9 dicembre forconi

mercoledì 16 maggio 2018

ADRIANO PANATTA: "ROMA? VEDERLA RIDOTTA COSÌ FA MALE. MA ORMAI E' UNA PARTITA PERSA – GLI INTERNAZIONALI? NON CI VADO ORMAI DA OLTRE 15 ANNI. AL ROLAND GARROS INVECE…"

POI PARLA DEL RAPPORTO MAI PIU’ RICUCITO CON LA FEDERAZIONE ("I MANIFESTI CELEBRATIVI SENZA DI ME? LA COSA MI FA SORRIDERE. CHE MISERIA UMANA") ...

Paolo Rossi per la Repubblica - Roma
panatta bertè fazioPANATTA BERTÈ FAZIO

Da Treviso, dove oggi risiede Adriano Panatta, Roma potrebbe sembrare più lontana e magari essere vista con un occhio nostalgico, perfino più disincantato. Ma no, niente di tutto questo vale per l' Adriano nazionale, romano che più non si potrebbe, il tennista che - alla metà degli Anni Settanta (il 1976 in particolare) - deliziò il palato degli appassionati di tennis con le sue smorzate e i colpi al volo che ancora oggi ricordiamo con nostalgia.

Adriano, è il momento degli Internazionali: che fa?
«Non ci vado come sempre, ormai da oltre quindici anni».

Per un rapporto mai più ricucito con la Federtennis.
«Esatto. Basta. Ah, no, una cosa voglio far capire a tutti: la federazione italiana non è il tennis nella sua totalità. È una goccia del mondo del tennis. Ma ne sto approfittando per dare una risposta a tutti quelli che me lo chiedono sempre».

panatta bertèPANATTA BERTÈ
L' ultimo episodio, la storia dei manifesti celebrativi senza lei.
«Direi che l' ha notato l' intera Italia. Ma io non voglio commentare, dico soltanto che la cosa mi fa sorridere. Semplicemente perché cerco di cogliere l' ironia in tutte le cose della vita, anche quelle della miseria umana».

Se lo ricorda che anche Pietrangeli era stato messo da parte nel ventennio del presidente Galgani?
«Lo ricordo perfettamente. Ma io non sento di essere stato messo da parte, o in esilio, o qualunque altra parola. Prima di tutto , perché a me nessuno mi costringe a far nulla. E secondo, perchè ormai mi occupo di altro». Va bene, abbiamo capito.

Ma Roma?
«Roma? È sempre bellissima, ma ormai è una vecchia signora, un pochino malandata».
Ormai è diventato trevigiano...
«Ma quando mai. Faccio la spola su e giù. Sono diventato un pendolare a oltre sessant' anni».
Però Roma ha bisogno di una chirurgia estetica.
«E di uno bravo. Un chirurgo come si deve, per un restyling serio».

pietrangeli panattaPIETRANGELI PANATTA
E la Roma dei suoi esordi?
«E chi se la ricorda più...».
Uno sforzo...
«Mah, il mio primo torneo al Foro? Credo avessi diciassette anni. Sì, stavo ancora con i miei, abitavo sulla Colombo».
E si spostava con il motorino.
«No, con la macchina».
Ma non era maggiorenne...
«Ops... no, allora avevo già diciott' anni!».

Comunque sia, lei ha fatto la storia. Ma è vero che non ha più neanche le coppe?
» «Sì, non mi piace che la mia casa mi diventi una sorta di museo».
Poi è stato capitano di Coppa Davis e direttore tecnico degli Internazionali.
«Sì, per un triennio».
Ci si ricorda ancora di quella volta che uscì dal suo ufficio per affrontare gli ultras in viale delle Olimpiadi dopo una partita della Roma.
panatta bertèPANATTA BERTÈ
«Eh, credo fosse il 2000. C' era la domenica di campionato, quelli tiravano bombe carta. Io sono uscito semplicemente per difendere i miei ragazzi».

Ma se il tennis la richiamasse in qualche modo?
«No, i contrasti restano, non ne voglio più sapere. E ho altri interessi».

Però due anni fa c' è andato al Foro per partecipare alla cerimonia dei quarant' anni della vittoria azzurra in Coppa Davis...
«L' ho fatto solo perché me l' ha chiesto Giovanni Malagò, che è un caro amico. Ma non lo rifarei».

E dunque cosa le resta del tennis?
«Beh, vado sempre al Roland Garros. Mi invitano, hanno un altro modo di omaggiare e di ospitare i vincitori del loro torneo».

Torniamo a Roma, alla città...
panatta borg 3PANATTA BORG 3
«Mah, vederla ridotta così fa male. Le buche, i bus in fiamme in pieno centro storico. A leggerlo, e vedere le immagini, sembra incredibile. Ma ormai mi pare una partita persa, questa è la pura verità».

Per questo si dedica alle giovani generazioni.
«Esatto: il 'Banca Generali campione per amico', l' evento cui sono coinvolto insieme a Chechi, Graziani e Lucchetta vuol essere un divertimento e un messaggio per i ragazzini, che sono ancora sani e non guastati dal mondo circostante. Ci puoi scherzare, vederne la gioia, immaginare sogni e aspettative».
adriano panatta con la moglie rosariaADRIANO PANATTA CON LA MOGLIE ROSARIA
Ecco, l' ironia è stata davvero il modus vivendi di tutta la sua vita.
«Ma io odio chi si prende troppo sul serio. La gente che pontifica, nel tennis poi: ma vi pare normale? Noi tiriamo semplicemente delle palline...».

Di solito, quando pronunci il nome di Adriano Panatta, torni indietro nel tempo e pensi a Bjorn Borg, Vitas Gerulaitis, Loredana Bertè, Renato Zero...
«Vitas non c' è più, che tristezza ogni volta che penso a lui. E quanto a Loredana, è stato davvero bello rivederla qualche giorno fa, in televisione da Fabio Fazio. Bjorn mi capita di vederlo, rivanghiamo i vecchi tempi, e così con Renato se capita di incontrarci. In generale erano tempi in cui ci si poteva rilassare, vivere con un disincanto diverso rispetto a oggi. Fare cose che oggi è impossibile fare, con tutti questi social che asfissiano il mondo».
panatta mcenroePANATTA MCENROE

Ma la Bertè le ha dedicato anche una canzone.
«Così mi hanno detto... ma non voglio aggiungere altro, l' amicizia è sacra per me».
Insomma, era tutta un' altra atmosfera.
«Ma è la vita ad essere completamente cambiata. Ripeto, oggi c' è questo divismo che mi lascia veramente perplesso. È vero, come ho sempre detto, che il tennis l' ha inventato il diavolo - nel senso che è uno sport maledetto. Però a tutto c' è un limite».

Conclusione?
«Ma de che? Io sto a Treviso, giusto? Allora sapete cosa dovete fare? Chiedetemi del radicchio...». 

Fonte: qui

“SPARAI A TOGLIATTI MA RISCHIAI DI MORIRE PER MANO DI STALIN E DI UN BARBIERE”

ANTONIO PALLANTE RACCONTA L’ATTENTATO AL “MIGLIORE”: ''TREMAVO TUTTO. MI SENTIVO COME UN PATRIOTA, AVEVO NEUTRALIZZATO IL NEMICO DEGLI ITALIANI...”

POI RACCONTA DI QUELLA VOLTA CHE FECE INCAZZARE MUSSOLINI, DI SCELBA, DI BARTALI E DI EVITA PERON: ''QUANDO ERO IN CARCERE MI MANDO’ UN SACCO DI SOLDI. LI DIVISI TRA…''

Stefano Zurlo per il Giornale

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«Tremavo. Tremavo tutto. Credo che anche la mano andasse per conto suo. Poi, finalmente, li vidi uscire. Prima Nilde Iotti, dietro lui. Scese i gradini, arrivò a tre-quattro metri di distanza da me. Cominciai a sparare: uno, due, tre colpi. Continuai a fare fuoco mentre cadeva per terra. Lei si chinò su di lui gridando: hanno ucciso Togliatti, hanno ucciso Togliatti...».

L' uomo che premette il grilletto quel mercoledì 14 luglio 1948 parla per ore con una precisione sbalorditiva. Sono passati quasi settant' anni da quelle ore che trascinarono l' Italia sull' orlo della guerra civile, ma Antonio Pallante snocciola nomi, numeri, date come fossero passati pochi giorni.

É un caso a suo modo bizzarro: un capitolo di storia che per un giorno fa il cammino a ritroso verso la cronaca. Parole. Facce. Espressioni. Siamo in un salotto borghese un po' datato di Catania. Pallante aveva fatto molti anni fa una sorta di voto, come un monaco trappista. Silenzio e ancora silenzio in attesa che calasse il sipario.

TOGLIATTITOGLIATTI
E invece il figlio Carmine, chimico, oggi nel settore del terziario e vice presidente di Manageritalia Palermo, lo ha convinto a riaprire quella porta, ormai sprangata. Antonio porta abbastanza bene i quasi novantacinque anni anagrafici: il suo punto debole sono le gambe che lo hanno tradito, ma la parola corre rapida e chirurgica, le mani, sempre in movimento, esprimono quel che i concetti non riescono a trasmettere per la troppa foga, gli occhi, chiarissimi, sono velati da una malinconia lattiginosa, rotta via via da lampi di intelligenza e sorrisi colmi di ironia.

Signor Pallante, prima di quel giorno fatidico, anniversario della presa della Bastiglia, aveva già sparato?
«Avevo messo in crisi il Fascismo con un colpo di moschetto e prima ancora mi ero ribellato all' autorità centrando con una pedata il rettore del seminario».

Un attimo, lei è un prete mancato?
«Papà, che era un brigadiere forestale, si era messo in testa che io diventassi sacerdote. Rimasi cinque anni nel seminario di Cassano allo Ionio, in Calabria. Poi il diavolo ci mise del suo».

Perchè?
Pallante, aggrappato a una sedia imbottita di cuscini, ride di gusto: «Sentivo voci angeliche, femminili, di là del muro che chiudeva il cortile. Era estate, faceva caldo, indugiavo all' aria aperta e tendevo l' orecchio. Di là della muraglia c' era una colonia: ragazze che facevano, come si diceva allora, l' elioterapia. Colpo di fortuna, mi accorsi che un mattone veniva via con grande facilità. Ecco, un bel buco nella recinzione».
Come in certi film noir francesi.
«Io ne approfittai per sbirciare dall' altra parte. Ero un ragazzo curioso, di 13-14 anni. Solo che qualcuno fece la spia e il rettore, infuriato, mi chiamo...».

Risultato?
«Lui urlava e allora gli mollai un calcio negli stinchi. Fui espulso e rispedito a casa, per la disperazione di mio padre».
PALLANTEPALLANTE

Fine della vocazione?
«Si, ma non degli studi, anche se spesso cambiavamo residenza seguendo papà nei suoi spostamenti di forestale. Presi la licenzia ginnasiale a Castrovillari, poi la maturità classica in Sicilia al prestigioso collegio Capizzi di Bronte, quindi mi iscrissi a giurisprudenza a Catania».

Ma l' incidente con il fascismo?
«Successe nell' estate del 43, con gli Alleati ormai alle porte, a Bronte, in Sicilia. Io e i miei amici avevamo fra le mani il moschetto datoci dal Regime. Rubai un caricatore a papà. Eravamo in tre: ci piazzammo fra due pali della luce. Io fui l' ultimo a provare. Il colpo spezzò il filo. Pensavo che al massimo ci sarebbe stato un black out, invece l' avevo combinata grossa: avevo interrotto le comunicazioni fra Roma e Bengasi, fra Mussolini e Graziani, fra l' Italia e la Libia».

Che successe?
togliattiTOGLIATTI
«Ci fu un vorticoso giro di telefonate fra Bronte, Catania e Roma. Ricerche a tappeto contro i presunti sabotatori, polizia e carabinieri impegnati allo spasimo sul campo. Alla fine fui rintracciato e il federale di Bronte si scaraventò dal direttore delle poste con una voluminosa documentazione. Questa - disse - deve partire domattina per Roma».
Una catastrofe.
«Chissà cosa sarebbe successo, mi avrebbero indagato, arrestato, forse sarei sparito. Ma il direttore delle poste era amico di papà, ritenendo l' episodio una bravata di gioventù, concertò una soluzione all' italiana, la busta con le prove della mia colpevolezza non partì mai per la capitale».

Insomma, si salvò per un pelo?
«Si, ma dopo pochi giorni gli Alleati sbarcano in Sicilia. E arrivano anche a Bronte».
Immagino la sua felicità.
«No, non immagina. Il comandante Poletti, un colonnello, vuole conoscere l' eroe italiano che ha mostrato cosi tanto coraggio contro il fascismo. Cosi mi portano da Poletti che mi grida bravo italiano, mi stringe la mano e mi regala 1000 lire. Una cifra favolosa. Un tesoro per l' epoca. Con quei soldi mi pagai gli studi».

Arriviamo al Dopoguerra.
togliattiTOGLIATTI
«Io ero un liberale, ero corrispondente per il settimanale siciliano dell' Uomo qualunque, il Giornale dell' isola, ormai ero uno studente fuoricorso. E mi scontravo quotidianamente con i comunisti. Minacciavano, ingiuriavano, profanavano. Ricordo i comunisti di Adrano, un paese del Catanese. Puntarono mia sorella Concettina, che oggi ha 82 anni, con parole spaventose: l' appenderemo a un palo e la violenteremo'. Poi ci fu un altro episodio».

Che cosa accadde?
«Nel corso di un comizio, un certo Proietti sbottò interrompendomi: Ma che dice questo cretino?. Mio padre, che era di fianco, lo mandò ko con un ceffone. Questo era il clima nel '48».
Cosi?
«Nel giro di due o tre mesi elaborai l' idea. Tagliare alla radice il problema. Uccidere il Migliore, Palmiro Togliatti».

Possibile?
«Feci tutto da solo, anche se poi mi hanno cucito addosso complotti, mandanti, trame misteriose. Persino la proprietà di una fabbrica di corde in Argentina».
nilde iotti palmiro togliattiNILDE IOTTI PALMIRO TOGLIATTI
Liberale, ma fino a un certo punto.
«Ero giovane. Ero esasperato. Ritenevo i comunisti responsabili della morte di molti italiani, eliminati dai partigiani rossi. In quei giorni, l' Italia era a un bivio drammatico: l' ingresso nell' Alleanza Atlantica o l' approdo nel Cominform».

Lei davvero pensava di risolvere il problema uccidendo il capo del Pci?
«Si. E non mi preoccupavo delle conseguenze personali. Comprai la pistola, una Smith calibro 38, al mercato nero per 250 lire. Poi per 25 lire acquistai in armeria cinque proiettili. Dissi che mi servivano per il tirassegno. Infine partii per Roma».

Come organizzò l' agguato?
«Decisi di colpire a Montecitorio. Operazione non facile: all' ingresso fui bloccato. Mi serviva un pass».

Chi glielo diede?
ATTENTATO A TOGLIATTI PANSA ITALIA DOPOGUERRAATTENTATO A TOGLIATTI PANSA ITALIA DOPOGUERRA
«Mi ricordai dell' onorevole Francesco Turnaturi, catanese di Randazzo, democristiano, che avevo conosciuto fra un comizio e l' altro. Lui mi fece trovare tre pass».

Ma voleva ammazzare Togliatti dentro Montecitorio?
«Non avevo un piano preciso. Dunque, dalla tribuna lo vidi: vidi lui, vidi Pajetta, il numero due del partito, vidi anche tanti altri, compreso De Gasperi che però non mi interessava. All' improvviso Togliatti usci, bruciandomi sul tempo. Mi accorsi però che se n' era andato da una porticina laterale che dava su via della Missione. Il terzo giorno mi appostai fuori».

Erano le 11.40 del 14 luglio, ricorrenza della Bastiglia.
«Una coincidenza casuale. Tremavo. Forse mi tremava anche la mano.Sapevo di avere cinque colpi a disposizione, ero determinato, ormai avevo deciso».
Alle 11.40 la porticina si apre: esce la Iotti e dietro di lei il Migliore.
«Scorgo lei, poi lui. Sono sui gradini, io a tre- quattro metri. Sparo: lo prendo alla costola, poi al polmone. Lui cade e mentre si accascia sparo ancora. Un colpo a vuoto, il quarto entra nella nuca. La Iotti si butta su di lui e grida: hanno ucciso Togliatti, hanno ucciso Togliatti, i deputati cominciano a uscire a frotte dal Parlamento, io non capisco più niente. Mani forti mi afferrano salvandomi dal sicuro linciaggio: è il capitano dei carabinieri Antonio Perenze che poi firmerà la relazione sulla morte, misteriosissima e controversa, del bandito Giuliano».
Ma quella è un' altra storia.
ATTENTATO A TOGLIATTI UNITAATTENTATO A TOGLIATTI UNITA
«Sono su una jeep che parte subito. Pochi minuti e arrivo in questura dove Ippolito, il questore, è pronto a interrogarmi. Non mi viene torto un capello, mi trattano tutti con gentilezza, solo il questore fa il furbo e nel verbale mi fa dire: Ho voluto vendicare la morte di molti fascisti. Dai Pallante che c' è un caldo che ci squagliamo, firma che andiamo. Eh no, signor questore, replico, io ho detto che volevo vendicare gli italiani uccisi, non i fascisti, ma è la stessa cosa. No, allora non firmo. Finalmente cambia la frase. Metto l' autografo, mi trasferiscono a Regina Coeli».

Il suo ingresso?
STALINSTALIN
«Appena arrivo alla rotonda, parte un coro: A morte Pallante, Pallante figlio di p.... Subito si alzano voci contrarie: Viva Pallante, grande Pallante. Il direttore capisce al volo: Dategli la stanza del cappellano, al quarto piano».
Intanto il Migliore, che non è morto, operato d' urgenza si salverà.
«Si, io vengo informato e capisco. Il quarto proiettile esploso, l' ultimo perchè il quinto è rimasto nella pistola - anche se al processo la Iotti affermerà il falso sostenendo che mi ero accanito su Togliatti ormai a terra - non è penetrato dentro la testa, ma si è fermato in superficie».

Come mai?
«La verità salterà fuori dalle perizie balistiche: le pallottole andavano bene per il tirassegno. Erano molli, non erano rivestite di antimonio. Questa, oltre all' abilità del chirurgo, il professor Valdoni, è la ragione per cui Togliatti sopravvisse».

Lui si, ma l' Italia in quelle ore rischia di saltare in aria: scioperi, tafferugli, scontri, feriti, una vera e propria rivolta sul monte Amiata, un carabiniere fatto a pezzi. Si aspettava qualcosa del genere?
adolf hitler con il re vittorio emanuele iii e benito mussoliniADOLF HITLER CON IL RE VITTORIO EMANUELE III E BENITO MUSSOLINI
«Io mi sentivo come un patriota, avevo fatto la mia parte, avevo neutralizzato il nemico degli italiani. Il resto non mi competeva».

Anche se tutto quello che accadde in quelle ore è raccontato nei ritagli di giornale che compongono gli album ammonticchiati sul tavolo. Ogni tanto, il vegliardo li sfoglia alla ricerca di un dettaglio e li mostra in quel salotto immobile e sospeso nel tempo ai familiari raccolti per ascoltare quel racconto mai sentito: il figlio Carmine, la nuora Maria Luisa, i nipoti Antonio e Francesco, studenti di medicina. La badante, Adela, rumena, è l' unica cui nel tempo, giorno per giorno, ha già confidato la sua lunghissima confessione. Pallante rialza la testa da quel mare di fogli: «Pensi che Stalin il giorno dopo diede una direttiva molto chiara: Eliminare l' aggressore di Togliatti con 4 colpi. Gli stessi che io avevo esploso».

Per lei si metteva male?
Mario ScelbaMARIO SCELBA
«Una mattina sono dal barbiere e lui, rivolgendosi alla guardia che mi aveva accompagnato, esclama: Se avessi fra le mani Pallante, gli taglierei la testa con questo rasoio. Io impallidisco, la guardia capisce, mi fa l' occhiolino e gli urla: Dai, finisci, che questo deve tornare in cella. Mi è andata bene».
Anche perchè nelle 48 ore successive al' attentato Bartali va a conquistare la maglia gialla al Tour e riceve la famosa telefonata di De Gasperi: Solo tu puoi salvare l' Italia.
«Gli italiani si infiammano in fretta, ma è fuoco di paglia».

Ha mai incontrato Bartali?
fedele toscani bartaliFEDELE TOSCANI BARTALI

«Me lo propose vent' anni fa Maurizio Costanzo, ma rifiutai. Non mi presto alle pagliacciate».

Il processo?
«Mi difendeva Giuseppe Bucciante, un principe del foro che non mi ha mai chiesto una lira. Lui cercò una soluzione con i legali di Togliatti ma il Migliore non ne volle sapere: venne in aula e puntò il dito contro di me. Mi diedero 19 anni. In appello la pena fu ridotta a 13, la Cassazione la dimezzò a 6. Dopo 5 anni ero fuori».
Un finale all' italiana.
«Iniziai una nuova vita in Regione e come amministratore di condomini.
evita peronEVITA PERON




Un giorno a Catania incontrai Scelba che mi disse: Quanti guai mi hai fatto passare. Ma la più grande soddisfazione fu un' altra».

Quale?
«Quando ancora ero in carcere, non più a Roma ma a Noto, dall' Argentina arrivarono un sacco di soldi. Me li mandava Evita Peron. Li divisi tra i detenuti più poveri e fu una gioia immensa. Come rimasi contento del fatto che Togliatti non fosse morto: gli avevo dato una lezione, ma ho evitato di portarmi sulla coscienza per tutta la vita il peso di un omicidio».

Fonte: qui

CROTONE – RIAPRE L’AEROPORTO SENZA VIAGGIATORI: LA REGIONE PAGA MEZZO MILIONE PER LO SCALO

L’ULTIMA COMPAGNIA CHE ATTERRAVA NELL’AREA JONICA AVEVA RACCOLTO SOLO 47 PRENOTAZIONI 

QUANDO LE COMPAGNIE “DOPANO” IL MERCATO CON I SOLDI DEI CONTRIBUENTI

SOMMERSO DAI DEBITI
Gaetano Mazzuca per la Stampa

Aeroporto crotoneAEROPORTO CROTONE
Dall' 1 giugno il piccolo aeroporto di Crotone riprenderà vita. Almeno fino a ottobre Ryanair garantirà i collegamenti con Pisa e Bergamo. Era dal 2016 che nello scalo calabrese non c' erano più voli di linea. Da allora molto è cambiato eppure il rischio di un nuovo default è concreto. Infatti, così come accadeva nel passato anche oggi per portare la compagnia irlandese a toccare terra a Crotone c' è voluto più di mezzo milione di euro di fondi pubblici. «Abbiamo sostenuto la ripresa dei voli - ha spiegato il governatore Mario Oliverio presentando le nuove rotte - perché nessuna compagnia vola gratis».

Così la Regione Calabria, attraverso la Sacal società di gestione dello scalo, ha messo sul tavolo 570mila euro attraverso un piano di marketing pluriennale. Parte del denaro sosterrà la compagnia irlandese senza incorrere in procedure di infrazioni. Ma anche i Comuni della provincia dovranno mettere mano al portafoglio per versare circa 40mila euro al mese necessari al funzionamento dell' aeroporto. L' ipotesi sulla quale si lavora per garantire questi introiti è quella di poter affidare a una società partecipata dagli enti locali la gestione dei servizi a terra: parcheggi, spazi commerciali e pubblicitari.

CROTONE RYANAIRCROTONE RYANAIR
«Ci hanno fatto vedere il cammello e ora dobbiamo pagare moneta», è stato l' appello del sindaco di Crotone Ugo Pugliese ai primi cittadini degli altri comuni. Il precedente non è incoraggiante. La vecchia società mista pubblico-privata che gestiva lo scalo nel 2015 è stata sommersa dai debiti, circa 6 milioni di euro.

IL QUESITO

L' interrogativo centrale resta la sostenibilità dell' aeroporto di Crotone. Un quesito a cui aveva risposto nel 2014 la Corte dei conti europea che aveva definito il terzo scalo calabrese «superfluo» e aveva fissato come obiettivo per ritenerlo sostenibile una quota di oltre 300mila passeggeri all' anno. Un traguardo che in passato non è stato mai raggiunto, nella sua migliore performance il Sant' Anna si è attestato sui 200mila utenti all' anno.

Insomma il futuro dell' aeroporto crotonese si gioca sui numeri. Il sales and marketing manager per l' Italia di Ryanair John Alborante ha già fissato un obiettivo intermedio: raggiungere i 70mila clienti solo con queste due rotte estive. I precedenti non inducono all' ottimismo. Basti pensare che l' ultima compagnia che aveva investito su Crotone, l' austriaca Flyservus, da novembre a gennaio aveva ricevuto solo 47 prenotazioni. Con questi numeri non era arrivata neanche al volo inaugurale. Per i crotonesi comunque l' aeroporto resta irrinunciabile, unica via di comunicazione con il resto del mondo.

RYANAIR CROTONERYANAIR CROTONE
L' ISOLAMENTO

La città vive praticamente isolata. La ferrovia ionica attende ancora l' elettrificazione, i treni a lunga percorrenza sono solo un ricordo e per arrivare a Roma, circa 500 chilometri, occorrono non meno di otto ore. Oppure c' è la statale 106, che qui tutti chiamano la strada della morte. Tranne pochi chilometri da poco ammodernati, il resto è una stretta lingua d' asfalto che passa in decine di paesi su cui Tir e autobus condividono la carreggiata con trattori e biciclette. Volare via sembra l' unica soluzione.


SCALI DOPATI

LuigiGrassia per la Stampa

Se c' è una cosa che in Italia non manca sono gli aeroporti: ne esistono 113. Escludendo quelli militari, le scuole di volo, gli aeroclub e le basi degli aerotaxi, gli scali effettivamente operativi che ospitano il vero e proprio traffico commerciale sono 42, che risalgono a 53 considerando anche i casi ibridi. Ma quanti di questi aeroporti vengono gestiti con sani criteri economici?

crotoneCROTONE
La domanda non ha una risposta facile, perché l' economicità non andrebbe valutata solo sulla base dei bilanci aziendali come entità a sé stanti, ma anche tenendo conto delle risorse che uno scalo (pur se passivo di suo) riesce ad attrarre sul territorio. Con tutte le riserve del caso, Andrea Giurcin, docente di Economia dei trasporti all' università Milano Bicocca, dice che «l' esistenza di almeno metà degli aeroporti commerciali italiani non è giustificabile in termini economici».

LE AGEVOLAZIONI

Una voce importante, in questa anti-economicità diffusa, è il doping delle agevolazioni e degli sconti sul prezzo dei servizi (di fatto si tratta di sussidi) che parecchi scali pagano a Ryanair o ad altri vettori (low cost o tradizionali) per deviare artificialmente qualche flusso di traffico verso le loro piste. Antonio Bordoni, docente di gestione delle compagnie aeree alla Luiss e autore del libro «Ryanair nel Bel Paese» (ancora più significativo è il sottotitolo: «Cronaca di una colonizzazione»), dice che «una situazione del genere non ha riscontri negli altri Stati europei».

CROTONECROTONE
Però, a sorpresa, gli analisti del settore, pur se paladini del libero mercato, non condannano automaticamente tutte le agevolazioni alle compagnie aeree. Ancora Giuricin: «In certi casi la strategia del sussidio si è dimostrata vincente. Per esempio ha funzionato con l' aeroporto di Bergamo, che non contava niente ed è cresciuto fino a diventare il terzo d' Italia, o con quello di Pisa, che gradualmente ha superato Firenze».

Qual è il discrimine fra i casi di successo e gli altri? Il docente della Bicocca dice che «i sussidi sono utili se inseriti in un progetto di crescita a lungo termine. Se invece hanno un respiro di pochi anni, fino alle successive elezioni, solo per far rieleggere il politico di turno, e se per di più si accompagnano ad altre diseconomie, come disattenzione ai costi, personale in eccesso eccetera, le agevolazioni alle compagnie aeree si trasformano in puro e semplice spreco di denaro.
aeroporto bergamoAEROPORTO BERGAMO

Che nella maggior parte dei casi non riesce neanche a giustificarsi con l' attrazione di flussi turistici extra, perché è raro che basti offrire posti in aereo per raggiungere l' obiettivo». L' ultima parola al prof. Bordoni: «In Italia si aprono di frequente inchieste sulla cattiva gestione degli aeroporti, ma poi le autorità locali fanno una telefonata per segnalare che così saltano dei posti di lavoro, e l' indagine si arena». 

Fonte: qui

CHE CI FACEVANO DI BATTISTA E LA COMPAGNA IN TRIBUNA AUTORITÀ AGLI INTERNAZIONALI DI TENNIS? NON È MANCO PIÙ UN DEPUTATO, MA UN PRIVATO CITTADINO!

EPPURE VENIVA SCORTATO DA UN DILIGENTE ADDETTO VIP NEL SETTORE PIÙ AMBITO DEL FORO ITALICO. AH, I PRIVILEGI, QUANDO SI ASSAPORANO, È DIFFICILE FARNE A MENO 

E PENSARE CHE MENTRE VEDEVA LE PARTITE GRATIS, ERA IN TV A FARE LE PULCI AL COLLEGA ROBERTO FICO PER LA COLF IN NERO…


Alessandro Di Battista dall’insediamento del nuovo Parlamento è tecnicamente un privato cittadino. Non è più un deputato, non ha un ruolo ufficiale all’interno del Movimento 5 Stelle, come si legge dall’organigramma pubblicato qui sotto, al massimo si può considerare un giornalista visto che da mesi ci ripete che partirà per un lungo viaggio-reportage in America (pare che stavolta parta davvero, tra due settimane).
alessandro di battista sahra agli internazionali di tennis 2018 2ALESSANDRO DI BATTISTA SAHRA AGLI INTERNAZIONALI DI TENNIS 2018 2

Però ieri, andando agli Internazionali di Tennis a Roma, non si è accomodato sugli spalti riservati alla stampa (sportiva, peraltro): come si vede dalle foto dell’agenzia Toiati pubblicate dal ‘Messaggero.it’, e come ci hanno riferito le nostre Dago-fonti, lui e la sua compagna Sahra sono stati scortati in tribuna Autorità da un diligente addetto, munito dell’ambitissima lista degli invitati vip nel settore più esclusivo dello Stadio Centrale del Foro Italico.

Ohibò! Un comportamento da Kasta, senza manco più farne parte! E pensare che in quello stesso momento andava in onda la prima puntata (registrata) di ‘Accordi & Disaccordi’ – programma di Andrea Scanzi e Luca Sommi del ‘Fatto Quotidiano’ – in cui Dibba, ospite principale, faceva pure pelo e contropelo al collega Roberto Fico, quello della colf in nero: ‘La sua fidanzata dovrebbe chiarire e risolvere questa situazione. Io in questi anni sono stato attentissimo, pure alle cose più semplici come una multa stradale’.
alessandro di battista sahra agli internazionali di tennis 2018 3ALESSANDRO DI BATTISTA SAHRA AGLI INTERNAZIONALI DI TENNIS 2018 


La multa stradale magari l’avrà pagata subito, il biglietto per accedere alle partite degli Internazionali come i comuni mortali, no…


ORGANIGRAMMA DELL’ASSOCIAZIONE DENOMINATA “MOVIMENTO 5 STELLE”

alessandro di battista sahra agli internazionali di tennis 2018 4ALESSANDRO DI BATTISTA SAHRA AGLI INTERNAZIONALI DI TENNIS 2018 






Sono organi dell'Associazione denominata MoVimento 5 Stelle:

1. il Garante: GRILLO Giuseppe Piero detto "Beppe”

2. il Capo Politico: DI MAIO Luigi

3. il Comitato di Garanzia, composto da: CRIMI Vito Claudio, CANCELLERI Giovanni Carlo, LOMBARDI Roberta

4. il Collegio dei Probiviri, composto da: CATALFO Nunzia, CARINELLI Paola, FRACCARO Riccardo

5. il Tesoriere: DI MAIO Luigi

6. l’Assemblea.
alessandro di battista sahra agli internazionali di tennis 2018 5ALESSANDRO DI BATTISTA SAHRA AGLI INTERNAZIONALI DI TENNIS 2018