9 dicembre forconi

venerdì 10 agosto 2018

La dignità a tempo determinato degli Industriali

Il Decreto Dignità di Di Maio non è piaciuto a nessuno. Mi sembra evidente.
Non è piaciuto a Confindustria che ha fatto sapere per voce del suo Direttore Generale Marcella Panucci, “così si disincentivano gli investimenti e si limita la crescita” senza però spiegarci in che modo un lavoratore che da 2 anni è confermato attraverso proroghe “flessibili” non abbia tutte le carte in regola per essere assunto regolarmente. Né tantomeno ci spiega per quale motivo – proprio lei che è a capo del più grande Centro di Divulgazione Comunicativa di Industria 4.0 e dintorni (più “dintorni”, direi) attraverso centinaia di Convegni autopromossi negli ultimi due anni – assimili ad una logica propedeutica i necessari investimenti di un’azienda per essere competitiva sui mercati di tutto il mondo con le altrettanto necessarie assunzioni di personale selezionato per rendere operativa tale competitività.
Non è piaciuto ad Assolavoro, l’Associazione delle Agenzie per il Lavoro presieduta dal Direttore di un’Agenzia per il Lavoro che, dopo anni di tavolate con tutti i Governi possibili, hanno goduto prima dell’abbrutimento della Legge Treu sul lavoro interinale abolendo a loro favore le 3 condizioni necessarie alla somministrazione (che permettevano sì un beneficio della flessibilità aziendale ma anche la tutela dei lavoratori), poi sono riusciti ad ottenere benefici straordinari (come l’assegno di ricollocazione nell’ordine dei 30.000 euro da spendere nelle APL) permettendo alle ex Agenzie interinali, divenute dei Centri di Consulenza a tutto tondo, di incrementare notevolmente la propria presenza nonché i fatturati.
Giusto per ricordarlo, queste erano le condizioni della prima legge sul lavoro interinale:
  • sostituzione di lavoratori assenti per qualsiasi ragione (compresa malattia o ferie) con l’esclusione dei lavoratori in sciopero, sospesi o con orario ridotto che hanno diritto al trattamento di integrazione salariale;
  • temporanea utilizzazione in qualifiche particolari non previste dai normali assetti produttivi dell’azienda;
  • motivazioni previste dal CCNL della categoria di appartenenza dell’impresa utilizzatrice, stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi.
Vietando l’abuso dell’utilizzo della flessibilità nelle aziende:
  • che sono state interessate, nei 12 mesi precedenti, da licenziamenti collettivi che abbiano interessato lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce la fornitura, salvo che la stessa non avvenga per sostituire lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto;
  • nelle quali sono in corso sospensioni dal lavoro o riduzioni d’orario con diritto al trattamento di integrazione salariale, che interessano lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce la fornitura;
  • che svolgono lavorazioni che richiedono una sorveglianza medica speciale o lavori particolarmente pericolosi in quanto comportano un rischio di grave infortunio (es.: manipolazione di materie esplodenti in attività di produzione, deposito e trasporto) o di tecnopatia grave derivante dall’esposizione ad agenti cancerogeni (amianto, cloruro di vinile monomero, ecc.).
Il Decreto Dignità non è piaciuto all’Associazione dei Direttori del Personale che, sebbene sempre attivi sul fronte del cambiamento, del welfare e dell’equilibrio fra vita professionale e lavoro, vedono di cattivo occhio questo cambiamento che prevede un sicuro miglioramento delle condizioni psicologiche dei loro dipendenti a tempo che avrebbero un sicuro impatto sull’equilibrio fra vita personale (non dovendo fare due o anche tre lavori per sbarcare il lunario) e professionale.
Non entro nel merito della proposta politica permettendomi un giudizio di merito sulla evidente impreparazione tecnica di Di Maio e Company (a loro sfavore), ma anche sulla evidente impreparazione politica (a loro favore) che in situazioni come queste li tiene lontani (a nostro favore) da lobby e tavoli di lavoro già apparecchiati per scambi di favore e opportunità che sono tali unilateralmente. Perché l’abolizione dell’Art 18, la legge Fornero, i contratti a tutele crescenti, i voucher utilizzati in un certo modo, Garanzia Giovani e altre meravigliose invenzioni la cui ingenuità applicativa non mi ha mai convinto, non sono stati di certo ideati a favore dei lavoratori.
Vorrei evitare di ripetere le dichiarazioni di Di Maio con cui non condivido alcuna appartenenza politica (se non per un’evidente delusione d’amore con l’area politica che una volta faceva leva su etica e valori. Una volta…), ma mi sembra evidente che ci sia un divario logico ed etico nelle velate minacce della DG di Confindustria nel dichiarare che le aziende non investiranno più, non comprendendo quale sia per un’azienda la differenza fra “usare un collaboratore in forma flessibile” e “assumere un dipendente in pianta stabile” se stiamo parlando della stessa persona che in quell’azienda sta lavorando ormai da un tempo troppo lungo per essere definito “di prova”, se sta ricoprendo un ruolo preciso all’interno di un organigramma aziendale e se in questa relazione sta vincendo solo una parte: la possibilità di lasciare a casa le persone con più leggerezza, non avendo vincoli contrattuali.
Non vorremmo pensare che il ruolo del Direttore delle Risorse Umane si sia trasformato da quella che dovrebbe essere la figura che in azienda garantisce continuità, crescita delle persone, sviluppo organizzativo ad un mero burocrate amministrativo che si misura con i suoi colleghi sui tagli del personale e sulle relazioni con i sindacati, eppure è allarmante se questi ritengono i vincoli ai contratti a tempo “non più attuali“, dando ad intendere che l’attualità coincida oggi con la necessità di contrattare a tempo in qualsiasi momento, per qualsiasi occasione e a favore di UNA SOLA DELLE PARTI.
Peggio ancora si giustifica la necessità di contratti a termine per “fronteggiare l’impossibilità di pianificare azioni a causa dell’imprevedibilità dei mercati” e in totale accordo con il tono di voce di Confindustria anche qui si paventano non ben precisate “ricadute su aziende e lavoratori” ma soprattutto “il favoreggiamento dell’emersione del lavoro nero“.
Se riguardo ai primi due oracoli può rispondere solo il tempo (alla faccia del cambiamento, dell’evoluzione e della trasformazione delle imprese!), riguardo alla terza ipotesi non mi è sembrato vedere dichiarazioni altrettanto sanguigne quando emerse il numero spropositato di voucher utilizzati in seguito alle modifiche di ben tre Governi (Sacconi, Fornero, Poletti). Governi abitualmente accondiscendenti nei confronti delle Associazioni di Categoria a fronte di dati che in maniera incontestabile dimostrarono l’emersione del lavoro nero a sei zeri.
In definitiva mi sembra che sotto certi aspetti si sia concordata da più parti una linea comunicativa che tende a minimizzare una modalità di intervenire che sicuramente è in pieno “stile 5 stelle”, ma dall’altra parte è molto più disruptive (termine che va molto di moda nelle aziende a patto che non le coinvolga direttamente, a quanto pare) di quanto non sembri proprio perché sposta i centri di controllo.
Di certo il Decreto non è perfetto ed è evidente una certa ingenuità nel trattare alcuni argomenti. È evidente, per esempio, che una deroga ai contratti collettivi di riferimento vada fatta (per esempio nel caso di aziende che vivono di flussi come il turismo) e che la reintroduzione dei voucher senza un elemento di controllo non andrà a risolvere quegli abusi che abbiamo già ampiamente visto.
D’altro canto mi viene da fare una riflessione molto critica nell’interpretazione imprenditoriale di questi Gruppi di Potere (nel senso puramente grammaticale del termine. Anche qui non vorrei dare adito a ipotesi errate di conformità politiche da parte dei retropensieristi più tenaci che sono arrivati fin qui e mi avranno già dato del “Grillino” almeno 10 volte).
Il rischio di impresa non può essere delegato a chi non partecipa alle imprese in quote societarie. Lo sanno bene i manager e gli imprenditori che oggi storgono la bocca di fronte ad una richiesta di presa di responsabilità in toto da parte delle aziende. Sono gli stessi manager che nelle lezioni delle business school amano ricordare Olivetti e i grandi imprenditori (fermi giustamente agli anni ’70, poiché di quelli non se n’è più visto nemmeno uno) che condividevano l’impresa ma se ne assumevano rischi e benefici.
La precarietà si combatte con la stabilità. Nonostante certi minestroni che ho visto in giro per la rete nel misero tentativo di fare squadra spostando l’attenzione come sempre su “qualcosa di più urgente” (che è poi l’anticamera dell’immobilismo), fin quando le banche, le istituzioni e le aziende stesse misurano la stabilità economica con un contratto di lavoro a tempo indeterminato per permettere alle Persone di costruirsi un futuro, non si può derogare da questo.
La sostenibilità di un’azienda si misura con l’attenzione alle Persone. Piani di welfare sbandierati a destra e sinistra, belle parole ai convegni, titoli incoerenti di Persone al Centrosulle slide delle convention non rendono un’azienda sostenibile. La sostenibilità inizia quando le Persone si sentono sostenute, non sospese.
La crescita di un’azienda avviene attraverso il senso di appartenenza. Non si può pensare di creare valore se la prima preoccupazione quando si assume una persona è sapere come la si potrà licenziare. Un collaboratore in prestito è un ostaggio che ha famiglia da mantenere e bollette da pagare. È naturale che, il giorno stesso in cui entrerà in azienda, starà già guardando fuori.
Riscuotere gli incentivi statali e poi produrre all’estero è scorretto. E per quanto mi riguarda è giustissimo che tali incentivi siano restituiti con gli interessi.
Gli imprenditori che conoscevano i propri dipendenti per nome e cognome non avevano i dati che abbiamo noi oggi a disposizione, le proiezioni e i sostegni informatici. Eppure riuscivano a pianificare. Quando sbagliavano la pianificazione, ci rimettevano di tasca propria. Appellarsi alla liquidità dei mercati è un’ammissione di incapacità manageriale e la conseguenza di un management impoverito da mancanza di formazione, stimoli e senso di appartenenza. 
Una piccola parentesi voglio aprirla, in merito ad un aspetto che all’interno del Decreto Dignità riguarda le società di gioco d’azzardo. Se siamo arrivati al punto in cui Confindustria ritiene necessario fare fronte all’emorragia di tessere che ormai da qualche anno stanno svuotando le casse dell’Associazione, sostenendo apertamente quella che è una vera e propria piaga sociale ormai conclamata, mi sembra che non ci sia più alcun dubbio che stiamo sostituendo i valori con gli interessi.
Credo sia arrivato il momento di smetterla di giocare con il lavoro e che ognuno si assuma le responsabilità e risponda del ruolo che ricopre al netto di qualsiasi parte politica, se siamo ancora capaci di pensare con la nostra testa e di immaginarci nei panni di chi genera valore per noi e per le nostre imprese.

Hothouse Earth: Demise of the Planetary Life Support System?

In a key paper titled “Trajectories of the Earth System in the Anthropocene“, published in the Proceedings of the US National Academy of Science (6.8.2018), a group of 17 climate and environment scientists (Will Steffen, Johan Rockström, Katherine Richardson, Timothy M. Lenton, Carl Folke, Diana Liverman, Colin P. Summerhayes, Anthony D. Barnosky, Sarah E. Cornell, Michel Crucifix, Jonathan F. Donges, Ingo Fetzer, Steven J. Lade, Marten Scheffer, Ricarda Winkelmann, and Hans Joachim Schellnhuber) have issued a stern warning to humanity  with regard to the future of advanced life on Earth (See this) 
The paper states:
We explore the risk that self-reinforcing feedbacks could push the Earth System toward a planetary threshold that, if crossed, could prevent stabilization of the climate at intermediate temperature rises and cause continued warming on a “Hothouse Earth” pathway even as human emissions are reduced. Crossing the threshold would lead to a much higher global average temperature than any interglacial in the past 1.2 million years and to sea levels significantly higher than at any time in the Holocene. We examine the evidence that such a threshold might exist and where it might be. If the threshold is crossed, the resulting trajectory would likely cause serious disruptions to ecosystems, society, and economies. Collective human action is required to steer the Earth System away from a potential threshold and stabilize it in a habitable interglacial-like state. Such action entails stewardship of the entire Earth System—biosphere, climate, and societies—and could include de-carbonization of the global economy, enhancement of biosphere carbon sinks, behavioral changes, technological innovations, new governance arrangements, and transformed social values.
In addition an essential requirement for down-draw of atmospheric CO2 is needed if the other methods prove to be insufficient.
Key points reported by the ABC (Elise Pianegonda):
  • The study found the climate is heading for a tipping point that could make the planet uninhabitable
  • It could cause temperatures up to 5oC higher than pre-industrial averages
  • Current global efforts to curb emissions are “unlikely” to prevent the dangerous situation
It found the Earth was heading for a tipping point, known as a “hothouse” climate, which could lead to average temperatures up to 5oC higher than pre-industrial temperatures and rises in sea  level of between 10 and 60 meters. Lead researcher Professor Will Steffen from the Australian National University (ANU) said at that point much of the earth would be uninhabitable. He explained that if human emissions raised global temperatures to 2oC above pre-industrial temperatures it could trigger earth system processes, or feedbacks, that could then cause further  warming.
The real concern is these tipping elements can act like a row of dominoes,” Professor Steffen said. “Once one is pushed over, it pushes Earth towards another.”
Professor Steffen said global average temperatures were currently just over 1oC above pre-industrial temperatures and rising at 0.17C each decade. Current efforts ‘unlikely’ to help avoid tipping point” (See this).
However, according to the Berkeley Earth institute global temperature rise over the continents has reached about 1.5oC.
“The authors of the study examined 10 feedback processes, some of which could cause “the uncontrollable release” of carbon back into the atmosphere, after it had been stored in the earth. Some of the processes also included permafrost thaw, Amazon rainforest dieback, a reduction of northern hemisphere snow cover, a loss of Arctic summer sea ice, and a reduction of Antarctic sea ice and polar ice sheets. The study did not lay down a timeframe for when such events would begin to occur, but theorized — if the threshold was crossed — it could be within a century or two.” (See this).
The time frame may be shorter in view of the extreme rise rate of atmospheric greenhouse gases, including CO2 and methane.
These observations are consistent with those of Professor James Hansen, NASA’s former chief climate scientist, who stated (2012)
Burning all fossil fuels would create a different planet than the one that humanity knows. The palaeoclimate record and ongoing climate change make it clear that the climate system would be pushed beyond tipping points, setting in motion irreversible changes, including ice sheet disintegration with a continually adjusting shoreline, extermination of a substantial fraction of species on the planet, and increasingly devastating regional climate extremes”.
These observations are also consistent with the 2010 statement by the present Prime Minister of Australia:
We are as humans conducting a massive science experiment with this planet. It’s the only planet we’ve got …. We know that the consequences of unchecked global warming would be catastrophic …. We as a human species have a deep and abiding obligation to this planet and to the generations that will come after us”, 
Homo “sapiens” is at an advanced stage of destroying the habitability of planet Earth. 
*
Dr Andrew Glikson, Earth and Paleo-climate science, Australia National University (ANU) School of Anthropology and Archaeology, ANU Planetary Science Institute, ANU Climate Change Institute, Honorary Associate Professor, Geothermal Energy Centre of Excellence, University of Queensland.

TRA FINE AGOSTO E INIZIO SETTEMBRE I MERCATI BOMBARDERANNO L’ITALIA!


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Stiamo al gioco, alla fine del mese i mercati bombarderanno l’Italia!
Dopo i 100 miliardi al mese di fuga dei capitali prospettati da Repubblica ora abbiamo cifre più vicine alla realtà dal Corriere della Sera…
Il saldo della bilancia dei pagamenti nel solo mese di maggio è peggiorato a 39 miliardi di euro, “di questi 32 si possono tranquillamente, si fa per dire, iscrivere alla voce Fuga dal rischio Italia. I non residenti si sono sbarazzati di 25 miliardi di titoli di Stato e 7 miliardi di obbligazioni bancarie. (…) In più c’è il temibile balzo dello spread: 254,2 punti la chiusura di venerdì 3 agosto, contro i 113,60 del 24 aprile. “Sono i livelli più alti dalla crisi post-elezioni”, ha scritto proprio venerdì il sito del Financial Times che ha dedicato al caso Italia un titolo in home page. Un’escalation con effetto sui bilanci di banche e assicurazioni, nota de Bortoli, “che hanno in carico totale 668 miliardi di titoli di Stato (dati Banca d’Italia e Ania). Gli oltre 100 punti di maggiore differenziale dei rendimenti tra Btp e Bund hanno già appesantito i conti semestrali”. Inoltre “sembra consolidarsi la tendenza in diversi gestori di patrimoni a trasferire all’estero la titolarità dei conti.
La raccomandazione, però, è alla “prudenza nel prospettare scenari nefasti su eventuali reazioni autunnali dei mercati”.
In effetti è tutto secondo programma, scrive il Sole 24 Ore…
La prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, ha annunciato ieri che l’aumento dello spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi ha pesato sui conti del gruppo nel primo semestre, andando ad erodere il suo capitale di prima qualità (Core Tier 1) di 35 punti base. La prima assicurazione italiana, Generali, ha comunicato di aver registrato un abbattimento del patrimonio di 1,33 miliardi di euro a causa dello stesso motivo: l’aumento dello spread. E anche istituzioni più piccole, come Fineco Bank nel mondo creditizio e Sara in quello assicurativo, hanno indicato in questi giorni effetti simili sui conti semestrali.
Ieri anche Unicredit nei suoi conti ha esposto lo stesso problema che per quanto ci riguarda è un non problema, la ponderazione ZERO resta e se qualche analista o agenzia di rating si ostina a considerare pericolosi i titoli di Stato italiani, significa che ha solo in mente un revival del 2011, il resto chiacchiere da bar…
… non è stato trovato alcun accordo circa un differente trattamento dei titoli di Stato in portafoglio alle banche, temuto in Italia. Negli ultimi anni sono state ipotizzate misure per le banche sui bond pubblici: soprattutto i vertici della Bundesbank e della Vigilanza Bce hanno proposto requisiti di capitale (togliendo la ponderazione zero) e limiti alle esposizioni sovrane. Nel 2015 era stata creata una task force con il compito di effettuare delle raccomandazioni.
“Il parere del comitato è che i rilievi della task force sono importanti e che meritano una discussione più ampia”, ha sottolineato la Banca dei regolamenti internazionali. Un aggiornamento di queste valutazioni verrà effettuato a marzo e tutta la documentazione verrà pubblicata. Ma per ora niente cambiamenti alle regole sulle esposizioni ai titoli di Stato.
Quindi inutile parlare di problemi che non esistono.
MILANO, 7 agosto (Reuters) – Torna a scendere in luglio il debito Target2 dell’Italia, dopo il netto incremento dei due mesi precedenti che l’avevano portato a nuovi massimi storici.
Secondo i dati sugli aggregati di bilancio di Bankitalia, le passività del paese sul sistema di pagamento dell’Eurosistema sono ammontate il mese scorso a 471,087 miliardi di euro, contro il record di 480,941 miliardi segnato a giugno.

Tanto per dare un esempio dell’ignoranza sull’argomento e di come le oche giulive si bevono i dati della Repubblica o di Brunetta, qui sotto a l’aria che tira avete la testimonianza di Laura Comi, una tutologa di Forza Italia che passa il tempo al Parlamento europeo…

Comi vs Borghi: 'Dopo il dl Dignità investitori calano del 36% ogni giorno. Sono dati di Brunetta'

Prima esce il 36 % degli investitori al giorno dal nostro Paese, poi quando si accorge di aver detto una fesseria, tira fuori i dati di Repubblica correggendo e aumentando la dose a 100 miliardi al giorno che se ne vanno dal Paese.
Va bene che si tratta di un lapsus o come meglio volete chiamarlo, ma la signorina Comi, prima di sbrodolare addosso al Governo dati palesemente errati, dovrebbe informarsi ma non da Brunetta, santo Cielo!
Ricordo a chi legge che la signorina Comi è un deputato al Parlamento europeo, mentre Brunetta è l’economista di riferimento di Forza Italia, un mago in previsioni e visioni economiche.
In realtà cio che conta, come riportato da Pippo è che i depositi domestici da gennaio a giugno sono addirittura saliti, dati ECB o BCE come meglio preferite e non Repubblica o Brunetta…
In realtà qualcosa potrebbe cambiare nelle prossime settimane e mesi, ma non sono particolarmente preoccupato visto quanto è successo in passato…

Salvini: “Gli speculatori sono pronti a colpirci”

Qualche giorno fa le parole, mai smentite, attribuite a Giancarlo Giorgetti sul possibile attacco coordinato della finanza all’Italia, attacco che potrebbe cadere il prossimo autunno. Ora, ecco anche le parole di Matteo Salvini, riportate in un colloquio con Repubblica. Parole che sembrano confermare le previsioni di Giorgetti.
“Una cosa è certa – premette il ministro dell’Interno -, il governo del cambiamento dovrà avere una manovra del cambiamento. Ne ho parlato in queste ore col premier Conte e con Di Maio. Nessuno chiede tutto e subito, ma se gli italiani avessero voluto una copia delle precedenti leggi di stabilità si sarebbero tenuti Monti o Letta. Invece no, solo così il governo dura e va avanti“. Una manovra ‘spinta’, dunque, tra flat tax, rottamazione, eliminazione delle vecchie accise sulla benzina e superamento della Fornero.
“Se arriva la guerra nucleare, sarebbe meglio costruire un rifugio anti-atomico. Non vi pare?”. E se qualcuno ancora non l’ha capito, il sottosegretario insiste: “Se già sappiamo che tra fine agosto e inizio settembre i mercati si metteranno a bombardare, facciamo trovare pronti”.
Ovviamente si tratta di ricostruzioni di fantasia della carta straccia italiana, devono pur campare anche loro di fantasia, in realtà bisognerebbe fare il contrario di quello che scrive la stampa mainstrem estera ed italiana…
Non a caso, Salvini avverte: “Dobbiamo prepararci, degli attacchi speculativi ci saranno. Ci prepariamo con la manovra in cantiere: ad alcuni fanno gola i pezzi pregiati delle nostre aziende ma noi non svenderemo”. Comunque sia, Salvini aggiunge: “L’economia è solida, non parlerei di fuga di capitali: se qualche grossa azienda sposta i soldi in un altro Paese non è un mio problema”. Infine, il leghista sottolinea che “faremo di tutto per rispettare regole e regolette europee, ma il rapporto del 3 per cento deficit-Pil non è la Bibbia”.

Poi ovviamente qualcuno farà come sempre il tifo per la speculazione, i soliti esterofili mercenari, qualcun’altro chiederà più austerità, altri ancora l’arrivo della troika, ma questa volta per fortuna, non c’è un governo di sudditi europei, un governo che dirà si a qualunque richiesta. La guerra non è in Italia, la vera guerra verrà combattuta a livello globale con i dazi e soprattutto in Germania. Buona consapevolezza.

Gli USA sanzionano l'Iran e i contratti petroliferi cinesi in petro-yuan aumentano



I contratti futures cinesi sul petrolio denominati in yuan hanno raggiunto il loro limite giornaliero con un picco del 5%, martedì scorso, mentre gli Stati Uniti hanno dato il via al primo round di sanzioni contro l'Iran.

Si prevede che la decisione di Washington di ritirarsi dall'accordo nucleare iraniano e di colpire il settore petrolifero del paese con sanzioni aumenti in modo significativo la leva della Cina per chiedere che le importazioni di greggio vengano prezzate in yuan.

Il primo round di sanzioni anti-Iran, che ha come obiettivo il settore automobilistico e il commercio di metalli del paese, è entrato in vigore martedì scorso dopo la mezzanotte, ora legale degli Stati Uniti (4:01 GMT). Le restrizioni più severe, previste per i primi di novembre, si concentreranno, secondo quanto riferito, sulle industrie petrolifere e di spedizione dell'Iran.

La Cina, il principale importatore di petrolio al mondo, ha iniziato il suo contratto a lungo termine sul petrolio greggio previsto da lungo tempo, che ha un prezzo in yuan e convertibile in oro. Il contratto ha attirato quasi 27 miliardi di yuan ($ 4 miliardi) durante la prima sessione di negoziazione. Il passo era volto a diminuire il ruolo del dollaro USA nel commercio del petrolio, rafforzare la valuta nazionale e aggirare le sanzioni statunitensi scambiando petrolio in yuan.


L'Iran è un importante fornitore di greggio in Cina. Le sanzioni degli Stati Uniti sull'Iran hanno spinto il contratto con il petrolio in Cina, denominato in yuan, quasi del cinque percento più alto, la percentuale quotidiana più alta dalla nascita del petro-yuan lo scorso marzo. Il contratto principale SC1809 ha chiuso a 537,2 yuan al barile, aumentando di 25,5 yuan o del 4,98%, secondo lo Shanghai International Energy Exchange.

Si prevede che la Cina diventerà il principale beneficiario delle sanzioni unilaterali statunitensi contro i maggiori produttori mondiali di energia, tra cui Russia, Iran e Venezuela. Il petro-yuan farebbe risparmiare alla Cina il costo dello scambio di dollari, la principale valuta globale utilizzata nel commercio del petrolio. Aumenterebbe anche l'uso della valuta nazionale cinese nel commercio finanziario globale, sfidando il biglietto verde.

Nel 2016, lo yuan cinese è stato incluso nel paniere del disegno speciale (DSP) a fianco del dollaro USA, dello yen giapponese, dell'euro e della sterlina britannica. La mossa ha concesso allo yuan lo status di valuta di riserva.
Fonte: RT
Notizia del: 

La roulette russa sulla pelle dell'Italia

L’Italia non ha speranza. È finito. Non bisogna quindi interessarsi dello spread, del debito con il suo esorbitante costo per il servizio.
Lapresse



Questo Paese non ha speranza. È finito, mettetevelo in testa. E chissenefrega dello spread, del debito con il suo esorbitante costo per il servizio, dei mitici "mercati" che ci insegneranno a votare. È finito perché è abitato da gente che non ha il senso della convivenza, della coesione, del minimo sindacale di civismo, del realismo. Certo, siamo il Paese che tutti glorificano all'estero per le sue bellezze naturali e storiche, per il cibo e il vino, per il senso dell'accoglienza e del saper vivere. Balle. Sapete dove vanno i turisti? In Spagna, Grecia e Croazia. Lo certificava domenica un articolo del Corriere della Sera parlando del "modello Gallipoli", ovvero - almeno da quanto ho capito - la scelta di puntare tutto sulla versione un po' più chic (ma nemmeno troppo) di Ibiza, con feste infinite in spiaggia, deejay di richiamo internazionale e altre cialtronate simili. 
Bene, non siamo stati capaci nemmeno di eccellere nell'abbassamento dello standard generale: l'articolo parla chiaro, «prezzi alti, scarsi servizi, imprese improvvisate: l'unico obiettivo è "tutto e subito". Così declina l'Ibiza d'Italia». Vero? Non vero? Vero in parte? Poco importa, ormai viviamo nella società della verità a targhe alterne. Siamo il Paese che si divide sull'uovo di Moncalieri, con un ex premier che twitta parlando di "brutale aggressione razzista" e poi non ha la decenza di chiedere scusa per l'idiozia che ha scritto e rappresentanti di governo che si lasciano andare a battute sui figli di papà del Pd, nello stesso giorno in cui si scopre che proprio al Viminale albergano figli di papà abbastanza noti, quantomeno stando alla cronaca più stringente. 
Un Paese del genere mi fa pena, prima che paura. Perché se mi facesse paura, quantomeno susciterebbe in me una sensazione vitale - ancorché negativa -, mentre ormai siamo all'assuefazione da miseria umana, culturale e politica. E poco mi importa del "modello Gallipoli", mi interessa che chi mi governa e mi chiede tasse spropositate per ottenere servizi pressoché nulli, si riempia la bocca - illustrandomi la sua idea di futuro - con l'investimento in turismo e cultura, ciò che ormai va di moda definire "il nostro petrolio". Certo, se poi non sai trivellare e bucherelli il Paese a caso, il petrolio serve a poco. Ma lì, in quella Puglia che pare aver perso l'ennesimo treno e l'ennesima occasione, si discute d'altro, si discute del Tap: e non per capire se davvero serve, non per intavolare un dibattito serio sulla sua economicità strutturale per il sistema Italia. No, per una disfida tutta ideologica sugli ulivi. I quali verranno reimpiantati a lavori terminati, ma qui siamo nel Paese che Ennio Flaiano definiva popolato da persone sempre pronte a fare le barricate, ma con i mobili altrui: bene, le poche migliaia di cittadini che tengono in ostaggio una Regione incapace anche di sfruttare le sue bellezze e risorse naturali, stanno facendo le barricate con i vostri e i miei mobili, perché pagare meno il gas e avere maggior concorrenza ed efficienza energetica è vitale per 60 e rotti milioni di italiani. I quali, però, non possono dire "bah" al riguardo, sospesi fra perenni rese dei conti pre o post-elettorali fra le forze di governo e quella che Robert Hughes mirabilmente definì "la cultura del piagnisteo". 
E lo stesso vale per il Terzo Valico, la Pedemontana lombarda, la Tsv: blocchiamo tutto, in nome di un supposto mito della decrescita felic(alias caduta libera!) che, giorno dopo giorno, flirta in realtà con il delirio autolesionista del mito del buon selvaggio (vedi l'affairevaccini). Ma è tutta la logica a essere perversa: perché sicuramente ci sarà qualche illuminato, purtroppo anche con responsabilità economiche di governo, che ridurrà la questione pugliese a una disputa ideologico-monetarista, restringendo il caso concorrenza alla Croazia e gridando al miracolo sovranista della kuna contro l'euro designato sulle necessità tedesche e che distrugge la nostra economia, turismo in testa. Peccato che gli altri due competitor che stanno scippandoci silenziosamente quote di mercato abbiano l'euro e che in un caso, quello greco, abbiano anche subito qualche annetto - per l'esattezza, sette - di politiche di austerity. Ma non importa, viviamo nel mondo in cui uno dei guru economici della Lega, Claudio Borghi, grazie a queste castronerie (per sua stessa ammissione in un'intervista, nella quale ammetteva di spararle grosse per farsi invitare in tv e ottenere consensi e visibilità) è diventato presidente della Commissione bilancio della Camera. Uno che ha fatto crollare il titolo di Mps (altri soldi nostri, per capirci) parlando di nazionalizzazione tout court a Borse aperte, per chi avesse la memoria corta o monodirezionale. 
E a proposito di Grecia, vi ricordate gli strepiti anti-Europa dei due giorni in cui la stampa e i social network si sono occupati degli incendi che hanno devastato l'Attica, salvo poi tornare in un caso a parlare di Cristiano Ronaldo e nell'altro a pubblicare gattini, fotografie delle vacanze e bufale pro o anti-immigrazione? Bene, vi ho già dimostrato - documenti del sindacato dei Vigili del fuoco greci alla mano - che i mezzi anti-incendio ellenici sono vecchi di quarant'anni, quindi ben prima che la Troika sbarcasse ad Atene, ma che negli anni si è preferito truccare i conti, organizzare faraoniche Olimpiadi (il cui lascito è stato un default e tantissimi cattedrali nel deserto, sulla cui costruzione però hanno banchettato in molti) e pagare sussidi e pensioni a cani e porci, piuttosto che ammodernare il parco mezzi dei pompieri, in un Paese endemicamente vittima degli incendi nel periodo estivo. Colpa dell'Europa o scelta dei vari governi che si sono succeduti in Grecia negli ultimi quarant'anni? 
Domenica, nel silenzio generale calato sulla vicenda, è giunta notizia della novantesima vittima di quei roghi. Una breve dell'Ansa, nulla più. Di ancora meno spazio e visibilità, però, hanno goduto queste due notizie (questa la prima e questa la seconda). Come mai - se come ci hanno detto per il paio di giorni in cui è durato l'interesse generale per il caso degli incendi in Grecia, la colpa è stata dei tagli imposti dalla Troika e dalla Germania brutta e cattiva - si è dimesso un ministro greco e non tedesco o un Commissario Ue? Non era tutta colpa dell'austerity europea, stando al 90% di media e politici in cerca di facili applausi? E come mai il premier, Alexis Tsipras, ha accettato al volo quelle dimissioni, non spendendo nemmeno un secondo in difesa del suo ministro? Forse perché era indifendibile? E come mai decine di familiari hanno intentato sì una class action in none dei loro congiunti deceduti, ma non contro Bruxelles o Berlino ma proprio contro il governo greco, reo a loro dire non solo dei mancati avvisi di evacuazione, ma anche di non aver abbattuto case di fatto abusive e in aree a rischio (mi ricorda qualche altro Paese, dove le emergenze diventano sempre drammi ma si costruisce su pendici di vulcani o accanto all'alveo dei fiumi)? 
Come mai, al netto dei sacrifici innegabili richiesti al popolo greco, nessuno ha fatto notare che i Vigili del Fuoco ellenici non hanno subito alcun taglio negli stanziamenti e nell'organico, cresciuto anzi di un - seppur minimo - 4% lo scorso anno? Non lo dico io, lo dice una nota ufficiale dell'Ue, pubblicata non certo con grande evidenza ed entusiasmo dal Corriere della Sera. Perché, soprattutto, tanto silenzio dei media su questi sviluppi? Perché non fanno comodo a certa retorica "sovranista" tanto di moda? 
Attenti, stanno giocando con il vostro futuro. E non a nascondino, bensì alla roulette russa. Non ci credete? Guardate qui
The Iran sanctions have officially been cast. These are the most biting sanctions ever imposed, and in November they ratchet up to yet another level. Anyone doing business with Iran will NOT be doing business with the United States. I am asking for WORLD PEACE, nothing less!
è il tweet di buongiorno con cui il nostro "migliore amico" minacciava chiunque, da ieri, avesse continuato a fare affari con l'Iran e, somma di danno e beffa, lo faceva appellandosi al desiderio di pace nel mondo, forse scordando lo straordinario contributo fornito a tal nobile fine da Al-Qaeda, Isis, Al-Nusra e compagnia sgozzante, tutti debitamente - e stranamente - al servizio degli interessi geopolitici e destabilizzanti del governo statunitense negli ultimi vent'anni. Se c'è una speranza di negoziato, magari anche arrivando al braccio di ferro, è perché la Commissione Ue ha fatto valere le sue prerogative, garantendo alle aziende europee (e quelle italiane sono tante) la prosecuzione su base legale dei loro business con Teheran: fossimo da soli, belli e sovrani, cosa faremmo di fronte a questa minaccia? Chiederemmo una deroga, essendo "migliori amici"? 

È questo il futuro che vogliamo, farci dettare direttamente l'agenda dal protettore di turno, oltretutto con interessi non concorrenti ma diametralmente e mortalmente opposti ai nostri? Chiedetelo ai Majakovskij sempre più stonati e spompati di questo governo, qualcuno lo trovate anche nei paraggi. Salvo non sia, come i suoi eroi giallo-verdi, troppo impegnato ad arrampicarsi sugli specchi. Perché l'autunno si avvicina. 
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