9 dicembre forconi: respinto
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mercoledì 26 giugno 2019

LA CORTE DI STRASBURGO RESPINGE IL RICORSO DELLA SEA WATCH, CHE CHIEDEVA UN INTERVENTO URGENTE PER FAR SBARCARE I MIGRANTI A BORDO


LA CEDU CHIEDE AL GOVERNO ITALIANO DI FORNIRE L’ASSISTENZA E SALVINI GODE: “CONFERMA LA SCELTA DI ORDINE E BUON SENSO DELL’ITALIA. PORTI CHIUSI AI TRAFFICANTI DI ESSERI UMANI E AI LORO COMPLICI…”

Angelo Scarano per www.ilgiornale.it

sea watch salviniSEA WATCH SALVINI
La Corte di Strasburgo ha respinto il ricorso della Sea Watch. Di fatto la Cedu, la Corte per i diritti dell'uomo ha rifiutato l'istanza presentata contro l'Italia dall'ong tedesca. Il braccio di ferro tra la Sea Watch e il governo va avanti ormai da qualche giorno. La Corte "ha indicato al governo italiano che conta sulle autorità del Paese affinché continuino a fornire tutta l'assistenza necessaria alle persone che si trovano a bordo della nave in condizioni di vulnerabilità a causa della loro età o delle loro condizioni di salute". La nave si trova in stand by a 15 miglia nautiche da Lampedusa. Il Viminale ha vietato all'imbarcazione l'ingresso nelle acque territoriali italiane. Il tutto applicando il dcereto sicurezza bis che prevede, in caso di forzo del blocco, la confisca della nave e una multa salata. La "capitana" della Sea Watch proprio questa mattina ha fatto sapere di voler forzare il divieto imposto dal Viminale per poter far sbarcare i migranti in Italia.

sea watchSEA WATCH
L'esecutivo ha chiesto all'Olanda (Paese di bandiera della nave) di interessarsi della vicenda. Ma dai Paesi Bassi per il momento non arrivano notizie con indicazioni di sbarco. In Germania invece è braccio di ferro tra almeno 50 Comuni che hanno dato disponibilità per l'accoglienza e il ministro degli Interni Sehofer che ha chiuso le porte alle possibilità di sbarco. La situazione dunque non si sblocca. Salvini ha commentato così il verdetto della Cedu: "Anche la Corte Europea di Strasburgo conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell’Italia: porti chiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici. Meno partenze, meno sbarchi, meno morti, meno sprechi. Indietro non si torna". La sentenza di Strasburgo arriva dopo quella del Tar che aveva respinto il ricorso contro il divieto imposto dal Viminale. Il braccio di ferro dunque continua e a quanto pare è destinato a durare a lungo. Fonte: qui

sea watchSEA WATCH

domenica 7 ottobre 2018

CHI SI È SCHIERATO CONTRO PUTIN, NELLE PATRIE GALERE SAREBBE TRATTATO ''IN MODO CRUDELE E DISUMANO'' SECONDO LA CORTE D'APPELLO DI VENEZIA, CHE HA RESPINTO LA RICHIESTA DI MOSCA DI RIAVERE IGOR TUPALSKII, ACCUSATO DI OMICIDIO MA IN REALTÀ VITTIMA DI PERSECUZIONE


LE CORTI D'APPELLO DI MILANO E GENOVA HANNO EMESSO SENTENZE SIMILI, ANCHE ALLA LUCE DELLA FINE (BRUTTA) FATTA DA CERTI RUSSI IN GIRO PER L'EUROPA

DAGONEWS

igor tupalskiiIGOR TUPALSKII
L’ultimo caso è quello di Igor Tupalskii, imprenditore, accusato dalla Federazione russa di avere fatto trucidare una donna, ma che ha dimostrato di essere vittima di una vera e propria persecuzione. Pochi giorni fa, la Corte d’appello di Venezia ha respinto la richiesta di estradizione a suo carico: per i giudici, Tupalskii, in patria, rischia di essere torturato, visto che nell’ultimo decennio si è schierato con alcuni storici oppositori di Vladimir Putin. Di più: durante un periodo di detenzione è stato trattato “in modo crudele e disumano” da esponenti delle istituzioni, si legge nelle motivazioni.

Si tratta solo dell’ultimo caso, appunto. Perché prima dell’imprenditore altri suoi connazionali avevano dichiarato di avere subito vere e proprie persecuzioni giudiziarie, organizzate dal potere russo per eliminarli dalla scena. Dichiarazioni a cui i magistrati sembrano avere creduto: le Corti italiane respingono sempre più spesso le richieste di estradizione provenienti dalla Russia.

mikhail nekrichMIKHAIL NEKRICH
La prima a dare parere negativo era stata la Corte d’Appello di Genova, nel dicembre del 2017, sul caso di Mikhail Nekrich, importante businessman internazionale ricercato per omicidio e frode. Poi era stato il turno di quella di Milano, ad agosto di quest’anno: un architetto era finito nei guai con la giustizia russa per una presunta appropriazione indebita di fondi. Infine, con una sentenza depositata pochi giorni fa, è arrivata quella di Venezia, chiamata a pronunciarsi sulla vicenda di Tupalskii, fuggito nel 2014 da un processo per omicidio.

Le udienze si sono tutte concluse con decisioni della Giustizia italiana contrarie all’estradizione, nonostante gli sforzi profusi dalle Autorità russe per ottenere il rimpatrio dei loro cittadini. Processi soprattutto accomunati da similitudini che non sono passate inosservate agli occhi della nostra Magistratura. Tutti e tre gli estradandi si sono infatti dichiarati, per ragioni diverse, vittime di complotti giudiziari.
igor tupalskiiIGOR TUPALSKII

L’architetto giudicato a Milano, per esempio, si era detto in grave pericolo per aver scoperchiato un giro di corruzione in cui sarebbe stato coinvolto anche un potente ex membro della Duma russa. Le storie di Nekrich e Tupalskii, invece, sembrano fotocopiate. Entrambi erano accusati di aver ingaggiato dei sicari per far uccidere dei soci in affari e impossessarsi delle loro attività. Per i loro difensori, gli avvocati Michele e Alessandro Gentiloni Silveri, le accuse elevate a loro carico in Russia nascondevano ben altro.

Nel caso di Nekrich, la sua vicinanza a Georgy Shuppe, cognato di Boris Berezovskij, noto oligarca russo trovato senza vita in circostanze dubbie nella sua villa inglese nel 2013 e, secondo alcuni, depositario di dossier esplosivi sugli affari di Vladimir Putin. Quei documenti sarebbero poi stati consegnati proprio a Shuppe, che è fuggito a Londra. La Federazione russa aveva chiesto la sua estradizione, accusandolo di essere un complice di Nekrich nell’omicidio.

vladimir putin con matteo salviniVLADIMIR PUTIN CON MATTEO SALVINI
Le Corti inglesi, però, nell’agosto 2017 hanno negato il suo “ritorno” in patria. Le troppe contraddizioni nei fatti addebitatigli, e, soprattutto, l’eccessiva permeabilità della struttura giudiziaria russa alle richieste del potere politico avevano persuaso i giudici a negare la consegna. E così ha fatto la Corte di Appello di Genova nei confronti di Nekrich, giudicato pochi mesi dopo. Pure Igor Tupalskii ha il profilo dell’oppositore al potere dominante in Russia.

Seguace e collaboratore dei più noti avversari del presidente Putin, come Aleksei Navalny, Boris Nemtsov e Mikhail Khodorkovskij, Tupalskii ha usato le ricchezze personali e delle sue aziende per fondare testate giornalistiche che hanno portato avanti inchieste indipendenti sulle malefatte del governo. Costantemente minacciato da esponenti dell’apparato di polizia russo, nel tentativo di fargli cedere gratis tutte le sue aziende, Tupalskii ha dimostrato alla Corte d’appello di Venezia di essere stato accusato ingiustamente per l’omicidio di una sua socia e, soprattutto, di essere stato sottoposto ad atroci sevizie mentre si trovava in carcere a San Pietroburgo nel 2009.
khodorkovsky e platon lebedevKHODORKOVSKY E PLATON LEBEDEV

Le Autorità russe, ad agosto di quest’anno, avevano fatto pervenire per via diplomatica ampie assicurazioni che, in prigione, Tupalskii sarebbe stato trattato nel rispetto dei suoi diritti fondamentali. Per la Corte veneziana, invece, è stato trattato “in modo crudele e disumano” da parte di “soggetti intranei all’apparato istituzionale”. Ed esiste un “elevato rischio” che, se estradato, vada incontro a trattamenti “analoghi a quelli già subiti”.

Mentre la vicenda di Tupalskii potrebbe ancora approdare in Cassazione, la stessa Corte d’Appello di Venezia dovrà a breve pronunciarsi su un altro caso. La Federazione russa questa volta reclama Dmitrij Krivitsky, ex senatore dissidente accusato di aver percepito una tangente per alcuni appalti. Rifugiatosi in Francia, si è dichiarato un perseguitato ed ha richiesto politico alle autorità transalpine. Nell’attesa della decisione, ancora una volta toccherà alla Magistratura italiana decidere della credibilità delle accuse.

Fonte: qui

domenica 5 febbraio 2017

LA CORTE D’APPELLO HA RESPINTO IL RICORSO URGENTE PRESENTATO DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA CHE CHIEDEVA DI RISTABILIRE BLOCCO ALL’INGRESSI DA 7 PAESI NEGLI USA

Giudice blocca temporaneamente a livello nazionale decreto su ingressi in Usa

(ANSA) - La Corte d'Appello ha respinto il ricorso urgente presentato ieri sera dal Dipartimento di Giustizia americano che chiedeva la sospensione della decisione del giudice federale di Seattle che aveva bloccato il bando di ingresso negli Stati Uniti per persone provenienti da 7 Paesi a maggioranza musulmana emesso dal presidente Donald Trump.


La sfida legale era partita dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui pero' i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento. Il giudice federale James Robart ha quindi emesso una ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, che ha effetto a livello nazionale.
"L'opinione di questo cosiddetto giudice, che essenzialmente priva il nostro paese della legalità, è ridicola e verrà rovesciata". Così, su Twitter, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si scaglia contro il giudice federale di Seattle che ha bloccato il decreto per le restrizioni sugli ingressi negli Usa alle persone provenienti da 7 paesi a maggioranza musulmana. Donald Trump è in Florida per il primo weekend da presidente nel suo lussuoso resort di Mar-A-Lago, ma questa mattina ha mostrato la sua ira in una serie di tweet contro la decisione del giudice James Robart. "Quando un Paese non è più in grado di dire chi può e chi non può entrare e uscire, specialmente per ragioni di sicurezza, è un grosso problema", ha scritto il presidente. 
Poi in un altro tweet, Trump ha scritto: "E' interessante che alcuni Paesi del Medio Oriente siano d'accordo con il bando. Sanno che se a certe persone viene concesso di entrare è morte e distruzione!".
Il dipartimento di Stato ha annullato la cancellazione dei visti per l'ingresso negli Usa che aveva messo in pratica dopo la firma del decreto da parte del presidente Donald Trump che limitava l'ingresso a cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana, dopo che un giudice federale ha disposto il blocco temporaneo del provvedimento.
Il dipartimento Usa per la Sicurezza Interna non imporrà alle compagnie aeree lo stop per passeggeri dotati di visto interessati dal bando disposto dal presidente Donald Trump per gli ingressi da sette paesi a maggioranza musulmana. Così facendo anche il dipartimento in questione sospende di fatto l'applicazione del provvedimento voluto dal presidente, alla luce della decisione di un giudice federale che blocca temporaneamente l'ordine esecutivo.
IL FATTO - Negli Stati Uniti ''nessuno e' sopra la legge, nemmeno il presidente''. E' l'attorney general dello Stato di Washington, Bob Ferguson, che commenta cosi' la decisione di un giudice federale di Seattle di bloccare temporaneamente e su base nazionale il decreto del presidente Donald Trump che impone restrizioni all'ingresso negli Stati Uniti di persone provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana. Decisione che apre un caso destinato secondo diversi esperti ad arrivare fino alla Corte Suprema, ma non prima di una guerra legale gia' dichiarata dalla Casa Bianca che, determinata a difendere l'ordine esecutivo di Trump, ha annunciato un ricorso di emergenza.
La svolta e' giunta a sorpresa nella serata di venerdi', quando Donald Trump era gia' atterrato in Florida, accolto da Melania, pronto a passare il primo weekend da presidente nel suo lussuoso resort di Mar-a-Lago. La sfida legale era pero' gia' partita nei giorni scorsi, dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui pero' i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento. Robart ha quindi emesso una ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, che ha effetto a livello nazionale.
In sostanza dopo la firma dell'ordine esecutivo da parte del presidente Donald Trump, lo Stato di Washington ne aveva denunciato gli effetti discriminatori e il danno significativo che la decisione procurava ai residenti. Il Minnesota si era poi accodato e i due stati avevano chiesto un'ingiunzione restrittiva temporanea affinche' la loro denuncia potesse essere valutata, incentrata tra l'altro sulla possibilita' che sezioni chiave del provvedimento siano incostituzionali.
Sara' questo infatti il punto cruciale della disputa che avra' come scopo ultimo stabilire la costituzionalita' dell'ordine esecutivo. Dal punto di vista degli effetti immediati, il blocco del bando dovrebbe consentire adesso a coloro che detengono un visto di entrare negli Stati Uniti, non e' tuttavia ancora chiaro cosa stia accadendo ai posti di frontiera, quindi agli aeroporti. 
La Casa Bianca non ha tardato a rispondere alla 'sfida' e, in una note dal tono perentorio, ha fatto sapere che ''al piu' presto possibile'' il dipartimento di Giustizia intende presentare un ricorso di emergenza alla decisione del giudice federale nello Stato di Washington, dicendosi quindi determinata alla difesa dell'ordine esecutivo ''che siamo convinti essere legale e appropriato''.