9 dicembre forconi: sussidi
Visualizzazione post con etichetta sussidi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sussidi. Mostra tutti i post

martedì 31 luglio 2018

Le verità scomode su Marchionne (e sui mercati)

Sergio Marchionne è stato abile a cercare sussidi per le auto laddove si era disposti a darli: negli Usa dei crediti subprime per comprarsi la macchina. 
Sergio Marchionne (Lapresse)

Sergio Marchionne (Lapresse)


Mi scuserete se non mi unisco al coro apologetico per Sergio Marchionne, di fronte alla cui situazione personale e di salute tolgo il cappello come farei con chiunque combatta la battaglia più dura. Manager come operaio, avendo io stesso da poco passato un periodo non facile in ospedale. Non lo faccio per alcune ragioni, prima della quale non vorrei turbare la linea di consenso che accompagna in maniera quasi taumaturgica, quando non parossisticamente macchiettistica, la figura dell'ex amministratore delegato di Fca, quasi fosse stato l'unico industriale illuminato che questo Paese abbia mai concepito. Chi erano, infatti, chessò, Mattei od Olivetti, di fronte al genio italo-canadese? 
Lascio pure a voi decidere se sia io un iconoclasta irrispettoso o piuttosto un ipocrita agiografo chi sembra scordarsi non tanto delle condizioni disperate in cui Marchionne ha preso Fiat (nessuno se la prende con il chirurgo, se il paziente arriva ormai più morto che vivo sul tavolo operatorio, non ce la fa), quanto di quelle di stra-favore che Fiat ha trovato Oltreoceano: Marchionne ha solamente esportato il modello storico del fare industria del Lingotto (privatizzare gli utili e socializzare le perdite, prima grazie agli ammortizzatori sociali e poi con il ricorso strutturale a incentivi di Stato) al di là dell'Atlantico, poiché in Italia non c'era più trippa per gatti, come Mario Monti fece chiaramente capire a Fiat, una volta giunto a Palazzo Chigi e quando la cavalcata Usa del gigante torinese era già iniziata e in rampa definitiva di lancio strutturale. 
Marchionne fu un genio sì, ma del marketing, in quel caso: primo, perché intuì come Barack Obama fosse invece pronto a stanziamenti miliardari - in nome del tanto declamato libero mercato statunitense e delle conseguenti, idiote normative europee sugli aiuti di Stato - pur di salvare Detroit e, secondo, perché trasformò la debolezza in forza, intervenendo per primo nel dibattito rispetto proprio agli aiuti di Stato, dicendo che «Fiat non chiedeva e non voleva niente». Per forza, non c'era più niente che il governo fosse disposto e nelle disponibilità di dare e, comunque, il Lingotto aveva già la carta di riserva pronta, tanto da diventare la sua core choice: diventare americana, fondere due debolezze, due aziende sull'orlo del fallimento, Fiat e Chrysler e sfruttare al massimo gli incentivi del governo e la propensione del mercato automobilistico Usa all'indebitamento allegro tramite il credito al consumo, anche e spesso subprime
Potrà sembrare impietoso, ma è la realtà. Ciò che è scandaloso è il silenzio generale al riguardo, quando con quattro grafici potrei smontare le agiografie in onda a reti e quotidiani unificati da 72 ore. Ma si sa, questo è un Paese strano. Un Paese in cui, incredibile ma vero, gli indici di ascolto televisivi e i dati di vendita di certi settimanali pruriginosi al limite del pornografico ci confermano come la mitologica "gente" abbia come principale passatempo osservare le vite degli altri dal buco della serratura della morbosità, ma che, quando sul letto di ospedale si trova il potente di turno, sfodera di colpo stomaci delicatissimi in fatto di rispetto e tutela della privacy. Si chiama ipocrisia e dovrebbe essere inserita in Costituzione, altro che il Fiscal compact. Chi ha criticato la prima pagina del Manifesto di domenica, oggettivamente urticante (ma non eravate tutti Charlie Hebdo, a proposito?), spesso lo ha fatto con in mano Diva e donna e in attesa di Chi l'ha visto? o di Barbara D'Urso. Quindi, per favore, almeno evitiamo di unire il danno della morale alla beffa dell'ipocrisia. 
E poi, scusate ma perché tanto interesse? In punta di diritto e di fatturato, Fca è un'azienda americana con sedi legali e fiscali a Londra e Amsterdam che crea posti di lavoro in America, come ha testimoniato la riconoscenza pubblica verso Marchionne di Barack Obama prima e Donald Trump poi, il quale lo ha definito in un tweet «il mio migliore amico» all'interno dell'industria automobilistica. Non vedo tutte queste beatificazioni laiche sulla stampa statunitense, britannica oppure olandese: eppure, Fca riguarda più loro che l'Italia, oramai. Ma la prova del nome non tarderà a venire. L'unico, reale interesse di Fca rimasto in Italia è a Melfi, dove si produrrà la Jeep. E, guarda caso, il nuovo amministratore delegato del gruppo è proprio quello che possiamo definire Mr. Jeep, Mike Manley. Punterà su Melfi oppure cederà alle sirene della Casa Bianca, la quale sta facendo più di una pressione perché la produzione di Jeep torni negli stabilimenti d'Oltreoceano, tanto per poter attaccare al muro dell'America great again un'altra testa d'alce, in vista delle elezioni di medio termine dell'autunno? 
Lo so, sono cose spiacevoli da sentire. Ma sono la verità. Piaccia o meno. Si può nasconderla, ma non si può negarla, per quanto ci si sforzi facendo appello alla pietà umana e altre categorie degne di miglior causa. E poi, accipicchia, nessuno che si faccia una domanda: come mai l'intera galassia Fiat ieri è crollata in Borsa, a inizio contrattazioni, quando addirittura il titolo Fca non riusciva a fare prezzo, salvo rientrare a quasi -5%? La logica ci dice due cose: primo, il nuovo management non convince gli investitori. Quindi, a Fca non sanno scegliere i manager, dote non proprio di cui andare fieri, se ci si vende come imprenditori globali. Secondo, il mercato ritiene che Marchionne garantisse un plus, il quid in più, per dirla alla Berlusconi. Quale, la genialità nel progettare nuovi modelli? La capacità nel gestire le relazioni sindacali? O, forse, il combinato congiunto di essere stato il più bravo a gestire i rapporti con la politica d'Oltreoceano nel periodo delle vacche grasse delle sovvenzioni statali e quello, più spiacevole, del fatto che la crisi finanziaria in arrivo - come testimoniato anche dal documento congiunto uscito dal G-20 dello scorso weekend - colpirà più duramente e per primi proprio i comparti più sensibili, ovvero quelli più esposti alla bolla e al leverage (vedi i tecnologici) e quelli più disfunzionali ma tenuti in vita da politiche espansive e monetariste delinquenziali? 
E qui entriamo nel merito del manager Marchionne, il quale dovrebbe avere come dote principale quella della programmazione, del saper guardare oltre, guardare al futuro. Alcide De Gasperi disse che uno statista è quello che pensa alla prossima generazione, non all'oggi o al domani: vale anche per le aziende. Anzi, in un mercato di competizione globale e sempre più spietata, vale ancora di più. E qual è il mercato automobilistico del futuro, a detta di tutti gli analisti e in base anche al piano di cambiamento della società - da esportatrice a fruitrici di servizi e consumi interni - presentato da Xi Jinping? La Cina. Qualcuno parla ancora anche di India, ma il combinato congiunto di crisi bancaria legata agli Npl delle banche a controllo statale e peggior siccità di sempre attesa nei prossimi mesi, picchieranno pesantemente sulle prospettive di crescita di Nuova Delhi, così come l'incauta scelta di fare affari proprio con Pechino bypassando il dollaro e utilizzando yuan sta già mettendo sotto pressione la rupia e le riserve della Banca centrale (a Wall Street sono indipendenti dalla politica, si sa). 
Bene, guardate questo grafico: vi pare che Fca sia posizionata bene nel mercato del futuro? E vi garantisco, non è nemmeno subito dopo l'ultima azienda presenta nell'infografica. Che management è stato, quindi, quello che si è disinteressato completamento delle quote di mercato da acquisire per il core business dei prossimi anni? Bravo? Illuminato e geniale come ci dicono i giornali in coro, Manifesto a parte? Oppure un management che ha pensato soltanto a massimizzare i profitti sfruttando l'onda lunga del momento, leggi il boom del settore automobilistico Usa garantito da incentivi statali e credito al consumo come se non ci fosse un domani e a condizioni stracciate? Ditemi voi. 
 
Cari lettori, proprio voi mi siete buoni testimoni: quante volte e in tempi non sospetti, ho denunciato da queste pagine il fatto che il mercato automobilistico americano fosse completamente drogato da credito al consumo e incentivi statali? In parte, molto minore, anche quello europee, visto che le finanziarie delle case automobilistiche partecipavano alle aste Ltro della Bce, manco fossero degli istituti di credito. Quante volte ho portato le prove del perverso sistema di boom&bust, tipico della teoria dei cicli della Scuola austriaca, in atto in quel comparto, a causa proprio dell'infinita politica espansiva della Fed (e delle altre Banche centrali)? Ovvero, sovra-produzione che poi avrebbe creato un eccesso di offerta, la quale - come era ovvio - si è poi sostanziata o nell'esplosione di una fenomeno subprime 2.0, con credito al consumo verso cani e porci, a prescindere dal rating di credito e cartolarizzazione di massa di quei prestiti da parte di finanziarie senza scrupoli e grandi gruppi bancari che le foraggiano o in piazzole piene di auto invendute, tanto che la vendita e l'affitto di quel tipo di aree è uno dei business più caldi del mercato real estate in Stati come la California. Signori, è la realtà. Per quanto la si voglia scacciare, utilizzando la prima pagina del Manifesto come scusa per pulirsi la coscienza. 
E sapete cosa sta succedendo d'altro in questi giorni e ore, proprio legato al contesto generale di omissione interessata di certe notizie in cui si è andata a inserire, suo malgrado, la drammatica vicenda personale di Sergio Marchionne e di cui vi ho appena parlato? Ve lo spiegano questi grafici, dai quali desumiamo principalmente tre concetti. Primo, anche quest'anno - anzi, quest'anno più che mai - i mitologici rialzi azionari che avrebbero dovuto essere la conferma della strutturalità della ripresa globale in atto saranno garantiti unicamente da buybacks azionari, figli legittimi delle emissioni obbligazionarie di massa garantite dalle Banche centrali. 
 
Secondo, in cima alla lista di quei buybacks ci sono i titoli del comparto tech - le altrettanto mitiche Faang - e i finanziari. Terzo e più importante, gli insiders - ovvero chi lavora dentro le aziende in questione - sta vendendo i titoli di cui è in possesso come non ci fosse un domani al parco buoi, tra cui molti fondi pensione che conosceranno presto la parola default. Mi chiedo e vi chiedo, se un dipendente o dirigente di un'azienda che sta di fatto trainando il mercato ormai da trimestri, scarica i titoli che ha in portafoglio - frutto di bonus, stock options, premi e integrativi - è solo perché risponde alla vecchia regola dei "vendi sui massimi" o perché sa che la bolla sta per esplodere? 
Perché nel primo caso, saremmo di fronte o a degli irresponsabili o a dei Rambo, a livello di coraggio, visto che hanno atteso contro ogni previsione che quei titoli sfondassero sempre di più ogni possibile record, trainando con loro nella cavalcata gli indici di riferimento. Ma come, Donald Trump e mezza stampa continuano a dire che le Borse e l'economia vanno bene, anzi che non sono mai andati meglio (mentre una fetta sempre meno esigua comincia a mettere le mani avanti) e questi vendono tutto, nemmeno fossero Lehman Brothers nel weekend del 15 settembre 2008? Sospetto, vero? Eppure, la stampa non ve lo dice. 
Come non vi dice quanto vi ho detto io rispetto a Marchionne e la sua gestione di Fca: nel primo caso, tutto è bello, i cieli sono blu e pieni di unicorni. Nel secondo, abbiamo solo agiografie acritiche e patetiche colate di melassa rispetto al ricordo personale che ogni grande firma del giornalismo italiano ha di lui, chi ci ha fatto merenda con pane e Nutella e chi ci ammirato un tramonto, simbolo di quella classe media che, se sparisce, porterà con sé anche l'acquirente medio della Panda. Roba da voltastomaco. Eppure, ormai dovrei esserci abituato. E voi? 

Fonte: qui

mercoledì 16 maggio 2018

CROTONE – RIAPRE L’AEROPORTO SENZA VIAGGIATORI: LA REGIONE PAGA MEZZO MILIONE PER LO SCALO

L’ULTIMA COMPAGNIA CHE ATTERRAVA NELL’AREA JONICA AVEVA RACCOLTO SOLO 47 PRENOTAZIONI 

QUANDO LE COMPAGNIE “DOPANO” IL MERCATO CON I SOLDI DEI CONTRIBUENTI

SOMMERSO DAI DEBITI
Gaetano Mazzuca per la Stampa

Aeroporto crotoneAEROPORTO CROTONE
Dall' 1 giugno il piccolo aeroporto di Crotone riprenderà vita. Almeno fino a ottobre Ryanair garantirà i collegamenti con Pisa e Bergamo. Era dal 2016 che nello scalo calabrese non c' erano più voli di linea. Da allora molto è cambiato eppure il rischio di un nuovo default è concreto. Infatti, così come accadeva nel passato anche oggi per portare la compagnia irlandese a toccare terra a Crotone c' è voluto più di mezzo milione di euro di fondi pubblici. «Abbiamo sostenuto la ripresa dei voli - ha spiegato il governatore Mario Oliverio presentando le nuove rotte - perché nessuna compagnia vola gratis».

Così la Regione Calabria, attraverso la Sacal società di gestione dello scalo, ha messo sul tavolo 570mila euro attraverso un piano di marketing pluriennale. Parte del denaro sosterrà la compagnia irlandese senza incorrere in procedure di infrazioni. Ma anche i Comuni della provincia dovranno mettere mano al portafoglio per versare circa 40mila euro al mese necessari al funzionamento dell' aeroporto. L' ipotesi sulla quale si lavora per garantire questi introiti è quella di poter affidare a una società partecipata dagli enti locali la gestione dei servizi a terra: parcheggi, spazi commerciali e pubblicitari.

CROTONE RYANAIRCROTONE RYANAIR
«Ci hanno fatto vedere il cammello e ora dobbiamo pagare moneta», è stato l' appello del sindaco di Crotone Ugo Pugliese ai primi cittadini degli altri comuni. Il precedente non è incoraggiante. La vecchia società mista pubblico-privata che gestiva lo scalo nel 2015 è stata sommersa dai debiti, circa 6 milioni di euro.

IL QUESITO

L' interrogativo centrale resta la sostenibilità dell' aeroporto di Crotone. Un quesito a cui aveva risposto nel 2014 la Corte dei conti europea che aveva definito il terzo scalo calabrese «superfluo» e aveva fissato come obiettivo per ritenerlo sostenibile una quota di oltre 300mila passeggeri all' anno. Un traguardo che in passato non è stato mai raggiunto, nella sua migliore performance il Sant' Anna si è attestato sui 200mila utenti all' anno.

Insomma il futuro dell' aeroporto crotonese si gioca sui numeri. Il sales and marketing manager per l' Italia di Ryanair John Alborante ha già fissato un obiettivo intermedio: raggiungere i 70mila clienti solo con queste due rotte estive. I precedenti non inducono all' ottimismo. Basti pensare che l' ultima compagnia che aveva investito su Crotone, l' austriaca Flyservus, da novembre a gennaio aveva ricevuto solo 47 prenotazioni. Con questi numeri non era arrivata neanche al volo inaugurale. Per i crotonesi comunque l' aeroporto resta irrinunciabile, unica via di comunicazione con il resto del mondo.

RYANAIR CROTONERYANAIR CROTONE
L' ISOLAMENTO

La città vive praticamente isolata. La ferrovia ionica attende ancora l' elettrificazione, i treni a lunga percorrenza sono solo un ricordo e per arrivare a Roma, circa 500 chilometri, occorrono non meno di otto ore. Oppure c' è la statale 106, che qui tutti chiamano la strada della morte. Tranne pochi chilometri da poco ammodernati, il resto è una stretta lingua d' asfalto che passa in decine di paesi su cui Tir e autobus condividono la carreggiata con trattori e biciclette. Volare via sembra l' unica soluzione.


SCALI DOPATI

LuigiGrassia per la Stampa

Se c' è una cosa che in Italia non manca sono gli aeroporti: ne esistono 113. Escludendo quelli militari, le scuole di volo, gli aeroclub e le basi degli aerotaxi, gli scali effettivamente operativi che ospitano il vero e proprio traffico commerciale sono 42, che risalgono a 53 considerando anche i casi ibridi. Ma quanti di questi aeroporti vengono gestiti con sani criteri economici?

crotoneCROTONE
La domanda non ha una risposta facile, perché l' economicità non andrebbe valutata solo sulla base dei bilanci aziendali come entità a sé stanti, ma anche tenendo conto delle risorse che uno scalo (pur se passivo di suo) riesce ad attrarre sul territorio. Con tutte le riserve del caso, Andrea Giurcin, docente di Economia dei trasporti all' università Milano Bicocca, dice che «l' esistenza di almeno metà degli aeroporti commerciali italiani non è giustificabile in termini economici».

LE AGEVOLAZIONI

Una voce importante, in questa anti-economicità diffusa, è il doping delle agevolazioni e degli sconti sul prezzo dei servizi (di fatto si tratta di sussidi) che parecchi scali pagano a Ryanair o ad altri vettori (low cost o tradizionali) per deviare artificialmente qualche flusso di traffico verso le loro piste. Antonio Bordoni, docente di gestione delle compagnie aeree alla Luiss e autore del libro «Ryanair nel Bel Paese» (ancora più significativo è il sottotitolo: «Cronaca di una colonizzazione»), dice che «una situazione del genere non ha riscontri negli altri Stati europei».

CROTONECROTONE
Però, a sorpresa, gli analisti del settore, pur se paladini del libero mercato, non condannano automaticamente tutte le agevolazioni alle compagnie aeree. Ancora Giuricin: «In certi casi la strategia del sussidio si è dimostrata vincente. Per esempio ha funzionato con l' aeroporto di Bergamo, che non contava niente ed è cresciuto fino a diventare il terzo d' Italia, o con quello di Pisa, che gradualmente ha superato Firenze».

Qual è il discrimine fra i casi di successo e gli altri? Il docente della Bicocca dice che «i sussidi sono utili se inseriti in un progetto di crescita a lungo termine. Se invece hanno un respiro di pochi anni, fino alle successive elezioni, solo per far rieleggere il politico di turno, e se per di più si accompagnano ad altre diseconomie, come disattenzione ai costi, personale in eccesso eccetera, le agevolazioni alle compagnie aeree si trasformano in puro e semplice spreco di denaro.
aeroporto bergamoAEROPORTO BERGAMO

Che nella maggior parte dei casi non riesce neanche a giustificarsi con l' attrazione di flussi turistici extra, perché è raro che basti offrire posti in aereo per raggiungere l' obiettivo». L' ultima parola al prof. Bordoni: «In Italia si aprono di frequente inchieste sulla cattiva gestione degli aeroporti, ma poi le autorità locali fanno una telefonata per segnalare che così saltano dei posti di lavoro, e l' indagine si arena». 

Fonte: qui

venerdì 29 dicembre 2017

Lavori utili, non solo sussidi

Sembra sia il destino degli stati evoluti. Il problema sono le persone che non lavorano o che hanno un lavoro che non gli garantisce la sopravvivenza. Oggi. Perché domani saranno ancora di più per l’arrivo delle macchine (robot) e tra dieci anni un fiume, sempre per lo stesso motivo. A questo bisogna aggiungere gli immigrati extracomunitari, anch’esso un fiume in aumento. Soluzioni nisba, ma di contro convegni per “illuminati”, sempre rigorosamente in alberghi superstellati, tanti. In Italia il problema è ormai prossimo all’esplosione, perché il lavoro, tutto, non cresce adeguatamente ai dati di partenza, diversi, ad esempio, da quelli tedeschi, ma anche i “mangiacrauti” hanno trovato soluzioni socialmente perfette, ma totalmente inappropriate per il futuro. Le soluzioni attuali (cassa integrazione o sostegno ai disoccupati) o quelle future (reddito di cittadinanza) sono inadeguate, perché presuppongono una cassa da cui pescare, ma oggi non solo la cassa è vuota, è proprio sparita e i soldi che girano sono quelli del monopoli, se va bene o quelli dei risparmiatori (BOT, BTP, Obbligazioni, case di proprietà; ecc…) e anche questi ultimi non infiniti e quindi ancora una non soluzione. 

La soluzione è(QUI): se ti do dei soldi tu mi dai del tempo e io (Stato) questo tempo lo impiegherò per fare cose socialmente utili e per innalzare le tue competenze, in modo che tu sia adeguato all’attuale mondo del lavoro. Lo so che l’ho già scritto, ma nel frattempo qualcuno, in basso, si è reso conto  che poteva essere una soluzione. A capirlo sono stati gli immigrati che si sono prestati a fare lavori straordinari non previsti. Forse era solo un manifesto per farsi accettare dalla gente che ci convive. 

O forse no, forse era una proposta sottotraccia per dire: noi ci siamo e se ci tenete come al canile, noi stiamo male e voi peggio. Ora vediamo perché questa soluzione di lavoro dei non lavoratori sta economicamente in piedi. Intanto qualsiasi lavoro eseguito fa parte del PIL e quindi in questo caso se cresce il PIL, diminuisce il debito pubblico (non in assoluto, ma in percentuale sul PIL) e questo ci consentirebbe di accedere ad ulteriori crediti presso la comunità internazionale. Poi perché si potrebbe fare un’enorme manutenzione straordinaria del tessuto nazionale (ad esempio quello idrogeologico o paesaggistico o architettonico storico-museale) che allo stato attuale delle nostre casse è sempre scritto ma mai attuato, o peggio attuato per piccolissime tranche, costose da aprire e poi mai chiuse. Tutto questo presuppone una legislatura adeguata, un appoggio incondizionato dei sindacati e una volontà politica largamente condivisa. E quindi in pratica una Chimera. Lo so, ma è giusto ricordarlo, oggi, quando si comincia a pensare per chi votare. A proposito non pensate al chi come partito, ma come persona e allora un passetto in avanti l’avrete fatto. A chi mi dirà che con la nuova legge questa è un’altra Chimera, rispondo che se questa legge non vi piace scrivetelo, fate una raccolta di firme, fatevi sentire, chiedete il voto disgiunto e tutto quello che vi sembra giusto, vi accorgerete di essere tanti, più di quelli che pensavate e che non vorranno, sopra certi numeri, non darvi ascolto, e se lo faranno, votate quelli che credete ve lo daranno.

Fonte: qui