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giovedì 24 gennaio 2019

Anche l'Asia sta iniziando il declino demografico, cui seguirà quello economico

Il pavimento sotto il quartiere dell'Asia orientale (composto da Cina, Giappone, Corea del Sud / Nord, Taiwan e Mongolia) sta per cadere. Queste nazioni (unite) equivalgono a poco più del 20% della popolazione mondiale e consumano il 27% dell'energia totale globale. Dal 2000 al 2016, questa regione (guidata dalla Cina) ha rappresentato il 48% della crescita globale del consumo totale di energia.  Quindi, quando vi dico che questi paesi stanno entrando economicamente in declino domestici a lungo termine (o forse addirittura collassano), gli impatti si riverbereranno ovunque.
Perché declino o collasso economico interno?   
Questo semplicemente sta seguendo un massiccio declino della popolazione che ha già avuto luogo (passato). Il grafico seguente mostra il calo del 44% delle nascite dai doppi picchi osservati nell'Est asiatico nel '67 e '89. Questa è una carenza di nascita in corso di oltre 14 milioni in meno all'anno, dal 1995. Ora questa carestia sarà aggravata dalla popolazione in procinto di cadere rapidamente di 15 a 39 anni / vecchi, rappresentata dalla linea rossa in basso (escludo i 40 + anni / perché hanno semplicemente così pochi bambini da creare semplicemente distrazioni). Entro il 2035, la popolazione di bambini in Asia orientale diminuirà del 30% o di -202 milioni di dollari (senza stima, questa popolazione è già nata e si sposterà in avanti). In assenza di un cambiamento sistemico (o di allontanarsi dall'urbanizzazione inflazionistica in corso?), Le nascite continueranno a precipitare e alla fine anche le popolazioni nazionali si sgretoleranno.
Degno di nota sopra è la bassa soglia d'acqua di appena 15 milioni di nascite nel 1996 ... e le conseguenze a forma di L smorzate.   Quelli nati nel 1996 avranno 23 anni nel 2019, o generalmente entreranno nell'età adulta. Su base annua, si tratta di un calo del 50% + relativamente improvviso in nuovi adulti, nuovi potenziali dipendenti, nuovi potenziali genitori, nuovi potenziali consumatori che entrano nell'economia ... e questo è solo l'inizio della "nuova normalità". Ogni anno, da qui in avanti, un calo del 50% (rispetto a solo cinque anni fa) della domanda potenziale e di potenziali dipendenti lascerà le economie delle regioni in difficoltà. Tutta la sovraccapacità economica, la sovraccapacità degli alloggi e i crediti inesigibili saranno lasciati a "nuotare nudi" tra la crescente domanda in calo.
La situazione, nazione per nazione, è dettagliata di seguito ... che mostra sia le nascite annuali (colonne blu) che le popolazioni fertili (linea marrone).
Taiwan
  • Nascite annuali: calo del 58% o -250 mila nascite all'anno dal picco del 1980 
  • Popolazione infantile: -37% o -3,5 milioni entro il 2035 dal picco del 1995
Giappone
  • Nascite annuali: calo del 62% o -1,5 milioni di nascite all'anno dal picco del 1950
  • Popolazione fertile: -40% o -18 milioni entro il 2035 dal picco del 1974
Corea del Sud
  • Nascite annuali: 69% di declino o -730.000 nascite all'anno dal picco del 1960
  • Popolazione infantile: -31% o -8,3 milioni entro il 2035 dal picco del 1995
Cina
  • Nascite annuali: calo del 45% (a partire dal 2018) o -13,7 milioni di nascite all'anno dal picco del 1989
  • Popolazione infantile: -31% o -177 milioni entro il 2035 dal picco del 2005

Popolazione in età pediatrica vs. Popolazioni anziane

Popolazione in età lavorativa dell'Asia orientale (15-59 anni / età) rispetto a 60 anni + popolazione anziana, grafico in basso. Agitare gli anziani contro la diminuzione della popolazione in età lavorativa.
Di seguito, il decennio in base alla variazione del decennio, età lavorativa rispetto agli anziani. Il decennio dal 2020 al 2030 sarà un inferno demografico.  I bambini di 60 anni aumenteranno di 122 milioni contro un calo della popolazione in età lavorativa di circa 80 milioni.  Ciò interromperà tutte le cattive promesse fatte nei bei tempi e porterà una tempesta economica / finanziaria.

Conclusione:

Sfortunatamente, non ho soluzioni per risolvere ciò che sta per accadere. Potrei mostrare simili problemi demografici tra i principali mercati di esportazione dell'Asia orientale; in Europa (una popolazione che consuma il 14% dell'energia globale), Eurasia (che consuma l'8%) o America del Nord (che consuma il 21% dell'energia globale). Ma la crescita in queste regioni è al passato, ed è stata solo l'Asia orientale (Cina) che è stata in grado di ritardare la caduta economica finale attraverso la più grande mossa del debito della storia. Sfortunatamente, è sempre stato destinato a fallire e ora è in corso un periodo indefinito di netto declino globale. I tagli dei tassi d'interesse, la spesa in deficit e gli acquisti di attività delle banche centrali non risolveranno né miglioreranno la domanda in declino né consentiranno una crescita adeguata per sostenere il sistema attuale. È ora di smetterla di fingere di poter uscire dalla falla del debito / dalla bolla delle attività in cui ci troviamo, in un declino a lungo termine che è appena iniziato.
Potrebbe ancora esserci il tempo per ripensare l'intero sistema, salvare il bene, scaricare il male e riconoscere il dolore della realtà ... prima che questo venga scelto per noi, probabilmente nel peggior momento e luogo possibile.
Tradotto automaticamente con Google.

venerdì 21 settembre 2018

I vecchi hanno vinto perché i giovani sono stupidi

Diciamolo apertamente: i giovani hanno rotto il cazzo. O meglio, non i giovani in quanto giovani, perché in un mondo normale i giovani non avrebbero modo di rompere il cazzo se non facendo casino impennando con i loro motorini e le loro chiacchiere notturne sotto le nostre finestre. Hanno rotto il cazzo i vecchi che siedono nei posti di potere che, di colpo, così, da un giorno all’altro, hanno deciso che non era più il futuro a essere dei giovani, ma il presente, e quindi largo ai Millennials, e tutte quelle idiozie lì.

Così succede che di colpo siamo circondati. Giovani al potere, in ogni ambito, dalla politica alla cultura, passando per lo spettacolo, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. E non venitemi a dire che i miei sono discorsi da vecchio pensionato brontolone, e che questi sono esattamente gli stessi discorsi che ci facevano i nostri padri e e che a loro volta si erano sentiti fare dai loro padri, i nostri nonni. Tutte puttanate.

I nostri nonni hanno fatto la guerra, figurati se avevano tempo di pensare ai giovani, loro hanno dovuto ricostruire, e poi far partire il paese. E i nostri genitori, che di quella ripartenza sono stati in parte artefici ma soprattutto hanno potuto usufruirne, si sono ben guardati dal pensare a un presente in cui farsi da parte per lasciare spazio a chi, forte delle energie e intuizioni tipiche della gioventù, erano ovviamente carenti in esperienza e lavoro.

Diciamocelo apertamente, ma già c’è chi ce l’ha detto in maniera assai più approfondita, Jon Savage nel saggio L’invenzione dei giovani, edito in Italia da Feltrinelli, i giovani se li sono inventati solo a partire dal periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, una invenzione che, a colpo di gesti romantici, ribelli, a loro modo rivoluzionari, ha avuto poi modo di attecchire definitivamente dalla seconda metà degli anni cinquanta, quando appunto si è messa da parte la seconda guerra mondiale e la ricostruzione, in tutte le parti del mondo, quindi si trattasse di una ricostruzione fisica, fatta di fondamenta e mattoni, o si trattasse di una ricostruzione puramente ideale, e si è cominciato a pensare a come ripartire. Se il New York Times già nel 1945 rivendicava come i teenager fossero un’invenzione occidentale, intendendo con questo l’America e l’Europa, è pur vero che, torno a occuparmi di un settore che maneggio con più sicurezza, è con la nascita del rock’n’roll, inteso sia come genere musicale che come stile di vita, che i giovani sono ufficialmente diventati un fenomeno sociale. Cioè, se prima la gioventù era quel periodo in cui si passava dall’essere bambini all’essere adulti, grazie alla musica, in questo caso sia artefice di un fenomeno che sua massima rappresentante, la gioventù è divenuta un attore sociale, nonché un target preciso cui il mercato ha guardato sempre più con interesse.
Fino a qui, quindi, niente di strano. O meglio, qualcosa di strano, certo, perché di colpo la fascia d’età dedicata alla gioventù, da un certo punto di vista si è cominciato a chiamarla adolescenza, è cominciata a dilatarsi, perché lo stile di vita occidentale ha cominciato a prevedere una maggiore scolarizzazione, quindi con un ingresso nel mondo del lavoro, e quindi con l’affrancamento dalla famiglia di origine spostato più avanti nel tempo. E perché un target redditizio è diventato sempre più appetitoso per il mercato, che ha ovviamente fatto di tutto per dilatarne i confini. Ma è solo sul volgere degli anni Ottanta che questo fenomeno è tracimato, arrivando allo scenario desolante che ci si staglia oggi davanti agli occhi

Gli adulti, me compreso, guardano al mondo dei giovani, alla cosiddetta adolescenza allungata, con cupidigia, dando adito a fenomeni di mimesi che rasentano la mostruosità. Potenti iniezioni di botulino, letterale e metaforico, sembrano aver atrofizzato i muscoli facciali di una fascia della società sempre più ampia, passata dalla sindrome di Peter Pan, atroce invenzione di mercato, a una ancora più allucinante sindrome da bimbominkia
Non volendo riassumere in un articolo tutto quello che passa dal gothiano Werther a Benji e Fede, vorrei concentrare lo sguardo sull’oggi, e su questa deprecabile moda dei Millennial al potere.
È vero, abbiamo già avuto i Baby Boomers, che non a caso sono stati legittimamente oggetto di dileggio e di stigmatizzazione più o meno diretta da parte di tutti coloro che avevano il compito di raccontare l’oggi allora, il problema è che oggi sembra che tutti, e quando dico tutti intendo proprio tutti, stiano guardando ai giovani, a quella categoria che un tempo giustamente veniva circoscritta a quel “teen” e che oggi scivola verso i trentacinque, forse anche i quaranta, con una ammirazione che nulla ha a che vedere coi contenuti e col valore, e volendola dire tutti, spesso neanche con l’apparenza (vedi alla voce estetica).
So che andando a citare il famoso discorso di Frank Zappa sul declino del mercato musicale, tutti sarete incappati nel suo video su Facebook, discorso in realtà riferito al mercato musicale degli anni Settanta, figuriamoci, avvallo la tesi del vecchio brontolone che ripete discorsi già fatti in passato, ma è pur vero che mai come oggi l’aver lasciato che gli “uomini col sigaro”, in discografia come nel mondo della cultura e dello spettacolo, per non dire della politica, sta mostrando la corda, nella più totale resa di chi dai Millennials è stato superato, a volte addirittura scalzato dalla propria naturale posizione.

Ho quarantanove anni, quindi da una parte, come scrittore, ho avuto la botta di culo di aver avuto prima del mio arrivo sulla scena gli Under 25 di Pier Vittorio Tondelli, quella sì intuizione di mercato geniale, poi ovviamente lasciata andare a puttane da dirigenti d’azienda incapaci di cogliere le peculiarità di un settore, quello culturale, che non può e non deve occuparsi solo di numeri, ma anche di contenuti, dall’altra ho però dovuto fare i conti col tappo della generazione precedente alla mia, ancora presente oggi, del tutto intenzionata a lottare col coltello e coi denti per difendere il proprio confine. Nessuno si sarebbe sognato di alzare le braccia in senso di resa, e nessuno, in effetti, lo ha fatto. Così l’avere a fianco professionisti più anziani e esperti, intenzionati a rimanere, certo, ma anche a passare i ferri del mestiere, il cosiddetto know how, ha permesso quella che un tempo si chiamava gavetta, ha lasciato che una professionalità si forgiasse nel suo impeto, ma al tempo stesso protetta dalle cadute dall’esperienza altrui.

L’editoria, come la discografia, era ancora abitata dagli uomini col sigaro di zappiana memoria, nel mio caso specifico Nanni Balestrini e Ferruccio Parazzoli,per quel che riguarda il mondo del libri, Luca Valtorta per quello della musica, che a suon di no e di consigli segnava un percorso, certo lasciando i margini per una sperimentazione originale (non in quanto unica, ma in quanto personale), ma pensando a una progettualità sulla lunga distanza.
Oggi tutto è diverso.
Giovani esordienti, se vi pubblicano non è perché siete bravi, fatevene una ragione, ma perché siete da ipermercato, costate poco e durate anche poco, presto chi vi usa ha necessità di cambiarvi

Gli adulti, me compreso, guardano al mondo dei giovani, alla cosiddetta adolescenza allungata, con cupidigia, dando adito a fenomeni di mimesi che rasentano la mostruosità. Potenti iniezioni di botulino, letterale e metaforico, sembrano aver atrofizzato i muscoli facciali di una fascia della società sempre più ampia, passata dalla sindrome di Peter Pan, atroce invenzione di mercato, a una ancora più allucinante sindrome da bimbominkia.
Si sente dire, spesso, troppo spesso, mica pensavate che potevamo tenerci per sempre i De Gregori o i Lucio Battisti (intendendo con Lucio Battisti non tanto Lucio Battisti stesso, deceduto, quanto una tipologia di cantanti e cantautori che curavano particolarmente gli aspetti musicali, tanto quanto De Gregori, archetipo del cantautore poetico, curava quelli lirici)? Ovvio che oggi ci siano i Calcutta, i Gazzelle, i Postino (segnatevi questo nome, poi ne parliamo nei prossimi mesti mesi). Come è ovvio che in letteratura, da anni, diciamo da dopo Enrico Brizzi, e parliamo di venticinque anni fa, ci sia sempre più spesso un mercato di esordienti (non sto ovviamente parlando degli Youtuber, che arrivano ai libri come ai dischi per puro calcolo matematico). Sfugge, e la cosa lascia di stucco come un Barbatrucco (flebile tentativo di apparire anziano, citando qualcosa dal suono vintage, il mio), che il largo spazio lasciato nel mondo delle parole agli esordienti sia appunto qualcosa che ha più a che vedere con l’esiguità, qualora esistano, degli anticipi, più che coi contenuti. Dell’arte, su, via, non parliamone neppure. Giovani esordienti, se vi pubblicano non è perché siete bravi, fatevene una ragione, ma perché siete da ipermercato, costate poco e durate anche poco, presto chi vi usa ha necessità di cambiarvi.

Idem per la musica. Vuoi mettere pubblicare a costo zero un trapper che si è fatto la sua cagatella in casa, con l’iPad, che dover mandare un mese Zucchero a proprie spese in giro per gli States al solo scopo di trovare suoni, suggestioni, poetiche da mettere in un prossimo album dai costi ovviamente vertiginosi, impropobili, oggi? Giovane, quindi, diventa automaticamente bello. E mettere i giovani che quelle robette scovano per natura non di segugi, ma di giovani, appunto, nelle poltrone che contano diventa la logica conseguenza di questa resa, con un cambio generazionale che nulla ha a che vedere con una progettualità di largo respiro, ma con un tutto (poco) e subito che mostra il fianco già solo a pensarla.

I giovani non sono meritori in quanto giovani, facciamocene una ragione.
Sono giovani, dotati di quella che un tempo si poteva chiamare senza rischio di essere fraintesi la bellezza del somaro (ma anche qui, vi aspetto a mani nude, volete mettere davvero la bellezza di un corpo in cui l’incedere del tempo sta lasciando i suoi segni, si tratti di rughe, di nuove rotondità, volendo anche di cicatrici, con l’asetticità atletica di un corpo rigoglioso, atletico, ma del tutto privo di quella geografia che solo il tempo sembra poter lasciare nelle mappe?), ma del tutto inesperti, quindi spesso se non sempre sciatti, intuiti ma non compiuti.

I figli sono innocui. Si nascondono, mettono cuoricini su Twitter ai cantanti, leccano culi come e più che a una Anikka Albrite, tremano come foglie al vento. Ci sono perché sono giovani, e costano poco, pur di esserci ci sono comunque, lasciando che la musica demmerda che i loro coetanei, per quattro spicci, tirano fuori, non solo non affondi, ma venga ritenuta legittima
Anche nel mondo della critica musicale, come nella discografia, vale lo stesso discorso. I giovani, un tempo, quando la gioventù si stava ancora definendo in quanto categoria sociale, oltre che come target, erano ribelli, rivoluzionari. Si pensi appunto al rock, al punk. Oggi sono tutti pompieri, capaci solo di inseguire rassicuranti scie lasciate da chi è già passato su quelle strade, armati di matite spuntate, senza la possibilità quindi di lasciare segni futuri e anche presenti.

Quando ho cominciato a occuparmi di critica musicale, ogni qual volta che stroncavo qualcuno, e avendolo fatto io nel pop, non in un genere specialistico, ero davvero una mosca bianca facilmente identificabile per il lettore, mi veniva citato a mo di sfottò il pezzetto de L’avvelenata di Guccini che tira in ballo “un musico fallito, un Bertoncelli o un prete a sparar cazzate”. Ecco, io trentenne arrivavo alla ribalta dopo una decina d’anni di gavetta e dovevo fare i conti con chi, giovanissimo, già era finito dentro un verso di Guccini. E Bertoncelli era lì, ancora vivo, vigile, scrivente. Da trentenne armato di spirito ribelle mi sembrava evidente che fosse il padre a dover morire, e su questo mi sono, coi miei mezzi di scrittore, applicato. Oggi è diverso. I figli sono innocui. Si nascondono, mettono cuoricini su Twitter ai cantanti, leccano culi come e più che a una Anikka Albrite, tremano come foglie al vento. Ci sono perché sono giovani, e costano poco, pur di esserci ci sono comunque, lasciando che la musica demmerda che i loro coetanei, per quattro spicci, tirano fuori, non solo non affondi, ma venga ritenuta legittima, degna di esserci. Nessuno che dia fuoco al sistema. Nessuno che gridi. Giovani vecchi. Giovani morti. Che però scalzano chi ancora ha cose da dire, esperienze da mettere a frutto, poetiche da alimentare.

Lungi da me chiudere un pezzo tanto lungo, in cui ho citato Jon Savage tanto quanto Frank Zappa, andando a tirare in ballo Luigi Di Maio. Si è parlato di inesperienza. Di spazi lasciati indebitamente a chi non solo non ha niente da dire, ma lo dice anche male. Di come tutto questo ci sta portando nella decadenza, per di più priva di una adeguata narrazione.

sabato 16 dicembre 2017

La fuga dei giovani dall’ospizio Italia

Non riesco a dar torto a quei 38 mila giovani adulti, il 28,5% dei quali laureati, che nel 2016 hanno abbandonato l’Italia secondo quanto ci racconta Istat. Questo dato, che fa riferimento alla classe d’età dei 25-39enni, è solo la punta di un iceberg sul quale la nostra già periclitante demografia rischia di andare a sbattere, affrettando quella trasformazione dell’Italia in un gigantesco ospizio a cielo aperto, visto che sempre nel 2016 i dati Istat ci dicono che sono nati circa 12 mila bambini in meno.
Non riesco a dar loro torto per la semplice ragione che molto probabilmente là fuori troveranno quello che qui non c’è, malgrado se parli tantissimo. Un lavoro decente, quindi, ma soprattutto le grandi assenti nel nostro paese: le opportunità. Noto peraltro che questo pensiero sembra essere sempre più diffuso visto che Istat nota con un certo sconcerto che il saldo demografico dei residenti, ossia la differenza fra gli italiani che rientrano dall’estero e quelli che si cancellano dall’anagrafe per andare all’estero, è in costante peggioramento da dieci anni, passando da praticamente zero a  80 mila.
Per essere ancora più precisi, “sono 81 mila gli emigrati italiani con più di 24 anni nel corso del 2016, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 25mila posseggono la laurea (31%)”, Parliamo quindi di tutte le classi di età superiori ai 24 anni. Complessivamente gli italiani finiti all’estero sono stati 115 mila, il 73% del totale delle emigrazioni dall’Italia per l’estero. “Il numero degli emigrati italiani si è più che triplicato rispetto a dieci anni prima passando da 36mila del 2007 a 115mila del 2016. Le immigrazioni, d’altro canto, interessano i nostri connazionali solo nel 13% dei casi (38mila). I due flussi danno origine così a un saldo migratorio dei soli cittadini italiani di -77mila unità”. Quanto alle destinazioni, il 2016 è stato l’anno del Regno Unito, probabilmente perché molti hanno pensato di farsi registrare laggiù nel timore che la Brexit chiudesse i cancelli di accesso. Ma poi rimangono le destinazioni classiche, nell’ordine la Germania, la Svizzera e la Francia, con la Spagna a chiudere la classifica dei principali paesi di arrivo. 
Quanto alle regioni di provenienza, si segnalano i movimenti migratori di confine, ossia dalle regioni del nord verso i paesi limitrofi, e poi dalla Sicilia. E’ interessante poi osservare che la voglia di stare in Italia scema anche fra gli stranieri.
Arrivano sempre meno persone dall’estero, mentre aumentano sempre più le emigrazioni, in gran parte italiane, come abbiamo visto. Tutto ciò, che rende vagamente surreale il dibattito sull’immigrazione, non fa altro che peggiorare la nostra piramide demografica, ormai sempre più sbilanciata verso la cima (gli anziani) a scapito della base (i giovani). A fronte di questi numeri è più che legittimo chiedersi quanto il recente miglioramento della disoccupazione giovanile, registrato sempre da Istat negli ultimi dati relativi al mercato del lavoro in ottobre, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal miglioramento del mercato del lavoro. Cancellarsi dall’anagrafe italiana porta con sé anche la cancellazione dalle liste di disoccupazione, evidentemente.
Ma aldilà di questa circostanza, non riesco a dar torto a questi giovani più o meno adulti e istruiti che hanno la (s)ventura di esser nati in un paese che ormai, per evidenti ragioni di senilità incipiente, volge la sua attenzione alla popolazione anziana assai più che a quelli che lo diventeranno. Basti ricordare l’ossessione del nostro dibattito pubblico per le pensioni che anche in occasione della ultima legge di bilancio ha dato ampia prova di sé.  E’ sufficiente un semplice esperimento per verificarlo. La voce “pensioni”, ricercata in una agenzia di stampa, ha originato 920 record dall’1 novembre all’1 dicembre. La voce “lavoro giovani” più o meno la metà, circa 500. La voce bebé 217. Per quanto rudimentale, questo metodo consente di misurare l’attenzione della stampa e della politica su questi argomenti in occasione del Grande Dibattito che si sta consumando sulla manovra finanziaria. E se andiamo a vedere gli stanziamenti osserviamo anche come questa differenza si replichi nelle risorse che queste categorie mobilitano. L’ennesima riforma delle pensioni, che allarga la platea dell’Ape social, costerà circa 250 milioni in più di spesa pensionistica fino al 2020. Costi che certo non si esauriscono in un triennio. Al contrario durerà solo un triennio il bonus bebé per il quale sono pure stati ridotti i fondi. Ciò a fronte di una situazione di grave denatalità.
Ce n’è abbastanza per comprendere chi decida di tentare la fortuna fuori dall’ospizio Italia. Si comprende un po’ meno come sia possibile che tutto ciò non susciti granché attenzione: nel migliore dei casi, una rassegnata alzata di spalle. 
Fonte: qui