9 dicembre forconi

giovedì 24 marzo 2016

Robert Kennedy jr : Perché gli arabi non ci vogliono in Siria

isis-giornalistaDal sito Politico.eu, vale davvero la pena di riportare la traduzione integrale del lungo e dissacrante articolo (di cui abbiamo già parlato quiin cui Robert Kennedy jr riassume agli americani ipnotizzati (e agli alleati europei) il “disgustoso” contesto storico, a partire dalla seconda guerra mondiale, in cui si inserisce la terribile guerra siriana dei nostri giorni e la creazione dell’Isis da parte della Cia, a protezione del cartello del petrolio.  

di Robert F. Kennedy, JR, 23 febbraio 2016, aggiornato al 1° marzo 2016

In parte perché mio padre è stato assassinato da un arabo, ho fatto uno sforzo per comprendere l’impatto della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente e in particolare i fattori che motivano a volte le sanguinarie risposte  del mondo islamico contro il nostro paese. Concentrando l’attenzione sull’ascesa dello Stato islamico e andando alla ricerca delle cause originarie della barbarie che ha portato via così tante vite innocenti a Parigi e San Bernardino, sarebbe meglio andare al di là delle spiegazioni di comodo sulla religione e l’ideologia.

Dovremmo invece esaminare le logiche più complesse della storia e del petrolio – e renderci conto che spesso esse chiamano in causa le responsabilità del nostro paese.

Il disgustoso record americano di interventi violenti in Siria – poco conosciuto dal popolo americano ma ben noto ai siriani – ha seminato un terreno fertile per il jihadismo islamico violento che ora complica una qualsiasi risposta efficace del nostro governo per affrontare la sfida dell’ISIL.  Finché l’opinione pubblica e i politici americani non si rendono consapevoli di questo passato, ulteriori interventi rischiano solo di aggravare la crisi. Questa settimana il Segretario di Stato John Kerry ha annunciato un cessate il fuoco “provvisorio” in Siria. Ma dal momento che il potere di influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Siria sono al minimo – e il cessate il fuoco non include combattenti importanti come lo Stato islamico e al Nusra – nel migliore dei casi è destinato ad essere una tregua piuttosto precaria. Allo stesso modo, l’intensificazione da parte del presidente Obama dell’intervento militare in Libia – attacchi aerei degli Stati Uniti la scorsa settimana hanno preso di mira un campo di addestramento Stato islamico – è probabile che rafforzi, piuttosto che indebolire, gli esponenti più radicali.
Come ha riportato in prima pagina il New York Times l’8 dicembre 2015, i leader politici dello stato islamico e i pianificatori strategici stanno lavorando per provocare un intervento militare americano. Essi sanno per esperienza che questo provocherà un grande afflusso di combattenti volontari nelle loro fila, soffocando le voci moderate e unificando tutto il mondo islamico contro l’America.

Per capire questa dinamica, dobbiamo guardare la storia dal punto di vista dei siriani e in particolare le cause del conflitto in corso. Molto prima che la nostra occupazione dell’Iraq nel 2003 innescasse la rivolta sunnita che si è ormai trasformata in Stato Islamico, la CIA aveva nutrito lo jihadismo violento come un’arma da guerra fredda e caricato così di elementi tossici le relazioni U.S./Siria.

Questo non è avvenuto senza polemiche interne.

Nel mese di luglio 1957, a seguito di un fallito colpo di stato della CIA in Siria, mio zio, il senatore John F. Kennedy, infiammò la Casa Bianca di Eisenhower, i leader di entrambi i partiti politici ed i nostri alleati europei con un discorso che è stato una pietra miliare, in cui sosteneva il diritto di auto-governo del mondo arabo e la fine delle ingerenze imperialiste degli Stati Uniti nei paesi arabi.

Nel corso della mia vita, e in particolare durante i miei frequenti viaggi in Medio Oriente, innumerevoli arabi mi hanno ricordato con entusiasmo quel discorso come la più chiara affermazione dell’idealismo che essi si aspettavano dagli USA.

Il discorso di Kennedy era un invito a riconnettere l’America con quegli alti valori che il nostro paese aveva sostenuto nella Carta atlantica; l’impegno formale a che tutte le ex colonie europee dopo la seconda guerra mondiale avessero il diritto all’auto-determinazione.

Nel 1941 Franklin D. Roosevelt aveva spinto con forza Winston Churchill e gli altri leader alleati a firmare la Carta Atlantica come condizione preliminare per il sostegno americano nella guerra contro il fascismo europeo.

Ma grazie in gran parte a Allen Dulles e alla CIA, i cui intrighi di politica estera erano spesso in contrasto diretto con le politiche dichiarate della nostra nazione, il percorso ideale delineato nella Carta Atlantica è rimasto una strada che non è stata intrapresa.

Nel 1957 mio nonno, l’ambasciatore Joseph P. Kennedy, fece parte di un comitato segreto incaricato di investigare le azioni clandestine della CIA in Medio Oriente.

Il cosiddetto “Rapporto Bruce-Lovett“, del quale è stato uno dei firmatari, descriveva le trame della CIA per colpi di stato in Giordania, Siria, Iran, Iraq ed Egitto, tutti fatti di conoscenza comune sulla piazza araba, ma praticamente sconosciuti al popolo americano, che credeva, prendendole per buone, alle smentite del suo governo. Il rapporto incolpava la CIA  del dilagante antiamericanismo che allora stava misteriosamente prendendo piede “in numerosi paesi del mondo di oggi.

Il Rapporto Bruce-Lovett sottolineava che tali interventi erano contrari ai valori americani e avevano compromesso la leadership internazionale degli Stati Uniti e la sua autorità morale senza che il popolo americano ne fosse a conoscenza.

Il rapporto diceva anche che la CIA non ha mai considerato il modo in cui avrebbe trattato tali interventi se qualche governo straniero li avesse progettati nel nostro paese.

Questa è la storia sanguinosa di cui interventisti moderni come George W. Bush, Ted Cruz e Marco Rubio omettono di parlare quando recitano la loro retorica narcisistica sul fatto che i nazionalisti del Medio Oriente “ci odiano per le nostre libertà.

Per la maggior parte di loro non è così; invece ci odiano per il modo in cui abbiamo tradito tali libertà – i nostri stessi ideali – all’interno dei loro confini.

* * *
Perché gli americani capiscano realmente cosa sta succedendo, è importante rivedere alcuni dettagli di questa storia sordida, e poco ricordata. Nel corso degli anni ’50, il Presidente Eisenhower e i fratelli Dulles – il direttore della CIA Allen Dulles e il Segretario di Stato John Foster Dulles – respinsero le proposte sovietiche di un trattato per un Medio Oriente come zona neutrale nella guerra fredda e per lasciare agli arabi il governo del mondo arabo. Invece, essi misero in piedi una guerra clandestina contro il nazionalismo arabo – che Allen Dulles equiparava al comunismo – in particolare quando l’autogoverno arabo minacciò le concessioni petrolifere. In segreto inviarono massicci aiuti militari americani ai tiranni in Arabia Saudita, Giordania, Iraq e Libano, favorendo dei fantocci con ideologie conservatrici jihadiste che essi consideravano come un affidabile antidoto al marxismo sovietico. In un incontro alla Casa Bianca tra il direttore strategico della CIA, Frank Wisner, e John Foster Dulles, nel settembre del 1957, secondo un memo registrato dal suo segretario personale, il generale Andrew J. Goodpaster, Eisenhower consigliò così l’agenzia: “Dobbiamo fare tutto il possibile per sottolineare l’aspetto della ‘guerra santa’”.
La CIA ha iniziato la sua ingerenza attiva in Siria nel 1949 – appena un anno dopo la creazione dell’Agenzia. I patrioti siriani avevano dichiarato guerra ai nazisti, espulso i loro governatori coloniali francesi di Vichy e realizzato una fragile democrazia laica basata sul modello americano. Ma nel marzo 1949, il presidente democraticamente eletto della Siria, Shukri al-Quwatli, esitò ad approvare la pipeline Trans-araba, un progetto americano destinato a collegare i campi petroliferi dell’Arabia Saudita ai porti del Libano attraverso la Siria. Nel suo libro, Legacy of Ashes, lo storico della CIA Tim Weiner racconta che come rappresaglia per il mancato entusiasmo sull’oleodotto americano da parte di Al-Quwatli, la CIA organizzò un colpo di stato che sostituì al-Quwatli con un dittatore scelto dalla CIA, un truffatore pregiudicato di nome Husni al-za’im. Al-za’im ebbe appena il tempo di sciogliere il parlamento e approvare l’oleodotto americano prima che i suoi connazionali lo destituissero, dopo quattro mesi e mezzo di regime.
A seguito di numerosi contro-colpi di stato nei paesi destabilizzati, il popolo siriano cercò di nuovo di istituire la democrazia nel 1955, ri-eleggendo al-Quwatli e il suo partito nazionale. Al-Quwatli era ancora neutrale nella guerra fredda, ma, dopo la batosta del coinvolgimento americano nella sua cacciata, ora tendeva verso il campo sovietico. Questo atteggiamento portò il direttore della CIA Dulles a dichiarare che “la Siria è matura per un colpo di stato” e inviare a Damasco i suoi due maghi in colpi di stato, Kim Roosevelt e Rocky Stone.
Due anni prima, Roosevelt e Stone avevano orchestrato un colpo di stato in Iran contro il presidente democraticamente eletto Mohammed Mosaddegh, dopo che Mosaddegh aveva cercato di rinegoziare i termini dei contratti dell’Iran, sbilanciati a favore del gigante petrolifero britannico Anglo-Iranian Oil Company (ora BP). Mosaddegh era il primo leader eletto nella storia iraniana da 4000 anni e un campione popolare della democrazia in tutto il mondo in via di sviluppo. Mosaddegh espulse tutti i diplomatici britannici dopo aver scoperto un tentativo di colpo di stato da parte di ufficiali dei servizi segreti U.K. che lavoravano in combutta con BP.  Mosaddegh, tuttavia, fece l’errore fatale di resistere alle suppliche dei suoi consiglieri di espellere anche la CIA, che essi giustamente sospettavano essere complice del complotto britannico. Mosaddegh idealizzava gli Stati Uniti come un modello per la nuova democrazia in Iran e li considerava incapaci di tali perfidie. Nonostante le trame di Dulles, il presidente Harry Truman aveva proibito alla CIA di unirsi attivamente ai britannici per rovesciare Mosaddegh. Quando Eisenhower entrò in carica nel gennaio del 1953, immediatamente scatenò Dulles.  Dopo aver spodestato Mosaddegh con l’ “Operazione Ajax,” Stone e Roosevelt installarono al potere lo Shah Reza Pahlavi, che favorì le compagnie petrolifere degli Stati Uniti, ma durante i suoi due decenni di regno esercitò una tale ferocia verso il suo popolo, sponsorizzata dalla CIA, che alla fine ha  innescato la rivoluzione islamica del 1979, il tormento della nostra politica estera per 35 anni.
Secondo Safe for Democracy: Le guerre segrete della CIA, di John Prados, dopo il “successo” della sua Operazione Ajaxn in Iran, Stone arrivò a Damasco nel mese di aprile 1957 con 3 milioni di $ per armare e incitare i militanti islamici e corrompere gli ufficiali dell’esercito siriano e i politici siriani allo scopo di rovesciare il regime laico democraticamente eletto di al-Quwatli. Lavorando con i Fratelli Musulmani e milioni di dollari, Rocky Stone tramò per assassinare il capo della intelligence siriana, il generale dello stato maggiore e il leader del partito comunista, e progettare “cospirazioni nazionali e varie provocazioni armate” in Iraq, Libano e Giordania, che avrebbero potuto essere imputate ai baathisti siriani. Tim Weiner descrive in Legacy of Ashes come il piano della CIA fosse di destabilizzare il governo siriano e creare un pretesto per un’invasione da parte di Iraq e Giordania, i cui governi erano già sotto il controllo della CIA.  Kim Roosevelt prevedeva che il nuovo governo fantoccio della CIA avrebbe “messo in atto in primo luogo  misure repressive ed esercitato il potere in modo arbitrario“, secondo documenti declassificati della CIA riportati sul quotidiano The Guardian.
Ma tutti quei soldi della CIA non riuscirono a corrompere gli ufficiali militari siriani. I soldati riportarono i tentativi di corruzione della CIA al regime baathista. In risposta, l’esercito siriano invase l’ambasciata americana, prendendo prigioniero Stone. Dopo un duro interrogatorio, Stone fece una confessione sul suo ruolo nel colpo di stato iraniano e sul tentativo della CIA, poi abortito, di rovesciare il governo legittimo della Siria, e la confessione fu trasmessa alla televisione. I siriani espulsero Stone e due membri dello staff dell’ambasciata degli Stati Uniti – la prima volta che un diplomatico americano del Dipartimento di Stato è stato espulso da un paese arabo. La Casa Bianca Eisenhower respinse la confessione di Stone come una “montatura” e una “calunnia”, e la negazione fu presa per buona da tutta la stampa americana, guidata dal New York Times, e fu creduta dal popolo americano, che condivideva la visione idealistica del suo governo di Mosaddegh. La Siria fece dimettere tutti i politici simpatizzanti degli Stati Uniti e condannò a morte per tradimento tutti gli ufficiali militari legati al colpo di stato. Per ritorsione, gli Stati Uniti spostarono la Sesta Flotta nel Mediterraneo, minacciando la guerra e spingendo la Turchia ad invadere la Siria.  I turchi ammassarono 50.000 soldati ai confini della Siria e fecero marcia indietro solo di fronte all’opposizione unita della Lega araba, i cui leader erano furiosi per l’intervento degli Stati Uniti.   Anche dopo la sua espulsione, la CIA proseguì con i suoi sforzi segreti per rovesciare il governo ba’athista democraticamente eletto della Siria. Secondo Matthew Jones in “The ‘Preferred Plan’: The Anglo-American Working Group Report on Covert Action in Syria, 1957, la CIA formulò dei piani con il servizio segreto britannico MI6 per formare un “Comitato di liberazione della Siria” e armò i Fratelli Musulmani per assassinare tre funzionari del governo siriano che avevano contribuito a rendere pubblico “il complotto americano” . Le trame della CIA hanno ancor più allontanato la Siria dagli Stati Uniti, spingendola verso una alleanza duratura con la Russia e l’Egitto.
Dopo il secondo tentativo di colpo di stato in Siria, rivolte anti-americane scossero il Medio Oriente dal Libano all’Algeria. Tra le ripercussioni, vi fu il colpo di stato del 14 luglio 1958, guidato dalla nuova ondata di ufficiali dell’esercito anti-americani che rovesciarono il monarca filoamericano iracheno, Nuri al-Said. I golpisti pubblicarono documenti governativi segreti, che dimostravano come Nuri al-Said fosse un fantoccio ben pagato della CIA. In risposta al tradimento americano, il nuovo governo iracheno invitò diplomatici e consiglieri economici sovietici in Iraq e voltò le spalle all’Occidente.
Essendo stato allontanato dall’Iraq e dalla Siria, Kim Roosevelt fuggì in Medio Oriente per lavorare come dirigente per l’industria petrolifera, che aveva servito così bene durante la sua carriera di servizio pubblico alla CIA. Secondo Weiner il sostituto a capo della CIA nominato da Roosevelt, James Critchfield, mise in piedi un attentato fallito contro il nuovo presidente iracheno usando un fazzoletto avvelenato. Cinque anni dopo, la CIA finalmente riuscì a deporre il presidente iracheno e installare al potere in Iraq il partito Baat. Uno degli illustri leader della squadra ba’athista della CIA era un giovane assassino carismatico di nome Saddam Hussein.  Secondo A Brutal Friendship: The West and the Arab Elite, di Said Aburish , giornalista e scrittore, il segretario del partito Ba’ath, Ali Saleh Sa’adi, che si era insediato al fianco di Saddam Hussein, dirà più tardi: “Siamo arrivati al potere su un treno della CIA“. Aburish racconta che la CIA diede a Saddam ed ai suoi amici una lista di persone da assassinare che “dovevano essere eliminate immediatamente al fine di assicurare il successo.  Tim Weiner scrive che Critchfield ha poi riconosciuto che la CIA aveva, in sostanza, “creato Saddam Hussein.
Durante gli anni di Reagan, la CIA rifornì Hussein di miliardi di dollari per la formazione, il supporto alle forze speciali, armi e intelligence di combattimento, sapendo bene che egli usava armi chimiche e biologiche e gas nervino – tra cui l’antrace ottenuta dal governo degli Stati Uniti – nella sua guerra contro l’Iran. Reagan e il suo direttore della CIA, Bill Casey, consideravano Saddam come un potenziale amico per l’industria petrolifera statunitense e una barriera robusta contro la diffusione della rivoluzione islamica iraniana. Il loro emissario, Donald Rumsfeld, in un viaggio a Baghdad nel 1983 regalò a Saddam degli speroni d’oro da cowboy e un menu di armi biologiche/chimiche e convenzionali. Allo stesso tempo, la CIA stava illegalmente rifornendo il nemico di Saddam, l’Iran, con migliaia di missili anti-carro e anti-aerei per combattere in Iraq, un crimine reso famosa dallo scandalo Iran-Contra. Jihadisti dai entrambe le parti in seguito hanno riconvertito contro il popolo americano molte di queste armi in dotazione dalla CIA.
Anche mentre l’America prepara l’ennesimo intervento violento in Medio Oriente, la maggior parte degli americani non è consapevole dei molti modi in cui il “contraccolpo” dei precedenti errori della CIA ha contribuito a creare la crisi attuale. Le ripercussioni di decenni di inganni della CIA continuano oggi a risuonare in tutto il Medio Oriente, nelle capitali nazionali, dalle moschee alle scuole coraniche, sul paesaggio distrutto della democrazia e dell’Islam moderato che la CIA ha aiutato a cancellare.
Una sfilata di dittatori iraniani e siriani, tra cui Bashar al-Assad e suo padre, hanno invocato la storia dei colpi di stato sanguinosi della CIA come pretesto per il loro regime autoritario, per le tattiche repressive e la necessità di una forte alleanza con la Russia. Queste storie sono quindi ben note al popolo di Siria e Iran, che naturalmente interpretano l’ipotesi di un intervento degli Stati Uniti nel contesto di quella storia.
Mentre la stampa americana compiacente ripete a pappagallo la narrazione secondo la quale il nostro sostegno militare all’insurrezione siriana è puramente umanitario, molti arabi vedono la crisi come un’altra guerra per procura sui gasdotti e la geopolitica. Prima di attizzare l’incendio, sarebbe saggio da parte nostra prendere in considerazione i numerosi fatti a sostegno di quel punto di vista.

A loro avviso, la nostra guerra contro Bashar Assad non è cominciata con le pacifiche proteste civili della primavera araba nel 2011. Invece è iniziata nel 2000, quando il Qatar propose di costruire 1.500 km di gasdotto per la cifra di 10 miliardi, attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Il Qatar divide con l’Iran il giacimento di gas di South Pars / North Dome, il giacimento di gas naturale più ricco del mondo. L’embargo del commercio internazionale fino a poco tempo fa vietava all’Iran di vendere gas dall’estero. Nel frattempo, il gas del Qatar può raggiungere i mercati europei solo se viene liquefatto e spedito via mare, un percorso che limita il volume e aumenta sensibilmente i costi. La conduttura proposta avrebbe connesso il Qatar direttamente ai mercati europei dell’energia tramite terminali di distribuzione in Turchia, che intascherebbe ricche tasse di transito. Il gasdotto Qatar / Turchia darebbe ai regni sunniti del Golfo Persico una decisiva posizione dominante sui mercati del gas naturale mondiali e rafforzerebbe il Qatar, il più stretto alleato degli Stati Uniti nel mondo arabo. Il Qatar ospita due enormi basi militari americane ed è la sede in Medio Oriente del Comando Centrale degli Stati Uniti.

L’UE, che ottiene il 30 per cento del suo gas dalla Russia, era ugualmente molto interessata al gasdotto, che avrebbe dato ai suoi stati membri energia a basso costo e un allentamento della soffocante influenza economica e politica di Vladimir Putin. La Turchia, il secondo più grande cliente del gas della Russia, era particolarmente ansiosa di porre fine alla sua dipendenza dal suo antico rivale e di posizionarsi come l’hub del redditizio transito dei combustibili asiatici verso i mercati dell’UE. La conduttura del Qatar avrebbe beneficiato la monarchia conservatrice sunnita dell’Arabia Saudita dandole un punto di appoggio nella Siria sciita. L’obiettivo geopolitico dei sauditi è quello di contenere il potere economico e politico del principale rivale, l’Iran, uno stato sciita, e stretto alleato di Bashar Assad. La monarchia saudita ha visto il cambio di gestione sciita sponsorizzato dagli USA in Iraq (e, più recentemente, la cessazione dell’embargo commerciale dell’Iran) come una retrocessione per il suo status di potenza regionale ed era già impegnata in una guerra per procura contro Teheran in Yemen, evidenziata dal genocidio saudita contro la tribù Houthi sostenuta dall’Iran.
Naturalmente, i russi, che vendono il 70 per cento delle loro esportazioni di gas all’Europa, vedevano il gasdotto Qatar / Turchia come una minaccia esistenziale. Da punto di vista di Putin, il gasdotto del Qatar è un complotto della NATO per cambiare lo status quo, privare la Russia del suo unico punto d’appoggio in Medio Oriente, strangolare l’economia russa e porre fine all’influenza russa nel mercato europeo dell’energia. Nel 2009, Assad ha annunciato che si sarebbe rifiutato di firmare l’accordo che consentiva al gasdotto di attraversare la Siria, “per proteggere gli interessi del nostro alleato russo.
Assad ha fatto infuriare ulteriormente i monarchi sunniti del Golfo, sostenendo un “gasdotto islamico” approvato dalla Russia che parte dal giacimento di gas dell’Iran, attraversa la Siria e giunge sino ai porti del Libano. Il gasdotto islamico renderebbe l’Iran sciita, non il Qatar sunnita , il principale fornitore del mercato europeo dell’energia e aumenterebbe notevolmente l’influenza di Teheran in Medio Oriente e nel mondo. Israele è comprensibilmente determinato a far deragliare la pipeline islamica, che arricchirebbe l’Iran e la Siria e, presumibilmente, rafforzerebbe le loro derivazioni, Hezbollah e Hamas.
Report e documenti segreti delle agenzie di intelligence di Stati Uniti, Arabia e Israele indicano che quando Assad ha rifiutato i gasdotti del Qatar, gli strateghi militari e di intelligence  sono rapidamente giunti alla conclusione condivisa che fomentare una rivolta sunnita in Siria per rovesciare il non collaborativo Bashar Assad fosse un percorso fattibile per raggiungere l’obiettivo comune di completare il gasdotto Qatar/Turchia.
Nel 2009, secondo WikiLeaks, subito dopo che Bashar Assad respinse la pipeline del Qatar, la CIA iniziò a finanziare gruppi di opposizione in Siria. E’ importante notare che questo è successo ben prima della rivolta (indotta) della Primavera araba contro Assad.
La famiglia di Bashar Assad è alawita, una setta musulmana ampiamente percepita come allineata con il campo sciita.
Il giornalista Seymour Hersh mi ha detto in un’intervista: “Bashar Assad non avrebbe mai dovuto diventare presidente. Suo padre lo riportò a casa dall’università di medicina a Londra quando il fratello maggiore, l’erede designato, rimase ucciso in un incidente d’auto.
Prima dell’inizio della guerra, secondo Hersh, Assad si stava muovendo per liberalizzare il paese. “Avevano internet e giornali e sportelli bancomat e Assad voleva andare in direzione dell’occidente. Dopo il 9/11, mandò migliaia di preziosi file alla CIA sui radicali jihadisti, che egli considerava un nemico comune.”  Il regime di Assad era volutamente laico e la Siria era straordinariamente variegata. Il governo siriano e i militari, per esempio, erano all’80 per cento sunniti. Assad ha mantenuto la pace tra i suoi popoli diversi grazie a un forte esercito disciplinato e fedele alla famiglia Assad, alla sicura fedeltà di un corpo di ufficiali a livello nazionale stimato e ben pagato, un apparato di intelligence freddamente efficiente e un uso della brutalità che, prima della guerra, era piuttosto moderato rispetto a quello di altri leader del Medio Oriente, tra cui i nostri alleati attuali. Secondo Hersh, “Di certo non decapitava persone ogni mercoledì, come fanno i sauditi alla Mecca“.
Un altro veterano del giornalismo, Bob Parry,  condivide la stessa valutazione. Nessuno nella regione ha le mani pulite, ma nei regni delle torture, uccisioni di massa, [soppresse] libertà civili e sostegno al terrorismo, Assad è molto meglio dei sauditi.
Nessuno credeva che il regime fosse vulnerabile a quell’anarchia che aveva lacerato Egitto, Libia, Yemen e Tunisia.  Nella  primavera del 2011 a Damasco c’erano delle piccole manifestazioni pacifiche contro la repressione da parte del regime di Assad.  Erano principalmente gli effetti della primavera araba che si erano diffusi viralmente nella Lega degli Stati Arabi l’estate precedente. Tuttavia, i documenti di WikiLeaks indicano che la CIA era già sul terreno in Siria.
Ma i regni sunniti con un enorme ammontare di petrodollari in gioco volevano un coinvolgimento molto più profondo dell’America. Il 4 settembre 2013, il Segretario di Stato John Kerry ha detto in una audizione al Congresso che i regni sunniti si erano offerti di pagare il conto per un’invasione statunitense della Siria per spodestare Bashar Assad. “In effetti, alcuni di loro hanno detto che se gli Stati Uniti erano pronti ad andare a compiere l’opera, nel modo in cui avevamo fatto in precedenza da altre parti [Iraq], essi ne avrebbero pagato il costo.” Kerry ha detto di questa offerta alla Rep. Ileana Ros-Lehtinen. (R-Fla.): “Per quanto riguarda l’offerta dei paesi arabi di sostenere i costi di [un’invasione americana] per rovesciare Assad, la risposta è assolutamente sì, l’hanno fatta. L’offerta è sul tavolo.
Nonostante le pressioni dei repubblicani, Barack Obama ha esitato a mandare dei giovani americani a morire come mercenari per un conglomerato di imprese della pipeline.
Obama ha saggiamente ignorato le richieste repubblicane di mandare truppe di terra in Siria o far arrivare maggiori finanziamenti agli “insorti moderati”. Ma alla fine del 2011, la pressione repubblicana e i nostri alleati sunniti avevano spinto il governo americano nella mischia.
Nel 2011, gli Stati Uniti si sono uniti a Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito per formare la Coalizione degli Amici della Siria, che ha chiesto formalmente la rimozione di Assad. La CIA ha fornito 6 milioni di $ a Barada, un canale televisivo britannico, per la produzione di appelli alla cacciata di Assad. Documenti dei servizi segreti sauditi, pubblicati da Wikileaks, mostrano che nel 2012 la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita stavano armando, formando e finanziando combattenti radicali sunniti jihadisti provenienti da Siria, Iraq e altrove, per rovesciare il regime di Assad alleato degli sciiti. Il Qatar, che aveva da guadagnarci più di tutti, ha investito  3 miliardi di $  per costruire l’insurrezione e ha invitato il Pentagono ad addestrare gli insorti presso le basi statunitensi in Qatar.  Secondo un articolo di aprile 2014 di Seymour Hersh, gli addestramenti della CIA erano finanziati da Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

L’idea di fomentare una guerra civile tra sunniti e sciiti per indebolire i regimi siriano e iraniano al fine di mantenere il controllo delle forniture petrolchimiche della regione non era un concetto nuovo nel lessico del Pentagono.

Il rapporto Rand del 2008, che inchioda il Pentagono, conteneva un progetto preciso di quello che stava per accadere. Il rapporto osserva che il controllo dei depositi di gas e di petrolio del Golfo Persico rimarrà, per gli Stati Uniti, “una priorità strategica” che “interagisce fortemente con quella di perseguire la guerra duratura. Rand raccomanda l’utilizzo di “azioni segrete, operazioni di informazione, guerra non convenzionale” per imporre una strategia del “divide et impera“. “Gli Stati Uniti e i suoi alleati locali potrebbero utilizzare i jihadisti nazionalisti per lanciare una campagna per procura” e “i leader degli Stati Uniti potrebbero anche scegliere di sfruttare al meglio il progetto di conflitto tra sciiti e sunniti, prendendo le parti dei regimi sunniti conservatori contro i movimenti sciiti nel mondo musulmano … possibilmente sostenendo i governi sunniti autoritari contro un Iran continuamente ostile.

Come previsto, la reazione eccessiva di Assad alla crisi di marca straniera – sganciare bombe sulle roccaforti sunnite uccidendo i civili – ha polarizzato la divisione sciiti / sunniti della Siria e ha permesso ai politici degli Stati Uniti di vendere agli americani l’idea che la lotta che veniva condotta era una guerra umanitaria.
Quando i soldati sunniti dell’esercito siriano hanno cominciato le defezioni nel 2013, la coalizione occidentale ha armato il Free Syrian Army per destabilizzare ulteriormente la Siria. Il ritratto fatto dalla stampa del Free Syrian Army come di battaglioni compatti di moderati siriani era del tutto delirante. Le unità disciolte sono state riaggregate in centinaia di milizie indipendenti, la maggior parte delle quali erano comandate da, o alleate con, i militanti jihadisti, i combattenti più impegnati ed efficaci. Da allora, gli eserciti sunniti di Al Qaeda in Iraq stanno attraversando il confine dall’Iraq alla Siria e unendo le forze con gli squadroni di disertori del Free Syrian Army, molti dei quali addestrati e armati dagli Stati Uniti.
Nonostante il prevalente ritratto fatto dai media di una rivolta araba moderata contro il tiranno Assad, i pianificatori di intelligence degli Stati Uniti sapevano fin dall’inizio che i sostenitori dei gasdotti per loro conto erano jihadisti radicali che probabilmente intendono ritagliarsi un nuovo califfato islamico dalle regioni sunnite di Siria e Iraq. Due anni prima che i tagliagole dell’ISIL facessero il loro debutto sulla scena mondiale, uno studio di sette pagine del 12 Agosto 2012 dell’Intelligence Agency statunitense della Difesa, ottenuto dal gruppo di destra Judicial Watch, avvertiva che grazie al sostegno continuo per jihadisti sunniti radicali da parte di Stati Uniti/Coalizione sunnita “i Salafiti, i Fratelli musulmani e AQI (ora ISIS), sono le principali forze motrici della rivolta in Siria.

Utilizzando i finanziamenti degli Stati Uniti e degli stato del Golfo, questi gruppi avevano trasformato le proteste pacifiche contro Bashar Assad in “una direzione chiaramente settaria (sciiti contro sunniti)“.

Il documento osserva che il conflitto era diventato una guerra civile settaria sunnita sostenuta da “poteri politici e religiosi“. Il rapporto descrive il conflitto siriano come una guerra globale per il controllo delle risorse della regione con” l’Occidente, i paesi del Golfo e la Turchia a sostegno dell’opposizione [di Assad], mentre la Russia, la Cina e l’Iran sostengono il regime“. Gli autori del Pentagono del rapporto di sette pagine sembrano approvare l’avvento previsto del califfato ISIS: “Se la situazione si sbroglia, vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o non dichiarato nella parte orientale della Siria (Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente ciò che vogliono i poteri che sostengono l’opposizione al fine di isolare il regime siriano“. Il rapporto del Pentagono avverte che questo nuovo principato potrebbe muoversi attraverso il confine iracheno verso Mosul e Ramadi e dichiarare un stato islamico mediante la sua unione con le altre organizzazioni terroristiche in Iraq e in Siria.”

Naturalmente, questo è esattamente quanto è successo. Non a caso, le regioni della Siria occupate dallo Stato Islamico comprendono esattamente l’itinerario previsto del gasdotto del Qatar.

Ma poi, nel 2014, i nostri procuratori sunniti hanno provocato orrore nel popolo americano tagliando numerose teste e guidando un milione di rifugiati verso l’Europa. “Strategie basate sull’idea che il nemico del mio nemico sia il mio amico possono portare a una sorta di cecità, dice Tim Clemente, che ha presieduto la Joint Terrorism Task Force dell’FBI dal 2004 al 2008 e servito da collegamento in Iraq tra l’FBI, la polizia di Stato irachena e l’esercito americano. “Abbiamo fatto lo stesso errore di quando abbiamo formato i mujaheddin in Afghanistan. Nel momento in cui i russi hanno lasciato la zona, i nostri presunti amici hanno iniziato a distruggere le antichità, schiavizzare le donne, mutilare e sparare contro di noi “, mi ha detto Clemente in un’intervista.
Quando “Jihadi John” dello Stato Islamico ha cominciato a uccidere prigionieri in TV, la Casa Bianca ha cambiato la sua posizione, preoccupandosi meno di deporre Assad e di più della stabilità della regione.
L’amministrazione Obama ha cominciato a prendere le distanze dall’insurrezione che avevamo finanziato. La Casa Bianca ha puntato il dito contro i nostri alleati. Il 3 ottobre 2014, il vice presidente Joe Biden ha detto agli studenti al Forum di John F. Kennedy Jr. presso l’Istituto di Politica ad Harvard che “i nostri alleati nella regione erano il nostro problema più grande in Siria.” Ha spiegato che la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano “così determinati ad abbattere Assad” che avevano lanciato una “guerra per procura tra sunniti e sciiti” convogliando “centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi verso tutti coloro che sarebbero stati disposti a combattere contro Assad. Tranne che le persone che sono state finanziate erano al-Nusra, e al-Qaeda “- i due gruppi che si sono fusi nel 2014 per formare lo Stato islamico. Biden sembrava irritato del fatto che non ci si poteva fidare che i nostri “amici” fidati seguissero l’agenda americana.

In tutto il Medio Oriente, i leader arabi accusano gli Stati Uniti di aver creato lo Stato islamico.

Alla maggior parte degli americani, tali accuse sembrano folli.

Tuttavia, per molti arabi, la prova del coinvolgimento degli Stati Uniti è così schiacciante che ne concludono che il nostro ruolo nel promuovere lo Stato Islamico deve essere stato intenzionale.

In effetti, molti dei combattenti dello Stato Islamico e i loro comandanti sono i successori dell’ideologia e dell’organizzazione jihadista che la CIA ha sostenuto per più di 30 anni dalla Siria all’Egitto, in Afghanistan e in Iraq.

Prima dell’invasione americana, nell’Iraq di Saddam Hussein Al Qaeda non esisteva.

Il presidente George W. Bush ha distrutto il governo laico di Saddam, e il suo viceré, Paul Bremer, in un atto monumentale di cattiva gestione, di fatto ha creato l’esercito sunnita, ora chiamato Stato Islamico. Bremer ha portato gli sciiti al potere e ha messo fuori legge il Baath Party di Saddam, licenziando circa 700.000 funzionari di governo e di partito in maggioranza sunniti, dai ministri agli insegnanti. Ha poi sciolto l’esercito di 380.000 uomini, che era per l’80 per cento sunnita. Le azioni di Bremer hanno spogliato del loro rango un milione di sunniti iracheni, portando via loro le proprietà, la ricchezza e il potere; lasciando sul terreno una sottoclasse disperata di sunniti arrabbiati, istruiti, capaci, addestrati e armati fino ai denti, con poco da perdere. L’insurrezione sunnita in Iraq ha preso il nome di Al Qaeda. A partire dal 2011, i nostri alleati hanno finanziato l’invasione di combattenti di AQI  in Siria. Ad aprile 2013, dopo essere entrata in Siria, AQI ha cambiato il suo nome in ISIL.  Secondo Dexter Filkins del New Yorker, “l’ISIS è gestita da un consiglio di ex generali iracheni. …Molti sono membri del partito laico Baath di Saddam Hussein, che si sono convertiti all’Islam radicale nelle prigioni americane“.

I 500 milioni di $ in aiuti militari degli Stati Uniti che Obama ha inviato in Siria quasi certamente sono finiti a beneficiare questi jihadisti militanti.

Tim Clemente, l’ex presidente della task force congiunta del FBI, mi ha detto che la differenza tra i conflitti in Iraq e in Siria sono i milioni di giovani uomini che fuggono dal campo di battaglia verso l’Europa, piuttosto che restare a combattere per le loro comunità.

La spiegazione ovvia è che i moderati fuggono una guerra che non è la loro guerra.

Essi vogliono semplicemente evitare di rimanere schiacciati tra l’incudine della tirannia di Assad sostenuta dai russi e il martello sunnita jihadista che noi abbiamo tenuto in mano, brandendolo come l’arma di una battaglia globale sugli oleodotti concorrenti.

Non si può incolpare il popolo siriano di non aver abbracciato un progetto per la loro nazione ideato da Washington o da Mosca. Le superpotenze non hanno lasciato spazio a un futuro ideale per cui i moderati siriani potrebbero decidere di lottare. E nessuno vuole morire per una pipeline.
* * *

Qual è la risposta?

Se il nostro obiettivo è la pace a lungo termine in Medio Oriente, l’autogoverno da parte delle nazioni arabe e la sicurezza nazionale a casa nostra, dobbiamo considerare qualsiasi nuovo intervento nella regione con un occhio alla storia e un intenso desiderio di imparare la lezione. Solo quando noi americani comprenderemo il contesto storico e politico di questo conflitto potremo applicare l’opportuno controllo sulle decisioni dei nostri leader.

Utilizzando lo stesso immaginario e lo stesso linguaggio che ha sostenuto la nostra guerra del 2003 contro Saddam Hussein, i nostri leader politici hanno portato gli americani a credere che il nostro intervento in Siria sia una guerra idealista contro la tirannia, il terrorismo e il fanatismo religioso. Tendiamo a liquidare come mero cinismo le opinioni di quegli arabi che vedono la crisi attuale come una replica delle stesse vecchie trame sui gasdotti e la geopolitica. Ma, se vogliamo avere una politica estera efficace, dobbiamo riconoscere che il conflitto siriano è una guerra per il controllo delle risorse, non diversa dalla miriade di guerre clandestine e non dichiarate per il petrolio che abbiamo combattuto in Medio Oriente per 65 anni.

E solo quando vedremo questo conflitto come una guerra per procura su una pipeline, gli eventi diventeranno comprensibili.

E’ l’unico paradigma che spiega perché il GOP a Capitol Hill e l’amministrazione Obama sono ancora fissati su un cambiamento di regime, piuttosto che sulla stabilità della regione, perché l’amministrazione Obama non può trovare moderati siriani disposti a combattere la guerra, perché l’ISIL ha fatto saltare in aria un aereo passeggeri russo, il motivo per cui appena i sauditi hanno eseguito la condanna a morte di un potente religioso sciita la loro ambasciata a Teheran è stata messa a fuoco, perché la Russia sta bombardando i combattenti non-ISIL e perché la Turchia è andata fuori dal suo spazio per abbattere un jet russo.

Il milione di profughi che ora invadono l’Europa sono profughi di una guerra per il petrolio e di una CIA incompetente.

Clemente paragona l’ISIL al FARC della Colombia – un cartello della droga con un’ideologia rivoluzionaria per ispirare i suoi militanti. “Dobbiamo pensare all’ISIS come a un cartello del petrolio“, ha detto Clemente.

Alla fine, il denaro è la logica di governo. L’ideologia religiosa è uno strumento che ispira i suoi soldati motivandoli a dare la vita per un cartello del petrolio“.

Una volta che spogliamo questo conflitto della sua patina umanitaria e riconosciamo il conflitto siriano come una guerra per il petrolio, la nostra strategia di politica estera diventa chiara. Come i siriani in fuga per l’Europa, nessun americano vuole mandare i suoi figli a morire per una pipeline.

Invece, la nostra prima priorità dovrebbe essere quella che nessuno ha mai menzionato – dobbiamo cacciare i nostri signori del petrolio del Medio Oriente, un obiettivo sempre più fattibile come gli Stati Uniti diventano più indipendenti in campo energetico. Quindi, dobbiamo ridurre drasticamente il nostro profilo militare in Medio Oriente e lasciare che gli arabi gestiscano l’Arabia. Altro che aiuti umanitari e garantire la sicurezza dei confini di Israele, gli Stati Uniti non ha alcun ruolo legittimo in questo conflitto. Mentre i fatti dimostrano che abbiamo giocato un ruolo nella creazione della crisi, la storia dimostra che abbiamo poco potere per risolverla.

Osservando la storia, si rimane senza fiato di fronte all’evidenza sorprendente con cui praticamente ogni intervento violento in Medio Oriente dalla seconda guerra mondiale in poi del nostro Paese si è risolto in un miserabile fallimento, con contraccolpi terribilmente costosi. Un rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti del 1997 ha rilevato che i dati mostrano una forte correlazione tra il coinvolgimento degli Stati Uniti all’estero e un aumento degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti“. Diciamolo chiaro; ciò che noi chiamiamo la “guerra al terrore” è in realtà solo un’altra guerra del petrolio.

Da quando il petroliere Dick Cheney ha dichiarato la “Guerra Duratura” nel 2001, abbiamo sprecato 6 trilioni di $ su tre guerre all’estero e nella costruzione di una sicurezza nazionale basata sullo stato di guerra.

Gli unici vincitori sono stati gli appaltatori dell’esercito e le compagnie petrolifere, che hanno intascato degli storici profitti, le agenzie di intelligence che sono cresciute in modo esponenziale in potere e influenza a scapito delle nostre libertà, e i jihadisti che invariabilmente hanno usato i nostri interventi come il più efficace strumento di reclutamento.

Noi abbiamo compromesso i nostri valori, massacrato la nostra gioventù, ucciso centinaia di migliaia di persone innocenti, sovvertito il nostro idealismo e sperperato i nostri tesori nazionali in avventure all’estero inutili e costose. In questo processo, abbiamo aiutato i nostri peggiori nemici e trasformato l’America, una volta faro di libertà nel mondo, in uno stato di sorveglianza sulla sicurezza nazionale e un paria morale internazionale.

I padri fondatori dell’America avevano messo in guardia gli americani contro eserciti permanenti, coinvolgimenti stranieri e, nelle parole di John Quincy Adams, sull’ “andare all’estero in cerca di mostri da distruggere“.

Quegli uomini saggi avevano capito che l’imperialismo all’estero è incompatibile con la democrazia e i diritti civili all’interno del paese.

La Carta Atlantica ribadiva l’ideale originale americano per cui ogni nazione dovrebbe avere il diritto all’autodeterminazione.

Nel corso degli ultimi sette decenni, i fratelli Dulles, la banda Cheney, i neoconservatori e i loro simili hanno dirottato tale principio fondamentale dell’idealismo americano e implementato il nostro apparato militare e di intelligence per servire gli interessi mercantili delle grandi imprese e, in particolare, delle compagnie petrolifere e degli appaltatori dell’esercito, che hanno letteralmente fatto una strage di questi conflitti.

E’ tempo che gli americani facciano sì che l’America volti le spalle a questo nuovo imperialismo e si riporti sul percorso dell’idealismo e della democrazia.

Dovremmmo lasciare che gli arabi governino l’Arabia e impegnare le nostre energie nel grande sforzo di costruzione della nostra nazione.

Dobbiamo iniziare questo processo, non invadendo la Siria, ma ponendo fine alla rovinosa dipendenza dal petrolio che ha distorto la politica estera degli Stati Uniti per mezzo secolo.

* * *
Robert F. Kennedy, Jr. è il presidente di Waterkeeper Alliance. Il suo libro più recente è Thimerosal: Let The Science Speak.
Fonte: qui

mercoledì 23 marzo 2016

RENZI CONFESSA: IL PD HA PERSO LE ELEZIONI, NON HO PIÙ LA MAGGIORANZA MA COMANDO LO STESSO RACCATTANDO VOTI

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TRAVAGLIO: “RENZI CONFESSA: IL PD HA PERSO LE ELEZIONI, NON HO PIÙ LA MAGGIORANZA MA COMANDO LO STESSO RACCATTANDO VOTI, DEVASTANDO LA COSTITUZIONE E MANDANDO IN VACCA UN REFERENDUM CHE NON PIACE AI MIEI AMICHETTI"

"IL MIGLIOR MODO PER NASCONDERE LE PORCATE È QUELLO DI FARLE SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI”

Travaglio: “Noi italiani invece siamo talmente abituati all' idea che il nostro voto non conta nulla, che i parlamentari si comprano e si vendono e che i governi si decidono aumma aumma nelle segrete stanze di organi mai eletti, da fare spallucce dinanzi a un premier che confessa di governare con i voti di una coalizione che ha perso le elezioni"

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano”
RENZI VERDINI
RENZI VERDINI
Sentendola in non so più quale titolo di telegiornale (tanto sono tutti uguali), ho pensato di aver capito male. Infatti la frase, attribuita a Matteo Renzi, suonava così: "Governiamo con Verdini e Alfano perché le elezioni le abbiamo perse". Poi ieri ho controllato sull' house organ, l' Unità: "Conosco un metodo infallibile per non avere in maggioranza Alfano e Verdini: vincere le elezioni, cosa che nel 2013 non è accaduta".
Frase identica testuale anche sull'amata Repubblica e nel pezzo dell' adorata Meli sul Corriere. Purtroppo nessun giornale l'ha messa nel titolo: forse perché nessuno ha colto le due clamorose notizie ivi contenute, o forse perché tutti le hanno colte fin troppo bene.
La prima è piuttosto rilevante: il neocondannato Verdini è ufficialmente nella maggioranza del governo Renzi, come noi scriviamo da mesi, sempre smentiti dai giannizzeri renziani (ma il capo dello Stato, nelle cui mani giura il premier, sarà stato avvertito?).
verdini 2
VERDINI
La seconda è addirittura clamorosa: il presidente del Consiglio comunica urbi et orbi alla Nazione che al governo c'è un partito (il suo) che ha perso le elezioni e che, non avendo la maggioranza in Parlamento, usa senatori eletti contro il suo partito staccatisi da un altro partito che alle elezioni era stato sconfitto ancor più del suo. Qualcuno dirà: ma lo sanno tutti. Vero: ma ora lo dice il capo del governo.
Ve l' immaginate la Merkel, Valls, Cameron, Rajoy o Tsipras che dichiarano orgogliosi: "La sapete l' ultima? Ho perso le elezioni, dunque governo io"? Verrebbero immediatamente dimissionati dai rispettivi capi dello Stato con l'immediato scioglimento delle Camere e l'indizione dei comizi elettorali, sempreché non fossero preceduti dalle sirene di un'ambulanza e da un paio di robusti infermieri della neuro.
RENZI LOTTI
RENZI LOTTI
Noi italiani invece siamo talmente abituati all' idea che il nostro voto non conta nulla, che i parlamentari si comprano e si vendono e che i governi si decidono aumma aumma nelle segrete stanze di organi mai eletti, da fare spallucce dinanzi a un premier che confessa di governare con i voti di una coalizione che ha perso le elezioni, alle quali lui per giunta non partecipò.
Embè? Che sarà mai? Tutto qui? Conosciamo l'obiezione: la Costituzione non prevede l'elezione diretta del premier, quindi la polemica sul premier non eletto è insensata. Ma qui il problema non è che Renzi non è un parlamentare:

è che né lui né il suo partito si sono mai presentati agli elettori per chiedere i voti sul programma che stanno realizzando.

Anzi, il suo partito, l'ultima volta che si presentò agli elettori, chiese i voti su un programma che è l'esatto contrario di quello che Renzi sta realizzando.

E prese il 25% dei voti, cioè gli stessi dei 5Stelle, che però non avevano alleati, mentre il Pd di Bersani aveva Sel: dunque il premio di maggioranza, previsto dall'Italicum per la prima coalizione, lo presero Pd e Sel. Purtroppo però bastava alla Camera, ma non al Senato.

E in ogni caso chi comanda in Italia (anche dall'estero) aveva già deciso che di un governo Pd-Sel non si poteva neppure parlare: meglio ricicciare l'inciucione con chi le elezioni le aveva straperse, cioè B. e Monti. Tutti dentro o quasi per tener fuori i 5Stelle, cioè gli unici vincitori.

RENZI MATTARELLA ALFANO
RENZI MATTARELLA ALFANO

Per avallare quel golpetto bianco, occorreva un presidente ad hoc: niente Prodi o Rodotà, meglio un altro golpettino per riesumare re Giorgio, uomo di mondo e stomaco forte.

Che infatti benedisse il governo Letta di Larghe Intese con Pd, Pdl e Centro montiano. E pazienza se il Pd scioglieva l'alleanza con Sel, senza cui non avrebbe avuto gli stessi voti (quanti ne avrebbe presi Bersani, se avesse promesso in campagna elettorale una bella ammucchiata con B. e Monti?) e non avrebbe ottenuto il premio di maggioranza.

Un obbrobrio che però, almeno numericamente, stava in piedi, avendo un'ampia maggioranza in Parlamento e nel Paese (circa il 55% dei votanti del 2013). Poi però B. se ne andò e il Centro si sfarinò in mille pulviscoli.

E la Consulta stabilì che il Parlamento era stato eletto con regole incostituzionali, anche per il premio di maggioranza che consente al Pd di averne una(LA COSA, PERO', E' IN PIEDI DAL 2006 E I DANNI SI SONO NEL FRATTEMPO ACCUMULATI!!!).

A quel punto Renzi rovesciò Letta e fece il governo di Piccole Intese con Alfano e quel che restava del Centro. Anche lui aveva i numeri, almeno in Parlamento (nel Paese no: la sua coalizione rappresenta poco più del 30% dei votanti del 2013 e meno del 20% nei sondaggi), anche se molto più risicati di Letta e anche se grazie a un premio di maggioranza fuorilegge.

Ma ha preso a comportarsi come se avesse dietro di sé una maggioranza oceanica, al punto di cambiare la Costituzione e la legge elettorale a colpi di fiducie e canguri per silenziare una minoranza che, in realtà, nel Paese è maggioranza.

renzi letta alfano
RENZI LETTA ALFANO
Poi, strada facendo, ha perso anche la maggioranza numerica: un po' per l' emorragia dalla sinistra del Pd, un po' per la diaspora centrista.
Allora ha iniziato ad acquistarli in cambio di poltrone e promesse: ex Sel, FI , M5S , Lega. Tutta gente che sfugge ai radar e non la votano manco i parenti stretti. Non più una Grande (o Media) Coalizione: una Grande Colazione.

Il premier, ottenuta la fiducia delle Camere con una maggioranza, se n'è comprata un'altra. Scordandosi, tra l' altro, di avvertire il Colle. E ora confessa: il Pd ha perso le elezioni, io non ho più la maggioranza, ma comando lo stesso raccattando voti qua e là, devastando la Costituzione e mandando pure in vacca un referendum che non piace ai miei amichetti: vi piace il presepe?

Il miglior modo per nascondere le porcate è sempre quello di farle sotto gli occhi di tutti. Furbi et orbi.

Fonte: qui

martedì 22 marzo 2016

Fuoco amico su Renzi : la sua economista svela le balle del premier

fuoco_amico_su_renzi__la_sua_economista_svela_le_balle_del_premierMatteo Renzi sostiene di avere utilizzato al massimo possibile le forbici della spending review, e di non avere più spazi a disposizione, perché nel solo 2016 avrebbe già tagliato la spesa pubblica di ben 25 miliardi.

Come sempre il premier legge a modo suo cifre che spesso la realtà gli ributta in faccia, e lo fa sia per ragioni propagandistiche (Renzi è perennemente in campagna elettorale) che per la necessità di utilizzare la presunta buona pratica di fronte a quei cagnacci della commissione europea che non vogliono concedergli la flessibilità di finanza pubblica che ha chiesto.
Di solito pochi fanno il controcanto alle sparate del premier italiano.
La sorpresa è arrivata ieri da il Foglio.
Perché a fare un puntuto contraddittorio a Renzi è stata una economista che è anche un'amica di famiglia, come Veronica De Romanis.
Una economista di primissimo piano che è anche la consorte di Lorenzo Bini Smaghi, il banchiere che spesso viene annoverato in cima alla lista dei potenti renziani.

La De Romanis ha smentito il premier, ricordando come il taglio di spesa non sia affatto di 25 miliardi di euro, ma addirittura inferiore ai 400 milioni.

Per farlo ha utilizzato un documento dello stesso governo Renzi sulla legge di stabilità 2016, scritto dalla Ragioneria generale dello Stato.
Ecco quanto scrive la De Romanis:

«I risparmi per 25 miliardi di euro realizzati nel 2016 - grazie a iniziative intraprese tra il 2014 e il 2015 e alla legge di Stabilità 2016 - hanno consentito di finanziare alcune delle misure a sostegno della crescita e dell' occupazione».

I dettagli di queste misure non sono illustrati nella Nota, tuttavia una cosa è chiara: i tagli effettivi non possono essere 25 miliardi di euro dal momento che sono stati utilizzati per coprire incrementi di "altra" spesa pubblica.
Per sapere a quanto ammontano i tagli "netti" per il 2016, anche in questo caso, bisogna andare sul sito del Mef.
Nella tabella a pagina 4 del documento redatto dalla Ragioneria generale dello stato («La Manovra di Finanza Pubblica per il 2016-2018»), si evince che, per l'anno 2016, la cifra totale della «variazione netta delle spese» è pari a 360 milioni di euro, di cui 41 di spesa corrente e 319 di spesa in conto capitale».
Da cosa deriva quella incredibile differenza?

Da un particolare che Renzi omette nei suoi comizi: la spesa non è stata tagliata, ma semplicemente spostata da un capitolo all' altro. La De Romanis è perfino tenera nel sottolinearlo, parlando di «qualificazione della spesa», ossia di un migliore utilizzo delle risorse pubbliche.

Che però escono dalle casse dello Stato, finanziate dalle entrate, esattamente come avveniva prima. «Quello che emerge dai dati è che il governo», scrive la De Romanis, «più che tagliare la spesa pubblica, l'ha spostata da un capitolo a un altro: una linea destinata a proseguire con l'implementazione della riforma della pubblica amministrazione. Del resto, che questo sarebbe stato l'approccio seguito lo aveva precisato lo stesso ministro della Funzione pubblica al momento della presentazione del ddl delega: «Non so quanti risparmi porterà la riforma della Pubblica Amministrazione e sono contenta di non saperlo perché l' impostazione non è di spending review: non siamo partiti dai risparmi».
Insomma, tagliare non sembra essere una priorità.
Ma tagliare la spesa(QUELLA IMPRODUTTIVA) è l'unica via per crescere, spiega l'economista: l'opposto da quanto sostenuto dal premier italiano. Lei cita «i paesi che nell'ultimo quinquennio hanno tagliato la spesa pubblica come l'Inghilterra (dal 48,8 al 43 per cento), la Spagna (dal 46 al 43,3 per cento) o l'Irlanda (dal 47,2 al 35,9 per cento) crescono, rispettivamente, del 2,3 per cento, del 3,2 per cento e del 6,9 per cento. L'Italia, che nello stesso periodo ha incrementato la spesa pubblica dal 49,9 al 50,7 per cento, è ferma allo 0,8 per cento». Un de profundis per le politiche economiche dell'esecutivo. Che fa ancora più male perché nasce in casa. Ma che non è diverso dall'analisi di altri osservatori tecnici.
Fonte: qui

venerdì 18 marzo 2016

DRAGHI: NON E’ UN PROBLEMA DI LIQUIDITA’ , MA DI SOLVIBILITA’!

Cda0dFzWAAAYqzOOk. per un attimo lasciamo da parte le polemiche e facciamo finta che Draghi e la BCE non siano in fondo medici responsabili di mancata prevenzione e errate diagnosi e abbiano inventato la cura miracolosa.
Facciamo un rapido passo indietro nelle pieghe di questa crisi e torniamo ad ascoltare cosa disse una delle icone della storia dell’economia mondiale, rivolgendosi ad un’altra banca centrale, quella americana, la Federal Reserve…

BCE E DRAGHI: L’INUTILE LIQUIDITA’

Vi ricordate Anna, si Anna Schwartz insieme a Milton Friedman la regina del monetarismo in due distinte interviste una al Telegraph e una al WSJournal, arzilla nonnina con i suoi teneri 92 anni, venerata all’interno della Federal Reserve e tuttora consulente della National Bureau of Economic Research di New York, una donna senza peli sulla lingua, che accusa la Banca Centrale Americana di essere, essa stessa la principale responsabile della bolla del credito.
” Non vi sarebbe stato alcun fenomeno subprime se la Fed avesse vigilato, è il momento di dire le cose come stanno, ammettere i propri errori e voltare pagina(…) ma soprattutto…
“Liquidity doesn’t do anything in this situation. It cannot deal with the underlying fear that lots of firms are going bankrupt…”
Beata saggezza cara nonnina, si la liquidità non serve a nulla in questa situazione, a nulla! Per comprendere quello che sta accadendo come sottolineo da tempo, bisogna prima fare lo sforzo di comprendere la natura dell’attuale “disturbo” del mercato.

Tutto ciò che accade, non è dovuto alla mancanza di liquidità, ma alla mancanza di fiducia del mercato sulla capacità dei debitori di onorare i propri debiti, i bilanci delle imprese finanziarie non sono credibili. Come dice Anna, tenendo in piedi aziende fallite, non si fa altro che prolungare la crisi, l’agonia dell’economia.

In parole povere l’attuale problema non è un problema di LIQUIDITA’ ma è un problema di SOLVIBILITA’

Qualche grafico per schiarire le idee sui livelli di concessione prestiti a livello mondiale…
Nessuno che si chiede quale sia stato il reale beneficio per l’occupazione della ripresa dei prestiti bancari dal 2012, visto che secondo Bankitalia questa ripresa è ben presente nei numeri…
Vi riporto un passaggio dell’ultimo bollettino ABI riferito all’intero anno 2015 e lasciamo da parte le polemiche sul numero reale delle surroghe e facciamo finta che questi sono i dati reali…
A gennaio 2016 è risultata positiva la variazione annua del totale prestiti all’economia (che include anche la pubblicaamministrazione) (…) Segnali positivi emergono anche per le nuove erogazioni di prestiti bancari: sulla base di un campione rappresentativo di banche, che rappresentano oltre l’80% del mercato, i nuovi finanziamenti alle imprese hanno segnato nell’intero 2015 un incremento di circa il +11,6% sul corrispondente periodo dell’anno precedente (gennaio-dicembre 2014), anche incoerenza con la dinamica piùrecente del PIL. Per le nuove erogazioni di mutui per l’acquisto di immobili da parte delle famiglie, nell’intero 2015, si è registrato un incremento annuo del +97,1% rispetto all’intero 2014. L’incidenza delle surroghe sul totale dei nuovi finanziamenti è pari a circa il 31,6%. La forte ripresa delle nuove erogazioni si sta riflettendo anche sul totale dei mutui in essere delle famiglie.
Quindi che bisogno c’è di immettere nuova liquidità visto che il livello di prestiti sta tranquillamente salendo in mezzo ad una depressione economica?
Dopo aver completamente sbagliato previsioni ed analisi sul recupero dell livello di inflazione, sullo stato patrimoniale futuro delle banche dimenticando le possibili sofferenze in arrivo dall’economia reale, aver nascosto le reali condizioni finanziarie delle banche in innumerevoli stress test già qualcuno si mette a calcolare l’impatto delle prossime manovre di Draghi con tanto di cifre di fantasia…
Ah, si certo il problema non sono più le famiglie e le imprese che non chiedono i prestiti, ma le imprese che non li fanno e quindi stimoliamo il sistema finanziario premiando chi eroga impieghi, pagando un interesse per erogare finanziamenti che non costa nulla…
Secondo l’analisi di Prometeia, ci sono potenzialmente oltre 300 miliardi di denari che le banche potranno prendere a prestito a lungo termine, con un tasso almeno a zero ma – se aumenteranno i loro attivi – anche in negativo.
Il meccanismo è alla base delle nuove Tltro: quattro operazioni trimestrali che partiranno da giugno, alle quali le banche potranno accedere per una misura determinata da totale di prestiti (ma non mutui) che hanno erogato a imprese e famiglie alla fine dello scorso gennaio. Se nelle prime aste ci si limitava al 7% di quell’ammontare, olra Draghi l’ha fatto salire a quasi un terzo: si tratta di 1.700 miliardi in tutta Europa. Ma, come ha scritto Lea Zicchino, partner Prometeia a capo di Analisi mercati e intermediari finanziari, nel giorno dell’annuncio, ora la Bce è disposta a pagare le banche se si fanno prestare denaro da girare al sistema economico. “Il tasso delle nuove Tltro, infatti, potrà scendere sottozero (fino a -0,4%, tenendo in considerazione il nuovo parametro) se gli istituti chiederanno fondi oltre una certa soglia. Per le banche italiane questo significa fino a 317 miliardi di euro in più di finanziamenti a lungo termine (il 30% dello stock di prestiti eleggibili al 31 gennaio 2016), che ridurranno ulteriormente l’esigenza di emettere bond per rimpiazzare quelli in scadenza nei prossimi mesi, proteggendosi così dalla volatilità del mercato. Questo effetto dovrebbe essere in grado di contrastare l’impatto negativo di tassi più bassi sul conto economico”.
Nel dettaglio, il tasso di base delle Tltro sarà pari a quello principale (quindi a zero e lo “resterà a lungo”, per ripercorrere le parole del governatore). Ma si potrà arrivare fino al -0,4% del tasso sui depositi, qualora le banche si dimostrino virtuose: devono far crescere del 2,5% annuo i loro impieghi. Per quelle che lo faranno di una frazione di questo ammontare, ci sarà un beneficio frazionale rispetto al -0,4% massimo. Se si applica il tasso più vantaggioso (-0,4% appunto) sul totale dei prestiti che le banche possono richiedere (317 miliardi), si ha un potenziale beneficio da 1,25 miliardi di euro l’anno. Il tutto per farsi prestare del denaro.
Non solo, ma a livello europeo
Deutsche Bank stima tre potenziali impatti sul settore bancario europeo dalle misure annunciate dalla Bce: “Un impatto negativo legato al taglio dei tassi di circa 0,7 miliardi di euro, un beneficio del costo della raccolta” legato alle Tltro “di circa 2,4 miliardi di euro, un miglioramento delle dinamiche del Roe (return on equity) dai nuovi prestiti di circa 0,7 mld e un minor costo della raccolta senior di circa 0,9 mld euro. Su base netta, c’è un beneficio di 3,2 mld euro, ovvero circa il 2-2,5% degli utili delle banche europee”. (Affari Italiani )
E chi più ne ha più ne metta senza fare i conti con un eccesso di debito generalizzato, con la deflazione di debiti, e la naturale dinamica di deleveraging in piena stagnazione o depressione economica.

NON E’ UN PROBLEMA DI LIQUIDITA’ MA DI SOLVIBILITA’!

Oggi il medico suggerisce…
Quanto alla redditività delle banche, che sono impattate da tassi molto bassi nella componente del margine di interesse dei ricavi, Vitor Constancio, il vicepresidente portoghese della Bce ha sottolineato che comunque per le banche bassi tassi d’interesse comportano anche un minore costo del funding, inoltre bassi tassi comportano nel fixed income rivalutazioni dei prezzi. La ripresa economica che dovrebbe essere incoraggiata dalla nuova liquidità dovrebbe inoltre ridurre le svalutazioni nei bilanci bancari

…inoltre bassi tassi comportano nel fixed income rivalutazioni dei prezzi.

Questo vale per tutti gli investitori e non solo per le banche, chi ha orecchie per intendere intenda, diversamente ascolti tutti coloro che da ormai sei anni chiamano costantemente la bolla obbligazionaria sovrana.
Per chi ha tempo consiglio di leggere questa interessante analisi di Fabio Bolognini su Linker…
Non prendete a scatola chiusa i commenti frettolosi che state leggendo sulla stampa dopo la decisione non unanime della BCE di abbassare i tassi di rifinanziamento e di offrire alle banche una nuova potente iniezione di liquidità con quattro operazioni speciali (TLTRO II). Se quasi tutti i commentatori vedono in questa combinazione uno stimolo immediato alla concessione di credito all’economia reale e soprattutto alle imprese, molto del risultato dipenderà dal coraggio delle banche nel modificare un atteggiamento sin qui totalmente prudenziale. Basti come esempio pensare alle prime operazioni TLTRO offerte alle banche dalla BCE che dovevano rilanciare i prestiti alle imprese. La propensione a concedere credito sarà anche aumentata a parole (indagini BLS) in Italia ma nei numeri non si è visto ancora nulla: il credito alle imprese è inchiodato al livello di circa 800 miliardi e non cresce.
In sintesi la manovra BCE immetterà nel circuito bancario europeo altri mezzi per un totale stimato fino a 2.200 miliardi, alle banche vengono offerte quattro finestre temporali per richiedere fondi a 4 anni a tasso vicini o addirittura sotto lo zero. Le richieste possono arrivare per ciascuna banca anche al 30% degli attivi impiegati in prestiti alla clientela. Tanta roba.  Ma se la prima ondata di liquidità non ha funzionato per le imprese, soprattutto piccole, perché dovrebbe farlo questa seconda?
Per rispondere prima è necessario comprendere cosa è successo a seguito della crisi finanziaria e del credit-crunch bancario. Una sequenza illustrata nella figura successiva.
grafici credito 2011-16
In ciascun grafico le curve mostrano la distribuzione dei volumi di credito per differenti classi di rischio misurate dal rating, a sinistra le classi migliori a destra le peggiori.
Sino al 2011 il credito, come noto, è stato erogato generosamente dalle banche italiane alla gran parte delle imprese (area verde).
(…) L’effetto del secondo diluvio di liquidità potrà arrivare alle imprese solo se le banche adotteranno una politica di concessione meno timorosa, come cerca di spiegare il prossimo grafico
Buona consapevolezza!
Andrea Mazzalai
Fonte: Icebergfinanza

giovedì 17 marzo 2016

Controllo Assoluto dei Cieli e Turchia Isolata. La Russia Può Far Vincere Assad Spendendo Poco

Al di la degli obbiettivi raggiunti sia sul campo che politicamente. Ne esiste un altro piuttosto prosaico e semplice che giustifica la mossa del Cremlino di ritirare gran parte del contingente in Siria.

I costi di una guerra su vasta scala.

La situazione sul campo per ora è abbastanza chiara:
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Senza copertura aerea turca e tagliati i rifornimenti di armi (specialmente dalla Turchia) i cosidetti “terroristi moderati” sono spacciati ed anzi pronti ad arrendersi e consegnare le armi (se non possono scappare in Turchia appunto).
Nei prossimi mesi il lavoro veramente sporco, sul campo sarà fatto dall’esercito di Damasco ammodernato e rifornito di armi Russe e con l’aiuto di milizie Iraniane (magari in “pensione” o “licenza” …..dove l’abbiamo già visto questo film?)
Si noti che i cieli Siriani specie nella parte nord Ovest sono sigillati da sistemi anti aereo SS400.
Nella parte Sud-Est della Siria invece è molto probabile che finalmente nasca un primo embrione di Stato Curdo, vedremo se come regione Siriana o come entità del tutto autonoma.
Il punto è che ora la palla e “i costi” eventuali per riguadagnare terreno ora dovranno sostenerli le nazioni che appoggiano l’Isis e i Terroristi Moderati cioè i Turchi e noi.
Temo che i 6 miliardi promessi alla Turchia per “l’emergenza migranti” infatti non siano che il pagamento per la continuazione di una Proxy War.
Ovviamente nulla impedisce alla Russia di rimandare indietro le truppe a combattere nel caso ce ne fosse bisogno.
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