9 dicembre forconi: Dipartimento di Giustizia
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martedì 25 settembre 2018

UN CARICO DI COCAINA DA 18 MILIONI DI DOLLARI È STATO NASCOSTO IN SCATOLE DI BANANE DONATE AL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA PENALE DEL TEXAS


I 540 PACCHI DI DROGA, NASCOSTI TRA LA FRUTTA, ERANO DESTINATI ALLE MENSE DELLE PRIGIONI 

LA POLIZIA, IRONICAMENTE, COMMENTA: "A VOLTE, LA VITA TI DÀ LIMONI, A VOLTE TI DÀ DELLE BANANE E, A VOLTE, TI DÀ QUALCOSA CHE NON TI ASPETTERESTI MAI"


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Cocaina nascosta in scatole di banane donate al Dipartimento di giustizia penale del Texas in favore dei detenuti. A scoprire l'ingente carico di stupefacenti sono stati gli agenti di controllo in forza al Dipartimento stesso, che successivamente ha postato sulla sua pagina Facebook le foto del maxi sequestro con una nota ironica a margine.

Il carico da 18 milioni di dollari
"A volte, la vita ti dà limoni, a volte ti dà delle banane e, a volte, ti dà qualcosa che non ti aspetteresti mai". Questo il commento del Dipartimento di Giustizia nel comunicare sui social l'incredibile scoperta. Già, perché la cocaina rinvenuta e sequestrata era pronta per essere immessa sul mercato nero dove avrebbe permesso un guadagno illecito pari a 18 milioni di dollari.

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Un'operazione bloccata, venerdì 21 settembre, dai controlli degli agenti che sono andati a recuperare due pallet carichi di frutta donata alle prigioni. Nel corso dell'operazione, uno dei sergenti ha notato che una delle decine di scatole di banane presentava delle misure non del tutto regolari.

Secondo il racconto di Jeremy Desel, portavoce del dipartimento, a KTRK, l'agente si è poi avvicinato al pacco "per guardarlo più da vicino e poi ha tolto la scatola da uno dei pallet per esaminarlo all'interno dove – ha aggiunto Desel – ha trovato qualcosa di straordinariamente sospetto". Nelle scatole erano infatti contenuti 540 pacchi di cocaina, nascosti tra i caschi di banane.

I precedenti episodi
Secondo quanto reso noto dagli inquirenti, la donazione aveva il bollo del corriere Port of America di Freeport, in Texas, anche se, per il momento, non è chiaro chi e quando abbia effettuato la spedizione. "Ci sono diverse entità federali che stanno indagando ed è una scoperta piuttosto significativa per loro", ha detto Desel.
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Le indagini sul caso sono state affidate alla Drug Enforcement Administration, agenzia federale antidroga, e alla US Customs and Border Protection, la maggiore tra le forze dell'ordine per la sicurezza delle frontiere. "I nostri agenti e i loro supervisori sono addestrati a notare cose fuori posto", ha aggiunto Desel.

Questa non è la prima volta che i contrabbandieri di droga provano a usare la frutta per nascondere i loro traffici. Nel 2017, quasi due tonnellate di marijuana furono "travestite" da tigli in una spedizione commerciale che attraversava il confine tra il Texas e il Messico.

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In quell'occasione più di 34mila pacchetti di frutta finta vennero scoperti da un sistema di controllo delle immagini e dal team K-9 (unità cinofile) della sezione antidroga. Le piante di marijuana sequestrate avevano un valore di 789mila dollari. Nel 2016, invece, oltre mille kg di cannabis furono occultati in scatole di carote che arrivavano dal Messico.

Fonte: qui

domenica 5 febbraio 2017

LA CORTE D’APPELLO HA RESPINTO IL RICORSO URGENTE PRESENTATO DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA CHE CHIEDEVA DI RISTABILIRE BLOCCO ALL’INGRESSI DA 7 PAESI NEGLI USA

Giudice blocca temporaneamente a livello nazionale decreto su ingressi in Usa

(ANSA) - La Corte d'Appello ha respinto il ricorso urgente presentato ieri sera dal Dipartimento di Giustizia americano che chiedeva la sospensione della decisione del giudice federale di Seattle che aveva bloccato il bando di ingresso negli Stati Uniti per persone provenienti da 7 Paesi a maggioranza musulmana emesso dal presidente Donald Trump.


La sfida legale era partita dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui pero' i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento. Il giudice federale James Robart ha quindi emesso una ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, che ha effetto a livello nazionale.
"L'opinione di questo cosiddetto giudice, che essenzialmente priva il nostro paese della legalità, è ridicola e verrà rovesciata". Così, su Twitter, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si scaglia contro il giudice federale di Seattle che ha bloccato il decreto per le restrizioni sugli ingressi negli Usa alle persone provenienti da 7 paesi a maggioranza musulmana. Donald Trump è in Florida per il primo weekend da presidente nel suo lussuoso resort di Mar-A-Lago, ma questa mattina ha mostrato la sua ira in una serie di tweet contro la decisione del giudice James Robart. "Quando un Paese non è più in grado di dire chi può e chi non può entrare e uscire, specialmente per ragioni di sicurezza, è un grosso problema", ha scritto il presidente. 
Poi in un altro tweet, Trump ha scritto: "E' interessante che alcuni Paesi del Medio Oriente siano d'accordo con il bando. Sanno che se a certe persone viene concesso di entrare è morte e distruzione!".
Il dipartimento di Stato ha annullato la cancellazione dei visti per l'ingresso negli Usa che aveva messo in pratica dopo la firma del decreto da parte del presidente Donald Trump che limitava l'ingresso a cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana, dopo che un giudice federale ha disposto il blocco temporaneo del provvedimento.
Il dipartimento Usa per la Sicurezza Interna non imporrà alle compagnie aeree lo stop per passeggeri dotati di visto interessati dal bando disposto dal presidente Donald Trump per gli ingressi da sette paesi a maggioranza musulmana. Così facendo anche il dipartimento in questione sospende di fatto l'applicazione del provvedimento voluto dal presidente, alla luce della decisione di un giudice federale che blocca temporaneamente l'ordine esecutivo.
IL FATTO - Negli Stati Uniti ''nessuno e' sopra la legge, nemmeno il presidente''. E' l'attorney general dello Stato di Washington, Bob Ferguson, che commenta cosi' la decisione di un giudice federale di Seattle di bloccare temporaneamente e su base nazionale il decreto del presidente Donald Trump che impone restrizioni all'ingresso negli Stati Uniti di persone provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana. Decisione che apre un caso destinato secondo diversi esperti ad arrivare fino alla Corte Suprema, ma non prima di una guerra legale gia' dichiarata dalla Casa Bianca che, determinata a difendere l'ordine esecutivo di Trump, ha annunciato un ricorso di emergenza.
La svolta e' giunta a sorpresa nella serata di venerdi', quando Donald Trump era gia' atterrato in Florida, accolto da Melania, pronto a passare il primo weekend da presidente nel suo lussuoso resort di Mar-a-Lago. La sfida legale era pero' gia' partita nei giorni scorsi, dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui pero' i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento. Robart ha quindi emesso una ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, che ha effetto a livello nazionale.
In sostanza dopo la firma dell'ordine esecutivo da parte del presidente Donald Trump, lo Stato di Washington ne aveva denunciato gli effetti discriminatori e il danno significativo che la decisione procurava ai residenti. Il Minnesota si era poi accodato e i due stati avevano chiesto un'ingiunzione restrittiva temporanea affinche' la loro denuncia potesse essere valutata, incentrata tra l'altro sulla possibilita' che sezioni chiave del provvedimento siano incostituzionali.
Sara' questo infatti il punto cruciale della disputa che avra' come scopo ultimo stabilire la costituzionalita' dell'ordine esecutivo. Dal punto di vista degli effetti immediati, il blocco del bando dovrebbe consentire adesso a coloro che detengono un visto di entrare negli Stati Uniti, non e' tuttavia ancora chiaro cosa stia accadendo ai posti di frontiera, quindi agli aeroporti. 
La Casa Bianca non ha tardato a rispondere alla 'sfida' e, in una note dal tono perentorio, ha fatto sapere che ''al piu' presto possibile'' il dipartimento di Giustizia intende presentare un ricorso di emergenza alla decisione del giudice federale nello Stato di Washington, dicendosi quindi determinata alla difesa dell'ordine esecutivo ''che siamo convinti essere legale e appropriato''.