9 dicembre forconi: opportunità
Visualizzazione post con etichetta opportunità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta opportunità. Mostra tutti i post

mercoledì 12 settembre 2018

L'ITALIA: SE NASCI POVERO, RESTI POVERO

NEL NOSTRO PAESE L'ASCENSORE SOCIALE SI E' BLOCCATO - DA NOI QUASI LA METÀ DEL REDDITO DEI FIGLI DIPENDE DA QUELLO DEI GENITORI 

QUANTO A DISEGUAGLIANZA DELLE OPPORTUNITA' SUPERIAMO ANCHE REGNO UNITO E USA 

NUMERI E CAUSE DI UN RAPPORTO PREOCCUPANTE

Roberta Carlini per espresso.repubblica.it 
Esiste un record negativo italiano che non è misurabile in debito pubblico, deficit, giovani Neet, evasione fiscale. Ma a guardarlo da vicino fa paura almeno quanto i primi. È l’immobilità sociale, o meglio: quanto della tua vita dipende dalla famiglia in cui sei nato.
Si può misurare in tanti modi ma, comunque la contiamo, l’Italia svetta in Europa, e di gran lunga. Lo rivelano i dati del più grande database sulla mobilità sociale nel mondo, costruito dalla Banca mondiale e illustrato nel rapporto “Fair Progress”.
Tra i quali, una buona parte viene dal progetto-partner a guida italiana di Equalchances.org: sul sito, creato dal Dipartimento di economia e finanza dell’università di Bari, ciascuno può divertirsi - diciamo così - a controllare, per il proprio e per gli altri Paesi, il funzionamento dell’ascensore sociale, scorrendo gli indici della diseguaglianza di opportunità, trasmissione del reddito e dello status tra generazioni, mobilità nell’istruzione.


MOBILITÀ SOCIALE
E una cosa è certa: qualcosa si è inceppato, servirebbe un ascensorista. Con particolare urgenza per l’Italia, dove quasi la metà del reddito dei figli ?è determinata dal livello di quello dei padri: condizione unica nell’Europa continentale, paragonabile solo a quella di Regno Unito e Stati Uniti, per i Paesi sviluppati. Ma, quanto a diseguaglianza delle opportunità, superiamo anche i regni di Brexit e Trump.
Di padre in figlio
«Ogni giorno nel mondo nascono 400 mila bambini. Nessuno di loro sceglie il genere, l’appartenenza etnica, il luogo in cui si è venuti al mondo. Né le condizioni economiche e sociali della famiglia. Il punto di partenza della vita è una lotteria».
Così la Banca mondiale introduce il suo rapporto, che punta a dare il primo set di numeri a copertura mondiale sulla mobilità tra generazioni. Espressione con la quale si intendono due cose: quanto, nella media, il livello di vita ?e benessere di una generazione è migliorato rispetto a quella precedente; e quanto la posizione di ciascuna persona sulla scala economica dipende da quella dei suoi genitori.
povertàPOVERTÀ
Normalmente, le due cose vanno insieme: periodi di forte crescita economica fanno fare salti di benessere da una generazione all’altra e rendono anche più facile ai figli emanciparsi dallo status dei genitori. È quello che è successo nel mondo occidentale negli anni Cinquanta, e sta succedendo ora in paesi come Cina e India. Ma attenzione, dice la Banca mondiale: non è automatico che questo succeda, e infatti anche in molti paesi in via di sviluppo la mobilità sociale da genitori a figli oggi è bloccata.
E poi c’è il contrappasso, quando la crescita si ferma e la marea che portava avanti tutte le barchette si ritira. Come è successo in tutti i paesi sviluppati e con particolare evidenza in Italia. «Per un certo numero di anni la crescita ha consentito a tutti di migliorare le proprie posizioni, sono stati fatti molti passi avanti soprattutto nel rapporto tra titoli ?di studio», spiega Vito Peragine, professore di economia politica all’università di Bari e collaboratore del progetto della Banca mondiale. I cui numeri permettono anche di confrontare la mobilità tra generazioni di oggi con quella di ieri, e ci dicono che «negli ultimi venti anni, da quando si è fermata la pur debole crescita economica, si è evidenziato il blocco dell’ascensore sociale».
Anzi, a dirla tutta lo stop ha evidenziato che quell’ascensore non ha mai funzionato bene: per esempio, l’Italia è uno di quei paesi nei quali non c’è uno stretto rapporto tra i progressi nel settore dell’istruzione e quelli nel reddito.
In altre parole, il titolo di studio dei genitori è meno importante di prima nel definire quello che avranno i figli - l’operaio può bene avere il figlio dottore, si è avverato l’incubo della contessa di Paolo Pietrangeli - ma è anche poco rilevante nel determinarele opportunità relative di lavoro, reddito, benessere.
In effetti, se si vanno a guardare i numeri di equalchances.org, e si confronta la generazione nata nel ’40 con quella dell’80 - l’ultima di cui si abbiano dati completi – si vede che a scuola l’ascensore ha funzionato. L’indice che misura la mobilità tra generazioni nell’istruzione - più alto il numero, più bassa la mobilità - è sceso da 0,57 a 0,33. È successo lo stesso in Francia, Germania, persino nel Regno Unito, mentre lo stesso indice è sceso di pochissimo, da 0,34 a 0,32, negli Stati Uniti dell’istruzione privatizzata.
Eppure, questo buon andamento in Italia non ha migliorato sostanzialmente la mobilità tra generazioni nel reddito, e non ha ridotto le diseguaglianze di opportunità. L’indice che misura la mobilità intergenerazionale dei redditi è in Italia a quota 0,48, contro lo 0,35 della Francia e lo 0,23 della Germania. Vuol dire che da noi quasi la metà del reddito dei figli dipende da quello dei genitori. È il più alto d’Europa - vicino a quello inglese - e nel mondo sviluppato inferiore solo a quello degli Stati Uniti, paesi dai quali siamo tuttavia molto distanti nella struttura sociale ed economica.
Le diseguali opportunità
Da cosa dipende questa eccezione italiana in Europa? E perché il grande balzo in avanti nell’istruzione non ha avuto grandi effetti di reddito e benessere? La stessa Banca mondiale ci aiuta a rispondere, ridimensionando un po’ il peso del fattore “istruzione”: anche se tutto il rapporto è dedicato proprio alla mobilità educativa (sia come dati che come politiche auspicate), vi si spiega anche che ci sono altre motivazioni della persistenza del reddito e del benessere da una generazione all’altra.
A parità di istruzione il peso della famiglia di origine - fatto di status sociale, conoscenze, relazioni amicali - torna prepotente e si fa sentire di più in contesti più fermi, con maggiore disoccupazione, minore apertura. Tutto ciò può spiegare il più scioccante dei numeri che si possono scoprire navigando nei dati: quelli della diseguaglianza di opportunità.
Qui superiamo anche Gran Bretagna e Stati Uniti, e per trovare paesi più in alto dobbiamo confrontarci con il Brasile, il Sud Africa, la Bulgaria. In particolare, spiega Vito Peragine, abbiamo un livello molto alto di diseguaglianza “relativa” delle opportunità, ossia di quella parte delle diseguaglianze spiegato esclusivamente dalla propria origine, dalla lotteria della nascita. Numeri che ne introducono altri, stavolta più soggettivi: quelli sulla percezione della propria posizione e quella dei propri figli. Secondo una indagine citata dalla Banca mondiale, gli italiano sono al penultimo posto - seguiti solo dalla Slovenia in pessimismo - nella previsione “i bambini che nascono oggi staranno meglio di noi”: otto su dieci non la pensano così. Mentre quasi 4 su 10 ritengono comunque di stare meglio dei propri genitori. Fonte: qui

sabato 16 dicembre 2017

La fuga dei giovani dall’ospizio Italia

Non riesco a dar torto a quei 38 mila giovani adulti, il 28,5% dei quali laureati, che nel 2016 hanno abbandonato l’Italia secondo quanto ci racconta Istat. Questo dato, che fa riferimento alla classe d’età dei 25-39enni, è solo la punta di un iceberg sul quale la nostra già periclitante demografia rischia di andare a sbattere, affrettando quella trasformazione dell’Italia in un gigantesco ospizio a cielo aperto, visto che sempre nel 2016 i dati Istat ci dicono che sono nati circa 12 mila bambini in meno.
Non riesco a dar loro torto per la semplice ragione che molto probabilmente là fuori troveranno quello che qui non c’è, malgrado se parli tantissimo. Un lavoro decente, quindi, ma soprattutto le grandi assenti nel nostro paese: le opportunità. Noto peraltro che questo pensiero sembra essere sempre più diffuso visto che Istat nota con un certo sconcerto che il saldo demografico dei residenti, ossia la differenza fra gli italiani che rientrano dall’estero e quelli che si cancellano dall’anagrafe per andare all’estero, è in costante peggioramento da dieci anni, passando da praticamente zero a  80 mila.
Per essere ancora più precisi, “sono 81 mila gli emigrati italiani con più di 24 anni nel corso del 2016, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 25mila posseggono la laurea (31%)”, Parliamo quindi di tutte le classi di età superiori ai 24 anni. Complessivamente gli italiani finiti all’estero sono stati 115 mila, il 73% del totale delle emigrazioni dall’Italia per l’estero. “Il numero degli emigrati italiani si è più che triplicato rispetto a dieci anni prima passando da 36mila del 2007 a 115mila del 2016. Le immigrazioni, d’altro canto, interessano i nostri connazionali solo nel 13% dei casi (38mila). I due flussi danno origine così a un saldo migratorio dei soli cittadini italiani di -77mila unità”. Quanto alle destinazioni, il 2016 è stato l’anno del Regno Unito, probabilmente perché molti hanno pensato di farsi registrare laggiù nel timore che la Brexit chiudesse i cancelli di accesso. Ma poi rimangono le destinazioni classiche, nell’ordine la Germania, la Svizzera e la Francia, con la Spagna a chiudere la classifica dei principali paesi di arrivo. 
Quanto alle regioni di provenienza, si segnalano i movimenti migratori di confine, ossia dalle regioni del nord verso i paesi limitrofi, e poi dalla Sicilia. E’ interessante poi osservare che la voglia di stare in Italia scema anche fra gli stranieri.
Arrivano sempre meno persone dall’estero, mentre aumentano sempre più le emigrazioni, in gran parte italiane, come abbiamo visto. Tutto ciò, che rende vagamente surreale il dibattito sull’immigrazione, non fa altro che peggiorare la nostra piramide demografica, ormai sempre più sbilanciata verso la cima (gli anziani) a scapito della base (i giovani). A fronte di questi numeri è più che legittimo chiedersi quanto il recente miglioramento della disoccupazione giovanile, registrato sempre da Istat negli ultimi dati relativi al mercato del lavoro in ottobre, dipenda dall’emigrazione piuttosto che dal miglioramento del mercato del lavoro. Cancellarsi dall’anagrafe italiana porta con sé anche la cancellazione dalle liste di disoccupazione, evidentemente.
Ma aldilà di questa circostanza, non riesco a dar torto a questi giovani più o meno adulti e istruiti che hanno la (s)ventura di esser nati in un paese che ormai, per evidenti ragioni di senilità incipiente, volge la sua attenzione alla popolazione anziana assai più che a quelli che lo diventeranno. Basti ricordare l’ossessione del nostro dibattito pubblico per le pensioni che anche in occasione della ultima legge di bilancio ha dato ampia prova di sé.  E’ sufficiente un semplice esperimento per verificarlo. La voce “pensioni”, ricercata in una agenzia di stampa, ha originato 920 record dall’1 novembre all’1 dicembre. La voce “lavoro giovani” più o meno la metà, circa 500. La voce bebé 217. Per quanto rudimentale, questo metodo consente di misurare l’attenzione della stampa e della politica su questi argomenti in occasione del Grande Dibattito che si sta consumando sulla manovra finanziaria. E se andiamo a vedere gli stanziamenti osserviamo anche come questa differenza si replichi nelle risorse che queste categorie mobilitano. L’ennesima riforma delle pensioni, che allarga la platea dell’Ape social, costerà circa 250 milioni in più di spesa pensionistica fino al 2020. Costi che certo non si esauriscono in un triennio. Al contrario durerà solo un triennio il bonus bebé per il quale sono pure stati ridotti i fondi. Ciò a fronte di una situazione di grave denatalità.
Ce n’è abbastanza per comprendere chi decida di tentare la fortuna fuori dall’ospizio Italia. Si comprende un po’ meno come sia possibile che tutto ciò non susciti granché attenzione: nel migliore dei casi, una rassegnata alzata di spalle. 
Fonte: qui