWh nel corso della giornata per il PUN), entrando in una perversa spirale rialzista: da un lato inseguono il rally della CO2 e i rincari di qualsiasi fonte fossile, dall’altro contribuiscono ad alimentarli, perché i margini nella generazione elettrica rimangono elevati. Persino per le centrali più inquinanti.

Il quadro è completato da consumi molto elevati e da un’intensa attività degli operatori sul mercato, con fenomeni speculativi probabilmente anche sui mercati fisici e certamente su quelli dei derivati. È della scorsa settimana la notizia di un trader norvegese che, scommettendo sulla differenza dei prezzi dell’elettricità in Scandinavia e in Germania, è incorso in perdite così forti da provocare un buco di oltre 100 milioni di euro nel fondo di garanzia del Nasdaq. Fonte: ilSole24Ore

L’Italia è un Paese che odia i cervelli

Stranieri, donne, giovani. Nella classifica delle categorie sociali più discriminate in Italia il podio è questo,decidete voi in che ordine. La novità, semmai, è che a queste tre categorie si aggiunge un attributo dirimente. Anche in questo caso, scegliete voi come definirlo – la cultura, l’intelligenza, il titolo di studio -, ma l’importante è che non ve lo dimentichiate, perché dice molto del Paese in cui solo il 18% della popolazione è laureato, penultimi nell’area Ocse, davanti al solo Messico, contro il 37% del dato medio e il 46% di Regno Unito e Usa: un Paese che odia i cervelli, che non sa cosa farsene, che li vorrebbe lontano. E che poi, dopo aver buttato nel cesso la più importante risorsa economica a sua disposizione, in assenza di capitale e risorse naturali, ulula alla Luna contro l’invasione dei migranti e l’Europa cattiva.

Funzioniamo così, c’è poco da fare: ad alibi e invidia sociale verso chi ne sa più di noi. E se non è sufficiente guardarsi attorno per scoprirlo, ci sono sempre i numeri del rapporto “Education at a glance” che l’OCSE pubblica ogni anno, a certificarlo. I numeri dell’edizione 2018, in questo senso, sono più che impietosi. Ad esempio, scopriamo che la distanza tra il tasso di occupazione italiano (più basso) e quello medio dei Paesi Ocse (più alto) aumenta più il grado d’istruzione sale. La diciamo meglio, se volete: all’estero, più studi più lavori. Da noi, molto, molto meno. Talmente assurdo da stropicciarsi gli occhi, per sperare di aver letto male.

Lo sapevate che la spesa per studente, tra il 2010 e il 2015 è diminuita del 7%, anziché aumentare? Che rispetto alla media Ocse l’Italia spende il 27% per ogni singolo studente universitario? Che l’Italia è il Paese Ocse con gli insegnanti più anziani? O che è uno dei pochi al mondo in cui il valore reale dello stipendio di un’insegnante è sceso di 7 punti percentuali tra il 2010 e il 2016?

E non è il solo dato assurdo, che certifica il nostro odio per il sapere: lo sapevate, ad esempio, che la spesa per studente, tra il 2010 e il 2015 è diminuita del 7%, anziché aumentare? Che rispetto alla media Ocse l’Italia spende il 27% per ogni singolo studente universitario? Che l’Italia è il Paese Ocse con gli insegnanti più anziani? O che è uno dei pochi al mondo in cui il valore reale dello stipendio di un’insegnante è sceso di 7 punti percentuali tra il 2010 e il 2016? Anni di inflazione zero, se non ricordiamo male. Come lo volete chiamare, questo, se non odio per il sapere? Come, se non menefreghismo assoluto – o, peggio: totale disinvestimento – per le giovani generazioni?

Se poi si tratta di donne e stranieri le cose peggiorano ulteriormente. Perché tanto siamo bravi a preconfezionare discorsi sulla parità di genere e a piangere lacrime di coccodrillo sui cervelli che partono e su quelli che non arrivano, tanto siamo campioni del mondo a fare l’esatto opposto nel concreto. Le donne, ad esempio, si laureano più degli uomini: il 33% sul totale, contro il 20% dei maschietti, ha il pezzo di carta in tasca. Però, storia vecchia, lavorano meno, hanno stipendi più bassi e possibilità di carriera molto più limitate. Quanto questo generi frustrazione, ce lo spiega benissimo un dato Ocse mai abbastanza sottolineato: che la percentuale record di giovani che non studiano né lavorano, tra le donne, raggiunge la percentuale record del 40%. Dieci punti più del dato medio italiano, che già di suo è doppio rispetto al dato mondiale. Applausi.

Per gli stranieri, poi, l’ipocrisia è doppia, se non tripla. Perché tutto questo avviene mentre ci lamentiamo dei cervelli che scappano e pure delle braccia che arrivano, senza comprendere che è lo stato di cose a cui ci stiamo deliberatamente auto-condannando. Ad esempio, siamo il Paese che più uno straniero è qualificato, meno lo paga. Sembra impossibile, ma è così: i giovani stranieri tra i 25 e i 34 anni non istruiti guadagnano meno del 12% dei loro coetanei italiani, mentre quelli con un’istruzione secondaria guadagnano il 30% in meno. I laureati? Il 44% in meno. Non stupisce, pertanto, che solo il 5% degli studenti universitari sia straniero, contro il 6% di media dei Paesi Ocse e il 9% dell’Europa a 23. O che tra il 2012 e il 2016 la percentuale di studenti stranieri in Italia è cresciuta del 12%, mentre quella degli studenti italiani all’estero del 36%. E non chiamatela fuga di cervelli, per cortesia: siamo noi che li mandiamo via a calci nel sedere.

Spagna al Tramonto

Il più spagnolo e insieme più universale degli intellettuali spagnoli del Novecento fu José Ortega y Gasset. Autore della Ribellione delle masse, delle Meditazioni del Chisciotte e di tanti altri testi filosofici, storici e sociologici, spiegò la sua idea di Spagna in un libro dal titolo definitivo, Spagna invertebrata. Sulle tracce del declino della sua patria dopo le sconfitte politiche e militari di fine Ottocento, tratteggiò il quadro di una nazione destinata al disfacimento. Chissà che cosa penserebbe don José se potesse vedere la Spagna d’inizio XXI secolo. Forse, sulle tracce di un altro grande pensatore della sua epoca, Miguel de Unamuno, scriverebbe qualcosa di simile a Nebbia o al Sentimento Tragico della Vita, i capolavori del professore di Bilbao.
La Spagna contemporanea è lo specchio del tramonto dell’Europa e fa impressione che ne rappresenti geograficamente l’estremo occidente. Un tramonto che sbigottisce. Anni fa, discutendo con un colto conoscente di origine spagnola, affermammo che difficilmente la vecchia nazione di Cervantes e dei Re Cattolici sarebbe sopravvissuta al 2020. Temiamo che sia così. E’ buona regola per chi osserva il paese nostro vicino apparentemente simile ma tanto diverso, parlare di Spagne al plurale. Non solo per l’esistenza delle diverse particolarità regionali, catalana, basca, galiziana, ma soprattutto per la sfida secolare tra due modi opposti di essere Spagna. Uno è quello della tradizione cattolica, monarchica, nazionale e universale di ascendenza castigliana, l’altro è quello del suo contrario speculare. La Spagna ferocemente antireligiosa, nemica di se stessa, massonica e poi filobolscevica, ipermodernista, separatista nelle modalità diverse del nazionalismo etnico basco e di quello economico catalano.
La lotta tra le due Spagne è in corso da almeno tre secoli, ma per la prima volta l’esito pare definitivo a favore dell’anti Spagna. La democrazia post franchista ha diffuso benessere, promosso una modernizzazione rapidissima, il cambio accelerato di tutti i paradigmi sociali, culturali, civili vigenti da molte generazioni, un laboratorio di ingegneria antropologica che ha anticipato molti paesi. Fu la Spagna del socialista Zapatero la prima a legalizzare il matrimonio omosessuale, estendere la legislazione sull’aborto alle minorenni e perfino a promulgare una legge a difesa dei primati superiori, le scimmie, equiparate in parte agli esseri umani.
Autentiche rivoluzioni culturali promosse senza vere opposizioni dai governi di un partito che si fa chiamare socialista, operaio e spagnolo, ma che nega nei fatti il suo stesso nome. Il PSOE è un partito liberale progressista, indifferente alla dissoluzione nazionale e allineato con le prescrizioni liberiste delle oligarchie europee. La Spagna mantiene, insieme al poco invidiabile record della disoccupazione, quello del precariato e del lavoro a tempo determinato. La sua struttura industriale resta debole, in compenso la finanziarizzazione dell’economia e del potere è più avanzata di quella italiana. Ha abolito prima di noi il servizio militare obbligatorio, stanca di rincorrere la renitenza diffusa di molti giovani, specie baschi e catalani. Nell’opera di smantellamento progressivo delle strutture dello Stato nazionale, ha ceduto sovranità verso l’alto- le prescrizioni dell’Unione Europea sono seguite dai governi senza fiatare, a costo dell’impopolarità – e verso il basso – con uno “Stato delle autonomie”, questo è il nome del regionalismo spagnolo, che ha pressoché cancellato la presenza dello Stato nazionale in Catalogna e nel Paese Basco, rapidamente imitate dalle altre regioni.
A governi locali – si chiamano proprio governi – di impronta separatista e antinazionale è stato consentito di controllare in termini esclusivi la sanità, la scuola, il welfare e addirittura dotarsi di polizie autonome. Il risultato è che alcune decine di migliaia di uomini armati della basca Ertzainza e dei Mossos de Esquadra catalani non rispondono, di fatto, al ministero degli interni, ma alla sua caricatura locale. L’unico argine alla dissoluzione è la monarchia, ma gli sforzi di Felipe VI, salito al trono alcuni anni fa per l’abdicazione del padre Juan Carlos, si infrangono contro le malversazioni e il discredito della casata. Una delle sue sorelle, Cristina, allontanata dalla Spagna e dalla vita istituzionale, ha il marito il carcere. La sua assoluzione nel processo è risultata assai dubbia. Il vecchio sovrano Juan Carlos, circondato da amanti, è accusato da una di esse di possedere conti milionari in Svizzera frutto di tangenti per affari. E’ nota la sua antica familiarità con il politico che ha costruito l’impianto istituzionale e l’humus civile antispagnolo in Catalogna, Jordi Pujol.
Il Partito Popolare, di centro destra, non ha mai contrastato le derive socialiste sui temi etici e tanto meno ha mantenuto il ruolo di equilibrio nazionale avverso ai cedimenti separatisti, i quali hanno raggiunto ormai numerose regioni, dalla Navarra filo basca al Levante di Valencia sino alle Isole Baleari e persino le Asturie, culla della patria spagnola. Piagato da una corruzione impressionante, il PP ha mal governato la nazione nonostante il larghissimo mandato ottenuto dopo il fallimento di Zapatero, senza risolvere, anzi aggravando, i problemi lasciati dal governo precedente.
Investito dalla crisi del 2007/2008, l’esplosione della bolla finanziaria immobiliare dell’apparente boom economico spagnolo, il PP del grigio Rajoy ha obbedito a tutte le prescrizioni dell’UE e del sistema finanziario. L’esito è stato un diffuso impoverimento unito alla crescita esponenziale di movimenti neocomunisti, periodico rigurgito dell’anti Spagna dagli anni 20 del secolo scorso, e all’aumento dell’influenza del separatismo catalano e basco. A Barcellona sono convinti di pagare per tutti, ed è questa una delle ragioni dell’auge nazionalista, mentre a Bilbao da anni ottengono privilegi fiscali, fino all’assurdo di trattenere in loco attraverso l’agenzia fiscale regionalizzata tutte le imposte, negoziando di anno in anno le somme da destinare allo Stato.
La fine ingloriosa di Rajoy, travolto dall’incapacità di affrontare la sfida catalana (non è riuscito neppure a ottenere l’estradizione di Puigdemont, simbolo del golpe catalano, riparato in Belgio e Germania) azzoppato da scandali di corruzione del suo partito, ha riportato al governo, con una manovra di palazzo rimasta oscura, un indebolito Partito Socialista, guidato da un mediocre uomo d’apparato, Pedro Sànchez. Tutte le anti Spagne si sono coalizzate dietro di lui, a capo di un esecutivo sostenuto dal forte partito para comunista Podemos (una sorta di Liberi e Uguali più estremista), nonché dall’intero separatismo basco e catalano, di destra e di sinistra. Il risultato dei primi cento giorni di governo è il rafforzamento dei nazionalismi, lo stallo economico e un provvedimento incredibile chiamato legge della memoria storica.
La salma di Francisco Franco, morto nel novembre 1975, sarà esumata e verrà smantellata la Valle de Los Caìdos, il grande mausoleo in cui il generale galiziano volle seppellire insieme i caduti falangisti e repubblicani della guerra civile del 1936/39. Il Partito Popolare, passato nelle mani di un giovane cattolico, Pablo Casado, non ha avuto il coraggio politico del voto contrario, limitandosi a un’imbarazzata astensione sgradita a militanti ed elettori. La nuova Spagna, paradigma dell’Europa, ignora la storia, ha paura dei morti, nega la pacificazione che fu carta vincente del dopo Franco, in un’oscena battaglia funeraria in ritardo di 40 anni. Soprattutto, è ansiosa di abbattere l’immensa croce che Franco fece erigere in cima al sacrario, simbolo di una fede antica rigettata con odio impressionante.
Il governo vuole a ogni costo abolire la trasmissione televisiva della messa domenicale. Sono note le polemiche di Sànchez contro l’Italia in materia di immigrazione, pur nel pugno durissimo contro le infiltrazioni africane attraverso i muri elettronici di Ceuta e Melilla, enclave spagnole in Africa. La Spagna, peraltro, si è riempita di immigrati prima e più dell’Italia, nonostante i drammatici problemi di occupazione, in un disegno di denazionalizzazione chiarissimo, specie in Catalogna. Contemporaneamente, non riesce a contenere il potere delle narco mafie, in grado di controllare capillarmente il territorio della zona prospiciente Gibilterra e Algeciras, di fronte al Marocco.
Sànchez ha ora un ulteriore problema, quello della sua tesi di laurea, che qualcuno ritiene taroccata, dopo aver imposto le dimissioni a uno dei ministri chiave del governo, Carmen Montòn, ministra della sanità; il femminile è un obbligo grammaticale della lingua castigliana. La piacevole signora, uno dei nuovi simboli del progressismo madrileno, è accusata di plagio del master universitario e ha dovuto lasciare la carica. Il punto, tuttavia, non è il merito della questione, ma l’impressionante contenuto della tesi dell’onorevole signora ministra, simbolo della deriva spagnola, europea, occidentale.
L’elaborato si centra nella descrizione della tecniche di procreazione assistita, considerate come “un chiaro elemento del patriarcato”. Per Carmen Montòn, medico, accesa sostenitrice della teoria del genere, a causa dei complicati trattamenti a cui la donna deve sottoporsi “la medicina e le tecniche di riproduzione assistita contengono chiaramente parametri sessisti” Per questa esponente di vertice della classe dirigente di un grande paese europeo, tali tecniche simbolizzano l’oppressione verso la donna. La prova? “La complessità che implica estrarre un ovulo rispetto alla facilità di ottenere il seme.“  Tombola. Da medico, non la sfiora il sospetto che la ragione stia nella diversa fisiologia maschile e femminile. No, è tutta colpa del patriarcato. Non potendo prendersela direttamente con il Creatore o con la natura, ha però smascherato il colpevole, il maschio della specie umana.
E’ solo l’inizio, giacché l’ineffabile ex ministra se la prende con la famiglia e le madri, anch’ esse eterodiette dall’eteropatriarcato. La famiglia, sostiene, “è la sconfitta storica del sesso femminile, la rovina di ciascuna donna.” Nonne, madri e figlie di ogni tempo sono delle “fallite” e delle “sconfitte” per essersi sposate e aver avuto figli, anzi “procreato”. Forse è per questo che nel breve periodo di gestione del ministero ha legiferato a favore della procreazione assistita di donne sole. Altra sconcertante citazione della tesi è “tutte sono figlie orfane, senza madre”, uno sproposito tratto da un testo di un’altra femminista, la scrittrice Victoria Sau, autrice de La Maternità Vuota. L’ispiratrice ideologica le ha suggerito quest’altra perla: “la maternità è stata fagocitata dalla paternità, semplice ruolo assegnato alle donne assoggettate al suo servizio. Per questo, la condizione di figlie orfane è comune a tutte le donne.“  Dopo aver pensato, scritto e pubblicato quanto sopra, le nominano al governo. Nessuna meraviglia per la dissoluzione incipiente e l’abisso in cui precipitiamo.
Non basta, poiché l’elaborato così prosegue: “il patriarcato, come sistema economico, politico e sociale che opprime e subordina la donna, si sostenta e riproduce attraverso istituzioni che operano in maniera costante. Due delle istituzioni più importanti del sistema patriarcale sono la maternità e la famiglia.” Una nota umoristica in un quadro raggelante: non avevamo mai immaginato la maternità come un’istituzione! Lei medico “non capisce perché tutto il peso dei trattamenti riproduttivi ricada sulla donna”, cosa che “nella prospettiva del genere, non accadrebbe nella medicina”.  Una scienza nuova altamente innovativa, indifferente alla circostanza (istituzionale?) che è la donna a partorire. Segue un’accusa alla ginecologia, colpevole di alleanza con l’aborrito patriarcato.
La conclusione è contundente: “la maternità è schiavitù, la maternità è servitù, anche se è desiderata e volontaria. Le donne si vedono obbligate a generare e partorire dal patriarcato. (Un attacco a Dio, o a “madre” Natura? N. d. R.) Bisogna estirpare l’idea che la maternità sia qualcosa di naturale. La maternità è una costruzione sociale, una posizione, un ruolo”. Nessuno si stupisca più per la deriva delle nostre società, dal momento che sciocchezze come quelle citate formano parte integrante di tesi di laurea, convinzioni culturali di gruppi dirigenti che conquistano il potere accademico, politico, della comunicazione.
Tale è lo stato dell’arte in Spagna, antico bastione dell’Europa cattolica, evangelizzatrice del Nuovo Mondo, nata nel segno di San Giacomo Apostolo, Santiago, terra di Teresa d’Avila, Velàzquez, Goya, Cervantes, culla della scuola di Salamanca, agonizzante come l’Europa a lungo respinta oltre i Pirenei. Il tramonto è davvero ad occidente.
Tocca citare una volta di più Gilbert K. Chesterton.  “La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.”
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ROBERTO PECCHIOLI